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Giulio Cavalli per brevità chiamato artista

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Rimpatri Ue, il Parlamento europeo vota la svolta trumpiana sulla migrazione

Il 27 gennaio 2017, tre giorni dopo la prima inaugurazione di Donald Trump, Manfred Weber, presidente del gruppo del Partito Popolare Europeo al Parlamento europeo, scrisse su Twitter una frase destinata a fare il giro del continente: «Noi non costruiamo muri, vogliamo costruire ponti». Era il tempo in cui l’Unione europea si presentava come argine alla barbarie, rifugio del diritto internazionale, custode di quella tradizione umanista che aveva reso la distinzione tra rifugiati e migranti – almeno nell’autonarrazione – qualcosa di diverso dall’America del muro col Messico.

Quel tempo è finito. Ieri sera la commissione Libertà civili del Parlamento europeo ha votato la propria posizione sul regolamento rimpatri proposto dalla Commissione von der Leyen un anno fa. Non è cambiato solo il voto: è cambiata la grammatica.

Il testo che il Ppe ha portato al voto con l’appoggio dei gruppi sovranisti prevede centri di detenzione extraterritoriali – i return hubs – in paesi con cui il migrante non ha alcun legame, tempi di trattenimento prolungabili oltre i due anni anche per i minori, misure investigative che autorizzano la polizia a entrare nelle abitazioni private, nelle chiese e nei rifugi. Amnesty International li chiama «centri di deportazione off-shore». Picum, la piattaforma europea per i migranti privi di documenti, parla di un «libretto di istruzioni» copiato dall’Amministrazione Trump. Equinox Initiative for Racial Justice dice che la profilazione razziale «diventerà indiscriminata una volta adottata questa legge».

Questo articolo è uscito su La Notizia il 9 marzo 2026.

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