Morire di lavoro, 840mila vittime all’anno nel mondo: i dati dell’Organizzazione internazionale sui rischi psicosociali e la situazione in Italia
Ottocentoquarantamila morti all’anno. Vittime silenziose del lavoro, senza infortuni visibili, senza notizie in cronaca: morti per orari che non finiscono mai, per un capo che umilia, per un contratto che scade ogni tre mesi. L’Organizzazione internazionale del lavoro ha pubblicato il suo primo rapporto mondiale sui rischi psicosociali, “L’ambiente di lavoro e gli aspetti psicosociali. Sviluppi globali e percorsi per l’azione”, e il numero che apre il documento è quello: 840.088 decessi ogni anno riconducibili a tensione lavorativa, mobbing, precarietà, orari prolungati oltre le 55 ore settimanali, squilibrio tra sforzo e ricompensa. Malattie cardiovascolari, depressione, suicidio. Il lavoro che ammazza senza lasciare tracce visibili.
Quarantacinque milioni di anni di vita persi ogni anno. Una perdita economica stimata all’1,37 per cento del Pil mondiale. Per la prima volta l’OIL costruisce una contabilità di ciò che il sistema produttivo scarica sui corpi e sulle menti di chi lavora. Il 35 per cento dei lavoratori nel mondo supera le 48 ore settimanali. Il 23 per cento ha subito almeno una forma di violenza o molestia durante la propria vita lavorativa.
Questo articolo è uscito su La Notizia il 30 aprile 2026.
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