Ddl Caccia, primo via libera della Camera. Sullo sfondo dello scontro tra Lollobrigida e il “burocrate” Ue
«Una lettera di un burocrate». Così Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, ha liquidato i rilievi della Commissione europea sul ddl 1552, rispondendo al Question time al Senato il 14 maggio alla senatrice Gisella Naturale (M5S). Il burocrate è Bruxelles, la lettera è del 18 dicembre 2025, e contesta punto per punto la riforma della caccia. È rimasta chiusa in un cassetto per mesi, finché non l’hanno scovata le associazioni.
Ieri il Senato ha approvato il ddl, prima firma Lucio Malan (FdI), che riscrive la legge 157 del 1992 sulla tutela della fauna selvatica: 87 sì, 58 no, e il testo passa alla Camera. Venti articoli per allungare i calendari, allargare le specie e i luoghi dove si spara. E per togliere di mezzo chi misura le conseguenze.
Il cuore tecnico della riforma sta in una riga: il parere dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, passa da vincolante a consultivo. Da presidio a suggerimento. Lo si affianca al Comitato tecnico faunistico-venatorio, dove siedono pure le rappresentanze dei cacciatori. Così chi deve dire se una specie regge il prelievo finisce a decidere insieme a chi quel prelievo lo pratica. Il rovesciamento è anche lessicale: la legge passa dalla “protezione” alla “gestione” della fauna, e il cacciatore diventa un “bioregolatore”.
Questo articolo è uscito su La Notizia il 23 giugno 2026.
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