Vai al contenuto

Gesù palestinese? È antisemitismo. Al corso con l’Ucei per le forze dell’ordine, il boicottaggio verso Israele paragonato alle leggi razziali del 1938

Sulla piattaforma Sisfor, dove si formano online le forze dell’ordine, ci sono dai primi di dicembre 2025 due corsi sull’antisemitismo fatti con l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei) e pagati dall’Unione europea, e chi li segue impara, secondo l’inchiesta di Ludovica Jona su Altreconomia, che il boicottaggio delle università e dei prodotti di Israele è come le leggi razziali del 1938. Secondo InsideOver fra gli esempi proposti agli agenti c’è perfino la frase “Gesù era palestinese”. In divisa, a lezione di teologia.

Nel video a spiegarlo è Noemi Di Segni, allora presidente dell’Ucei, e il ragionamento riportato da InsideOver è che associare Gesù al popolo palestinese significhi riattualizzare l’accusa di deicidio per scaricarla sul conflitto di oggi. Tesi da convegno. Solo che arriva come istruzione a chi in strada deve decidere se un cartello in corteo è un crimine d’odio, e Amnesty International, citata da Altreconomia, parla del rischio di un effetto raggelante sul dissenso legittimo, che è il modo educato per dire paura.

I numeri del Cdec

Il rapporto annuale sull’antisemitismo in Italia lo scrive la Fondazione Cdec, Centro di documentazione ebraica contemporanea, per l’Ucei e per il Kantor Center dell’Università di Tel Aviv, e ogni tre mesi il Cdec scrive anche un rapporto per l’Ucei e per l’Oscad, l’osservatorio della Polizia di Stato sulle discriminazioni. Il rapporto sul 2025 usa la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra) e conta 963 episodi su 1.492 segnalazioni: quasi il 70 per cento, secondo i conti di Altreconomia, è classificato come legato a Israele.

Fra quei 963 c’è un post del 22 agosto 2025 in cui l’ex deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista metteva la foto dell’ex capo dell’intelligence militare israeliana Aharon Haliva accanto alla frase “Devono morire 50 palestinesi per ogni israeliano, anche i bambini” e sotto ricordava i 10 italiani uccisi dai nazisti alle Fosse Ardeatine per ogni soldato morto in via Rasella. Haliva l’aveva detto davvero, in registrazioni che la tv israeliana Channel 12 ha trasmesso nell’agosto 2025 e che lui ha confermato. Per il Cdec è antisemitismo. L’Ihra del resto mette fra i suoi esempi il paragone tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista, così il generale che teorizza la rappresaglia resta cronaca estera e chi gliela rinfaccia con la storia d’Italia finisce in statistica.

Dal corso alla legge

Alla Camera è partita la discussione generale sul disegno di legge della Lega contro l’antisemitismo, approvato dal Senato il 4 marzo con 105 sì, e il voto finale una data ancora non ce l’ha. L’articolo 1 adotta la definizione Ihra “compresi i relativi indicatori” e fra quegli indicatori ci sono esattamente l’accusa di deicidio usata per caratterizzare Israele e il paragone con i nazisti, cioè le due griglie con cui il corso legge Gesù e il Cdec legge Di Battista. Il resto lo fanno gli articoli 3 e 4. Il primo porta la formazione sull’antisemitismo dentro Forze armate, polizia, prefetture e magistratura, il secondo affianca al Coordinatore nazionale un Gruppo tecnico che lo aiuta a scrivere la Strategia nazionale e in cui accanto alla Presidenza del Consiglio e a 6 ministeri siedono per legge l’Ucei, l’Unione giovani ebrei d’Italia e il Cdec. Voci ebraiche critiche verso il governo israeliano, nell’elenco, nemmeno l’ombra.

L’Ucei ha difeso il testo spiegando che non introduce alcun divieto di critica allo Stato di Israele. Eppure il corso firmato con la stessa Ucei insegna agli agenti a trattare il boicottaggio di protesta contro le politiche del governo israeliano come un revival del 1938. Con la legge in vigore quella griglia diventa definizione dello Stato e l’agente che in corteo ferma uno striscione su Gesù palestinese sarà legittimato dal timbro della Repubblica.

L’articolo Gesù palestinese? È antisemitismo. Al corso con l’Ucei per le forze dell’ordine, il boicottaggio verso Israele paragonato alle leggi razziali del 1938 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Elettori sempre meno, partiti sempre meno: la legge che sigilla la frattura

Che la legge elettorale della destra sia una truffa ormai lo sappiamo bene. Solo che è anche un termometro, e misura due distanze. La prima distanza è quella con gli elettori, che alle politiche del 2022 si sono fermati al 63,9%, il minimo della storia repubblicana, e che con liste bloccate e premio abnorme rischiano di diradarsi ancora, come hanno scritto 158 costituzionalisti in un appello…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Omnibus X, la lista dei pesticidi ne mirino dell’Ue: l’Italia chiedeva più tolleranza, il Consiglio Ue l’ha accontentata

Al ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste il 30 aprile il ministro Francesco Lollobrigida aveva davanti il commissario europeo per la Salute e il Benessere animale Olivér Várhelyi e un problema vero, le importazioni in Europa con residui di pesticidi vietati ai nostri agricoltori, e per risolverlo ha imboccato la scorciatoia: se Bruxelles lascia passare quei prodotti allora li considera sicuri, quindi «per coerenza, si dovrebbero rimuovere i divieti anche in Europa». Le cronache l’hanno archiviata come una provocazione. Cinque mesi dopo somiglia a un programma di governo.

Ieri gli ambasciatori dei 27 hanno chiuso il mandato del Consiglio Ue sull’ultima parte di Omnibus X, il pacchetto di “semplificazione” su alimenti e mangimi presentato dalla Commissione il 16 dicembre 2025. Le sostanze attive a basso rischio avranno approvazioni senza scadenza, tutte le altre sostanze arriveranno a 15 anni per la prima autorizzazione e a 25 per i rinnovi, e il Consiglio rivendica pure di averne conservato il grosso. In cambio affida all’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) una rassegna periodica della letteratura scientifica, e intanto le sostanze restano sul mercato. Secondo PAN Europe, la rete europea contro i pesticidi, nel pacchetto sopravvivono anche la tolleranza prolungata dopo un divieto e le deroghe allentate.

La lista di luglio

Solo che il governo a quel tavolo è arrivato con la lista già scritta. L’11 luglio 2025 l’Italia ha firmato insieme ad altri sei governi, Ungheria e Polonia comprese, una nota al Consiglio Agricoltura che esprimeva pieno sostegno alla semplificazione e chiedeva nero su bianco un periodo di transizione più lungo per smaltire anche le scorte delle sostanze messe al bando, oltre a un uso più largo dell’articolo 4(7) del regolamento 1107/2009, quello che consente approvazioni temporanee in deroga quando mancano alternative. Cinque mesi dopo, la proposta della Commissione allungava fino a tre anni la tolleranza per i prodotti vietati dove mancano alternative e allargava le deroghe. Del resto nell’ottobre 2023, al primo voto sul rinnovo decennale del glifosato, Roma aveva detto sì, salvo astenersi in appello.

Quello che scorre nei fiumi

Conviene seguirlo, quel glifosato. L’ultimo rapporto nazionale sui pesticidi nelle acque dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, sui dati del 2021 ha trovato concentrazioni oltre i limiti di legge nel 28,3 per cento dei 1.997 punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 6,8 per cento dei 2.867 punti delle falde, e fra le sostanze che sforano più spesso c’è proprio il glifosato con il suo prodotto di degradazione. Il glifosato a cui Roma aveva detto sì è lo stesso che sfora nei fiumi, ed è questa l’acqua di un ministero che porta la sovranità alimentare nel nome.

Al governo l’hanno scritto in ogni forma. A febbraio 11 associazioni, fra cui l’Isde (Associazione medici per l’ambiente), hanno chiesto ai ministri di Agricoltura, Salute e Ambiente di “respingere integralmente” il pacchetto. A settembre i presidenti dell’Isde e dell’Associazione culturale pediatri hanno scritto agli stessi ministri e agli eurodeputati italiani, come ha raccontato Eunews, mentre il 17 settembre più di 500 scienziati e medici di tutta Europa hanno chiesto al Parlamento europeo di fermare l’esame finché non arriverà una valutazione d’impatto indipendente. La lettera l’ha promossa l’ecotossicologa di Leida Martina Vijver, che ricorda come i pesticidi ormai si trovino ovunque, fino al sangue e alle urine.

I divieti per ora restano dove sono. Il ministro intanto vede arrivare qualcosa di più comodo: autorizzazioni fino a venticinque anni fra un rinnovo e l’altro e, se il Parlamento ci sta, i prodotti già banditi lasciati per qualche stagione in più nei magazzini, e nei campi. Coerenza, appunto.

L’articolo Omnibus X, la lista dei pesticidi ne mirino dell’Ue: l’Italia chiedeva più tolleranza, il Consiglio Ue l’ha accontentata sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

L’Idf mette in dubbio le fonti di Naza, per le sue basta la parola

Mohammed Abdel Aziz al-Najjar aveva 38 anni, conduceva programmi religiosi per Holy Quran Radio e, secondo il ministero degli Affari religiosi di Gaza citato da The New Arab, preparava un servizio sul Corano quando mercoledì un drone israeliano lo ha ucciso ad al-Mawasi, vicino a Khan Younis. Giovedì mattina l’esercito israeliano ha fatto sapere che al-Najjar era un membro dell’ala militare di Hamas e che era entrato in Israele il 7 ottobre. Fine della verifica.

La stessa mattina il portavoce dell’esercito ha pubblicato la risposta a “NAZA”, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor presentato a Venezia il 10 settembre, dieci pagine secondo AGI e Italpress in cui ai registi si rimprovera che i testimoni sono anonimi e che gli attacchi del film restano senza obiettivo, data, luogo e vittime, cioè impossibili da verificare. Per i propri attacchi l’esercito usa un altro metro. Nelle stesse dieci pagine scrive che di norma i soldati non sono presenti dove l’esercito colpisce dal cielo e che la sua capacità di verificare le notizie sulle vittime “è limitata”. Su al-Mawasi, insomma, vale la sua parola.

Un anno fa, la sera del 1 ottobre 2025, la Marina israeliana cominciava ad abbordare le barche della Global Sumud Flotilla, e oggi Wael Naouar e altri tre organizzatori tunisini della Flotilla sono detenuti senza processo nel carcere di Mornaguia da marzo. Il documento dell’esercito attribuisce intanto l’accusa di genocidio a una “campagna politica internazionale” e sostiene che l’intento è un intento mai esistito, mentre il 16 settembre 2025 la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza e la prova diretta di quell’intento l’ha trovata proprio nelle dichiarazioni delle autorità israeliane.

L’articolo L’Idf mette in dubbio le fonti di Naza, per le sue basta la parola sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Una Nato dentro la Nato, il Pentagono si fa la sua Alleanza: sei invitati da Washington, gli altri restano in corridoio

A Bergen, sulla costa occidentale della Norvegia, a giugno Elbridge Colby, sottosegretario alla Guerra per la politica del Pentagono, ha radunato sei alleati scelti uno per uno, Norvegia, Svezia, Finlandia, Polonia, Germania e Paesi Bassi, e poi ha spiegato sui social che erano quelli “pronti a passare alle cose pratiche”. Il mese prossimo il gruppo si ritrova in Polonia, ha scritto ieri Politico citando sei diplomatici, e la porta resta chiusa per Regno Unito, Francia e i tre Paesi baltici. Dentro la Nato adesso c’è una Nato più piccola. La lista degli invitati, che nessuno ha mai votato, la compila Washington.

Lo chiamano già Bergen Group e chi siede al tavolo giura che serva a portare idee all’Alleanza intera. Solo che arriva dopo mesi di minacce messe per iscritto: ad aprile Politico aveva rivelato che la Casa Bianca teneva una specie di lista dei buoni e dei cattivi per punire chi aveva negato il proprio appoggio alla guerra all’Iran, e nello stesso mese la Reuters aveva raccontato una mail interna del Pentagono che fra le opzioni metteva perfino la sospensione della Spagna dalla Nato.

Il copione l’aveva recitato a dicembre Pete Hegseth, segretario alla Guerra (così a Washington hanno ribattezzato la Difesa), dal palco del Reagan National Defense Forum: gli «alleati modello» come Israele, Corea del Sud, Polonia, «sempre di più la Germania» e i Baltici avrebbero ricevuto «il nostro favore speciale», gli altri avrebbero affrontato «conseguenze». Dieci mesi dopo i Baltici aspettano fuori e la Corea del Sud, come ricorda Politico, si è vista ridimensionare un’esercitazione congiunta mentre Donald Trump si lamentava del suo rifiuto di unirsi alla guerra. Gli alleati modello durano una stagione.

Una Nato (smart) dentro la Nato: il registro di classe

Il criterio dichiarato è la spesa militare, e qui il registro si compila da solo. Secondo le stime che la Nato ha pubblicato a luglio per il vertice di Ankara, nel 2026 la Lituania spende per la difesa in senso stretto il 5,33 per cento del prodotto interno lordo, l’Estonia il 5,1, la Lettonia il 4,92: sono i primi tre dell’Alleanza, cioè proprio i tre lasciati fuori. La Germania, che siede a ogni riunione, nelle stesse tabelle Nato sta al 2,69 per cento. «Facciamo tutto quello che ci viene chiesto», ha detto a Politico il funzionario di un Paese escluso, «stiamo cercando di capire quali siano i criteri». La Casa Bianca ha taciuto e il Pentagono ha rifiutato di commentare: i criteri, evidentemente, si spiegano solo ai promossi.

Il premio per chi cede

Il caso più istruttivo è la Danimarca: per mesi Trump ha preteso di annettersi la Groenlandia, poi il 22 settembre a margine dell’Assemblea generale dell’Onu Copenaghen ha firmato l’accordo che dà agli Stati Uniti nuove aree militari a Narsarsuaq e Mestersvig, e adesso, secondo una fonte sentita da Politico, potrebbe entrare nel club. Trump l’ha chiamato “un sogno che si avvera” e ha promesso due grandi basi. La tessera insomma si paga in basi.

Qui da noi conviene leggere bene l’elenco, perché l’Italia nella lista non c’è. Le stime della Nato ci danno al 2,1 per cento, appena sopra la vecchia soglia del 2. A fine marzo il governo aveva negato a un bombardiere americano l’atterraggio a Sigonella, salvo poi affidare a una nota di Palazzo Chigi la precisazione di agire “nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti”. Se sia questo il motivo dell’esclusione nessuno lo dice, perché a Washington nessuno spiega niente. Mezzo no e mezza scusa: il voto in condotta di chi vuole piacere a tutti.

A Bergen le sedie erano sei. In Polonia potrebbero diventare sette e a scegliere gli ospiti resta lo stesso Colby che ha voluto l’iniziativa. In corridoio, ad aspettare un criterio, restano i tre Paesi che in proporzione spendono di più e uno dei dodici che nel 1949 la Nato l’hanno fondata.

L’articolo Una Nato dentro la Nato, il Pentagono si fa la sua Alleanza: sei invitati da Washington, gli altri restano in corridoio sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Otto miliardi di tassa invisibile mentre il governo ci parla di centesimi alla pompa

Ormai l’abbiamo letto tutti dappertutto: 17 centesimi al litro, circa 8,5 euro su un pieno da 50 litri, è il tetto che Eni ha messo da lunedì su benzina e gasolio. Ci abbiamo costruito sopra titoli e mappe dei distributori, il governo ha sculettato. Poi ieri l’Istat ha stimato l’inflazione di settembre al 4,2%, il livello più alto dal 2023, e l’Unione nazionale consumatori l’ha tradotta in 1.108…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Curriculum scartati dall’Intelligenza artificiale: per assunzioni e licenziamenti non si può fare, nella fase preliminare alla selezione sì

Il curriculum, ormai, si scrive per un presunto lettore che non lo leggerà perché non esiste. Lo dice un sondaggio di MyPerfectResume, rilanciato in Italia da ilCVperfetto, su 1.000 responsabili delle assunzioni negli Stati Uniti interpellati a marzo: per il 65% di loro l’intelligenza artificiale scarta candidature prima che le guardi una persona, e il 14% racconta che ne elimina più della metà. Il 47% ammette che la macchina può aver scartato proprio le persone che avrebbe voluto incontrare a un colloquio. Lo sanno, insomma.

Il 51% la usa anche per individuare i candidati “a rischio”, cioè chi cambia spesso lavoro o ha un periodo di inattività nel curriculum, e così un buco nel percorso diventa un indizio di inaffidabilità. Il sondaggio lo firma chi vende curriculum costruiti per superare questi filtri e va letto con prudenza, solo che i numeri somigliano a quelli di Harvard di cinque anni fa. E il tema è molto più politico di quanto sembri di primo acchito.

Curriculum scartati: un iter che in magazzino nessuno accetterebbe

Nel 2021 la Harvard Business School e la società di consulenza Accenture hanno interrogato oltre 2.250 dirigenti di Stati Uniti, Regno Unito e Germania sui software che filtrano le candidature.

L’88% ammetteva che quei programmi scartano candidati qualificati per i ruoli di alto profilo, il 94% per le mansioni intermedie, e il meccanismo è elementare: il software confronta le parole del curriculum con quelle dell’annuncio, e chi descrive le stesse competenze con parole diverse sparisce. Il 48% di chi li usava scartava in automatico, per le mansioni intermedie, chi aveva un buco di oltre sei mesi, anche se dietro c’era una gravidanza difficile o un familiare da accudire.

Nel rapporto, firmato fra gli altri da Joseph Fuller, si legge una frase che andrebbe appesa in ogni ufficio del personale: nessuna azienda tollererebbe un tasso d’errore simile nella logistica o nella catena di fornitura. Invece sulle persone sì. Del resto, spiegano gli autori, quei software nascono per risparmiare tempo e denaro.

La precisazione del 4 agosto

Qui da noi il divieto, sulla carta, c’è. Il decreto attuativo della legge 132 del 2025 sull’intelligenza artificiale, approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri presieduto da Giorgia Meloni il 4 agosto, vieta di affidare soltanto a un software le decisioni sul rapporto di lavoro, dall’assunzione al licenziamento, e rende nullo il licenziamento deciso così.

Solo che nel testo finale il governo ha aggiunto una precisazione: la ricerca e la selezione delle candidature “non rientrano” fra le decisioni finali, “anche quando comportino la mancata ammissione alle fasi successive”. Tradotto: il software che ti scarta prima del colloquio resta fuori dal divieto.

La precisazione ha un precedente. Il 24 luglio lo studio legale Hogan Lovells Cadwalader, che assiste aziende che usano l’intelligenza artificiale per gestire il personale, aveva scritto alle commissioni di Camera e Senato con l’obiettivo dichiarato di “preservare l’efficienza organizzativa dell’impresa”, allegando un emendamento con la stessa formula. Undici giorni dopo la formula compare nel comunicato del governo quasi alla lettera: mancano solo due parole, “screening” e “classificazione”.

Eppure il regolamento europeo sui dati personali, il Gdpr, cita proprio la selezione online senza intervento umano come esempio di decisione automatizzata a cui ogni persona ha diritto di sottrarsi, e intanto l’Unione europea ha rinviato al 2 dicembre 2027 gli obblighi per l’intelligenza artificiale ad alto rischio, selezione del personale compresa. Fino ad allora a decidere chi arriva al colloquio resta il software. Chi viene scartato lo scopre dal silenzio.

L’articolo Curriculum scartati dall’Intelligenza artificiale: per assunzioni e licenziamenti non si può fare, nella fase preliminare alla selezione sì sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tra primarie e Statuto Pd, Schlein verso l’Assemblea del partito: i riformisti puntano su Gori, ma Elly chiude la porta

Primarie sì, sfidanti no: è la formula con cui la maggioranza di Elly Schlein si prepara a mettere mano allo Statuto del Partito democratico nell’Assemblea nazionale attesa fra fine ottobre e i primi di novembre. Lì si voterà la proroga del mandato della segretaria, che scade a marzo in piena campagna per le politiche, e lì si discute di infilare anche quella che i giornali hanno già battezzato norma anti-Gori, cioè il divieto di altre candidature dem ai gazebo della coalizione. La porta che vogliono murare esiste già. L’articolo 5 affida all’Assemblea, in caso di primarie di coalizione, le modalità per “eventuali altre candidature” oltre a quella del segretario: nel 2012 servì una deroga per far correre Matteo Renzi contro Pier Luigi Bersani, oggi la regola c’è e si lavora per toglierla.

Il bersaglio ha un nome. Sabato scorso alla Casa del Popolo di Coiano, a Prato, l’assemblea dei riformisti dem intitolata “Cambiare!” ha trattato Giorgio Gori, eurodeputato ed ex sindaco di Bergamo, da candidato in pectore. Lui ha lasciato fare con un «Non se ne parlerà qui, oggi» che in molti già leggono come un’apertura. Le condizioni le hanno messe in fila gli ex ministri Lorenzo Guerini e Graziano Delrio: primarie in presenza, niente voto online e soprattutto il doppio turno, esattamente l’opposto di quel che chiede il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte, che spinge per turno unico e consultazione ibrida.

Tra primarie e Statuto Pd, la calcolatrice di Coiano

Il conto vero i riformisti lo fanno a microfoni spenti ed è istruttivo. A Open un “riformista di rango” ha spiegato che l’area dovrebbe raccogliere con tutti i suoi candidati “il 15% per dire” e poi far confluire quei voti al secondo turno su Schlein o su Conte. Per ammissione della stessa minoranza il suo candidato servirebbe insomma ad arrivare terzo. Si vuole contare. E il ballottaggio è lo strumento per farlo, perché con il turno unico Gori sottrarrebbe voti alla segretaria a tutto vantaggio del leader dei 5 Stelle e una coalizione guidata da Conte, ha detto un riformista all’Agi, “sarebbe una tragedia”.

Al Nazareno la replica è arrivata a inizio settimana da Igor Taruffi, responsabile Organizzazione e braccio destro della segretaria, che su SkyTg24 ha ridotto lo Statuto a una riga: il candidato a Palazzo Chigi è la segretaria, anche se il costituzionalista Stefano Ceccanti ha ricordato a Open che la norma dice altro e che decide l’Assemblea. Solo che nel Pd vince l’aritmetica. All’Assemblea del 14 dicembre 2025, quella in cui il presidente del partito Stefano Bonaccini ha portato la sua Energia popolare in maggioranza, la relazione di Schlein è passata con 225 voti favorevoli e 36 astenuti. Con numeri così una porta si chiude senza nemmeno sbatterla.

Il silenzio di Roma

E ai gazebo? La segretaria del avrebbe poco da temere, secondo il sondaggio YouTrend per SkyTg24 condotto fra il 18 e il 22 settembre che la dà davanti a Conte con qualunque affluenza, al 38,6 per cento se ai gazebo va un terzo della base e al 31 se ne va la maggioranza. Uno scenario ribaltato, però, nell’ultima rilevazione Ipsos del 19 settembre scorso, che dà invece in vantaggio il leader M5S. La paura ha la forma delle liste: la proroga va votata in Assemblea e secondo Il Riformista le correnti puntano a farsela pagare con un direttorio sulle candidature, e ogni sfidante diventa un gettone da giocare al tavolo dove si compilano le liste.

Poi c’è chi a Coiano guardava più lontano del ballottaggio. Il ragionamento riferito all’Agi da un esponente della minoranza riguarda Roberto Gualtieri, sindaco di Roma ed ex ministro dell’Economia del secondo governo Conte, che se a Schlein le cose andassero male avrebbe margine e sponsor per prendersi la segreteria. Venerdì la direzione dovrebbe avviare il percorso della proroga. Il partito dei gazebo ci arriva così con una segretaria che non vuole sfidanti e una minoranza che si candida per contarsi, e a votare per ora sono soltanto le correnti.

L’articolo Tra primarie e Statuto Pd, Schlein verso l’Assemblea del partito: i riformisti puntano su Gori, ma Elly chiude la porta sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Congresso della Lega: diciotto mesi dopo, stessi delegati e nessun avversario. L’Assise fotocopia di Salvini

Matteo Salvini, lo sappiamo, ha convocato un congresso straordinario per chiedere la fiducia a chi gliel’ha già data per acclamazione diciotto mesi fa. E a concedergliela saranno con ogni probabilità le stesse persone. Martedì la Commissione statuto e regolamento della Lega ha chiuso all’unanimità la proposta di regolamento dell’assise, 24 e 25 ottobre a Milano, come ha annunciato il ministro degli Affari regionali Roberto Calderoli: manca solo il via libera del Consiglio federale e il risultato lo conosce già proprio chi l’ha organizzato.

Undici giorni fa dal palco di Pontida il vicepremier l’aveva detto senza pudore: chiederà alla sua «famiglia» la fiducia «per alzata di mano». Secondo Avvenire la mossa non l’aveva condivisa con nessuno. Il giorno dopo, nelle quattro ore di Consiglio federale in via Bellerio, è andata in scena la prova generale raccontata dal Post: il senatore Marco Dreosto ha proposto di chiudere la pratica lì con una mano alzata ed è partita una breve acclamazione senza un solo contrario dichiarato. Il congresso si fa lo stesso, a favore di telecamera.

Congresso della Lega, stessi delegati di Firenze

Al congresso votano i dirigenti. Segretario, Consiglio federale, segretari regionali e delle principali province, sindaci dei capoluoghi, parlamentari e consiglieri regionali, più i delegati ordinari che il Consiglio distribuisce di norma dopo i congressi territoriali: nel 2025, ha ricostruito il Post, furono 725, 400 dei quali ordinari. Con un mese di preavviso quella trafila dal basso diventa impossibile e a Milano siederanno gli eletti di Firenze, la platea che lo aveva incoronato senza nemmeno votare. Lo sanno bene anche i dissidenti: a microfoni spenti, secondo l’Ansa, spiegano che con un congresso elettivo il segretario dispone di un tesoretto di delegati suoi e ogni nome alternativo avrebbe vita difficile.

Il copione è quello del 6 aprile 2025 alla Fortezza da Basso: candidato unico, rielezione per acclamazione, mandato allungato da tre a quattro anni e fino al 2029. Quel giorno Salvini si disse sicuro che al congresso successivo sarebbe tornato «da delegato» e intanto consegnava sul palco la tessera a Roberto Vannacci, che poi fece vicesegretario e che il 3 febbraio 2026 se n’è andato a fondare Futuro Nazionale. Il congresso successivo è arrivato con due anni e mezzo d’anticipo. Il delegato promesso si prepara, come riporta ancora l’Ansa, a una corsa in solitaria.

Il Nord resta a casa

Il capogruppo al Senato e segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo ha bocciato il regolamento prima ancora che fosse scritto: al Corriere della Sera l’ha chiamato «trappolone» e a Un giorno da pecora su Radio1 ha spiegato che con i delegati della volta precedente chiunque si candidasse non avrebbe «nessuna chance». Lui non ci sarà. Concede a Salvini di restare segretario accanto a una squadra con «poteri reali» e agita i numeri: l’ultima rilevazione Ipsos Doxa che lui cita dà la Lega al 4,7 per cento, con una perdita di 0,2 punti al mese e il rischio di scendere sotto il 4 se si votasse a maggio. In questa fase i nordisti considererebbero inutile una candidatura che farebbe il gioco del segretario.

La risposta di Salvini, riportata dal Giorno, è un elenco di bandierine: l’emendamento per abolire il canone Rai, lo stop al blocco dei diesel Euro 5, il tetto del 30 per cento di alunni stranieri in classe, il divieto di burqa e niqab a scuola e in coda il vittimismo di sempre, perché sono i 30 anni, dice, che qualcuno celebra il funerale della Lega. A un partito in caduta risponde con il bollettino del Consiglio dei ministri, come se i decreti bastassero a riempire le urne.

A Milano fra poco più di tre settimane si alzeranno le mani di Firenze e Salvini uscirà confermato da una platea che in diciotto mesi ha visto andarsene il vicesegretario e scivolare il partito sotto il 5 per cento. La chiamano fiducia: è un’autocertificazione firmata dal segretario e controfirmata dai suoi delegati.

L’articolo Congresso della Lega: diciotto mesi dopo, stessi delegati e nessun avversario. L’Assise fotocopia di Salvini sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ben-Givr risponde a Bono Vox, non c’è futuro per Gaza

Bambini generati al computer cantano a Bono di aiutarli a emigrare in Irlanda e gli chiedono di ascoltare Itamar Ben-Gvir (Otzma Yehudit): è “Gaza to Ireland”, il video con cui il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, secondo il Jerusalem Post, ha risposto su X al cantante degli U2, che lunedì su Rolling Stone aveva paragonato la sua retorica a quella di Heinrich Himmler. Bono si riferiva a quanto Ben-Gvir disse ad agosto all’ex ostaggio Rom Braslavski: a Gaza ci sono persone che non meritano di vivere, «non sono nemmeno persone». Il ministro ha aggiunto la proposta, “aiutateli a trasferirsi in Irlanda”, e a chi parte ha promesso “un futuro meraviglioso”.

Il futuro, a Gaza, si seppellisce. Martedì nel campo profughi di Nuseirat si è tenuto un funerale collettivo per i resti di quasi 50 persone, estratti dalle macerie di edifici distrutti quasi tre anni fa, e Areej Farajallah ha raccontato all’Associated Press che la settimana prima erano state ritrovate due ossa del marito. E seppelliva anche suo figlio. Israele del resto tiene fuori i mezzi pesanti per scavare. L’International Association of Genocide Scholars, che il 31 agosto 2025 ha stabilito che le politiche di Israele a Gaza rientrano nella definizione giuridica di genocidio, contava già allora migliaia di sepolti sotto le macerie.

A Tunisi Ghassan Boughdiri, uno dei quattro organizzatori della Global Sumud Flotilla detenuti a Mornaguia, è in sciopero della fame da tre settimane e da domenica rifiuta anche l’acqua. È svenuto prima di vedere la madre, riferiscono la Flotilla e The New Arab.

L’Irlanda ha già deciso: il 5 giugno ha vietato l’ingresso a Ben-Gvir e a Bezalel Smotrich, perché le loro dichiarazioni, disse il primo ministro Micheál Martin, equivalgono in sostanza al desiderio di vedere eliminati i palestinesi dalla Palestina.

L’articolo Ben-Givr risponde a Bono Vox, non c’è futuro per Gaza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui