Davos accende i riflettori su Gaza e spegne le luci sui morti
Davos accende i riflettori e spegne i corpi. Il Board of Peace nasce così: firma solenne, fotografie di gruppo, rendering patinati di una “Nuova Gaza” affacciata sul mare. Sullo schermo scorrono mappe e promesse, nella Striscia restano tende sfondate dal vento e macerie che cedono sotto il peso dell’inverno. La pace come evento, la guerra come contesto permanente.
I nomi siedono al tavolo e fanno già notizia da soli. Donald Trump convoca e benedice. Benjamin Netanyahu accetta l’invito mentre l’offensiva prosegue. Vladimir Putin dice sì e normalizza la propria presenza. La pace diventa un board, l’adesione un atto politico, la biografia un dettaglio da rimuovere dal protocollo. Si firma, si applaude, si passa oltre.
Nelle stesse ore, a Gaza, la tregua resta un titolo. Un raid colpisce l’area delle tendopoli. Tre giornalisti vengono uccisi mentre documentano. Le richieste di indagine si accumulano come sempre, insieme ai nomi, insieme alle immagini. Il Board promette governance, i droni consegnano silenzio. Il lessico della ricostruzione corre più veloce dei soccorsi.
Questo articolo è uscito su La Notizia il 23 gennaio 2026.
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