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Malagò commissario di Malagò, il Pecetto invece paga

Per sanare l’elezione irregolare di Giovanni Malagò il Coni ha scelto Giovanni Malagò. Martedì la Giunta del Comitato olimpico ha commissariato all’unanimità la Figc, la Federazione italiana giuoco calcio, perché il suo presidente, eletto il 22 giugno con il 68,58%, si era candidato senza la tessera federale che le norme pretendono, e il Consiglio nazionale ha poi ratificato il commissario: lui…

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Sardegna, via alle esercitazioni nei poligoni militari. C’è il decreto di Crosetto: questione di interesse nazionale. Ignorata la Regione

Nel decreto con cui il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scavalcato il no della Sardegna ci sono due parole che chiudono la discussione, interesse nazionale, e con quel decreto è partita ieri nei poligoni di Teulada e Quirra Joint Stars 2026, la principale esercitazione della Difesa, che secondo il Manifesto durerà fino al 31 dicembre, simulerà l’attivazione dell’articolo 5 della Nato e farà esplodere missili anche dai droni. Si spara sul serio, insomma. E chi aveva chiesto di sapere chi spara, e per conto di chi, è rimasto senza sapere niente.

Il Comitato misto paritetico sulle servitù militari, il Comipa, cioè la sede in cui Stato e Regione dovrebbero decidere cosa succede nei poligoni, il 30 giugno aveva bocciato il calendario a fuoco del secondo semestre per i poligoni di Teulada, Capo Frasca e Quirra.

I componenti civili lamentavano le richieste al ministro rimaste senza risposta e volevano sapere quali imprese private affittano pezzi dei poligoni per provare le armi e mostrarle agli acquirenti. Su questo non hanno avuti risposte. Poi, come prevede il Codice dell’ordinamento militare, il parere del comitato è stato travolto dal decreto del ministro, motivato con la prevalenza dell’interesse nazionale: la Sardegna può dire no, solo che il suo no pesa quanto un timbro.

La vetrina e il cancello

Dentro quell’interesse nazionale c’è anche il listino dell’industria delle armi. Quirra, ha scritto ancora il Manifesto, è il poligono dove le imprese private fanno ricerca, testano e presentano le loro armi ai potenziali acquirenti, e quindi un pezzo di Sardegna lavora da sala d’esposizione con i sardi chiusi fuori. Eppure il cortocircuito arriva fino alla Regione.

In piena estate, con le attività a fuoco sospese dal 1° giugno al 30 settembre per patto fra Stato e Regione, la presidente della Regione Alessandra Todde (M5S) ha concesso a Leonardo, la principale industria delle armi del Paese, un nulla osta in deroga per condurre sperimentazioni nella parte a terra del poligono di Quirra.

Il cratere senza colpevoli

A Teulada il conto è già agli atti. Sulla penisola Delta, tre chilometri quadrati di costa, fra il 2008 e il 2016 sono stati sparati 860mila colpi e 11.875 missili, 556 tonnellate di materiale bellico secondo l’inchiesta della Procura di Cagliari, e la relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito l’aveva descritta come zona d’arrivo dei colpi da oltre cinquant’anni, interdetta per sempre a persone e mezzi. Il processo ai cinque ex capi di Stato maggiore si è chiuso il 18 luglio 2024 con quattro assoluzioni e un proscioglimento perché il fatto non sussiste, mentre a Quirra il Tribunale di Lanusei aveva assolto otto comandanti già nel 2021. Il disastro c’è, i responsabili no.

Un anno dopo è toccato ai pascoli. Nel luglio 2025 la Prefettura di Cagliari ha interdetto le aree del poligono concesse agli allevatori, dove cadmio, piombo e tallio superavano le soglie di contaminazione, mentre le zone a uso esclusivo della Difesa sono rimaste a disposizione dei militari: con una battuta, fuori le pecore e dentro i carri armati. A misurare quei metalli, ha fatto notare l’associazione antimilitarista A Foras, è il comando dell’Esercito, cioè lo stesso ente che in quel poligono si addestra.

Nel 2018 la Commissione sull’uranio chiedeva la progressiva dismissione di Capo Frasca e Capo Teulada. Otto anni dopo l’isola, che secondo la Commissione Difesa della Camera sopporta oltre il 60 per cento delle servitù militari italiane, si ritrova Joint Stars, la seconda fase di Mare Aperto 2026 fino al 25 ottobre e un ministro che tratta il parere della Regione come una pratica d’ufficio. Crosetto lo chiama interesse nazionale. A Teulada ha la forma di un cratere su una penisola dichiarata imbonificabile.

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A Gaza non entra neppure la crema per la scabbia

La crema contro la scabbia passa dal filtro israeliano. Lo ha raccontato Murad Asaliyya, responsabile delle attività mediche di Medici senza frontiere a Gaza, nel rapporto con cui l’organizzazione ha segnato i tre anni dal 7 ottobre 2023: quest’anno le sue squadre hanno curato oltre 11.000 casi di malattie della pelle, mentre le forze israeliane occupano circa il 65 per cento del territorio.

Domenica il ministro della Difesa Israel Katz aveva disposto, su raccomandazione dei militari, la chiusura generale di Gaza e della Cisgiordania il 5 e il 7 ottobre per la commemorazione, senza toccare gli israeliani che passano dai posti di blocco. Il Cogat, l’unità del ministero della Difesa per i territori occupati, ha scritto che la chiusura “non dovrebbe avere alcun impatto” sulla situazione umanitaria, e lunedì i carichi sono rimasti fuori, secondo il portavoce dell’Onu Farhan Haq citato dall’AGI, mentre oggi restano fuori di nuovo. Dal 24 maggio, quando Israele ha chiuso Zikim, l’unico valico aperto alle merci è Kerem Shalom, secondo l’Ocha, l’ufficio umanitario dell’Onu. Il valico chiuso è l’unico.

Fra i quattro atti di genocidio che la Commissione d’inchiesta dell’Onu ha attribuito a Israele il 16 settembre 2025 c’è l’imposizione deliberata ai palestinesi di Gaza di condizioni di vita calcolate per distruggerli in tutto o in parte, e il segretario generale dell’Onu António Guterres nella dichiarazione per l’anniversario scrive che la tregua deve ancora garantire un’assistenza umanitaria adeguata. Ad Antalya, secondo l’agenzia turca Anadolu, si riparano quattordici barche della Global Sumud Flotilla che gli organizzatori dicono danneggiate dall’attacco israeliano, e due sono già partite per l’Italia. Oggi Israele ricorda i suoi morti, e a Kerem Shalom resta fuori anche la crema.

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Emergenza energetica in Europa, ecco perché nessuno vuole più riempire i depositi di gas in Ue

Non c’è niente di meglio di quelle tre frasi di comunicato, firmate Sefe Storage da Kassel il 18 agosto, per spiegare la crisi del gas europeo meglio di qualsiasi convegno: anche quel giorno nessuno ha comprato capacità a Rehden per l’inverno 2026-2027. A metà settembre il deposito, di gran lunga il più grande della Germania, era pieno per meno del 10 per cento. Un magazzino enorme e vuoto, e nessun commerciante disposto a riempirlo: i conti dicono che ci rimetterebbe.

Lo stoccaggio commerciale vive di una regola da bottega: si compra gas d’estate, quando costa meno, lo si chiude sottoterra e lo si rivende d’inverno, quando costa di più, e lo scarto paga il deposito e il rischio. Quest’anno lo scarto si è rovesciato, e il 3 marzo, con lo Stretto di Hormuz chiuso, il gas estivo costava 8,60 euro al megawattora più di quello invernale secondo la società di analisi Timera Energy. Stoccare voleva dire perdere soldi.

Stoccaggi, il gas che arriva per nave

Il guasto sta nella trasformazione che Bruxelles ha venduto come una liberazione. Persi i gasdotti russi, l’Unione europea compra gas liquefatto sul mercato mondiale, e secondo Bruegel il 60 per cento di quello importato arriva dagli Stati Uniti. Con circa 300 miliardi di metri cubi l’anno di nuova capacità di esportazione attesi fra il 2025 e il 2030, come ha scritto Reuters a gennaio, chi compra scommette che il gas di domani costerà meno di quello di oggi, e allora il deposito diventa un costo secco.

La guerra con l’Iran ha fatto il resto: gli attacchi di marzo a Ras Laffan, in Qatar, hanno tolto 17 miliardi di metri cubi l’anno di capacità, e per le riparazioni serviranno da tre a cinque anni secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), citata da Euronews. Nel rapporto del 9 settembre la stessa Iea scrive che l’Europa ha perso flessibilità e che i rigassificatori costruiti dopo il 2022 offrono un posto dove scaricare, mentre il carico va attratto e pagato ogni volta. Un’asta permanente, insomma, spacciata per indipendenza.

Chi paga il deposito

Al 26 settembre, sui dati di Gas Infrastructure Europe, i depositi dell’Ue erano pieni al 70,87 per cento, circa 16 punti sotto la media quinquennale. La Germania, che si era affidata agli incentivi di mercato, il 29 settembre stava intorno al 57 per cento, minimo storico per la stagione, come ha riportato Reuters. L’Italia è all’87 per cento, ha detto lo stesso giorno l’amministratore delegato di Snam Agostino Scornajenchi. Solo che la distanza fra i due Paesi ha un nome burocratico: premio giacenza. Con la delibera 112/2026 l’Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, riconosce agli operatori la differenza fra il costo di tenere fermo il gas e lo spread estate-inverno, cioè proprio quello che il mercato ha smesso di pagare, e per l’anno termico 2025-2026 il premio ha superato i 182 milioni di euro, come ha scritto Energia Oltre. Il deposito pieno esiste ancora. Lo paga il pubblico.

A Berlino ci sono arrivati tardi. Il 16 settembre la Zdf riferiva che un acquisto statale di gas era escluso; il 30 settembre la ministra dell’Economia Katherina Reiche ha ordinato a Sefe, Securing Energy for Europe, società interamente federale ed ex Gazprom Germania, di immettere 8 terawattora in più entro il 15 dicembre, dopo che il gas europeo era salito sopra i 79 euro al megawattora, massimo dall’inizio del 2023 secondo Euronews. Lo Stato che doveva restare fuori dal gas ci è rientrato dalla porta di servizio, a prezzo pieno.

Il 10 settembre la Banca centrale europea ha alzato i tassi di 25 punti base, con l’energia nell’area euro rincarata ad agosto del 14,3 per cento in un anno, secondo Eurostat. Basta un inverno freddo perché un problema di caverne diventi un problema di mutui. A Rehdon, nelle aste del 7 luglio e del 18 agosto, il mercato non ha mandato un solo compratore, e per riempire la Germania adesso serve l’ordine di una ministra.

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Mai più nella stessa stanza con Epstein, diceva Lutnick

Tre lettere: HWL, Howard William Lutnick, segretario al Commercio degli Stati Uniti d’America nella seconda amministrazione Trump dal 21 febbraio 2025. Quando a gennaio il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato i milioni di file su Jeffrey Epstein, gli altri cercavano il cognome, mentre Simon Andriesz, britannico, ex managing director di BGC Partners, società di Lutnick, sapeva che lì i capi si…

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Egitto, non solo il caso Regeni: il Paese “amico” dove basta una notte per arrestare un’intera redazione

Al Cairo, per spegnere un giornale, bastano una notte e qualche ora di straordinario. Tra la sera di lunedì 28 settembre e il giorno dopo le forze di sicurezza egiziane hanno prelevato, nelle case di più governatorati e per strada, i sei giornalisti di Matsadaash, piattaforma di inchiesta e verifica dei fatti nata nel 2018: Mohamed Ashraf Abu Emeira, Abdallah Qadry, Islam Barakat, Omar Helal, Mohamed Mahmoud e Mohamed Adel, cioè l’intera redazione, in una testata il cui nome significa “non crederci” e che il regime egiziano ha preso come un affronto personale.

Secondo l’Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), l’organizzazione per i diritti umani i cui avvocati difendono tutti e sei, gli agenti non hanno mostrato mandati e hanno sequestrato telefoni e computer anche ai familiari. Poi si sono rifiutati di dire dove portavano i sei giornalisti, che da allora non possono parlare con i loro legali né con le loro famiglie. Il 1° ottobre il ministero dell’Interno ha ammesso gli arresti parlando di notizie “fabbricate” e di legami con i Fratelli musulmani, la formula che al Cairo si appiccica a chi disturba, senza indicare un capo d’accusa né un luogo di detenzione. Per Index on Censorship è la prima volta che le autorità egiziane arrestano un’intera redazione. Secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ) i giornalisti in carcere in Egitto sono 25, e sei di quei venticinque sono entrati nel conto nel giro di un giorno.

La sera della sentenza

L’orologio conta. Lo stesso lunedì la Corte d’Assise di Roma aveva condannato in primo grado a dieci anni tre agenti degli apparati di sicurezza egiziani per il sequestro di Giulio Regeni, il ricercatore rapito al Cairo nel 2016 e ritrovato morto, processati in assenza perché l’Egitto non ha mai voluto dire all’Italia dove vivessero quegli agenti. Nelle stesse ore degli arresti il ministro degli Esteri Antonio Tajani spiegava che «non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone», distinzione da manuale che a quella latitudine suona come un lasciapassare.

Martedì, da Praga, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha completato il quadro: il governo ha usato «tutti i canali» con il Cairo, e lei dubita che chiuderli avvicini la verità. Canali aperti, appunto. Aperti a senso unico, però: da Roma partono auspici di verità e giustizia, dal Cairo in dieci anni non è arrivato nemmeno il domicilio di un imputato.

Sempre schierati, a seconda del Paese

Gli affari, del resto, vanno benissimo. Il 3 settembre Tajani era da Abdel Fattah al-Sisi con i ministri dell’Ambiente e del Lavoro e un Business Forum di oltre cento aziende italiane, in una missione che la Farnesina dedicava al partenariato fra Italia ed Egitto, forte di un interscambio salito nel 2025 a 5,9 miliardi di euro, più 11,7% sull’anno prima. Nel marzo 2024 Meloni era volata al Cairo con Ursula von der Leyen per firmare il partenariato strategico Ue-Egitto da 7,4 miliardi fino al 2027. E l’Egitto resta, come ha scritto l’Ansa citando fonti di governo, un Paese “decisivo”.

Eppure la frase giusta Tajani l’aveva già scritta. Nell’ottobre 2024, quando un tribunale russo emise un mandato d’arresto per due inviati del Tg1, parlò su X di “persecuzione nei confronti della libertà di stampa” e garantì un governo “sempre schierato a difesa del diritto a una informazione indipendente”. Sempre, certo, salvo verificare prima il Paese. Per i sei di Matsadaash quella riga, a oggi, non è arrivata.

Al Cairo per chiudere una redazione basta una notte. A Roma la presidente del Consiglio, per avere ragione di Roberto Saviano, ha dovuto aspettare quasi tre anni di processo e accontentarsi di una multa da mille euro. Forse è questo che rende al-Sisi un amico così caro: sbriga in una notte la pratica che da noi passa ancora da un giudice.

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Destra due pesi e due misure: garantisti con Delmastro, forcaioli con Scarpinato

Seicentoquarantaquattro pagine per archiviare contro ignoti il filone mafia-appalti sulle stragi del 1992, e in mezzo a quelle pagine il gip di Caltanissetta Santi Bologna ha scritto che il senatore Roberto Scarpinato (M5S), ex procuratore generale di Palermo, avrebbe svolto un’”attività depistante” al telefono con l’ex collega Gioacchino Natoli.

In quel procedimento Scarpinato è un terzo, mai indagato e mai ascoltato. Nelle conversazioni intercettate ricordava a Natoli di parlare in Commissione antimafia della riunione in Procura del 14 luglio 1992, e lui ripete di avergli chiesto di riferire un fatto vero, raccontato da Natoli stesso, lamentando che il contraddittorio per dimostrarlo gli è stato negato. La chiama «bullismo politico», e quello che è successo dopo gli dà una mano.

Scarpinato e Delmastro, destra due pesi e due misure

La destra si è mossa in un fine settimana. Domenica i capigruppo di Fratelli d’Italia al Senato e alla Camera, Lucio Malan e Galeazzo Bignami, hanno scritto ai colleghi del Movimento 5 Stelle chiedendo di sostituirlo, in nome dell’”attendibilità istituzionale” della commissione presieduta da Chiara Colosimo (FdI), con una chiosa che misura la temperatura del conflitto: avete sempre dichiarato “rispetto per le parole dei magistrati”, ora dimostratelo.

Il capogruppo di FdI in Antimafia Raoul Russo pretendeva già un chiarimento immediato, Maurizio Gasparri (FI) ha perfino ringraziato il giudice perché smonterebbe le “teorie infondate” sui coinvolgimenti politici nelle stragi, come ha scritto il Fatto Quotidiano, e sul Giornale il generale Mario Mori, ex capo del Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri, ha consigliato a Scarpinato un passo indietro. Il coro, insomma, era già accordato.

Il giudice che piace e quello che…

Il rispetto per le toghe, a destra, funziona a giorni alterni. Nello stesso ufficio la gip Graziella Luparello a dicembre ha respinto la richiesta della Procura di archiviare le indagini sui mandanti esterni di Capaci e via D’Amelio, ha ordinato 43 approfondimenti e ha scritto che blindare tutto su mafia-appalti è una scelta “affetta da severa miopia”; la Procura ha fatto ricorso e l’ordinanza ha retto in Cassazione.

Sono due giudici dello stesso tribunale che leggono la stessa storia in modo opposto, e la maggioranza ha deciso che soltanto uno dei due merita ascolto. Dov’è finito, in questi giorni, il rispetto per le parole della gip Luparello?

Poi c’è il capitolo delle intercettazioni, il più istruttivo. Le 33 conversazioni di Scarpinato sono state offerte in visione ai commissari dell’Antimafia senza alcuna autorizzazione del Senato, dopo che la presidente Colosimo le aveva chieste e ottenute dalla Procura nissena, come ha scritto il Foglio, e il 18 marzo 2025 la Giunta delle immunità di Palazzo Madama, a maggioranza, ha bocciato la proposta di sollevare conflitto di attribuzione, come ricostruisce la Corte costituzionale nell’ordinanza 106 di quest’anno.

Il 5 agosto, a voto segreto e con 206 voti contro 133, la stessa coalizione ha invece negato alla Procura di Roma le chat fra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (FdI) e Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia con l’aggravante di aver agevolato un clan, mentre il relatore di maggioranza spiegava che sequestrando un telefono «si sequestra la loro intera vita». La vita di Delmastro, evidentemente, pesa di più.

Ci avevano già provato per legge, con il disegno di legge 1277 sul conflitto di interessi in Antimafia, pensato, lo dice la relazione introduttiva, per il commissario che potrebbe essere ascoltato in ragione delle funzioni svolte in passato. Adesso basta un inciso dentro un decreto di archiviazione. Seicentoquarantaquattro pagine e nessun colpevole: alla destra è bastata una riga per trovarne uno, possibilmente all’opposizione.

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Il contro-Naza dell’Idf per assolvere se stesso

A un film sui suoi soldati Israele risponde con un film di soldati. Si chiama “NAZA: The Real Story“, dura 49 minuti, è gratuito e lo firmano il tenente colonnello della riserva Roi Danino, Hagai Gutman e Ariel Averbuch, con materiale che l’esercito, secondo il Jerusalem Post, ha autorizzato a pubblicare. Il 3 ottobre l’ambasciata d’Israele a Washington lo rilanciava come il film che “rimette le cose in chiaro”, e l’hasbara, la diplomazia pubblica israeliana, si è trovata un regista con i gradi.

Il metodo raccontato in “NAZA” da Yuval Abraham e Rachel Szor è il conto dei civili che moriranno, fatto prima degli attacchi, e nella risposta del 1 ottobre l’esercito, mentre nega la soglia dei 200, scrive che quelle vere sono “molto più basse”, senza dire quali. Smentisce la cifra, conferma il conto. Il 14 settembre il capo di stato maggiore Eyal Zamir, che parlava di “calunnie del sangue”, chiedeva al procuratore militare di valutare azioni legali contro il film e ordinava di cercare chi avesse fatto filtrare i materiali classificati usati per girarlo. Il ministro della Cultura Miki Zohar chiedeva al ministero dell’Interno di vagliare la revoca della cittadinanza ai registi. Il Guardian, che lo produce, rivendica riscontri su documenti classificati trapelati.

Nel procedimento per genocidio avviato dal Sudafrica, la Corte internazionale di giustizia ha ordinato a Israele il 28 marzo 2024 di garantire che il suo esercito eviti ogni atto contro i diritti dei palestinesi di Gaza come gruppo protetto dalla Convenzione sul genocidio, compreso il blocco degli aiuti umanitari. La Freedom Flotilla punta su Gaza a ottobre. Nella sua risposta l’esercito scrive che il film, “paradossalmente”, fa passare per indifferenza verso le vite civili “lo sforzo eccezionale e il dettaglio” con cui stima il danno ai civili.

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L’alleanza riformicchia di Renzi

Eccolo, è sempre lui. Domenica alla Leopolda il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha giurato che con Partito democratico (Pd), Movimento 5 Stelle (M5S) e Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) ci sono «più cose che ci uniscono» e poi dallo stesso palco, ha spiegato che la segretaria dem Elly Schlein è la persona meno adatta a garantire per lui, perché viene da «una storia diversa». Al presidente del Movimento Giuseppe Conte ha chiesto tre garanzie che dovrebbero suonare come un programma, mai più Matteo Salvini al Viminale, mai più Giancarlo Giorgetti in Consiglio dei ministri, mai dalla parte di Donald Trump. Garanzie tutte sugli avversari, perché sugli alleati della coalizione bisognerebbe andarsi altrimenti a rileggere i tabulati d’Aula.

Lavoro e giustizia, la frattura con il Pd

Al referendum dell’8 e 9 giugno 2025 la direzione del Pd ha chiesto cinque Sì e il M5S quattro Sì sui quesiti del lavoro, mentre Italia Viva ha fatto campagna per il No proprio sui licenziamenti e sui contratti a termine, cioè sulla parte del Jobs Act che Schlein voleva abrogare e che Renzi aveva firmato da Palazzo Chigi. Sul salario minimo è andata allo stesso modo, perché a luglio 2023 la proposta unitaria a 9 euro l’ora, firmata da Conte, Schlein e dai vertici di Avs, Azione e +Europa, ha visto Italia Viva unico partito di opposizione a chiamarsi fuori, e la spiegazione di Renzi era limpida: stare all’opposizione del governo Meloni “non significa essere in una coalizione alternativa”. Quando ad agosto le opposizioni poi sono state convocate a Palazzo Chigi sul salario minimo, Renzi ha fatto sapere che non ci sarebbe andato. Ora, tre anni dopo, chiede di entrare in quella coalizione. Un capolavoro.

Sulla separazione delle carriere Italia Viva si è astenuta quattro volte su quattro, dalla prima lettura alla Camera del 16 gennaio 2025 al voto finale del Senato del 30 ottobre 2025, mentre Pd e M5S votavano contro la riforma del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Renzi, che si dice favorevole da sempre al principio, in Aula ha spiegato che «la montagna ha partorito un topolino» e l’ha chiamata «riformicchia», e al referendum di marzo ha lasciato libertà di voto. Un’astensione elevata a dottrina. Sul premierato, certo, ha votato contro con tutte le opposizioni, solo che il 18 giugno 2024, quando Pd, M5S e Avs sono scesi in piazza Santi Apostoli, i renziani in piazza mancavano.

Con il M5S, un no dopo l’altro

Con i Cinque Stelle la distanza è scritta cubitale nel registro dei voti in Aula. Il 21 dicembre 2023 la ratifica del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) è caduta alla Camera con 184 no, fra cui quelli del M5S accanto a Fratelli d’Italia e Lega, contro i 72 sì di Pd, Azione, Italia Viva e +Europa.

Sulle armi all’Ucraina la scena si ripete ogni volta, e l’11 febbraio 2026 sulla proroga Italia Viva ha votato sì al decreto mentre M5S e Avs votavano due volte no. Il 2 ottobre 2025 poi la Camera ha approvato con 181 voti la risoluzione di Italia Viva su Gaza, con il parere favorevole del governo e l’astensione di Pd, M5S e Avs, la cui risoluzione unitaria per il riconoscimento senza condizioni della Palestina è stata bocciata.

Poi c’è la geografia. A febbraio 2023 in Lombardia Italia Viva ha sostenuto Letizia Moratti, ex vice di Attilio Fontana(Lega), contro Pierfrancesco Majorino di Pd e M5S, e a Genova teneva ancora un assessore nella giunta di centrodestra di Marco Bucci, motivo del veto di M5S e Avs. A fine settembre il M5S ha imposto l’esclusione dei renziani dalla coalizione di Andrea Orlando (Pd) in Liguria.

Le cose che uniscono esistono, solo che stanno nella colonna dei nemici comuni. Nella colonna dei voti Italia Viva sta da un’altra parte ogni volta che conta. L’unico  programma comune si chiama Salvini, contro Salvini. Beh, almeno quello.

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61 anni, un tetto, una guaina e un contratto spuntato dopo: Caivano è il ritratto del lavoro nero

Salvatore Calignano aveva 61 anni e venerdì pomeriggio, secondo il racconto della moglie, stendeva in nero una guaina isolante sul tetto di un capannone a Caivano, e i sanitari del 118 l’hanno trovato altrove, da solo, in una strada secondaria dove prima di svenire ha detto di essere caduto da una scala. Sabato è morto. Poi dagli accertamenti dei carabinieri è spuntata un’assunzione regolare…

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