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Mai più nella stessa stanza con Epstein, diceva Lutnick

Tre lettere: HWL, Howard William Lutnick, segretario al Commercio degli Stati Uniti d’America nella seconda amministrazione Trump dal 21 febbraio 2025. Quando a gennaio il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato i milioni di file su Jeffrey Epstein, gli altri cercavano il cognome, mentre Simon Andriesz, britannico, ex managing director di BGC Partners, società di Lutnick, sapeva che lì i capi si…

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Egitto, non solo il caso Regeni: il Paese “amico” dove basta una notte per arrestare un’intera redazione

Al Cairo, per spegnere un giornale, bastano una notte e qualche ora di straordinario. Tra la sera di lunedì 28 settembre e il giorno dopo le forze di sicurezza egiziane hanno prelevato, nelle case di più governatorati e per strada, i sei giornalisti di Matsadaash, piattaforma di inchiesta e verifica dei fatti nata nel 2018: Mohamed Ashraf Abu Emeira, Abdallah Qadry, Islam Barakat, Omar Helal, Mohamed Mahmoud e Mohamed Adel, cioè l’intera redazione, in una testata il cui nome significa “non crederci” e che il regime egiziano ha preso come un affronto personale.

Secondo l’Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), l’organizzazione per i diritti umani i cui avvocati difendono tutti e sei, gli agenti non hanno mostrato mandati e hanno sequestrato telefoni e computer anche ai familiari. Poi si sono rifiutati di dire dove portavano i sei giornalisti, che da allora non possono parlare con i loro legali né con le loro famiglie. Il 1° ottobre il ministero dell’Interno ha ammesso gli arresti parlando di notizie “fabbricate” e di legami con i Fratelli musulmani, la formula che al Cairo si appiccica a chi disturba, senza indicare un capo d’accusa né un luogo di detenzione. Per Index on Censorship è la prima volta che le autorità egiziane arrestano un’intera redazione. Secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ) i giornalisti in carcere in Egitto sono 25, e sei di quei venticinque sono entrati nel conto nel giro di un giorno.

La sera della sentenza

L’orologio conta. Lo stesso lunedì la Corte d’Assise di Roma aveva condannato in primo grado a dieci anni tre agenti degli apparati di sicurezza egiziani per il sequestro di Giulio Regeni, il ricercatore rapito al Cairo nel 2016 e ritrovato morto, processati in assenza perché l’Egitto non ha mai voluto dire all’Italia dove vivessero quegli agenti. Nelle stesse ore degli arresti il ministro degli Esteri Antonio Tajani spiegava che «non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone», distinzione da manuale che a quella latitudine suona come un lasciapassare.

Martedì, da Praga, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha completato il quadro: il governo ha usato «tutti i canali» con il Cairo, e lei dubita che chiuderli avvicini la verità. Canali aperti, appunto. Aperti a senso unico, però: da Roma partono auspici di verità e giustizia, dal Cairo in dieci anni non è arrivato nemmeno il domicilio di un imputato.

Sempre schierati, a seconda del Paese

Gli affari, del resto, vanno benissimo. Il 3 settembre Tajani era da Abdel Fattah al-Sisi con i ministri dell’Ambiente e del Lavoro e un Business Forum di oltre cento aziende italiane, in una missione che la Farnesina dedicava al partenariato fra Italia ed Egitto, forte di un interscambio salito nel 2025 a 5,9 miliardi di euro, più 11,7% sull’anno prima. Nel marzo 2024 Meloni era volata al Cairo con Ursula von der Leyen per firmare il partenariato strategico Ue-Egitto da 7,4 miliardi fino al 2027. E l’Egitto resta, come ha scritto l’Ansa citando fonti di governo, un Paese “decisivo”.

Eppure la frase giusta Tajani l’aveva già scritta. Nell’ottobre 2024, quando un tribunale russo emise un mandato d’arresto per due inviati del Tg1, parlò su X di “persecuzione nei confronti della libertà di stampa” e garantì un governo “sempre schierato a difesa del diritto a una informazione indipendente”. Sempre, certo, salvo verificare prima il Paese. Per i sei di Matsadaash quella riga, a oggi, non è arrivata.

Al Cairo per chiudere una redazione basta una notte. A Roma la presidente del Consiglio, per avere ragione di Roberto Saviano, ha dovuto aspettare quasi tre anni di processo e accontentarsi di una multa da mille euro. Forse è questo che rende al-Sisi un amico così caro: sbriga in una notte la pratica che da noi passa ancora da un giudice.

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Destra due pesi e due misure: garantisti con Delmastro, forcaioli con Scarpinato

Seicentoquarantaquattro pagine per archiviare contro ignoti il filone mafia-appalti sulle stragi del 1992, e in mezzo a quelle pagine il gip di Caltanissetta Santi Bologna ha scritto che il senatore Roberto Scarpinato (M5S), ex procuratore generale di Palermo, avrebbe svolto un’”attività depistante” al telefono con l’ex collega Gioacchino Natoli.

In quel procedimento Scarpinato è un terzo, mai indagato e mai ascoltato. Nelle conversazioni intercettate ricordava a Natoli di parlare in Commissione antimafia della riunione in Procura del 14 luglio 1992, e lui ripete di avergli chiesto di riferire un fatto vero, raccontato da Natoli stesso, lamentando che il contraddittorio per dimostrarlo gli è stato negato. La chiama «bullismo politico», e quello che è successo dopo gli dà una mano.

Scarpinato e Delmastro, destra due pesi e due misure

La destra si è mossa in un fine settimana. Domenica i capigruppo di Fratelli d’Italia al Senato e alla Camera, Lucio Malan e Galeazzo Bignami, hanno scritto ai colleghi del Movimento 5 Stelle chiedendo di sostituirlo, in nome dell’”attendibilità istituzionale” della commissione presieduta da Chiara Colosimo (FdI), con una chiosa che misura la temperatura del conflitto: avete sempre dichiarato “rispetto per le parole dei magistrati”, ora dimostratelo.

Il capogruppo di FdI in Antimafia Raoul Russo pretendeva già un chiarimento immediato, Maurizio Gasparri (FI) ha perfino ringraziato il giudice perché smonterebbe le “teorie infondate” sui coinvolgimenti politici nelle stragi, come ha scritto il Fatto Quotidiano, e sul Giornale il generale Mario Mori, ex capo del Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri, ha consigliato a Scarpinato un passo indietro. Il coro, insomma, era già accordato.

Il giudice che piace e quello che…

Il rispetto per le toghe, a destra, funziona a giorni alterni. Nello stesso ufficio la gip Graziella Luparello a dicembre ha respinto la richiesta della Procura di archiviare le indagini sui mandanti esterni di Capaci e via D’Amelio, ha ordinato 43 approfondimenti e ha scritto che blindare tutto su mafia-appalti è una scelta “affetta da severa miopia”; la Procura ha fatto ricorso e l’ordinanza ha retto in Cassazione.

Sono due giudici dello stesso tribunale che leggono la stessa storia in modo opposto, e la maggioranza ha deciso che soltanto uno dei due merita ascolto. Dov’è finito, in questi giorni, il rispetto per le parole della gip Luparello?

Poi c’è il capitolo delle intercettazioni, il più istruttivo. Le 33 conversazioni di Scarpinato sono state offerte in visione ai commissari dell’Antimafia senza alcuna autorizzazione del Senato, dopo che la presidente Colosimo le aveva chieste e ottenute dalla Procura nissena, come ha scritto il Foglio, e il 18 marzo 2025 la Giunta delle immunità di Palazzo Madama, a maggioranza, ha bocciato la proposta di sollevare conflitto di attribuzione, come ricostruisce la Corte costituzionale nell’ordinanza 106 di quest’anno.

Il 5 agosto, a voto segreto e con 206 voti contro 133, la stessa coalizione ha invece negato alla Procura di Roma le chat fra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (FdI) e Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia con l’aggravante di aver agevolato un clan, mentre il relatore di maggioranza spiegava che sequestrando un telefono «si sequestra la loro intera vita». La vita di Delmastro, evidentemente, pesa di più.

Ci avevano già provato per legge, con il disegno di legge 1277 sul conflitto di interessi in Antimafia, pensato, lo dice la relazione introduttiva, per il commissario che potrebbe essere ascoltato in ragione delle funzioni svolte in passato. Adesso basta un inciso dentro un decreto di archiviazione. Seicentoquarantaquattro pagine e nessun colpevole: alla destra è bastata una riga per trovarne uno, possibilmente all’opposizione.

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Il contro-Naza dell’Idf per assolvere se stesso

A un film sui suoi soldati Israele risponde con un film di soldati. Si chiama “NAZA: The Real Story“, dura 49 minuti, è gratuito e lo firmano il tenente colonnello della riserva Roi Danino, Hagai Gutman e Ariel Averbuch, con materiale che l’esercito, secondo il Jerusalem Post, ha autorizzato a pubblicare. Il 3 ottobre l’ambasciata d’Israele a Washington lo rilanciava come il film che “rimette le cose in chiaro”, e l’hasbara, la diplomazia pubblica israeliana, si è trovata un regista con i gradi.

Il metodo raccontato in “NAZA” da Yuval Abraham e Rachel Szor è il conto dei civili che moriranno, fatto prima degli attacchi, e nella risposta del 1 ottobre l’esercito, mentre nega la soglia dei 200, scrive che quelle vere sono “molto più basse”, senza dire quali. Smentisce la cifra, conferma il conto. Il 14 settembre il capo di stato maggiore Eyal Zamir, che parlava di “calunnie del sangue”, chiedeva al procuratore militare di valutare azioni legali contro il film e ordinava di cercare chi avesse fatto filtrare i materiali classificati usati per girarlo. Il ministro della Cultura Miki Zohar chiedeva al ministero dell’Interno di vagliare la revoca della cittadinanza ai registi. Il Guardian, che lo produce, rivendica riscontri su documenti classificati trapelati.

Nel procedimento per genocidio avviato dal Sudafrica, la Corte internazionale di giustizia ha ordinato a Israele il 28 marzo 2024 di garantire che il suo esercito eviti ogni atto contro i diritti dei palestinesi di Gaza come gruppo protetto dalla Convenzione sul genocidio, compreso il blocco degli aiuti umanitari. La Freedom Flotilla punta su Gaza a ottobre. Nella sua risposta l’esercito scrive che il film, “paradossalmente”, fa passare per indifferenza verso le vite civili “lo sforzo eccezionale e il dettaglio” con cui stima il danno ai civili.

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L’alleanza riformicchia di Renzi

Eccolo, è sempre lui. Domenica alla Leopolda il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha giurato che con Partito democratico (Pd), Movimento 5 Stelle (M5S) e Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) ci sono «più cose che ci uniscono» e poi dallo stesso palco, ha spiegato che la segretaria dem Elly Schlein è la persona meno adatta a garantire per lui, perché viene da «una storia diversa». Al presidente del Movimento Giuseppe Conte ha chiesto tre garanzie che dovrebbero suonare come un programma, mai più Matteo Salvini al Viminale, mai più Giancarlo Giorgetti in Consiglio dei ministri, mai dalla parte di Donald Trump. Garanzie tutte sugli avversari, perché sugli alleati della coalizione bisognerebbe andarsi altrimenti a rileggere i tabulati d’Aula.

Lavoro e giustizia, la frattura con il Pd

Al referendum dell’8 e 9 giugno 2025 la direzione del Pd ha chiesto cinque Sì e il M5S quattro Sì sui quesiti del lavoro, mentre Italia Viva ha fatto campagna per il No proprio sui licenziamenti e sui contratti a termine, cioè sulla parte del Jobs Act che Schlein voleva abrogare e che Renzi aveva firmato da Palazzo Chigi. Sul salario minimo è andata allo stesso modo, perché a luglio 2023 la proposta unitaria a 9 euro l’ora, firmata da Conte, Schlein e dai vertici di Avs, Azione e +Europa, ha visto Italia Viva unico partito di opposizione a chiamarsi fuori, e la spiegazione di Renzi era limpida: stare all’opposizione del governo Meloni “non significa essere in una coalizione alternativa”. Quando ad agosto le opposizioni poi sono state convocate a Palazzo Chigi sul salario minimo, Renzi ha fatto sapere che non ci sarebbe andato. Ora, tre anni dopo, chiede di entrare in quella coalizione. Un capolavoro.

Sulla separazione delle carriere Italia Viva si è astenuta quattro volte su quattro, dalla prima lettura alla Camera del 16 gennaio 2025 al voto finale del Senato del 30 ottobre 2025, mentre Pd e M5S votavano contro la riforma del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Renzi, che si dice favorevole da sempre al principio, in Aula ha spiegato che «la montagna ha partorito un topolino» e l’ha chiamata «riformicchia», e al referendum di marzo ha lasciato libertà di voto. Un’astensione elevata a dottrina. Sul premierato, certo, ha votato contro con tutte le opposizioni, solo che il 18 giugno 2024, quando Pd, M5S e Avs sono scesi in piazza Santi Apostoli, i renziani in piazza mancavano.

Con il M5S, un no dopo l’altro

Con i Cinque Stelle la distanza è scritta cubitale nel registro dei voti in Aula. Il 21 dicembre 2023 la ratifica del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) è caduta alla Camera con 184 no, fra cui quelli del M5S accanto a Fratelli d’Italia e Lega, contro i 72 sì di Pd, Azione, Italia Viva e +Europa.

Sulle armi all’Ucraina la scena si ripete ogni volta, e l’11 febbraio 2026 sulla proroga Italia Viva ha votato sì al decreto mentre M5S e Avs votavano due volte no. Il 2 ottobre 2025 poi la Camera ha approvato con 181 voti la risoluzione di Italia Viva su Gaza, con il parere favorevole del governo e l’astensione di Pd, M5S e Avs, la cui risoluzione unitaria per il riconoscimento senza condizioni della Palestina è stata bocciata.

Poi c’è la geografia. A febbraio 2023 in Lombardia Italia Viva ha sostenuto Letizia Moratti, ex vice di Attilio Fontana(Lega), contro Pierfrancesco Majorino di Pd e M5S, e a Genova teneva ancora un assessore nella giunta di centrodestra di Marco Bucci, motivo del veto di M5S e Avs. A fine settembre il M5S ha imposto l’esclusione dei renziani dalla coalizione di Andrea Orlando (Pd) in Liguria.

Le cose che uniscono esistono, solo che stanno nella colonna dei nemici comuni. Nella colonna dei voti Italia Viva sta da un’altra parte ogni volta che conta. L’unico  programma comune si chiama Salvini, contro Salvini. Beh, almeno quello.

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61 anni, un tetto, una guaina e un contratto spuntato dopo: Caivano è il ritratto del lavoro nero

Salvatore Calignano aveva 61 anni e venerdì pomeriggio, secondo il racconto della moglie, stendeva in nero una guaina isolante sul tetto di un capannone a Caivano, e i sanitari del 118 l’hanno trovato altrove, da solo, in una strada secondaria dove prima di svenire ha detto di essere caduto da una scala. Sabato è morto. Poi dagli accertamenti dei carabinieri è spuntata un’assunzione regolare…

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Strade Sicure, 3.200 soldati in più per salvare il soldato Salvini: 109 milioni di euro l’anno per la missione temporanea diventata permanente

Centonove milioni di euro l’anno è la stima della Lega per mandare in strada 3.200 soldati in più con l’operazione Strade sicure, da 6.800 a 10mila, e ieri in commissione Difesa alla Camera la risoluzione l’ha votata tutta la maggioranza, compresi gli alleati che per settimane l’avevano tenuta in frigorifero. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, che quei militari dovrebbe schierarli, ha detto di non averla ancora vista. Il primo firmatario è il leghista Eugenio Zoffili, i presidi promessi arrivano in altri 61 capoluoghi di provincia e il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini, come riporta il Giornale, esulta: “Con la sinistra bla bla, con la Lega si fa”.

Si fa, certo, solo che la formulazione finale, nella ricostruzione dell’Ansa, subordina il potenziamento alla copertura finanziaria e tiene i soldati in strada fino all’assunzione di nuovi carabinieri, anche ausiliari. La legge di bilancio, ricorda sempre l’Ansa, finanzia fino al 2027 il contingente attuale, 6mila militari per i siti sensibili e 800 per le stazioni, e i soldi per gli altri vanno trovati. La Lega incassa il titolo, gli alleati si tengono una porta di servizio ed è tutto qui.

Diciotto anni di indizi

L’operazione è partita il 4 agosto 2008 e dopo diciotto anni la prova che abbia ridotto i reati manca ancora, come ha scritto su Geopolitica.info Matteo Mazziotti di Celso, che al military policing italiano ha dedicato un volume per Routledge e che stima il costo di Strade sicure in circa 240 milioni l’anno. Già nel 2013, ricostruisce Mazziotti, la Corte dei conti giudicava impossibile verificare l’impatto dei risultati operativi, e l’unico beneficio che riusciva a quantificare era contabile: nel 2011 i soldati avevano liberato 1.568 agenti per altri compiti, con un risparmio stimato dalla Corte in 63 milioni. Uno schieramento nato per risparmiare sugli organici, e venduto da allora come sicurezza.

Il centro Shield della Sda Bocconi, in uno studio in uscita su Azienda Pubblica anticipato dall’Ansa, descrive una missione eccezionale diventata permanente a colpi di rinnovi, senza una legge organica che ne fissi finalità e criteri di uscita. E aggiunge che i militari possono pattugliare e assistere a un reato senza avere sempre gli strumenti giuridici per completare l’intervento, mentre ogni turno in città sottrae tempo all’addestramento proprio quando la difesa collettiva chiede più prontezza. La ricetta dello studio è meno presidi statici e più pattuglie mirate. La risoluzione parla di presidi da piantare in altri 61 capoluoghi. Altro che pattuglie mirate.

Una divisa contro Vannacci

Qualche dubbio lo aveva espresso pure Crosetto, che a metà settembre, come ha riportato Open, chiedeva sui social che i soldati non servissero soltanto a “far vedere qualche mimetica per strada”. La linea della Difesa punta su circa 12mila carabinieri ausiliari per riportare i militari alle loro funzioni, e a gennaio il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato Lucio Malan, intervistato da Repubblica, l’aveva riassunta così: «I soldati devono fare i soldati». A settembre la discussione in commissione è slittata due volte su richiesta di FdI. Ieri, di colpo, l’intesa.

La spinta finale si spiega probabilmente con i numeri che a via Bellerio contano davvero. Il sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera del 26 settembre dà la Lega al 4,7 per cento e Futuro nazionale di Roberto Vannacci all’8,8. Quasi il doppio. Il Giornale, che a destra ha casa, scrive che con i soldati il Carroccio mira ad arginare il partito del generale, e descrive il capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo da mesi in aperta antitesi col segretario. Insomma, l’esercito come stampella di un segretario in affanno.

Centonove milioni l’anno, secondo la stima della Lega, per inseguire Vannacci con la mimetica degli altri. Li dovrebbe spendere, se arriveranno, un ministro che ieri quel testo non l’aveva ancora letto.

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Kushner promette una nuova Gaza e intanto va all’incasso

Oltre trecentoquaranta milioni di dollari. È la cifra che Affinity Partners, la società di Jared Kushner, genero di Donald Trump e suo inviato volontario per Gaza, ha incassato a luglio vendendo un quarto delle azioni di Phoenix Financial e restituendo ai soci l’intero investimento iniziale, mentre della società resta la prima azionista con il 7,4 per cento. Giovedì la Cnn, incrociando i registri finanziari israeliani, ha mostrato che Phoenix ha almeno 265 milioni in Elbit Systems, il primo produttore di armi del Paese, e quote in almeno altre otto aziende che riforniscono l’esercito di droni e di macchine da demolizione.

Fra quelle otto la Cnn trova Caterpillar, i cui bulldozer secondo le Nazioni Unite hanno raso al suolo quartieri a Gaza e in Libano, nella Striscia dove Human Rights Watch, con il rapporto del 19 dicembre 2024, aveva già imputato alle autorità israeliane lo sterminio e atti di genocidio per la privazione dell’acqua. E a gennaio, a Davos, Kushner prometteva ai privati una “nuova Gaza” con 180 grattacieli sul mare. Ruspa e cantiere, stesso profitto. La Cnn scrive di non aver trovato prove che la diplomazia abbia orientato quegli investimenti e l’avvocato assicura che Kushner è sempre rimasto estraneo alle scelte di Phoenix; lui stesso però raccontava a Forbes, nel settembre 2025, un “dialogo molto attivo” con i vertici del gruppo, incontrati ogni poche settimane. Alla Cnn la Casa Bianca ha risposto parlando di “racconto stanco” dei democratici.

Intanto a Mornaguia i quattro organizzatori tunisini della Global Sumud Flotilla restano in carcere da marzo, con la custodia prorogata di quattro mesi l’11 settembre. A febbraio, alla prima riunione del Board of Peace che sovrintende alla ricostruzione della Striscia, Kushner ha assicurato che chi ci lavora «non ne trae profitto personale».

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Le balle vengono a galla

Sulle armi il governo di Giorgia Meloni ci ha raccontato almeno due balle per anni. La prima balla: le armi stanno in un conto a parte e non pesano sul resto del bilancio. La seconda: le cifre sono obblighi intoccabili, impegni presi che nessuno può rimettere in discussione. Giovedì sera a Palazzo Chigi sono crollate tutte e due nella stessa riunione, una dopo l’altra.

Al vertice è arrivato Matteo Salvini e la richiesta di flessibilità all’Europa è scesa da 36 a 28 miliardi, e gli 8 miliardi tagliati li perde tutti la difesa, che nel 2027 resta allo 0,3% del Pil e nel 2028 si dimezza dallo 0,6 allo 0,3%.

La prima balla la premier la ripeteva un anno fa, presentando la Manovra: «Abbiamo sempre detto che le risorse aggiuntive non avrebbero gravato sulle altre voci di spesa». Solo che le armi sono debito, e il debito dello Stato è uno solo. Finiscono nello stesso deficit su cui la Lega reclama la flat tax e la pensione a 64 anni, e lo scostamento va votato alle Camere a maggioranza assoluta, così con le truppe leghiste insofferenti ogni miliardo per le armi si paga in voti. Se le armi stessero davvero in un conto a parte, giovedì non ci sarebbe stato niente da trattare. La cassaforte insomma era il cassetto della spesa.

La seconda balla l’ha giurata Giancarlo Giorgetti alla Camera il 5 agosto, mentre chiedeva uno scostamento che sulle armi valeva lo 0,9%: «Davanti al dovere non si scantona, non si scappa, non si diserta». Parole sue. E Meloni la ripeteva da mesi, perché ad aprile spiegava che le persone responsabili fanno ciò che è giusto anche quando è impopolare e a maggio aggiungeva che per lei cambiare idea è abbastanza difficile. Adesso lo 0,9% è diventato forse 0,6. Un terzo del dovere giurato è considerato evaporabile in una sola riunione e, secondo la ricostruzione di Repubblica, la premier vorrebbe chiudere la pratica prima della campagna elettorale, con il voto che potrebbe arrivare già in primavera.

Quando Giorgetti, leghista come Salvini, tornerà in Aula a chiedere il voto conviene ascoltarlo bene, perché il dovere ci sarà ancora, scontato di un terzo dal suo stesso partito, e la balla dell’obbligo intoccabile avrà il prezzo fissato dal calendario elettorale.

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Gabrielli si arruola con Ruffini, senza chiedere ruoli. Che nel campo largo però chiedono tutti. E intanto il programma può attendere

Ieri l’ex capo della polizia Franco Gabrielli ha raccontato al Corriere della Sera di aver scelto, dopo trentotto anni nelle istituzioni, il progetto di Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e fondatore dei comitati Più Uno, «senza chiedere ruoli o garanzie», perché prima viene il progetto e poi il resto. Ha aggiunto che organizzare le primarie come una conta tra partiti sarebbe «un suicidio», e che prima vanno costruiti il programma e le regole. Fino a pochi giorni fa, come ha raccontato Fanpage, nel Partito democratico c’era chi lo immaginava federatore, gradito perfino al Movimento 5 Stelle. Lui ha scelto una squadra. Ha fotografato, forse senza volerlo, esattamente l’opposto di quello che succede nel campo in cui è appena entrato.

Franco Gabrielli con Ruffini

Elly Schlein e Giuseppe Conte si sono messi in corsa a marzo, a ridosso della vittoria del No al referendum sulla giustizia, e la segretaria del Pd ha ribadito la candidatura il 13 settembre dalla Festa dell’Unità di Reggio Emilia. Ruffini si è detto disponibile ai gazebo e il 10 ottobre presenta il suo soggetto, che alla Stampa ha chiamato «un nuovo Ulivo». Alessandro Onorato, assessore a Roma, porterà alle primarie un candidato di Progetto Civico Italia che finora non ha indicato, Riccardo Magi (Più Europa) si è detto pronto a correre e per Alleanza Verdi e Sinistra gira il nome della deputata Elisabetta Piccolotti. Mancano ancora la data e le regole, eppure la coda si è formata lo stesso.

Chi corre e chi fa correre

Poi, i candidati per procura. Nel Pd l’area riformista di Graziano Delrio e Lorenzo Guerini prepara la corsa dell’eurodeputato Giorgio Gori, purché le primarie siano a doppio turno, mentre Matteo Renzi, che al Corriere ha detto che dalla Leopolda dovrebbe uscire il nome dell’area riformista, ha già indicato due sindaci a rappresentarla, la sindaca di Genova Silvia Salis e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Salis, che nel sondaggio Ipsos pubblicato dal Corriere il 19 settembre raccoglie un indice di gradimento di 56, sopra i 55 di Conte e i 51 di Schlein, le primarie le ha definite «uno sbaglio» e ha ripetuto che resta a fare la sindaca. L’ex ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, secondo Fanpage, riunisce a ottobre il suo progetto Primavera, e Renzi ha scelto di aprire la Leopolda insieme al sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. Chi non si candida, insomma, candida qualcun altro.

Il programma dopo il vincitore

Il programma, invece, è un tavolo che deve ancora darsi un formato, e intanto ogni partito scrive il proprio: Avs presenterà le sue proposte il 18 ottobre, lo stesso giorno in cui l’assemblea dem dovrebbe prorogare a Schlein il mandato fino alle politiche. Ad agosto Conte aveva annunciato che il nodo delle armi a Kiev lo avrebbero sciolto «con le primarie», cioè dopo aver scelto chi comanda, e Schlein gli aveva risposto che così non funziona, mentre Renzi, come ha riportato Avvenire, aveva accettato la sfida spiegando che i gazebo servono a decidere anche le sensibilità programmatiche. Sul punto la coalizione ha già posizioni opposte, e ieri Gabrielli si è schierato con chi vuole sostenere l’Ucraina «anche sul piano militare». È un metodo antico ed è comodo: si sceglie il capo e il programma lo scrive chi vince.

Il calendario corre per conto suo. La legge elettorale arriva al voto finale l’8 ottobre e il testo obbliga ogni coalizione a indicare un solo nome per Palazzo Chigi al deposito del contrassegno, pena l’inammissibilità delle liste, mentre nel Pd si ragiona su primarie nei primi mesi del 2027 con le urne che potrebbero aprirsi già in primavera. Il nome quindi arriverà puntuale, perché lo impone la legge scritta dalla destra. Gabrielli dice di aver scelto senza chiedere ruoli. Nel campo in cui è entrato i ruoli li chiedono tutti, e il progetto aspetta che qualcuno vinca per sapere cosa dire.

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