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Arte

Draghi, Lega, ddl Zan: il male non è fare politica al Primo Maggio ma i partiti che controllano la Rai

Le domande giuste e le domande sbagliate, a prima vista, sembrano sempre più o meno la stessa cosa. La differenza è che le domande sbagliate di solito vengono poste per non ottenere risposte, ma per aumentare la polvere e la schiuma e inevitabilmente per ottenere più coinvolgimento. Più dibattito confuso, più viralità, più clic, più introiti pubblicitari e più popolarità.

Le domande sbagliate sono quelle che oggi si attorciglieranno su Fedez, come in una guerra tra galli in cui si chiede di parteggiare per il cantante o per Salvini, con Fedez o con la Rai, e infatti già scivolano le battute sulla Lamborghini, sui soldi, perfino sulla pubblicità visibile del marchio del suo cappellino.


Le domande giuste, invece, sarebbero da porre alla politica tutta, a destra e a sinistra, su un sistema che ottunde, ammortizza, diluisce tutto quello che deve passare in televisione, sulla televisione pubblica italiana, non tanto per censura ma più per una sorta di autocensura che tiene in piedi il carrozzone dell’informazione italiana in cui il primo obiettivo è quello di non incrinare relazioni che valgono molto più delle competenze per la propria carriera in Rai.

Qualcuno fa notare che non c’è stata censura poiché Fedez ha potuto comunque parlare [qui il testo integrale del suo discorso] ma si dimentica di osservare la cappa che sta sulla testa di quelli che, senza i mezzi e senza la potenza di fuoco, invece, non arrivano nemmeno allo scontro e si allineano.

Uscendo dalla diatriba tra Fedez e gli altri, allora, rimangono due punti fondamentali. Primo: che la televisione pubblica e la politica si siano adagiati su questa abitudine vigliacca di credere che i diritti vadano celebrati senza essere esercitati è la fotografia perfetta di un Paese senza coraggio.


Il Primo Maggio è la festa dei diritti ed è doveroso, ognuno secondo le proprie idee, esercitare e reclamare diritti. Altrimenti chiamatelo concerto e non ammantatelo di altri significati.

Secondo: che la politica ogni volta, ciclicamente, faccia finti di stupirsi di quel mostro che è la Rai, che la politica stessa ha creato, è un’ipocrisia intollerabile. Quello che accade a Fedez accade ai conduttori, ai giornalisti, ai collaboratori (ancora di più).

Un’azienda che ha dirigenti il cui merito è sempre quello di essere “diligenti” più che capaci è ovvio che vada a finire così e la responsabilità è tutta politica, è tutta della politica. Questa scena dei piromani che si disperano per l’incendio ce la potreste anche risparmiare, almeno per il gusto della verità e della dignità.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Libreria Ubik IBLA recensisce Nuovissimo Testamento

(fonte)I

l nuovo libro di Giulio Cavalli ci riporta a DF, il paese protagonista di “Carnaio”, il suo romanzo precedente che abbiamo avuto il piacere di presentare in libreria. Ora DF è diventato uno Stato, una nazione dove il virus più temuto sono le emozioni, dove un governo dispotico e autoritario userà tutti i metodi possibili per sopprimerle e non avere un popolo empatico difficilmente governabile.

Tutto inizia con un gesto, un cerchio sulla sabbia che Fausto Albini disegna senza accorgersene, forse un ricordo, una sensazione dentro di sé che non riesce a controllare, proprio lui a cui da bambino avevano insegnato a essere vuoto, a non sedersi ad ascoltare sé stesso né tanto meno gli altri, proprio lui che aveva cresciuto in un mondo dove i colori, la musica, i libri, l’arte, i sentimenti, tutto quanto era stato cancellato. Finisce così in ospedale, nel reparto dedicato a quelli che soffrono di disturbi della rotondità sentimentale, la stessa rotondità sentimentale su cui è fondata tutta la serenità del paese.

Fausto Albini allora scopre di non essere l’unica persona affetta da questi disturbi, e che non sono tutti rinchiusi a ricevere cure esperimentali utili a farli ritornare vuoti e ubbidienti come prima; ma che alcuni vivono le loro emozioni di nascosto. Capisce così di non volere più essere manipolato, e prova a far risvegliare l’empatia e l’amore in tutti i cittadini di DF. I suoi simili saranno però pronti e contenti di voler abbandonare questo annebbiamento emotivo?.

Giulio Cavalli ritorna a raccontarci nel suo nuovo libro la nostra contemporaneità portata all’estremo, perché DF mette insieme pezzi di mondi che ci sono già stati e che potrebbero tornare. Una critica verso una classe politica che cerca l’ottundimento delle persone, una riflessione sulla paura verso tutto quello che ci fa pensare e riflettere come la bellezza dell’arte e la cultura, un’analisi sulla distanza che intercorre tra il voler cambiare e il non avere sufficiente coraggio per farlo davvero: “[…] ed è facile, disse Fausto Albini, educare la gente al brutto, basta lasciarla cadere e poi farla strisciare e rassicurarla che è normale, educare alla bellezza significa aprire il cuore e farci entrare tutto dentro, come la bocca di una balena in fondo all’oceano, entra il bello certo, e ci entrano certi pezzi di vetro ed entra l’aria ispida ed entra tutto e non ci possono essere filtri nelle branchie di un popolo che ha disimparato a respirare”.

In un periodo in cui i nostri sentimenti sono stati e sono ancora limitati,  vi consigliamo di leggere questo libro e di praticare un po’ di fisioterapia sentimentale con la letteratura, come ci ha ricordato di fare l’autore negli ultimi giorni.

Buona lettura!

Libraia Susan

La libreria Colapesce su Disperanza

Giulio Cavalli (1977) è un attore, drammaturgo, scrittore e politico italiano milanese. Schieratosi apertamente contro le mafie, attraverso i suoi spettacoli, dal 2009 dopo numerose minacce e infine la confessione di un pentito vive sotto scorta. Disperanza è un romanzo crudele, figlio dei nostri tempi, che come una poraloid restituisce l’istantanea nitida di uno stato d’animo collettivo. Cos’è la Disperanza? Etimologicamente indica lo stato di chi è privo di speranza ma non ancora disperato. È una parola che ha in sé la sottrazione, la perdita e l’affievolimento graduale, la rinuncia. La disperanza può avvenire in seguito ad una malattia, alla perdita di una persona cara alla perdita di un amore o in seguito ad una delusione politica ma il motivo principale per cui la disperanza si materializza è il lavoro o la mancanza di esso. La nostra società ha creato un modello sovraccarico dove il lavoro prevarica la vita con una precarietà sempre più insidiosa. L’impossibilità di guadagnare abbastanza porta all’ accumulo di più mestieri, dunque allo sfiancamento e conseguentemente alla perdita di ogni entusiasmo, spesso alla depressione. Da quando la Pandemia ha travolto le nostre esistenze tutti questi aspetti si sono rafforzati aumentando il senso di incertezza, la transitorietà e l’impossibilità di progettare il futuro.L’autore raccoglie, tramite twitter, le storie di moltissimi utenti che raccontano il processo che li ha condotti alla disperanza: spesso la tranquillità si collega alla stabilità o alla temporaneità lavorativa.

Da leggere perché Disperanza non ci lascia mai oltrepassare il punto di non ritorno verso la disperazione ma è un invito a credere in se stessi, nelle piccole cose e nell’imprevedibile: di recuperare appunto la speranza.

(fonte)

Lillatrailibri recensisce Nuovissimo testamento

(fonte)

Si chiama empatia la capacità di sentire le emozioni degli altri, come se fossero proprie; la capacità  di vedere nell’altro se stessi, superando i limiti del narcisismo infantile e dell’individualismo egoista che ci allontana dai nostri simili. Donne e uomini empatici possono essere una minaccia per chi governa attento a conservare il potere con strumenti camuffati dai  colori della democrazia, ma di fatto dispotici e illiberali.

 È quanto accade nel paese di DF dove ai cittadini, appena nati, viene inoculato un vaccino che cancella la capacità di provare emozioni e sentimenti, sia  positivi che negativi. Donne e uomini  sono così condannati a diventare adulti incapaci di provare sentimenti, affetti,  ambizioni professionali;  senza  mai conoscere la bellezza  dell’arte, nelle sue molteplici espressioni, dalla pittura alla letteratura alla musica. Donne e uomini nel paese di DF sono automi incapaci di provare desiderio e volontà; sono monadi che vivono  immersi in un mondo grigio, colore declinato nelle diverse sfumature, costruito per soddisfare tutti i bisogni individuati attraverso algoritmi pensati per tutti gli aspetti dell’esistenza: dalla famiglia (matrimoni di durata quinquennale con partner imposti allo scopo di procreare altri automi sottratti alla nascita) al lavoro (assegnato sulla base di capacità manifestati fin dall’infanzia), allo sport (tristemente vissuto in palestre casalinghe organizzate dal potere).

“… La cucina dei classe cinque aveva i comuni elettrodomestici, frigorifero, forno, piano cottura cappa e anche un forno a microonde e una piastra per panini, tutti in formica grigia quattrocentoventidue tranne i profili che erano neri settecentoventisette, una stanza per l’esercizio fisico con una cyclette e un  tapis roulant e attrezzi e pesi verdi trecentosedici, la stanza per l’esercizio fisico era considerata una priorità dal governo di DF, l’esercizio fisico era fondamentale per garantire una perfetta rotondità affettiva che non cedesse alle sbavature di emozioni viatico di pazzia”.

È questo il mondo immaginato da Giulio Cavalli nel suo ultimo romanzo  (meritatamente segnalato  per concorrere al Premio Strega, ma, purtroppo, escluso dalla dozzina dei finalisti) che si legge d’un fiato, grazie anche ad una scrittura scorrevolissima, fondata su una sintassi che, spesso libera dalla punteggiatura, ci porta ad immergerci nella vita dei personaggi e a sentirne (empaticamente) il dolore e la delusione, la sofferenza e la scoperta, fino a svelarsi come metafora minacciosa del rapporto che lega governanti e governati, capaci di consegnare la loro libertà, volontariamente, per pigrizia o per vigliaccheria, al potere.

Un mondo indubbiamente distopico la cui costruzione richiama a “Fahrenheit 451” di Bradbury e “1984” di Orwell, ma che ci spinge a guardarci intorno, a riconsiderare il mondo in cui viviamo per non finire, al pari dei cittadini di DF, col consegnare la nostra libertà in nome di una sicurezza che, di fatto, si chiamerebbe schiavitù.

Palazzo Chigi val bene una messa: teatri chiusi, chiese aperte

L’immagine più lampante è la chiesa con un cinema accanto, a Fiorano Modenese, dove il parroco don Paolo, evidentemente illuminato nel ruolo di direttore artistico della santità, ha deciso di aprire il Cinema teatro Primavera per trasmettere in streaming la messa pasquale. Gente seduta, luci soffuse da cinema, schermo abbassato e proiezione della messa: a parte i popcorn c’erano tutti gli ingredienti di una normale proiezione di un qualunque film, una serata qualsiasi di quelle che ormai da un anno i vari Dpcm vietano in tutta Italia.

Ma il prete, incalzato dai giornalisti, ci ha spiegato che «il Dpcm vieta le attività teatrali e cinematografiche, ma noi non abbiamo fatto né l’una né l’altra. Quella sala non viene utilizzata come cinema da ormai 13 anni, non abbiamo neanche più la licenza: semplicemente l’abbiamo impiegata come salone perché non sapevamo come altro mettere a riparo i fedeli». Insomma, la messa vale, il cinema no.

Poiché le chiusure sono figlie di una precisa politica sanitaria di prevenzione sfugge prepotentemente il motivo per cui la circolazione del virus cambierebbe in base al contenuto proiettato. In fondo è lo stesso dubbio che attanaglia i lavoratori del teatro che operano nelle medesime condizioni delle liturgie che al contrario non si sono mai fermate: un palco lì dove c’è un altare, una platea di spettatori lì dove invece ci sono i fedeli e un distanziamento che potrebbe essere rispettato in una chiesa come in una qualsiasi sala teatrale.

Forse esiste una variante santa del virus di cui non ci hanno dato spiegazione o forse semplicemente la laicità che dovrebbe essere garantita dalla Costituzione si frantuma ancora una volta contro gli interessi lobbistici di una Chiesa che rivendica (purtroppo con successo) una superiorità morale rispetto a qualsiasi altra attività umana che si svolge su suolo italiano. Tornando per un secondo a Fiorano Modenese sarebbe da rivedere la faccia del sindaco Francesco Tosi che si è affrettato a dichiarare in difesa del prete che «tutte le norme sono state rispettate», riuscendo perfino a contravvenire le più elementari regole di logica oltre alle condizioni dei Dpcm.

Sui social circola ormai da un anno una battuta, mestamente rilanciata dai…

L’articolo prosegue su Left del 16-22 aprile 2021

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SOMMARIO

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Silenzio, sto leggendo recensisce Nuovissimo Testamento

(fonte)


“Nuovissimo Testamento” di Giulio Cavalli (Fandango): un romanzo dalla trama semplicemente geniale che apre a tantissimi spiragli di riflessioni, il più delle volte dal sapore agrodolce.
TRAMA – Un giorno qualsiasi Fausto Albini è sulla spiaggia, con un bastone disegna un cerchio, forse ha un ricordo e si sente male. Portato d’urgenza al Pronto Soccorso, viene ricoverato nel reparto dei Disturbi affettivi, quello per i cittadini di DF con problemi di rotondità sentimentale. Insieme a lui, Manlio Cuzzocrea che ha pianto per giorni senza un motivo, Andrea Razzone scoperto a leggere e Angelo Siani che sogna ossessivamente la madre che non ha mai conosciuto. Evidentemente, il sistema di DF – che prevede bambini tolti ai genitori, mogli a rotazione, nessuna aspirazione e nessuna libertà di scelta – non funziona più come un tempo. Di fronte all’aumento dei focolai di empatia incontrollata, il governo del presidente Bussoli nel chiuso della sua impenetrabile cittadella fortificata si dice preoccupato: è impossibile governare un popolo che prova paura e desideri, i casi di disturbi affettivi in aumento rappresentano un pericolo. Intanto a confermare a Fausto Albini l’esistenza delle emozioni sarà l’incontro con la dottoressa Anna Cordio che ha in carico il suo caso e per la quale sentirà un sentimento indicibile e proibito: l’amore. Quando Fausto e i suoi compagni si renderanno conto che dietro la mancanza di empatia potrebbe esserci un disegno politico, dall’ospedale partirà il primo nucleo della resistenza, il cui scopo è solo uno: liberare le emozioni, riportare nel mondo l’empatia, dare voce a un “nuovissimo testamento”, anche a costo di rimetterci la vita.

DF è una nazione calmierata da un vaccino infantile che permette “di eliminare l’empatia come elemento disturbante della democrazia”. Già perché “nel governo di DF avevano studiato a lungo il fatto che la mancanza di empatia fosse la garanzia più solida e importante per il mantenimento del potere e del governo”.
A DF sono stati eliminati tutti gli stimoli. Si usa il grigio, dopo aver abolito tutte le gradazioni di colore, ma sono stati vietati anche l’arte, i libri, i film, la danza, la musica; non esiste il gusto, i cibi vengono solo “ingoiati” seguendo una rotazione prestabilita, l’alcol viene somministrato in “comode compresse”; non c’è traccia di amicizia o di socialità, con mogli e mariti si procede “per turnazione” solo per riprodursi (i neonati poi venivano assegnati a un istituto genitoriale e inseriti in un rigido programma del governo; mentre gli anziani in strutture per il riposo dopo aver svolto il loro ciclo produttivo).
“Niente famiglia, ovviamente, la famiglia era nemica del governo di DF, la famiglia era il covo delle sensazioni e delle esperienze incontrollate. Non esistevano figli di, non esistevano padri di, non esistevano madri di, non esisteva nulla”.
È questo il Paese che ha immaginato Giulio Cavalli nel suo “Nuovissimo Testamento“. Un luogo descritto nei minimi dettagli, senza lasciare nulla al caso, e che spiazza continuamente il lettore per la sua logica irrazionalità.
Perché è assurdo come le considerazioni del presidente di DF possano sembrare ragionevoli e magari anche condivisibili, per poi rendersi conto che no, aspetta un momento, non è proprio questa la democrazia. Un concetto che ritorna, distorto eppure così familiare, anche nel finale.
DF funziona come un meccanismo perfettamente oliato, ma qualche stimolo riesce a scappare al controllo. “Maledetti tramonti diceva spesso il presidente Andrea Bussoli”.
È in una stanza del reparto dei Disturbi affettivi che si incontrano i protagonisti della storia e sarà un libro, introdotto illegamente, a far capire ad Andrea, Manlio e Fausto che c’è tanto altro oltre quello che vivono quotidianamente, che quell’empatia che “a DF era un delitto, in realtà sembrava il sale di una vita che fosse degna di essere vissuta, niente di immorale come invece gli avevano inculcato”.
Ovviamente all’inizio sarà una consapevolezza devastante, (“ogni parola immaginava una vita che smontava tutta quella che aveva vissuto fin lì, ingoiare un tubetto di colla che ti ferma tutti gli organi interni, uno squarcio di immaginazione che era troppa, era dolore”), così come sarà disastroso il loro primo tentativo di “fare aprire gli occhi” alle persone con l’aiuto di Bernadetta e dell’uomo “con la giacca di velluto”.
Ma questo gruppo di ribelli non si fermerà. Il finale, devo ammettervi, mi ha spiazzato. Non so cosa mi aspettassi, sicuramente non un banale “e vissero tutti felici e contenti”, ma speravo di non dover chiudere il romanzo con l’amaro in bocca come invece è successo. Non vi dico più nulla per evitare di anticiparvi troppo della trama.
Entrando nella struttura della narrazione, so che molti non riescono a trovarsi bene con uno stile come quello di Cavalli, in cui non c’è interruzione tra pensiero e dialogo, le pagine sono un continuo fiume di parole, fitte e serrate, ma credo che l’originalità e lo spessore di “Nuovissimo Testamento” debbano far crollare questa resistenza.
Magari all’inizio si avrà un po’ di difficoltà a entrare nel ritmo, ma una volta ingranato si avrà voglia di sapere cosa succederà ai protagonisti della storia e di continuare a ragionare insieme all’autore su concetti così importanti.
Giulio Cavalli ci parla di “vaccini” e di “empatia” probabilmente nel momento storico perfetto, in un periodo in cui abbiamo abusato di questi termini senza interrogarci più di tanto. La sua è una visione estrema che spaventa, ma che allo stesso tempo mette tutto nella giusta prospettiva. Senza edulcorare nulla, senza tratteggiare supereroi, solo esseri umani, nelle loro imperfezioni e nelle loro sfaccettature.
https://www.silenziostoleggendo.com/2021/04/09/recensione-nuovissimo-testamento-di-giulio-cavalli/

Senzaudio su Nuovissimo testamento

Gianluigi Bodi (fonte)

Da qualche anno a questa parte Fandango è una delle case editrici italiane che tengo d’occhio più volentieri quando si parla di narrativa italiana. Basterebbe citare il solo successo nel 2020 di Jonathan Bazzi per spiegare il motivo di questa mia attenzione, ma in realtà Bazzi è solo uno degli esempi più eclatanti. Lo stesso “Carnaio” di Giuliano Cavalli era stato un grandissimo colpo e, tornando ancora un po’ più indietro ricordo con estremo piacere “La case dei bambini” di Michele Cocchi. Una rondine non fa primavera, ma quando comincia ad intravedersi il profilo di uno stormo allora significa che la direzione è molto chiara.

Devo dire che la lettura di “Nuovissimo testamento” di Giulio Cavalli mi ha messo addosso un’angoscia che non provavo da un po’ se riferita ai libri. Un’angoscia che, per quel che mi riguarda, è un segnale chiaro che il libro ha toccato delle corde molto sensibili e che lo ha fatto con sapienza.

Ci troviamo all’interno dello stesso universo di “Carnaio”. Nella città di DF le emozioni sono tenute a bada, l’empatia è un virus da estirpare prima che faccia troppi danni. I colori sono elencati in base a un numero, sono studiati da apposite equipe perché non producano alcun ricordo nelle persone che li osservano. Gli stati d’animo sono misurati con una scala numerica, le strade non hanno nomi ma numeri, le dotazioni di ogni essere umano sono decise da un’apposita commissione così anche la dieta settimanale. I neonati vengono presi ai genitori e trattati farmacologicamente affinché vivano in una nebbia perenne. Gli uomini e donne vengono accoppiati in base alle classi di preferenza e ogni singolo aspetto della vita quotidiana è progettato per non produrre variazioni emotive. 

Se non mette angoscia un simile minuzioso controllo non so cosa possa farla. E anche se mi sembra di sentire le vostre obiezioni, anche se mi sembra di sentirvi dire che la società in cui viviamo non è poi tanto distante da quanto ho descritto, vi posso assicurare che “Nuovissimo testamento” di Giulio Cavalli dipinge un quadro claustrofobico molto vicino a una feroce dittatura. 

Come la vita che stiamo vivendo in questo momento ci ha insegnato, se a qualcosa diamo il nome di virus è pressoché impossibile controllare la sua diffusione. Ecco appunto che all’interno di DF qualcosa comincia a non funzionare come progettato. Un suicidio scombussola i piani alti, il leader Bussoli, già imbottito di tranquillanti decide che la situazione non può continuare a degenerare, che serve la mano forte. Mentre in un ospedale della città Fausto Albini, dopo aver visto la dottoressa Cordio per la seconda volta capisce di essersene innamorato. E nulla di tutto questo è compatibile con i modi bruschi ma silenziosi di chi governa DF.

“Nuovissimo Testamento” è un romanzo distopico che porta alle estreme conseguenze alcune delle situazioni che viviamo ogni giorno. La tensione al controllo si scontra con la necessità di libertà; il volere calato dall’altro sbatte contro il desiderio di essere unici. Soprattutto però mi è sembrato di cogliere la necessità di sfuggire all’integrazione in schemi e reti predefinite che hanno un’etica e norme di comportamento che lungi dal rendere quel luogo un posto più vivibile servono solo per inquadrare e rendere innocue le persone che ci vivono e ciò vale sia che si tratti di un luogo fisico che un luogo virtuale.

Il Pickwick su Nuovissimo testamento

(di Viviana Calabria, fonte)

Avvertenza: se fare i conti con la realtà vi provoca agitazione, non leggete questo articolo. E non leggete Nuovissimo Testamento di Giulio Cavalli.

Un giorno Fausto Albini disegna un cerchio nella sabbia, viene assalito da una sensazione, si sente male e viene ricoverato nel reparto Disturbi Affettivi nello Stato di DF.
Non è forse libertà essere scevri da ogni condizionamento e non avere pensieri laterali che irrompono durante la giornata?

Inutile prenderci in giro, la risposta è sì. A DF il governo non viene eletto ma imposto, e la carica di presidente si tramanda di generazione in generazione. Per rendere possibile la gestione di una nazione fatta di uomini, e quindi delle loro complessità ingestibili, si è trovato un modo per rendere piane le persone: cancellare il sentire. Tutto è regolamentato e deciso dal governo, dai colori di abiti, edifici, oggetti sono sempre più neutri perché possano passare inosservati fino al mestiere di ognuno e alla collocazione dei cittadini in classi con la possibilità di essere promossi o regredire in base al comportamento e alla redditività; e “se c’è qualcuno che dice che qui a DF costringiamo le persone a intraprendere il mestiere che decidiamo noi come autorità di governo significa che non ha capito come va il mondo, non ha capito che l’economia è la summa della politica perché significa incastrare i numeri, le nascite, i morti, gli uomini, le donne e i talenti in un quadro che non si può permettere di cedere in nessuno dei suoi lati”. Sono bandite le arti che da sempre creano rivoluzione, il pensiero libero e il libero arbitrio. Il gusto non esiste, gli alimenti cambiano ogni settimana secondo delle tabelle che indicano per ognuno il giusto fabbisogno giornaliero per sopravvivere. Non esiste il senso della famiglia, le coppie vengono formate in base a classe sociale e caratteristiche per un periodo di tempo, soltanto per riprodursi. I bambini nati vengono allevati dal governo. Gli anziani nascosti in strutture apposite sino alla fine dei loro giorni perché è di cattivo esempio vederli oziare. Il Paese deve solo produrre. Non esistono emozioni, non esistono domande. Non esistono bisogni.

Nel governo di DF avevano infatti studiato a lungo il fatto che la mancanza di empatia fosse la garanzia più solida e importante per il mantenimento del potere e del governo: se l’uomo non si riconosce tra simili non riesce a dare un nome ai propri bisogni. Un uomo che non riconosce i propri bisogni non possiede il vocabolario della democrazia.

I cittadini diventano un gregge mansueto che non ha contezza di vivere una situazione di dittatura. Il governo riesce a far presa su di loro perché si propone come un liberatore dal dubbio e dalla sofferenza derivanti dalle scelte che dobbiamo compiere ogni giorno, anche le più semplici come il pranzo o la cena, e dalla trattativa continua nelle relazioni. Il governo riesce a imporsi perché si professa vicino al cittadino, un risolutore e un facilitatore della loro vita e, di conseguenza, qualcuno che lavora per la felicità e la riuscita di ognuno. Ma mentre in DF riesce a farlo con un sotterfugio, un vaccino che viene iniettato di nascosto ai bambini e che addormenta il sentire e l’empatia, nella nostra società l’arma utilizzata è quella della propaganda attraverso la televisione, della paura, dell’omologazione, dei continui stimoli immediati e passivi che portano a considerare l’arte come un vezzo borghese noioso e inutile. La letteratura non ha attrattiva, il tempo è sempre più veloce e bisogna inseguirlo. 
Anche la nostra società punta a produrre: non decidono il nostro lavoro ma ci costringono fare delle scelte che seguano il mercato. Io me li ricordo gli articoli in cui si indicavano le professioni del futuro, le professionalità più ricercate e quelle umanistiche hanno sempre il numero in negativo.Possiamo aggiungere a tutto questo l’età pensionabile sempre più alta, la gavetta dei giovani sempre più lunga in attesa di qualcosa che non arriva e che neanche vogliamo ma ci troviamo a desiderare, l’odio di classe e le pubblicità sull’orologio biologico delle donne. Per fare solo qualche esempio banale.
A DF anche il linguaggio è condizionato e la socialità è condizionata. Ridotta ai minimi termini, solo qualche convenevole e battute di spirito con conoscenti, colleghi e moglie/marito assegnato. A DF le televisioni sono tanto più grandi quanto più è alta la classe di appartenenza. Indicativo di come questo mezzo abbia inciso su di noi e sul nostro modo di parlare e di pensare, così come sul rapportarci agli altri: molto spesso, troppo spesso, gli scambi tra persone riguardano proprio programmi televisivi come soap operatalk show e reality che entrano completamente nella nostra realtà. Creano una comunità. Superficiale. Tutto è viziato, qui e a DF, votato a rassicurare.
Ma in tutti gli Stati qualcuno sfugge alle regole. Nel romanzo le Brigate Sentimentali agiscono in segreto e spacciano di tutto: cibo, vestiti, musica e libri. Imporre delle novità che stridono con l’abitudine non sempre sortisce gli effetti sperati. A DF accade proprio questo perché “per costruire emozioni bisogna averne il vocabolario mentre i cittadini di DF sono analfabeti. Volete raccontare una bella storia a gente che non capisce la vostra lingua”.
Anche se oggi l’arte non è scomparsa, viene comunque considerata come non necessaria, da istituzioni e cittadini. Bisogna educare le persone, educarle al bello.

È facile, disse Fausto Albini, educare la gente al brutto, basta lasciarla cadere e poi farla strisciare e rassicurarla che è normale, educare alla bellezza significa aprire il cuore e farci entrare tutto dentro, come la bocca di un balena in fondo all’oceano, entra il bello certo e ci entrano certi pezzi di vetro ed entra l’aria ispida e entra tutto e non ci possono essere filtri nelle branchie di un popolo che ha disimparato a respirare.Permettetemi di dire che nelle arti non tutto rientra nel bello e rimanendo nell’ambito letterario, banalmente, ci sono i libri belli e i libri brutti. Educare al bello significa certo educare a riconoscerlo, a goderne, a stupirsi come riescono solo i bambini e come succede a Fausto Albini la prima volta che legge un libro in ospedale, di nascosto, scoprendo altri mondi altre idee, un altro possibile. Che poi è questa la forza della letteratura no?
A DF però chi mostra uno scostamento dalla rotondità affettiva, senza spigoli da smussare per creare spiragli dall’intorpidimento, viene descritto come malato, o ancora diverso. Le Brigate Sentimentali, una volta uscite allo scoperto, fanno notizia e sui giornali, anzi il giornale, si spreca inchiostro. Le loro foto vengono modificate per sembrare più scure, e loro più sinistri. Diventano altro. Questo altro è pericoloso, un terrorista, il colpevole su cui riversare tutta la rabbia. Perché a un certo punto il governo, per combattere le Brigate Sentimentali, decide di riportare la paura nei cittadini. Una paura illogica che viene instillata dall’alto e che porta al sospetto e istiga alla vendetta. Una paura che viene utilizzata per accrescere il potere del governo, salvatore dei cittadini. Una paura quindi del diverso e di qualcuno che vuole espropriare loro beni e benefici.Lo scostamento va risolto, curato nel senso più invasivo. Anche nascosto.
A me ricorda proprio la paura che fanno crescere in noi per chiunque non sia italiano o non sia bianco. Andando ad allargare la visuale, penso a come si nascondano le carceri, fuori dalla vista non esistono, non sono parte della città. Ma qui il discorso è ampio.
La scrittura di Giulio Cavalli è perfetta per un racconto così duro e lucido di una società che potrebbe diventare la nostra società se non ci diamo una svegliata. Estremizza situazioni esistenti con parole precise e mai strabordanti, enfatizza la ripetitività, l’aridità, la superficialità e l’inutilità di una vita volta alla produzione descrivendo minuziosamente le abitazioni tutte uguali o i colori bianchi e grigi segnalati da numeri per definire sfumature inesistenti. Sembra una scrittura pacata e piatta come la vita a DF e ma si avverte un movimento sotterraneo.
È una linfa che scorre inarrestabile quella dell’individualità, della libertà, della curiosità e dell’amore, in continuo mutamento e ricambio.
Però Giulio Cavalli ci frega. Ci parla di rivoluzioni ma anche di una società senza violenza e a cui tutti possono contribuire e in cui vivere con dignità. Siamo sicuri che, se ci fosse un referendum, voteremmo per l’arte, la violenza, la trattativa, la sofferenza e non per una calma piatta?
Chissà che il Nuovissimo Testamento non indichi una nuova venuta.

LuciaLibri su Nuovissimo testamento

Cavalli e gli uomini trasformati in macchine omologate

di Francesca Luzzio

Romanzo surreale e metaforico, “Nuovissimo Testamento” di Giulio Cavalli torna sui luoghi del precedente “Carnaio”, ovvero DF, terra che rappresenta, anche con iperboli, l’attuale società globalizzata, dove sono banditi emozioni, sentimenti e pensieri. Una lettura molto coinvolgente…

Nuovissimo testamento (290 pagine, 19 euro) di Giulio Cavalli, pubblicato da Fandango, è un romanzo iperbolico e metaforico, infatti con una vicenda surreale ci pone di fronte alla possibile realtà distopica del prossimo futuro, o meglio forse, per certi aspetti, già dei nostri tempi. Il lettore viene portato nel contesto socio-politico ed economico di DF, una terra che pur con le sue esagerazioni, rispecchia davvero alcune caratteristiche dell’attuale società globalizzata che, nel suo porre i potentati economici al di sopra di ogni valore, dirige in parte e, forse, ancor più dirigerà gusti e tendenze, annebbiando, come accade ai cittadini di DF, emozioni, sentimenti, sogni, trasformando così ogni essere umano in entità omologata, in semplice macchina operativa, aliena da gusti, tendenze e comportamenti autonomi.

Il vaccino contro il disturbo affettivo

Fausto Albini disegna un cerchio sulla sabbia e forse, preso da un ricordo, sta male. Portato al pronto soccorso, viene ricoverato tra i malati con disturbo affettivo, quel particolare malessere dal quale i cittadini vengono regolarmente resi immuni tramite vaccinazione, essendo essi di fatto destinati ad essere, sia a livello genetico che lavorativo, delle macchine di un ingranaggio socio-economico che controlla anche gli esseri umani, rendendoli a sua volta strumenti di quel processo produttivo di cui fanno parte, insomma macchine tra macchine destinate a lavorare e a riprodursi in una omologazione di vita che uguaglia e rende indistinti anche le cose più banali, quale potrebbe essere, ad esempio, la scelta o preferenza per un colore, infatti per tutte le macchine viventi «l’abbigliamento era grigio quattrocentoventiquattro, quello invernale, grigio quattrocentodue quello primaverile e quello estivo…» (cap.3, pag.21) e non solum sed etiam, la numerazione riguardava tutto, anche le macchine viventi, semplici numeri di un sistema in cui il processo e l’avanzamento economico rendono tutto statico ed immobile.

Un’apparente democratizzazione

Riusciranno i ribelli a far rivivere anche attraverso la lettura, emozioni, sentimenti e pensieri? Il referendum pare dire di no: in fondo vivere come macchine può anche piacere, se libertà, amore, rabbia, odio, pur nel loro carattere antitetico, comportano sempre responsabilità, coscienza morale ed operativa. Eppure qualcosa sembra cambiare nel sistema attraverso un’apparente democratizzazione, ma tutto di fatto resta com’era. Come nella DF di un precedente romanzo di Giulio Cavalli, Carnaio (ne abbiamo scritto qui), chi non si adatta diventa straniero e chi è straniero diventa un impiccio, anche se un’ora prima era moglie, figlia… Solo così è possibile gestire la situazione:  con l’isolamento ed inventandosi nuove grottesche regole.

Il mondo che verrà o che già è

A lettura conclusa, viene spontaneo chiedersi se il romanzo può considerarsi simbolo o allegoria di tante dittature che, a prescindere dall’identità politica ed ideologica, hanno caratterizzato o caratterizzano alcuni stati, ma il simbolo è intuitivo, alogico, l’allegoria presuppone la ragione e al romanzo di Giulio Cavalli è sicuramente ascrivibile la seconda non solo per il contenuto perché l’opera sembra anticipare il mondo che verrà o, che forse,  di fatto già è, grazie anche alla tecnologia informatica che ha favorito modelli di produzione e consumi sempre più uniformi e convergenti, ma anche per il titolo che attraverso l’attributo al superlativo, sembra alludere alla “dittatura democratica” che, grazie alla rivolta, seppur perdente, alla fine sembra instaurarsi ai DF.

Visione fantastica e paradossale

Tanti scrittori hanno affrontato il tema della globalizzazione, ma dandone soprattutto una visione storico-economica, basta ricordare Storia d’impresa di F.Amatori e A. Colli, La globalizzazione intelligente di D. Rodrik, Identità perdutadi Colin Cronah, etc…, ma nessuno ne propone una visione insieme fantastica e paradossale come Nuovissimo testamento di Giulio Cavalli e, proprio per questo, coinvolge talmente il lettore da non fargli notare lo spostarsi delle lancette dell’orologio verso orari inconsueti per la lettura. Lo stile dell’opera, pur nella pregnanza lessicale che lo caratterizza, rivela un uso inadeguato della punteggiatura, soprattutto nella proposizione del discorso diretto; forse trattasi di un surrealismo formale, che tende a riproporre quello del contenuto, che, pur nella sua valenza allegorica, non cessa di apparire tale al lettore.

Il Sud Online su Nuovissimo testamento

di Idamaria Marini (fonte)

“Aveva riso, quella volta, di quell’immaginazione così infantile e già allora si era preoccupato di aver sorriso. Gli era ricapitato di sorridere e non aveva mai avuto il coraggio di dirlo a nessuno.”

Fausto Albini, in una giornata come tante altre, disegna un cerchio sulla sabbia con un ramo spezzato e ha un malessere per cui viene portato in PS e viene ricoverato nel reparto Dei Disturbi Affettivi quello dove vengono trasferiti tutti i cittadini di DF con problemi di rotondità sentimentale. Li incontra alcuni personaggi che si riveleranno fondamentali per il romanzo: Manlio Cuzzocrea che ha pianto per giorni interi senza motivo, Andrea Razzone scoperto a leggere dei libri di nascosto e Angelo Siani che sogna ogni notte la madre che non ha mai conosciuto.

“quello era il reparto di chi non ha nessuna malattia fisica verificabile, che ne so, disse, un osso rotto o una valvola del cuore che non funziona, qui è dove ci mettono a noi che siamo mezzi matti, che abbiamo avuto pensieri da non avere, ci bombardano di farmaci e cercano di metterci a posto con il cervello”.

É allarme!! Il sistema DF, che prevede bambini sottratti ai loro genitori, mogli a rotazione, pasti stabiliti, colori vietati, lavori imposti, divieto di scelta e libertà, probabilmente non funziona più. Il governo di DF, nella persona del presidente Bussoli, è molto preoccupato. Governare un popolo che inizia a provare emozioni è diventato pericoloso e bisogno correre ai ripari.

Fino a quel momento tutta la gestione della popolazione era resa possibile grazie al VACCINO inoculato ai neonati.

“Come? Con un semplice additivo mischiato ai vaccini tradizionali che permetteva per il resto della vita la scomparsa dell’empatia o, se non proprio la scomparsa, altrimenti le persone sarebbero diventate sassi difficili da rendere produttivi, un ottundimento che le rendeva docili alle imposizioni e facili a regolamentare come un gregge mansueto che scollina in fila indiana”.

Fausto Albini, grazie all’incontro con la dr.ssa Anna Cordio che avrà un ruolo di rilievo in tutta la storia, ha la conferma che le emozioni esistono ed esiste l’amore, quello che si legge nei libri, libri che sono sempre stati vietati dal sistema DF e che rappresentano la salvezza e la liberazione.

“e fu quello l’istante, un istante fondamentale per la storia che si racconta, in cui Andrea Razzone raccontò a Fausto Albini che esistevano testi che raccontavano di altri mondi e che raccontavano  vicende che avevano un inizio e una fine, che si chiamavano libri e che raccontavano di coppie innamorate che non riescono ad amarsi o di amanti che non sono più capaci di innamorarsi una mattina, di coppie che stanno insieme anche per tutta la vita senza nessuna turnazione, e di foreste che non erano deliberate da nessun governo ma s’eran fatte dei semi che nei secoli aveva portato il vento, e di commozione che è un sentimento che fa sgorgare lacrime e tremare il cuore, di rabbia inconsulta, una rabbia con la voglia di spaccare e di fiducia nel credere che domani possa essere un giorno migliore e di cambiamento, di cambiamenti dettati da gente che decide di cambiare senza chiedere il permesso…”

Quando Fausto e i gli altri personaggi si rendono conto che dietro c’è un disegno politico, iniziano a creare un nucleo di resistenza con l’obiettivo di ridare voce alle emozioni, all’empatia e alla libertà.

Giulio Cavalli, con una maestria senza precedenti, ci porta nuovamente nel mondo di DF, già esplorato nel “Carnaio” con cui nel 2019 ha vinto il premio Selezione Campiello. Con questo libro ci racconta una Società castrante, che limita oltre misura la libertà degli individui e i loro sogni rendendoli tutti il più “omologati” possibile per poter avere la capacità di controllarli e gestirli al meglio.

Una scrittura con poca punteggiatura, con i dialoghi che si susseguono senza pause o virgolette: un flusso di emozioni che non riesce ad esplodere.

Nuovissimo testamento è stato definito un romanzo distopico con il quale si entra immediatamente in sintonia facendovi toccare delle corde inespresse e arriverete a comprendere il vero valore dell’empatia.

Lunedì 5 aprile alle 21.00 circa il Circolo Della Lettura Barbara Cosentino di Roma vi aspetta.

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