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Politica

I temi e le news della politica in Lombardia e in Italia. L’attività politica di Giulio Cavalli in consiglio regionale della Lombardia.

Giustizia, Meloni mistifica la riforma del Csm: il Parlamento mantiene il controllo sui membri laici

Giovedì scorso, ospite di RTL 102.5 per una delle sue interviste frontali, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rotto il silenzio sul referendum del 22 e 23 marzo. Ha detto che il governo «sta facendo una riforma che impedisce alla politica, di qualsiasi estrazione, di controllare la magistratura». Tre giorni prima, al Tg5, aveva già detto che la riforma «toglie la facoltà al Parlamento e ai partiti di indicare una parte del Consiglio superiore della magistratura» e «toglie la facoltà alle correnti ideologizzate di decidere sull’altra parte dei membri del Csm». Peccato che no, che le cose non stiano così.

L’ombra di Renzi e il calcolo del rischio

Meloni ha ripetuto più volte di non voler mettere la faccia sul referendum. Nel 2016, Matteo Renzi trasformò la consultazione sulla riforma del Senato in un plebiscito personale e il centrosinistra ne uscì a pezzi. Meloni sa che un voto su una riforma percepita come distante rischia di diventare un termometro del consenso. I sondaggi aggiornano il pericolo: secondo Ipsos per il Corriere della Sera, chi si dice sicuro di recarsi alle urne è appena il 37% degli aventi diritto. Con un’affluenza al 42%, il No sarebbe in vantaggio al 52,4%; il Sì raggiungerebbe la parità soltanto intorno al 49% di partecipazione, scenario che Nando Pagnoncelli giudica ottimistico. La fiducia degli italiani nei politici è al 12%, contro il 51% accordato alla magistratura, in crescita di 6 punti.

Eppure quando i sondaggi si fanno bui arriva la stoccata. In una trasmissione radio, la versione ufficiale della riforma viene consegnata con semplificazioni che non reggono all’esame del testo.

Cosa dice davvero la riforma sul Csm

Come ricostruisce Pagella Politica, il Consiglio superiore della magistratura conta 33 membri: tre di diritto, venti eletti dai magistrati, dieci – i “laici” – eletti dal Parlamento tra professori di materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di esercizio. La riforma crea due Csm separati e introduce il sorteggio per entrambe le componenti. Per i togati è secco: estrazione casuale tra i magistrati con i requisiti. Per i laici è diverso: Camera e Senato compilano un elenco di professori e avvocati, poi la sorte decide chi tra loro entra nei due organi. Non è più la politica a nominare direttamente. Ma è ancora la politica a decidere chi può essere estratto. La distinzione non è sottile: è la sostanza del meccanismo che Meloni dichiara eliminato.

Il testo della riforma non stabilisce quale maggioranza serva per compilare quell’elenco. Le modalità saranno definite con legge ordinaria dopo l’approvazione referendaria. Il professor Gaetano Silvestri, ex giudice della Corte Costituzionale, ha avvertito che l’assenza di una maggioranza qualificata potrebbe favorire «una composizione squilibrata del gruppo dei designati, oggi in favore dell’attuale maggioranza politica, domani in favore dell’attuale opposizione». Maurizio Fumo, già presidente della quinta sezione penale della Corte di Cassazione, ha identificato il rischio che i laici «siano espressione prevalente, se non esclusiva, della maggioranza del momento». Anche l’Unione Camere Penali Italiane, favorevole al Sì, aveva chiesto garanzie costituzionali sui criteri di selezione. Il centrodestra ha approvato il testo senza modifiche.

La riforma riduce il peso delle correnti sulla componente togata e indebolisce il controllo diretto dei partiti sui laici. Non elimina però ciò che Meloni dice eliminato. La facoltà del Parlamento di filtrare l’accesso al sorteggio rimane intatta, senza vincoli di maggioranza e senza garanzie costituzionali. Meloni lo sa o dovrebbe saperlo.

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Abolizione dell’abuso d’ufficio, Palamara vuole tornare in magistratura. Grazie alla riforma Nordio

Luca Palamara vuole tornare in magistratura. Lo ha detto lui stesso il 3 marzo 2026, all’uscita dall’udienza davanti al giudice di Perugia Natalia Giubilei: «Per quanto mi riguarda, il punto di partenza resta uno e uno solo: arrivare a una definitiva chiarezza della mia vicenda giudiziaria in sede penale e potermi presentare davanti al CSM con un certificato penale illibato». Potrebbe riuscirci. E lo deve, paradossalmente, alla riforma del ministro Carlo Nordio.

L’istanza presentata dai suoi difensori, gli avvocati Benedetto Buratti e Roberto Rampioni, chiede la revoca del patteggiamento del settembre 2023 per traffico di influenze illecite. Il fondamento è l’abolitio criminis: il reato non esiste più, nella forma in cui era stato contestato a Palamara, dopo che le sentenze della Corte costituzionale hanno ridisegnato il perimetro del traffico di influenze in seguito all’abrogazione dell’abuso d’ufficio voluta da Nordio. La Procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, ha espresso parere favorevole. Il giudice si è riservato di decidere.

Il meccanismo dell’abolitio

Non è un episodio isolato. Il 27 febbraio 2026 il giudice dell’udienza preliminare Giorgio Margheri aveva già dichiarato l’abolitio criminis per Leonardo Manfredi Ceglia, co-imputato di Palamara in uno dei filoni d’indagine a Perugia. La catena è diretta: la legge Nordio abroga l’abuso d’ufficio, la Corte costituzionale ne trae le conseguenze sul traffico di influenze, i patteggiamenti precedenti perdono fondamento. Il beneficiario più visibile è l’uomo che per anni era stato indicato come simbolo della degenerazione delle correnti nella magistratura italiana.

WikiMafia ha ricostruito il meccanismo in un post diventato virale – oltre ottomila interazioni in poche ore – con una sintesi che vale come referto tecnico: Palamara potrà tornare in toga «grazie all’abolizione dell’abuso d’ufficio e allo svuotamento del traffico di influenze voluti da Nordio». Non è una semplificazione polemica: è la descrizione di quanto sta accadendo nelle aule di Perugia, con il parere favorevole della Procura.

La toga e il tribunale delle nomine

Ma non c’è solo Palamara. Il 4 marzo 2026 il CSM ha approvato la delibera che autorizza il rientro in toga di Cosimo Ferri: ex deputato di Italia Viva, sottosegretario alla Giustizia in tre governi, protagonista della riunione all’Hotel Champagne del 9 maggio 2019 che aveva portato alla radiazione di Palamara. Il Csm ha votato con quattordici astensioni e un solo voto contrario, definendo la delibera un atto dovuto, imposto dalla sentenza del Consiglio di Stato che aveva ribaltato il divieto derivante dalla riforma Cartabia.

Ferri torna giudice al Tribunale di Roma: proprio la sede del cui procuratore si discuteva quella notte, nella riunione registrata da un trojan e diventata simbolo del mercato delle nomine. Anche la salvezza disciplinare di Ferri ha una responsabilità politica precisa: la Camera aveva negato per due volte alla Sezione disciplinare del CSM l’uso delle intercettazioni sul telefono di Palamara, rendendo inapplicabile la sanzione più grave.

Intanto, i fautori della riforma Nordio chiedono agli italiani di votare sì al referendum del 2026 per restituire credibilità alla magistratura. WikiMafia ha chiuso il suo post con una domanda senza risposta: «Ma alla politica chi la ridà?». È la domanda giusta. La credibilità non si ricostruisce con un voto referendario mentre le stesse norme che il referendum vuole consacrare riaprono le porte a chi quelle porte le aveva sfondate, in una notte d’albergo che la politica ha poi deciso di non voler sentire.

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Tre casi boomerang per il Sì

«Chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia Solo un ignorante può pensare una cosa del genere.» A dirlo non è un avversario della riforma, ma la senatrice Giulia Bongiorno, tra i suoi più convinti sostenitori. Prima ancora, a marzo 2025, era stato lo stesso Carlo Nordio a togliere ogni ambiguità: «Questa riforma non c’entra niente con l’efficienza della giustizia». Il 4 marzo 2026, a diciotto giorni dal voto, Nordio ha corretto il tiro davanti alle telecamere dell’Ansa: «Con la riforma i processi saranno velocizzati». Tre settimane, due versioni opposte. Il tempo di accorgersi che il referendum si poteva perdere.

Eppure quella stessa campagna ha costruito la sua architettura emotiva sulle storie degli innocenti condannati. Sui profili social del comitato «Sì riforma» compare Beniamino Zuncheddu, quasi 33 anni in carcere da innocente, con un appello semplice: «Mi hanno rubato la vita. Perciò votate tutti sì». Vale la pena verificare cosa dicono davvero i casi che il fronte del Sì ha scelto come bandiera.

Enzo Tortora fu arrestato il 17 giugno 1983 su richiesta dei procuratori Cedrangolo e Marmo, sulla base delle dichiarazioni di pentiti della Nuova Camorra Organizzata poi rivelatisi inattendibili. Il giudice istruttore Giorgio Fontana – che avallò i mandati d’arresto e il rinvio a giudizio – era un giudice, non un ex pubblico ministero: la separazione funzionale tra accusa e giudicante c’era già. L’errore fu il credito acritico accordato ai collaboratori di giustizia, un meccanismo che nessuna disposizione della riforma tocca.

Giuseppe Gulotta trascorse 22 anni in carcere per una confessione estorta con la tortura nel 1976 ad Alcamo Marina. Separare le carriere non avrebbe fermato i carabinieri che picchiavano un diciottenne per fargli firmare una dichiarazione falsa. Beniamino Zuncheddu rimase quasi 33 anni dietro le sbarre perché il poliziotto che indagava mostrò la sua fotografia al testimone prima del riconoscimento formale. La riforma non introduce alcuna nuova procedura sui riconoscimenti né modifica le regole sull’attendibilità della prova testimoniale.

Tre cause diverse per tre ingiustizie diverse. Nessuno dei meccanismi che le hanno prodotte è toccato dalla riforma: le norme sui collaboratori di giustizia, le tutele nella fase investigativa, le procedure sul riconoscimento del testimone. Il parere del Csm ha definito la riforma inutile «sul piano del miglioramento della qualità della giurisdizione». Nordio lo sapeva bene. Fino a diciotto giorni fa.

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Rharrit lo aveva previsto, bombe da Gaza all’Iran

Hala Rharrit si era dimessa dal Dipartimento di Stato nell’aprile del 2024, in protesta. Aveva messo per iscritto che il genocidio a Gaza avrebbe prodotto una guerra regionale con l’Iran se Washington non avesse contenuto Israele. Nessuno l’aveva ascoltata. Il 28 febbraio 2026, Israele e gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. Khamenei è morto. La regione brucia.

Il 5 marzo, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich si è recato al confine nord con il Libano e ha pubblicato un video. «Dahiyeh sembrerà presto Khan Younis», ha detto, dopo che l’esercito aveva ordinato l’evacuazione immediata dei sobborghi meridionali di Beirut. Khan Younis: città del sud di Gaza dove l’Agenzia Anadolu documenta oltre 72.000 morti, 172.000 feriti, il 90% delle infrastrutture civili distrutte. Smotrich non ha citato Khan Younis come esempio di tragedia. L’ha usata come unità di misura. Come parametro di produzione bellica.

Human Rights Watch ha dichiarato il 5 marzo che l’ordine di evacuazione sui sobborghi di Beirut «solleva gravi rischi di violazioni del diritto internazionale umanitario». La stessa formulazione usata per Gaza. Le stesse organizzazioni. Lo stesso protocollo che in due anni non ha fermato niente.

A Gaza, intanto, padre Ibrahim Faltas ha detto all’ANSA il 6 marzo: «Gaza è dimenticata». I valichi restano chiusi. L’ONU è riuscita a far entrare 570.000 litri di diesel da Kerem Shalom, ha dichiarato il portavoce Dujarric, ma Rafah rimane sbarrato. Nei mercati di Deir el-Balah, i civili non fanno più scorte. Sono stanchi di sperare in un confine che si apre e si chiude secondo le esigenze militari altrui.

Il genocidio a Gaza non era un episodio isolato: era la prima pagina di un manuale. Smotrich lo ha citato in pubblico come modello. Rharrit lo aveva scritto due anni fa. Non la cercò nessuno.

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Antimafia, il ddl per mettere Scarpinato e de Raho alla porta: è un caso l’endorsement (smentito) da Nordio

Il 4 marzo Il Fatto Quotidiano rivela che Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ha espresso in una risposta scritta all’interrogazione del senatore forzista Maurizio Gasparri il proprio sostegno formale al Disegno di Legge S. 1277. La norma, promossa dalla maggioranza di centrodestra, imporrebbe l’obbligo di astensione ai componenti della Commissione Antimafia che abbiano ricoperto incarichi istituzionali precedenti ritenuti in conflitto con le indagini in corso. I destinatari reali non sono un segreto: il senatore Roberto Scarpinato, ex Procuratore Generale di Palermo e Caltanissetta, e il deputato Federico Cafiero de Raho, ex Procuratore Nazionale Antimafia. Entrambi del Movimento 5 Stelle. Entrambi sotto scorta da decenni.

Nelle argomentazioni scritte, il Guardasigilli sostiene che la norma “colma la mancanza di una regolamentazione organica” e che l’obbligo di astensione garantisce “terzietà e indipendenza” della Commissione, anche rispetto a chi abbia una conoscenza pregressa dei fatti indagati. La traduzione istituzionale è semplice: chi ha combattuto la mafia sapendone troppe cose non può indagare sulla mafia. La competenza come causa di incompatibilità.

Commissione Antimafia: il copione della smentita

Poche ore dopo la pubblicazione, Nordio nega. «Non mi sono mai espresso sull’Antimafia», dichiara ai giornalisti, definendo la notizia «una delle tante fake news». Il testo della sua risposta esiste, è depositato in Senato ed è leggibile da chiunque. I capigruppo M5S al Senato e alla Camera, Luca Pirondini e Riccardo Ricciardi, commentano: «O Nordio non conosce gli atti che firma, oppure pensa di trattare come stupidi i parlamentari».

Il DDL 1277 era stato depositato nell’ottobre 2024 e aveva superato l’esame in sede referente ma a ottobre 2025 era stato accantonato dopo che il Quirinale aveva fatto pervenire riserve sulla compatibilità con l’articolo 67 della Costituzione, che tutela la libertà del mandato parlamentare, contestando anche la genericità della definizione di conflitto di interessi. Un ministro che risponde a un’interrogazione del proprio schieramento per rilanciare quella norma esercita una pressione sul Parlamento che la Presidenza della Repubblica aveva già cercato di fermare.

Una coerenza che fa paura

Sarebbe però un errore leggere questa vicenda come una scivolata. L’endorsement di Nordio al DDL 1277 non è un’anomalia: è la coerenza di una visione. Lo stesso governo/maggioranza che ha abolito il reato di abuso d’ufficio, sottraendo uno strumento di tutela ai cittadini, ha poi ridotto il perimetro delle intercettazioni, senza cui decine di processi antimafia non avrebbero mai preso forma. E porta al referendum del 22 e 23 marzo una riforma costruita per indebolire l’autonomia delle procure rispetto alla politica. Ogni tassello punta nella stessa direzione: ridurre la capacità dello Stato di disturbare chi conta.

Il paradosso lo porta chi ha innescato la mossa. Gasparri, che ha interrogato Nordio per forzarne la posizione pubblica, è lo stesso parlamentare che per due anni ha omesso di dichiarare la presidenza di Cyberealm, società di cybersicurezza con legami negli apparati di intelligence israeliani, mentre sedeva in Commissione Difesa. Si è dimesso solo quando La Notizia ne ha dato conto e la trasmissione Report ha documentato quei rapporti. Che sia lui il promotore di una legge sulla “terzietà” dei commissari antimafia è il tipo di ironia che la politica italiana genera senza fatica.

Il 22 e 23 marzo si vota al referendum sulla riforma della giustizia. Affidare quella riforma a chi ha appena costruito una norma per estromettere per legge i magistrati più scomodi della Repubblica è una scelta. Almeno che sia consapevole.

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Piantedosi ha barato. La Commissione ha fatto il tifo

Dicembre 2022, governo Meloni appena insediato. Il ministro degli Interni Matteo Piantedosi, lo stesso che aveva teorizzato la colpa morale dei naufraghi, spedisce una circolare agli altri Stati membri: l’Italia, provvisoriamente e salvo eccezioni, non accetterà più trasferimenti di richiedenti asilo ai sensi del regolamento di Dublino III. Un annuncio unilaterale. Nessuna procedura formale, nessun accordo bilaterale, nessuna deroga concordata. Solo carta intestata del Viminale.

Ieri, 5 marzo 2026, la Corte di giustizia dell’Unione europea, nella sentenza C-458/24, mette per iscritto che non si può fare. Lo Stato designato come competente non può sottrarsi alle proprie responsabilità con un semplice comunicato. Il caso nasce da un cittadino siriano entrato in Germania nell’aprile 2023: Berlino gli respinge la domanda come irricevibile e tenta di trasferirlo in Italia, Paese competente in base a Dublino. Roma non lo accetta. La Corte chiarisce che il rifiuto è illegittimo.

Poi però c’è il comma che il governo terrà incorniciato in salotto. Se il trasferimento non avviene entro i termini massimi, la competenza scivola allo Stato richiedente. La furbata regge abbastanza a lungo da ottenere il risultato voluto: scaricare altrove chi si voleva non accogliere. Schiaffo giuridico, vittoria operativa. Piantedosi può permettersi di perdere la causa e vincere lo stesso la partita.

Il ceffone più secco arriva però alla Commissione europea, che per oltre tre anni ha osservato in silenzio senza aprire una sola procedura di infrazione contro Roma. La Corte le ricorda di averne tutto il diritto e tutta la facoltà. Bruxelles quindi ha coperto la fuga di Piantedosi. Anche questo, tecnicamente, si chiama Europa.

Buon venerdì. 

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A Gaza tregua violata da 144 giorni

Centoquarantaquattro. È il numero di giorni consecutivi in cui le forze israeliane hanno violato l’accordo di cessate il fuoco a Gaza. Lo documentano le organizzazioni umanitarie sul campo: attacchi di artiglieria, raid aerei, colpi di arma da fuoco in aree che sulla carta dovrebbero essere protette. Il totale dei morti ha raggiunto 72.116. Dall’accordo ne sono stati uccisi altri 631.

I valichi restano chiusi dal 28 febbraio. Riccardo Sartori, infermiere di Emergency a Deir al-Balah, spiega che i farmaci per il parkinson sono esauriti, finiti gli antidolorifici. Gli ospedali hanno carburante per tre giorni. In Cisgiordania, per il quarto giorno consecutivo, l’esercito ha chiuso posti di blocco e ingressi a città e villaggi.

Mentre accade tutto questo, ieri il Senato italiano ha approvato il DDL Romeo. Centocinque voti favorevoli. Il testo adotta la definizione IHRA, secondo cui l’antisemitismo è “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio”. La parola su cui fermarsi è percezione. Non un atto, non un crimine: una percezione. La definizione include tra le possibili manifestazioni di antisemitismo fare paragoni tra la politica israeliana e quella nazista, o criticare lo Stato di Israele come collettività ebraica. Alcune critiche alla condotta di Israele a Gaza diventano, almeno potenzialmente, materia da monitorare. Il PD si è spaccato: Delrio e altri hanno votato sì, il resto si è astenuto. Della Seta ha scritto che è “desolante” che alcuni dem “vi si siano prestati”.

Da una parte una legge che tutela una percezione. Dall’altra centoquarantaquattro giorni di violazioni, ospedali senza carburante, una minaccia di rioccupazione totale pronunciata da Smotrich con “legittimità internazionale e sostegno americano”. Il problema non è aver scelto da che parte stare. È fingere che le due cose non abbiano nulla a che fare l’una con l’altra.

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Pnrr e occupazione: asili dimezzati, corsi fantasma e quote donne aggirate. Il bilancio che il governo non vuole fare

Tre milioni di lavoratori riqualificati, 264.480 nuovi posti negli asili nido, un mercato del lavoro modernizzato. Il Pnrr aveva messo queste cifre nelle sue promesse occupazionali. Il conto, a ridosso di agosto 2026, parla una lingua diversa.

Il Piano ha smesso di essere notizia. La presidenza del Consiglio rivendica il 79% delle risorse incassate, sopra la media europea del 60%. Dentro quelle percentuali ci sono le Missioni 4 e 5, quelle dedicate al lavoro e all’inclusione, e lì la storia è più scomoda.

Il programma GOL e il trucco del patto firmato

Il programma Garanzia Occupabilità Lavoratori era il cuore della riforma: 4,6 miliardi per riorganizzare i Centri per l’Impiego. A dicembre 2025 il Governo ha annunciato 3 milioni di beneficiari, il 103% dell’obiettivo. Vale la pena capire come.

Nella fase iniziale, il sistema considerava «beneficiario raggiunto» chiunque avesse sottoscritto un Patto di Servizio, anche senza aver avviato attività concrete. La Commissione europea ha imposto criteri più stringenti nel 2024. Poi, negli ultimi sei mesi del 2025, quelli decisivi per la milestone, il Governo ha reintrodotto per decreto il vecchio sistema. La soglia europea è stata centrata. L’impatto sul lavoro reale è altra cosa.

La componente formativa è il punto più debole. A ottobre 2025 risultavano spesi 550 milioni su 4,6 miliardi disponibili: il 13% del totale. Gli enti privati hanno convogliato gli utenti verso corsi generalisti o sulla sicurezza obbligatoria, tutti contabilizzati nei target europei.

La geografia del fallimento è precisa. In Sicilia il tasso di conversione si ferma al 56%: di oltre 127.000 giovani targettizzati, meno di 53.000 hanno trovato un collocamento. Per il 2026 la Regione riceve 8,3 milioni di euro, contro i 44 del biennio precedente. La regione con la disoccupazione strutturale più alta d’Italia viene definanziata per l’incapacità dei propri uffici.

Pnrr, asili dimezzati e quote aggirate

Il piano per gli asili nido è stato riscritto due volte. Il target iniziale prevedeva 264.480 nuovi posti. L’inflazione post-Ucraina ha fatto saltare i quadri economici. La Commissione ha rifiutato di coprire spese operative e interventi senza incremento netto dei posti. Gli enti del Mezzogiorno hanno ritirato i progetti per incapacità di sostenere i costi futuri. Il target è stato tagliato a 150.480 posti.

L’Ufficio Parlamentare di Bilancio stima che mancheranno circa 17.400 posti rispetto al nuovo obiettivo già ridotto. Il 96,6% dei comuni sotto i 500 abitanti resterà senza asilo pubblico; la Sicilia raggiungerà al massimo il 24% di copertura, lontana dalla soglia del 33%. Le mense scolastiche seguono la stessa traiettoria: a fine 2025 risulta erogato il 25% delle risorse, con 82 cantieri su 265 in scadenza ancora privi di rendicontazione.

Su tutto questo si stende la questione più politicamente rilevante. L’art. 47 del Decreto-Legge 77/2021 imponeva a ogni bando Pnrr di riservare il 30% delle assunzioni a giovani e donne. I dati dell’Autorità Nazionale Anticorruzione documentano che nel 64% dei bandi quell’obbligo è stato aggirato. Le stazioni appaltanti hanno invocato la «scarsa occupazione femminile nel settore» per non assumere donne nei cantieri finanziati per ridurre il divario di genere.

Le opposizioni accusano il Governo di mascherare con gli occupati formali la crescita del precariato e il tasso di inattività salito al 33,5%. Il 9 marzo 2026 la FLC CGIL ha proclamato lo sciopero del comparto Conoscenza: nella lista delle motivazioni, il fallimento delle misure per l’infanzia e le clausole di parità sistematicamente eluse.

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Moderati per Netanyahu: il coraggio degli sciacalli

C’è un momento in cui la parola “moderato” (o “riformista”) smette di significare qualcosa e diventa un costume da indossare nei giorni in cui fa comodo. Italia Viva, Azione e Sinistra per Israele — censori di ogni slogan nelle piazze pacifiste — hanno partecipato a un evento romano a favore di Trump e Netanyahu organizzato dall’associazione Setteottobre.

Sul palco, Ciro Principe ha scandito “Bibi! Bibi! Bibi!” col pubblico, celebrato l’uccisione di Khamenei come restituzione di un favore vecchio di 2.500 anni e chiuso così: «Non rompete più il cazzo agli ebrei». Ivan Scalfarotto era presente, poster “Viva lo Shah” sullo sfondo. Alla stessa piazza c’era anche Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo in quota Pd,  partito che non aveva aderito. A titolo personale, si dirà. Come se la presenza di una dem lì non avesse peso.

Stefano Parisi, presidente di Setteottobre, ha chiesto una coalizione per «spazzare via» il regime degli ayatollah: niente negoziati, niente diritto internazionale, solo intervento militare perché, dice, senza le bombe il nazismo non sarebbe stato sconfitto.

Inneggiare a Netanyahu ha lo stesso valore morale di inneggiare a Putin. Entrambi capi di governo sotto cui si consumano massacri documentati, entrambi nel mirino delle istituzioni internazionali, entrambi difesi da chi ha scelto l’alleato sopra il diritto. Chi li acclama non è moderato.

La domanda è per Elly Schlein. Come si fa finta di niente quando una tua parlamentare sale sul palco accanto a chi invoca il premier di un governo accusato di genocidio? E con questi cosiddetti moderati – quelli di “Viva lo Shah” e “Bibi! Bibi! Bibi!” – su quale base si costruisce un’alleanza

Buon giovedì. 

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Fondi pensione, dal 1° luglio scatta l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neo-assunti del settore privato

Dal 1° luglio 2026 l’adesione alla previdenza complementare diventa automatica per i neoassunti del settore privato. La novità è contenuta nella legge di Bilancio 2026 e riguarda chi è alla prima occupazione: iscrizione d’ufficio al fondo previsto dal contratto collettivo applicato in azienda, con 60 giorni per scegliere diversamente. Se non si esercita alcuna opzione, il Tfr maturando – circa il 6,91% della retribuzione annua lorda – confluisce nel fondo insieme al contributo del datore di lavoro e a quello del lavoratore stabilito dal Ccnl.

Il governo presenta la misura come un passo avanti per rafforzare il secondo pilastro previdenziale e ampliare la platea degli iscritti. I sindacati leggono invece un intervento che modifica gli equilibri costruiti in vent’anni di contrattazione collettiva, incidendo su una quota di salario differito. Il punto che accende lo scontro riguarda la portabilità del contributo datoriale, destinata a ridisegnare i rapporti tra fondi negoziali e prodotti finanziari di mercato.

Il contributo datoriale non è un premio

La legge consente, dopo almeno due anni di adesione, di trasferire la propria posizione individuale verso fondi aperti o piani individuali pensionistici mantenendo il contributo dell’azienda. In altre parole, il flusso contrattuale può seguire il lavoratore anche fuori dal fondo negoziale di riferimento. È un cambio di paradigma: il contributo datoriale, finora ancorato al perimetro collettivo, diventa trasferibile verso prodotti di mercato offerti da banche e assicurazioni.

Per la Cgil si tratta di salario differito conquistato con il contratto nazionale, dunque parte integrante della retribuzione. Gianluca Torelli, responsabile previdenza complementare della confederazione, parla di rischio di indebolimento dei fondi negoziali e di spostamento di risorse verso intermediari finanziari privati. Anche Assofondipensione esprime contrarietà, sottolineando che la natura mutualistica e senza scopo di lucro dei fondi chiusi ha garantito costi tra i più bassi del sistema e governance paritetica tra rappresentanti dei lavoratori e delle imprese.

La differenza di commissioni pesa nel lungo periodo. Su orizzonti di trent’anni, scarti anche contenuti possono tradursi in migliaia di euro in meno di prestazione integrativa. È un effetto cumulativo che riguarda soprattutto chi ha carriere continue e versamenti costanti, mentre per chi alterna periodi di lavoro e inattività l’impatto può essere ancora più marcato.

Un sistema sotto pressione

La riforma interviene mentre aumentano gli oneri regolatori. L’articolo 29 del decreto Pnrr richiede maggiori risorse ai fondi per finanziare la vigilanza Covip, mentre la legge di Bilancio 2026 innalza le sanzioni fino a 500 mila euro. Nello stesso tempo si amplia la deducibilità fiscale dei contributi, portando il tetto a 5.300 euro annui dal 2026. Una leva che favorisce soprattutto chi dispone di redditi medio-alti e capacità di versamento aggiuntivo, lasciando ai margini chi fatica a destinare ulteriori quote di salario alla previdenza complementare.

Sul versante degli investimenti, con l’adesione automatica le risorse vengono indirizzate verso linee con profili di rischio differenziati in base all’età, superando il conferimento di default nei comparti garantiti. L’obiettivo dichiarato è aumentare i rendimenti attesi nel lungo periodo attraverso strategie cosiddette “life cycle”. Resta l’esposizione alla volatilità dei mercati, che incide in modo diverso a seconda della carriera e della continuità contributiva.

La contesa riguarda quindi la natura stessa della previdenza complementare italiana. Da un lato un modello fondato sulla contrattazione collettiva, sulla governance condivisa e su economie di scala che comprimono i costi. Dall’altro un mercato più aperto alla competizione tra banche e assicurazioni, con maggiore libertà individuale e maggiore peso delle reti commerciali. Il 1° luglio 2026 segnerà l’avvio operativo di questa nuova fase. Gli effetti sul sistema si misureranno nel tempo, quando sarà chiaro quanta parte del salario differito avrà cambiato destinazione e quali soggetti avranno beneficiato maggiormente di questa redistribuzione silenziosa di risorse previdenziali. La direzione però è già chiara.

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