Elezioni in Israele e apartheid: l’alibi dei partiti arabi
“Nella democrazia israeliana ci sono partiti palestinesi”, ha scritto ieri su X un collega giornalista. Poche ore prima, sullo stesso social, un altro collega aveva scritto, commentando gli exit poll del voto israeliano del 27 ottobre, che se i risultati saranno questi devono “andarsi a nascondere per la vergogna” gli analisti e i commentatori che hanno parlato di Israele come del Paese dell’apartheid. Conviene partire dalle parole, perché l’imbroglio sta già lì.
Quei partiti sono partiti di cittadini israeliani. Ra’am e la Lista Comune prendono i voti della minoranza araba con il passaporto israeliano, circa un quinto della popolazione, e la Lista Comune candida anche un ebreo, il deputato uscente Ofer Cassif di Hadash. I palestinesi che vivono sotto occupazione quei partiti li possono soltanto guardare: i 3,4 milioni della Cisgiordania contati dall’Ufficio centrale di statistica palestinese sono fuori dalle liste elettorali, e a Gerusalemme Est i palestinesi, residenti permanenti, votano per il comune e restano esclusi dalla Knesset. Intanto nella stessa Cisgiordania i coloni israeliani votano nei seggi allestiti dentro gli insediamenti, compreso quello ebraico di Hebron. Nello stesso territorio, sotto lo stesso governo, la scheda ce l’ha soltanto il colono.
Questo articolo è uscito su La Notizia il 29 ottobre 2026.
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