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Strade Sicure, 3.200 soldati in più per salvare il soldato Salvini: 109 milioni di euro l’anno per la missione temporanea diventata permanente

Centonove milioni di euro l’anno è la stima della Lega per mandare in strada 3.200 soldati in più con l’operazione Strade sicure, da 6.800 a 10mila, e ieri in commissione Difesa alla Camera la risoluzione l’ha votata tutta la maggioranza, compresi gli alleati che per settimane l’avevano tenuta in frigorifero. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, che quei militari dovrebbe schierarli, ha detto di non averla ancora vista. Il primo firmatario è il leghista Eugenio Zoffili, i presidi promessi arrivano in altri 61 capoluoghi di provincia e il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini, come riporta il Giornale, esulta: “Con la sinistra bla bla, con la Lega si fa”.

Si fa, certo, solo che la formulazione finale, nella ricostruzione dell’Ansa, subordina il potenziamento alla copertura finanziaria e tiene i soldati in strada fino all’assunzione di nuovi carabinieri, anche ausiliari. La legge di bilancio, ricorda sempre l’Ansa, finanzia fino al 2027 il contingente attuale, 6mila militari per i siti sensibili e 800 per le stazioni, e i soldi per gli altri vanno trovati. La Lega incassa il titolo, gli alleati si tengono una porta di servizio ed è tutto qui.

Diciotto anni di indizi

L’operazione è partita il 4 agosto 2008 e dopo diciotto anni la prova che abbia ridotto i reati manca ancora, come ha scritto su Geopolitica.info Matteo Mazziotti di Celso, che al military policing italiano ha dedicato un volume per Routledge e che stima il costo di Strade sicure in circa 240 milioni l’anno. Già nel 2013, ricostruisce Mazziotti, la Corte dei conti giudicava impossibile verificare l’impatto dei risultati operativi, e l’unico beneficio che riusciva a quantificare era contabile: nel 2011 i soldati avevano liberato 1.568 agenti per altri compiti, con un risparmio stimato dalla Corte in 63 milioni. Uno schieramento nato per risparmiare sugli organici, e venduto da allora come sicurezza.

Il centro Shield della Sda Bocconi, in uno studio in uscita su Azienda Pubblica anticipato dall’Ansa, descrive una missione eccezionale diventata permanente a colpi di rinnovi, senza una legge organica che ne fissi finalità e criteri di uscita. E aggiunge che i militari possono pattugliare e assistere a un reato senza avere sempre gli strumenti giuridici per completare l’intervento, mentre ogni turno in città sottrae tempo all’addestramento proprio quando la difesa collettiva chiede più prontezza. La ricetta dello studio è meno presidi statici e più pattuglie mirate. La risoluzione parla di presidi da piantare in altri 61 capoluoghi. Altro che pattuglie mirate.

Una divisa contro Vannacci

Qualche dubbio lo aveva espresso pure Crosetto, che a metà settembre, come ha riportato Open, chiedeva sui social che i soldati non servissero soltanto a “far vedere qualche mimetica per strada”. La linea della Difesa punta su circa 12mila carabinieri ausiliari per riportare i militari alle loro funzioni, e a gennaio il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato Lucio Malan, intervistato da Repubblica, l’aveva riassunta così: «I soldati devono fare i soldati». A settembre la discussione in commissione è slittata due volte su richiesta di FdI. Ieri, di colpo, l’intesa.

La spinta finale si spiega probabilmente con i numeri che a via Bellerio contano davvero. Il sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera del 26 settembre dà la Lega al 4,7 per cento e Futuro nazionale di Roberto Vannacci all’8,8. Quasi il doppio. Il Giornale, che a destra ha casa, scrive che con i soldati il Carroccio mira ad arginare il partito del generale, e descrive il capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo da mesi in aperta antitesi col segretario. Insomma, l’esercito come stampella di un segretario in affanno.

Centonove milioni l’anno, secondo la stima della Lega, per inseguire Vannacci con la mimetica degli altri. Li dovrebbe spendere, se arriveranno, un ministro che ieri quel testo non l’aveva ancora letto.

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Kushner promette una nuova Gaza e intanto va all’incasso

Oltre trecentoquaranta milioni di dollari. È la cifra che Affinity Partners, la società di Jared Kushner, genero di Donald Trump e suo inviato volontario per Gaza, ha incassato a luglio vendendo un quarto delle azioni di Phoenix Financial e restituendo ai soci l’intero investimento iniziale, mentre della società resta la prima azionista con il 7,4 per cento. Giovedì la Cnn, incrociando i registri finanziari israeliani, ha mostrato che Phoenix ha almeno 265 milioni in Elbit Systems, il primo produttore di armi del Paese, e quote in almeno altre otto aziende che riforniscono l’esercito di droni e di macchine da demolizione.

Fra quelle otto la Cnn trova Caterpillar, i cui bulldozer secondo le Nazioni Unite hanno raso al suolo quartieri a Gaza e in Libano, nella Striscia dove Human Rights Watch, con il rapporto del 19 dicembre 2024, aveva già imputato alle autorità israeliane lo sterminio e atti di genocidio per la privazione dell’acqua. E a gennaio, a Davos, Kushner prometteva ai privati una “nuova Gaza” con 180 grattacieli sul mare. Ruspa e cantiere, stesso profitto. La Cnn scrive di non aver trovato prove che la diplomazia abbia orientato quegli investimenti e l’avvocato assicura che Kushner è sempre rimasto estraneo alle scelte di Phoenix; lui stesso però raccontava a Forbes, nel settembre 2025, un “dialogo molto attivo” con i vertici del gruppo, incontrati ogni poche settimane. Alla Cnn la Casa Bianca ha risposto parlando di “racconto stanco” dei democratici.

Intanto a Mornaguia i quattro organizzatori tunisini della Global Sumud Flotilla restano in carcere da marzo, con la custodia prorogata di quattro mesi l’11 settembre. A febbraio, alla prima riunione del Board of Peace che sovrintende alla ricostruzione della Striscia, Kushner ha assicurato che chi ci lavora «non ne trae profitto personale».

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Le balle vengono a galla

Sulle armi il governo di Giorgia Meloni ci ha raccontato almeno due balle per anni. La prima balla: le armi stanno in un conto a parte e non pesano sul resto del bilancio. La seconda: le cifre sono obblighi intoccabili, impegni presi che nessuno può rimettere in discussione. Giovedì sera a Palazzo Chigi sono crollate tutte e due nella stessa riunione, una dopo l’altra.

Al vertice è arrivato Matteo Salvini e la richiesta di flessibilità all’Europa è scesa da 36 a 28 miliardi, e gli 8 miliardi tagliati li perde tutti la difesa, che nel 2027 resta allo 0,3% del Pil e nel 2028 si dimezza dallo 0,6 allo 0,3%.

La prima balla la premier la ripeteva un anno fa, presentando la Manovra: «Abbiamo sempre detto che le risorse aggiuntive non avrebbero gravato sulle altre voci di spesa». Solo che le armi sono debito, e il debito dello Stato è uno solo. Finiscono nello stesso deficit su cui la Lega reclama la flat tax e la pensione a 64 anni, e lo scostamento va votato alle Camere a maggioranza assoluta, così con le truppe leghiste insofferenti ogni miliardo per le armi si paga in voti. Se le armi stessero davvero in un conto a parte, giovedì non ci sarebbe stato niente da trattare. La cassaforte insomma era il cassetto della spesa.

La seconda balla l’ha giurata Giancarlo Giorgetti alla Camera il 5 agosto, mentre chiedeva uno scostamento che sulle armi valeva lo 0,9%: «Davanti al dovere non si scantona, non si scappa, non si diserta». Parole sue. E Meloni la ripeteva da mesi, perché ad aprile spiegava che le persone responsabili fanno ciò che è giusto anche quando è impopolare e a maggio aggiungeva che per lei cambiare idea è abbastanza difficile. Adesso lo 0,9% è diventato forse 0,6. Un terzo del dovere giurato è considerato evaporabile in una sola riunione e, secondo la ricostruzione di Repubblica, la premier vorrebbe chiudere la pratica prima della campagna elettorale, con il voto che potrebbe arrivare già in primavera.

Quando Giorgetti, leghista come Salvini, tornerà in Aula a chiedere il voto conviene ascoltarlo bene, perché il dovere ci sarà ancora, scontato di un terzo dal suo stesso partito, e la balla dell’obbligo intoccabile avrà il prezzo fissato dal calendario elettorale.

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Gabrielli si arruola con Ruffini, senza chiedere ruoli. Che nel campo largo però chiedono tutti. E intanto il programma può attendere

Ieri l’ex capo della polizia Franco Gabrielli ha raccontato al Corriere della Sera di aver scelto, dopo trentotto anni nelle istituzioni, il progetto di Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e fondatore dei comitati Più Uno, «senza chiedere ruoli o garanzie», perché prima viene il progetto e poi il resto. Ha aggiunto che organizzare le primarie come una conta tra partiti sarebbe «un suicidio», e che prima vanno costruiti il programma e le regole. Fino a pochi giorni fa, come ha raccontato Fanpage, nel Partito democratico c’era chi lo immaginava federatore, gradito perfino al Movimento 5 Stelle. Lui ha scelto una squadra. Ha fotografato, forse senza volerlo, esattamente l’opposto di quello che succede nel campo in cui è appena entrato.

Franco Gabrielli con Ruffini

Elly Schlein e Giuseppe Conte si sono messi in corsa a marzo, a ridosso della vittoria del No al referendum sulla giustizia, e la segretaria del Pd ha ribadito la candidatura il 13 settembre dalla Festa dell’Unità di Reggio Emilia. Ruffini si è detto disponibile ai gazebo e il 10 ottobre presenta il suo soggetto, che alla Stampa ha chiamato «un nuovo Ulivo». Alessandro Onorato, assessore a Roma, porterà alle primarie un candidato di Progetto Civico Italia che finora non ha indicato, Riccardo Magi (Più Europa) si è detto pronto a correre e per Alleanza Verdi e Sinistra gira il nome della deputata Elisabetta Piccolotti. Mancano ancora la data e le regole, eppure la coda si è formata lo stesso.

Chi corre e chi fa correre

Poi, i candidati per procura. Nel Pd l’area riformista di Graziano Delrio e Lorenzo Guerini prepara la corsa dell’eurodeputato Giorgio Gori, purché le primarie siano a doppio turno, mentre Matteo Renzi, che al Corriere ha detto che dalla Leopolda dovrebbe uscire il nome dell’area riformista, ha già indicato due sindaci a rappresentarla, la sindaca di Genova Silvia Salis e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Salis, che nel sondaggio Ipsos pubblicato dal Corriere il 19 settembre raccoglie un indice di gradimento di 56, sopra i 55 di Conte e i 51 di Schlein, le primarie le ha definite «uno sbaglio» e ha ripetuto che resta a fare la sindaca. L’ex ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, secondo Fanpage, riunisce a ottobre il suo progetto Primavera, e Renzi ha scelto di aprire la Leopolda insieme al sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. Chi non si candida, insomma, candida qualcun altro.

Il programma dopo il vincitore

Il programma, invece, è un tavolo che deve ancora darsi un formato, e intanto ogni partito scrive il proprio: Avs presenterà le sue proposte il 18 ottobre, lo stesso giorno in cui l’assemblea dem dovrebbe prorogare a Schlein il mandato fino alle politiche. Ad agosto Conte aveva annunciato che il nodo delle armi a Kiev lo avrebbero sciolto «con le primarie», cioè dopo aver scelto chi comanda, e Schlein gli aveva risposto che così non funziona, mentre Renzi, come ha riportato Avvenire, aveva accettato la sfida spiegando che i gazebo servono a decidere anche le sensibilità programmatiche. Sul punto la coalizione ha già posizioni opposte, e ieri Gabrielli si è schierato con chi vuole sostenere l’Ucraina «anche sul piano militare». È un metodo antico ed è comodo: si sceglie il capo e il programma lo scrive chi vince.

Il calendario corre per conto suo. La legge elettorale arriva al voto finale l’8 ottobre e il testo obbliga ogni coalizione a indicare un solo nome per Palazzo Chigi al deposito del contrassegno, pena l’inammissibilità delle liste, mentre nel Pd si ragiona su primarie nei primi mesi del 2027 con le urne che potrebbero aprirsi già in primavera. Il nome quindi arriverà puntuale, perché lo impone la legge scritta dalla destra. Gabrielli dice di aver scelto senza chiedere ruoli. Nel campo in cui è entrato i ruoli li chiedono tutti, e il progetto aspetta che qualcuno vinca per sapere cosa dire.

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Gesù palestinese? È antisemitismo. Al corso con l’Ucei per le forze dell’ordine, il boicottaggio verso Israele paragonato alle leggi razziali del 1938

Sulla piattaforma Sisfor, dove si formano online le forze dell’ordine, ci sono dai primi di dicembre 2025 due corsi sull’antisemitismo fatti con l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei) e pagati dall’Unione europea, e chi li segue impara, secondo l’inchiesta di Ludovica Jona su Altreconomia, che il boicottaggio delle università e dei prodotti di Israele è come le leggi razziali del 1938. Secondo InsideOver fra gli esempi proposti agli agenti c’è perfino la frase “Gesù era palestinese”. In divisa, a lezione di teologia.

Nel video a spiegarlo è Noemi Di Segni, allora presidente dell’Ucei, e il ragionamento riportato da InsideOver è che associare Gesù al popolo palestinese significhi riattualizzare l’accusa di deicidio per scaricarla sul conflitto di oggi. Tesi da convegno. Solo che arriva come istruzione a chi in strada deve decidere se un cartello in corteo è un crimine d’odio, e Amnesty International, citata da Altreconomia, parla del rischio di un effetto raggelante sul dissenso legittimo, che è il modo educato per dire paura.

I numeri del Cdec

Il rapporto annuale sull’antisemitismo in Italia lo scrive la Fondazione Cdec, Centro di documentazione ebraica contemporanea, per l’Ucei e per il Kantor Center dell’Università di Tel Aviv, e ogni tre mesi il Cdec scrive anche un rapporto per l’Ucei e per l’Oscad, l’osservatorio della Polizia di Stato sulle discriminazioni. Il rapporto sul 2025 usa la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra) e conta 963 episodi su 1.492 segnalazioni: quasi il 70 per cento, secondo i conti di Altreconomia, è classificato come legato a Israele.

Fra quei 963 c’è un post del 22 agosto 2025 in cui l’ex deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista metteva la foto dell’ex capo dell’intelligence militare israeliana Aharon Haliva accanto alla frase “Devono morire 50 palestinesi per ogni israeliano, anche i bambini” e sotto ricordava i 10 italiani uccisi dai nazisti alle Fosse Ardeatine per ogni soldato morto in via Rasella. Haliva l’aveva detto davvero, in registrazioni che la tv israeliana Channel 12 ha trasmesso nell’agosto 2025 e che lui ha confermato. Per il Cdec è antisemitismo. L’Ihra del resto mette fra i suoi esempi il paragone tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista, così il generale che teorizza la rappresaglia resta cronaca estera e chi gliela rinfaccia con la storia d’Italia finisce in statistica.

Dal corso alla legge

Alla Camera è partita la discussione generale sul disegno di legge della Lega contro l’antisemitismo, approvato dal Senato il 4 marzo con 105 sì, e il voto finale una data ancora non ce l’ha. L’articolo 1 adotta la definizione Ihra “compresi i relativi indicatori” e fra quegli indicatori ci sono esattamente l’accusa di deicidio usata per caratterizzare Israele e il paragone con i nazisti, cioè le due griglie con cui il corso legge Gesù e il Cdec legge Di Battista. Il resto lo fanno gli articoli 3 e 4. Il primo porta la formazione sull’antisemitismo dentro Forze armate, polizia, prefetture e magistratura, il secondo affianca al Coordinatore nazionale un Gruppo tecnico che lo aiuta a scrivere la Strategia nazionale e in cui accanto alla Presidenza del Consiglio e a 6 ministeri siedono per legge l’Ucei, l’Unione giovani ebrei d’Italia e il Cdec. Voci ebraiche critiche verso il governo israeliano, nell’elenco, nemmeno l’ombra.

L’Ucei ha difeso il testo spiegando che non introduce alcun divieto di critica allo Stato di Israele. Eppure il corso firmato con la stessa Ucei insegna agli agenti a trattare il boicottaggio di protesta contro le politiche del governo israeliano come un revival del 1938. Con la legge in vigore quella griglia diventa definizione dello Stato e l’agente che in corteo ferma uno striscione su Gesù palestinese sarà legittimato dal timbro della Repubblica.

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Elettori sempre meno, partiti sempre meno: la legge che sigilla la frattura

Che la legge elettorale della destra sia una truffa ormai lo sappiamo bene. Solo che è anche un termometro, e misura due distanze. La prima distanza è quella con gli elettori, che alle politiche del 2022 si sono fermati al 63,9%, il minimo della storia repubblicana, e che con liste bloccate e premio abnorme rischiano di diradarsi ancora, come hanno scritto 158 costituzionalisti in un appello…

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Omnibus X, la lista dei pesticidi ne mirino dell’Ue: l’Italia chiedeva più tolleranza, il Consiglio Ue l’ha accontentata

Al ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste il 30 aprile il ministro Francesco Lollobrigida aveva davanti il commissario europeo per la Salute e il Benessere animale Olivér Várhelyi e un problema vero, le importazioni in Europa con residui di pesticidi vietati ai nostri agricoltori, e per risolverlo ha imboccato la scorciatoia: se Bruxelles lascia passare quei prodotti allora li considera sicuri, quindi «per coerenza, si dovrebbero rimuovere i divieti anche in Europa». Le cronache l’hanno archiviata come una provocazione. Cinque mesi dopo somiglia a un programma di governo.

Ieri gli ambasciatori dei 27 hanno chiuso il mandato del Consiglio Ue sull’ultima parte di Omnibus X, il pacchetto di “semplificazione” su alimenti e mangimi presentato dalla Commissione il 16 dicembre 2025. Le sostanze attive a basso rischio avranno approvazioni senza scadenza, tutte le altre sostanze arriveranno a 15 anni per la prima autorizzazione e a 25 per i rinnovi, e il Consiglio rivendica pure di averne conservato il grosso. In cambio affida all’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) una rassegna periodica della letteratura scientifica, e intanto le sostanze restano sul mercato. Secondo PAN Europe, la rete europea contro i pesticidi, nel pacchetto sopravvivono anche la tolleranza prolungata dopo un divieto e le deroghe allentate.

La lista di luglio

Solo che il governo a quel tavolo è arrivato con la lista già scritta. L’11 luglio 2025 l’Italia ha firmato insieme ad altri sei governi, Ungheria e Polonia comprese, una nota al Consiglio Agricoltura che esprimeva pieno sostegno alla semplificazione e chiedeva nero su bianco un periodo di transizione più lungo per smaltire anche le scorte delle sostanze messe al bando, oltre a un uso più largo dell’articolo 4(7) del regolamento 1107/2009, quello che consente approvazioni temporanee in deroga quando mancano alternative. Cinque mesi dopo, la proposta della Commissione allungava fino a tre anni la tolleranza per i prodotti vietati dove mancano alternative e allargava le deroghe. Del resto nell’ottobre 2023, al primo voto sul rinnovo decennale del glifosato, Roma aveva detto sì, salvo astenersi in appello.

Quello che scorre nei fiumi

Conviene seguirlo, quel glifosato. L’ultimo rapporto nazionale sui pesticidi nelle acque dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, sui dati del 2021 ha trovato concentrazioni oltre i limiti di legge nel 28,3 per cento dei 1.997 punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 6,8 per cento dei 2.867 punti delle falde, e fra le sostanze che sforano più spesso c’è proprio il glifosato con il suo prodotto di degradazione. Il glifosato a cui Roma aveva detto sì è lo stesso che sfora nei fiumi, ed è questa l’acqua di un ministero che porta la sovranità alimentare nel nome.

Al governo l’hanno scritto in ogni forma. A febbraio 11 associazioni, fra cui l’Isde (Associazione medici per l’ambiente), hanno chiesto ai ministri di Agricoltura, Salute e Ambiente di “respingere integralmente” il pacchetto. A settembre i presidenti dell’Isde e dell’Associazione culturale pediatri hanno scritto agli stessi ministri e agli eurodeputati italiani, come ha raccontato Eunews, mentre il 17 settembre più di 500 scienziati e medici di tutta Europa hanno chiesto al Parlamento europeo di fermare l’esame finché non arriverà una valutazione d’impatto indipendente. La lettera l’ha promossa l’ecotossicologa di Leida Martina Vijver, che ricorda come i pesticidi ormai si trovino ovunque, fino al sangue e alle urine.

I divieti per ora restano dove sono. Il ministro intanto vede arrivare qualcosa di più comodo: autorizzazioni fino a venticinque anni fra un rinnovo e l’altro e, se il Parlamento ci sta, i prodotti già banditi lasciati per qualche stagione in più nei magazzini, e nei campi. Coerenza, appunto.

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L’Idf mette in dubbio le fonti di Naza, per le sue basta la parola

Mohammed Abdel Aziz al-Najjar aveva 38 anni, conduceva programmi religiosi per Holy Quran Radio e, secondo il ministero degli Affari religiosi di Gaza citato da The New Arab, preparava un servizio sul Corano quando mercoledì un drone israeliano lo ha ucciso ad al-Mawasi, vicino a Khan Younis. Giovedì mattina l’esercito israeliano ha fatto sapere che al-Najjar era un membro dell’ala militare di Hamas e che era entrato in Israele il 7 ottobre. Fine della verifica.

La stessa mattina il portavoce dell’esercito ha pubblicato la risposta a “NAZA”, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor presentato a Venezia il 10 settembre, dieci pagine secondo AGI e Italpress in cui ai registi si rimprovera che i testimoni sono anonimi e che gli attacchi del film restano senza obiettivo, data, luogo e vittime, cioè impossibili da verificare. Per i propri attacchi l’esercito usa un altro metro. Nelle stesse dieci pagine scrive che di norma i soldati non sono presenti dove l’esercito colpisce dal cielo e che la sua capacità di verificare le notizie sulle vittime “è limitata”. Su al-Mawasi, insomma, vale la sua parola.

Un anno fa, la sera del 1 ottobre 2025, la Marina israeliana cominciava ad abbordare le barche della Global Sumud Flotilla, e oggi Wael Naouar e altri tre organizzatori tunisini della Flotilla sono detenuti senza processo nel carcere di Mornaguia da marzo. Il documento dell’esercito attribuisce intanto l’accusa di genocidio a una “campagna politica internazionale” e sostiene che l’intento è un intento mai esistito, mentre il 16 settembre 2025 la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza e la prova diretta di quell’intento l’ha trovata proprio nelle dichiarazioni delle autorità israeliane.

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Una Nato dentro la Nato, il Pentagono si fa la sua Alleanza: sei invitati da Washington, gli altri restano in corridoio

A Bergen, sulla costa occidentale della Norvegia, a giugno Elbridge Colby, sottosegretario alla Guerra per la politica del Pentagono, ha radunato sei alleati scelti uno per uno, Norvegia, Svezia, Finlandia, Polonia, Germania e Paesi Bassi, e poi ha spiegato sui social che erano quelli “pronti a passare alle cose pratiche”. Il mese prossimo il gruppo si ritrova in Polonia, ha scritto ieri Politico citando sei diplomatici, e la porta resta chiusa per Regno Unito, Francia e i tre Paesi baltici. Dentro la Nato adesso c’è una Nato più piccola. La lista degli invitati, che nessuno ha mai votato, la compila Washington.

Lo chiamano già Bergen Group e chi siede al tavolo giura che serva a portare idee all’Alleanza intera. Solo che arriva dopo mesi di minacce messe per iscritto: ad aprile Politico aveva rivelato che la Casa Bianca teneva una specie di lista dei buoni e dei cattivi per punire chi aveva negato il proprio appoggio alla guerra all’Iran, e nello stesso mese la Reuters aveva raccontato una mail interna del Pentagono che fra le opzioni metteva perfino la sospensione della Spagna dalla Nato.

Il copione l’aveva recitato a dicembre Pete Hegseth, segretario alla Guerra (così a Washington hanno ribattezzato la Difesa), dal palco del Reagan National Defense Forum: gli «alleati modello» come Israele, Corea del Sud, Polonia, «sempre di più la Germania» e i Baltici avrebbero ricevuto «il nostro favore speciale», gli altri avrebbero affrontato «conseguenze». Dieci mesi dopo i Baltici aspettano fuori e la Corea del Sud, come ricorda Politico, si è vista ridimensionare un’esercitazione congiunta mentre Donald Trump si lamentava del suo rifiuto di unirsi alla guerra. Gli alleati modello durano una stagione.

Una Nato (smart) dentro la Nato: il registro di classe

Il criterio dichiarato è la spesa militare, e qui il registro si compila da solo. Secondo le stime che la Nato ha pubblicato a luglio per il vertice di Ankara, nel 2026 la Lituania spende per la difesa in senso stretto il 5,33 per cento del prodotto interno lordo, l’Estonia il 5,1, la Lettonia il 4,92: sono i primi tre dell’Alleanza, cioè proprio i tre lasciati fuori. La Germania, che siede a ogni riunione, nelle stesse tabelle Nato sta al 2,69 per cento. «Facciamo tutto quello che ci viene chiesto», ha detto a Politico il funzionario di un Paese escluso, «stiamo cercando di capire quali siano i criteri». La Casa Bianca ha taciuto e il Pentagono ha rifiutato di commentare: i criteri, evidentemente, si spiegano solo ai promossi.

Il premio per chi cede

Il caso più istruttivo è la Danimarca: per mesi Trump ha preteso di annettersi la Groenlandia, poi il 22 settembre a margine dell’Assemblea generale dell’Onu Copenaghen ha firmato l’accordo che dà agli Stati Uniti nuove aree militari a Narsarsuaq e Mestersvig, e adesso, secondo una fonte sentita da Politico, potrebbe entrare nel club. Trump l’ha chiamato “un sogno che si avvera” e ha promesso due grandi basi. La tessera insomma si paga in basi.

Qui da noi conviene leggere bene l’elenco, perché l’Italia nella lista non c’è. Le stime della Nato ci danno al 2,1 per cento, appena sopra la vecchia soglia del 2. A fine marzo il governo aveva negato a un bombardiere americano l’atterraggio a Sigonella, salvo poi affidare a una nota di Palazzo Chigi la precisazione di agire “nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti”. Se sia questo il motivo dell’esclusione nessuno lo dice, perché a Washington nessuno spiega niente. Mezzo no e mezza scusa: il voto in condotta di chi vuole piacere a tutti.

A Bergen le sedie erano sei. In Polonia potrebbero diventare sette e a scegliere gli ospiti resta lo stesso Colby che ha voluto l’iniziativa. In corridoio, ad aspettare un criterio, restano i tre Paesi che in proporzione spendono di più e uno dei dodici che nel 1949 la Nato l’hanno fondata.

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Otto miliardi di tassa invisibile mentre il governo ci parla di centesimi alla pompa

Ormai l’abbiamo letto tutti dappertutto: 17 centesimi al litro, circa 8,5 euro su un pieno da 50 litri, è il tetto che Eni ha messo da lunedì su benzina e gasolio. Ci abbiamo costruito sopra titoli e mappe dei distributori, il governo ha sculettato. Poi ieri l’Istat ha stimato l’inflazione di settembre al 4,2%, il livello più alto dal 2023, e l’Unione nazionale consumatori l’ha tradotta in 1.108…

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