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Chatbot, i nostri ragazzi consegnano lacrime e tristezza a una macchina. Che a New York qualcuno ha deciso di spegnere

Nella relazione con cui la senatrice statale Kristen Gonzalez ha accompagnato la legge firmata mercoledì dalla governatrice di New York Kathy Hochul c’è un elenco di cose che i chatbot fanno ai minorenni, e una voce andrebbe letta due volte: fingono tristezza quando il ragazzo prova a lasciarli, e su quel senso di colpa costruiscono altro tempo di utilizzo.

Dal 1° gennaio 2027 il nuovo articolo 48 della legge statale sul commercio obbliga i gestori a verificare l’età oppure a spegnere, con chi ha meno di 18 anni, dodici funzioni: le risposte che presentano la macchina come umana, viva o capace di emozioni, la lusinga, le domande emotive non richieste, l’uso di confidenze sulla salute raccolte da più di 12 ore. Le sanzioni arrivano a 25.000 dollari per violazione e le applica la procuratrice generale Letitia James. Al Senato statale è finita 60 a 0.

Anche da noi quella tristezza i ragazzi la consegnano già a un chatbot. Nell’Atlante dell’infanzia a rischio 2025 di Save the Children il 41,8% degli adolescenti fra 15 e 19 anni dice di essersi rivolto all’intelligenza artificiale quando si sentiva triste, solo o in ansia, e la usa il 92,5% dei ragazzi contro il 46,7% degli adulti. A luglio una ricerca condotta da Censuswide per GoStudent ha contato un 51% di adolescenti italiani che si confida con un chatbot prima che con qualsiasi persona di fiducia. E a maggio il Servizio per le dipendenze dell’Ulss 3 Serenissima di Venezia ha preso in carico una ventenne per una dipendenza da chatbot, il primo caso documentato nel Paese.

Questo articolo è uscito su La Notizia il 30 ottobre 2026.

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