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Cause bavaglio, perfino la Bulgaria batte l’Italia: recepita oltre il minimo previsto la direttiva Ue anti-Slapp sulle liti temerarie

Settantunesima su 180 nell’indice della libertà di stampa di Reporter senza frontiere (RSF), la Bulgaria è il Paese dove un cronista di Burgas ha ricevuto dieci cause per diffamazione dello stesso imprenditore in due giorni lavorativi e si è visto congelare i conti, come ha denunciato RSF ad aprile.

Eppure è stata proprio la Bulgaria, il 30 settembre, a votare la legge contro le cause bavaglio (le Slapp, azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica) estendendo la tutela alle cause tutte interne e ai processi già in corso, oltre il minimo della direttiva. Stava nell’elenco dei 14 Stati messi in mora dalla Commissione europea il 15 luglio. Ha risposto con una legge. L’Italia, nello stesso elenco, ha risposto con un decreto che chiede il passaporto al querelante.

Cause bavaglio, la tutela con la dogana

La direttiva (Ue) 2024/1069 andava recepita entro il 7 maggio 2026 e il governo di Giorgia Meloni ha presentato lo schema di decreto solo il 9 luglio, con la tutela più stretta possibile: vale per le sole cause civili transfrontaliere, mentre l’articolo 17 lascia fuori i processi già in corso. La scelta era annunciata, perché già a gennaio la presidente del Consiglio aveva parlato di un recepimento per i soli casi transfrontalieri. Peccato che le cause transfrontaliere siano state il 9,4% dei casi europei fra il 2010 e il 2023, secondo l’Ordine dei giornalisti sui dati della Coalition Against Slapps in Europe (Case). Insomma, è protetto il cronista querelato da un’impresa con sede all’estero. Chi finisce in tribunale per mano del sindaco che ha raccontato ovviamente si arrangia.

Per Case Italia, con questo testo oltre il 90% delle Slapp italiane resta senza alcuna protezione. La rete con Article 19 ha definito la proposta una trasposizione “simbolica, tardiva e inefficace”, l’Ordine dei giornalisti ha scritto alla Camera di “un’occasione persa” e perfino la presidenza della commissione Giustizia del Senato ha chiesto al governo che il criterio transfrontaliero sia ricalibrato, ha riportato il consorzio Media Freedom Rapid Response (MFRR). Ad agosto, ha scritto Transparency International Italia, le commissioni hanno chiuso il loro parere, che non vincola nessuno, e il testo è tornato al governo per il via libera definitivo.

Quindici posti in tre anni

Secondo i rapporti di Case l’Italia è il Paese europeo con più Slapp per il secondo anno di fila. E a querelare, annota l’Mfrr, sono troppo spesso alte cariche pubbliche, cioè proprio chi il giornalismo dovrebbe controllare. Nel 2025 l’osservatorio Ossigeno per l’informazione ha contato 93 giornalisti colpiti da cause che erano palesemente infondate, e su dati del ministero della Giustizia l’80% delle querele e delle cause per risarcimento finisce in archiviazione o assoluzione: nel frattempo un freelance da 17.000 euro lordi l’anno si vede chiedere spesso dai 100.000 euro al milione, riferisce l’Ordine. Il conto lo paga chi scrive, anche quando vince.

Nell’indice di RSF letto da Pagella Politica l’Italia era 41ª nel 2023 con 72,05 punti ed è 56ª nel 2026 con 65,16: quindici posti persi in tre edizioni, tutte uscite con Meloni a Palazzo Chigi. Il Rapporto sullo Stato di diritto 2026 della Commissione registra l’assenza di progressi sulla riforma della diffamazione e il monitoraggio 2025 dell’MFRR conta 118 violazioni. Poi c’è la premier. Roberto Saviano è stato condannato a 1.000 euro di multa per averla diffamata nell’ottobre 2023, e Domani ha scritto che il suo avvocato chiedeva 75.000 euro di risarcimento e che la querela è rimasta in piedi anche quando lei era già al governo.

A Burgas un cronista con i conti congelati ha appena ottenuto dal suo Parlamento una legge che lo tutela. A Roma il governo scrive una legge che tutela chi viene querelato da oltre confine. La querelante più celebre del Paese intanto siede a Palazzo Chigi.

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Gasolio e sanità, il governo Meloni vive di cerotti e propaganda

Il governo ha ragione su un numero, uno solo: il fondo sanitario del 2026, 142,9 miliardi, è il più alto di sempre in valore nominale. Ieri alla Camera la Fondazione Gimbe gli ha messo accanto il resto, e il re è rimasto nudo: tra il 2023 e il 2026 il Servizio sanitario nazionale ha avuto 18,8 miliardi in meno di quelli che avrebbe ricevuto tenendo la quota di ricchezza nazionale del 2022…

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Colpiti 65mila obiettivi su 100mila: Israele festeggia i successi a Gaza

Sessantacinquemila. Sono in cifra tonda gli obiettivi colpiti nella Striscia di Gaza su circa 100.000 in tre anni: ieri, per l’anniversario del 7 ottobre, l’esercito israeliano ha messo in fila i propri successi in un rendiconto pubblico e ci ha infilato anche una quarantina di nuovi avamposti nella Striscia, secondo il Times of Israel.

Nelle stesse ore l’ospedale Al-Shifa di Gaza City ha contato due morti di un attacco israeliano, e uno dei due era un volontario della Protezione civile, il servizio che a Gaza scava fra le macerie per recuperare i corpi. La settimana scorsa, racconta l’Associated Press, una squadra di ricerca è arrivata a casa di Haneen al-Khodari a Gaza City, dove dal dicembre 2023 diciassette suoi familiari restavano sotto le rovine, e dopo otto ore di scavo ha trovato i resti di un bambino piccolo e due ossa. Poi la ricerca è stata chiusa. Il ministero della Sanità di Gaza conta oltre 74.000 palestinesi uccisi e più di 1.400 da quando, un anno fa, è entrato in vigore il cessate il fuoco.

Ad aprile Amnesty International scriveva che Israele, a sei mesi dal “cosiddetto” cessate il fuoco, continuava a infliggere deliberatamente ai palestinesi di Gaza condizioni di vita calcolate per distruggerli fisicamente, la condotta che l’organizzazione chiama genocidio, e ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scritto che le operazioni israeliane a Gaza hanno provocato “una devastazione umana e materiale di intollerabile gravità”. Gli obiettivi l’esercito li conta a decine di migliaia, e a casa al-Khodari il conto sta su un telo di plastica, con l’etichetta “ossa miste”.

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Perfino il padre dell’Ihra boccia il ddl antisemitismo

L’avversario più autorevole della legge italiana che sta per adottare la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, l’IHRA, è l’uomo che quella definizione l’ha scritta. Kenneth Stern, avvocato americano e oggi direttore del Bard Center for the Study of Hate, nel 2004 guidò la stesura della definizione per l’American Jewish Committee. Intervistato da Federica D’Alessio per Kritica, ha detto al Parlamento italiano quello che nessun emendamento delle opposizioni era riuscito a dire con la stessa nettezza: se uno Stato usa una definizione per stabilire cosa sia lecito dire su questioni politiche, «questo è maccartismo». Ai difensori della legge resta poco da dire.

Il testo è la proposta A.C. 2830, approvata dal Senato il 4 marzo 2026 con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. La commissione Affari costituzionali della Camera ha chiuso l’esame il 30 settembre senza cambiare una virgola, e l’Aula ha avviato la discussione generale venerdì. Il voto definitivo dovrebbe arrivare nella prima metà di ottobre, dopo la legge elettorale. L’articolo 1 adotta la definizione approvata a Bucarest il 26 maggio 2016, “ivi inclusi i relativi indicatori”: proprio la parte che il suo autore chiede di tenere lontana dalle leggi.

Nata per contare, usata per zittire

Stern dice la stessa cosa da quasi dieci anni, e la dice nelle sedi più alte che ci siano. Il 7 novembre 2017 era davanti alla commissione Giustizia della Camera dei rappresentanti di Washington per opporsi all’Antisemitism Awareness Act, che voleva usare la sua definizione nei campus.

Nel dicembre 2019, dopo l’ordine esecutivo con cui Donald Trump la applicava alle università, scrisse sul Guardian che la sua definizione non era mai stata pensata come codice contro i discorsi d’odio. Il 17 settembre 2024 ha portato le stesse obiezioni alla commissione Giustizia del Senato americano. La definizione serviva a chi raccoglie i dati, a confrontare gli episodi da un Paese all’altro e da un anno all’altro. Contare, insomma. La stessa IHRA la presenta come “non giuridicamente vincolante”, e lo riporta perfino il dossier del Servizio studi del Senato. Eppure la legge la mette alla base della Strategia nazionale, che dovrà arrivare nelle scuole e nella formazione delle forze di polizia.

Il guaio sta negli esempi. Sono undici e sette riguardano lo Stato di Israele: il conto l’ha messo nero su bianco anche il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti nella mozione del 31 marzo, con cui ha smesso di usarli e ha scelto come riferimento la Dichiarazione di Gerusalemme. Stern, nell’intervista, racconta che fine fanno quegli esempi quando finiscono in mano a chi governa.

In Germania sono serviti a bollare come antisemiti ebrei che protestavano per Gaza, e lui stesso cita il commento di chi ha trovato ironico che proprio Berlino torni a stabilire cosa significhi essere un buon ebreo. Nel Regno Unito, dice, sono stati usati contro manifestazioni che definivano Israele uno Stato di apartheid. In Australia, racconta ancora, un’associazione di operatori sanitari li applica, e un post su Gaza rischia di costare la licenza a un medico. La legge che dice di proteggere gli ebrei, a guardarla da vicino, sceglie quali ebrei proteggere.

Il rimedio che Stern boccia

Qui il discorso si fa scomodo anche per chi la legge la combatte. Il Partito democratico, che in Senato si era astenuto, ha legato il suo sì alla Camera alla sostituzione della definizione IHRA con la Dichiarazione di Gerusalemme. È il testo firmato nel 2021 da circa duecento studiosi di antisemitismo, Shoah e Medio Oriente. Stern la nomina, insieme alla definizione del progetto Nexus, e scarta l’una e l’altra nella stessa frase: nessuna di queste, dice, dovrebbe servire a uno Stato per decidere cosa si può dire in politica.

E racconta dei deputati repubblicani che a Washington la definizione la volevano ma senza l’esempio sugli ebrei accusati di aver ucciso Gesù, perché quello toccava le loro convinzioni. Per Stern è la prova che in gioco c’è la libertà di parola, e che ognuno la vorrebbe tagliata sulla misura delle proprie idee. Il problema sta nella pretesa di fissare per legge una visione ufficiale di Israele e del sionismo, qualunque sia il testo scelto. La toppa proposta dal centrosinistra lascia intatta esattamente quella pretesa.

Secondo Amnesty International, l’Italia sarebbe il primo Paese dell’Unione europea ad avere una norma del genere. Stern aggiunge la parte più amara: ogni volta che si danneggia la democrazia l’antisemitismo cresce. Intanto la caccia alle definizioni distrae da quello vero, il complottismo che a Charlottesville nel 2017 marciava gridando che gli ebrei non li avrebbero sostituiti, e che per farsi riconoscere non ha mai avuto bisogno di indicatori. L’uomo che ha scritto la definizione chiede al Parlamento di non farne una legge. A Montecitorio la maggioranza si prepara a votarla lo stesso, con la sua definizione e senza la sua opinione.

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Affitti brevi, l’Affordable Housing Act arriva a Strasburgo: la destra difende i proprietari partendo dalla Spagna in piazza

Centosettantotto contro centosettantadue: con sei voti di scarto, venerdì scorso, il Congresso dei deputati spagnolo ha affossato il primo dei due decreti sulla casa del governo di Pedro Sánchez, quello che sospendeva gli sfratti delle persone vulnerabili senza alternativa e concedeva agli inquilini una proroga dei contratti fino a due anni, e a votare contro sono stati il Partido Popular, Vox e gli indipendentisti catalani di Junts. Il secondo è caduto subito dopo, 184 no contro 166 sì. Fuori dall’aula gridavano «vergogna» e «sciopero generale».
I decreti portavano il nome di Maricarmen, la donna di 87 anni sfrattata a fine settembre a Madrid dalla casa in cui viveva da decenni, e da quello sfratto è partito un movimento che il 26 settembre ha portato in piazza 25.000 persone secondo la Delegazione del governo, 300.000 secondo il Sindicato de Inquilinas, e che lo scorso fine settimana ha convocato cortei in oltre 50 città. Secondo l’Associated Press l’affitto medio in Spagna è quasi raddoppiato in dieci anni. Dopo il voto Sánchez ha deciso per il ritorno anticipato alle urne il 29 novembre. In Spagna, insomma, la casa è diventata la questione che fa cadere un governo.
Affitti brevi: il commissario che citava Madrid
Martedì a Strasburgo è arrivato in Plenaria l’Affordable Housing Act, il regolamento presentato dalla Commissione europea il 9 settembre per dare a sindaci e governi uno strumento contro affitti brevi, seconde case e alloggi sfitti nelle zone sotto pressione, e il commissario europeo all’Energia e alla Casa Dan Jørgensen, presentandolo, aveva scelto proprio la capitale spagnola come esempio, con affitti saliti del 75 per cento in dieci anni, come riportava Eu Perspectives.
Il testo lascia ogni amministrazione libera di restare ferma. Chi vuole limitare gli affitti brevi deve prima dimostrare che hanno colpito in modo significativo l’accesso alla casa per almeno tre anni, e in aula Jørgensen ha concesso perfino che affitti brevi, seconde case e immobili sfitti «non sono la causa principale» della crisi. Più prudenti di così si muore di prudenza.
Eppure i popolari hanno chiesto di «rivedere profondamente il testo» e la destra lo ha trattato come un esproprio. Antonella Sberna (FdI-Ecr) ha detto che la Commissione «ha scelto lo strumento sbagliato» e ha indicato come modello quelli del governo Meloni, Isabella Tovaglieri (Lega-Pfe) ha spiegato che l’emergenza «non si risolve cancellando la proprietà privata», che il regolamento del resto nemmeno sfiora, Marco Falcone (FI-Ppe) ha invitato il commissario a «concentrarsi sulle reali priorità» e perfino Elisabetta Gualmini, da Renew, ha reclamato «meno ideologia». Già alla presentazione, come aveva scritto Sberna parlava di “un atto illiberale” e Tovaglieri di “follia inaccettabile”. Per un permesso con l’onere della prova a carico dei sindaci.
La stessa famiglia
Il partito che venerdì ha affossato i decreti a Madrid siede a Strasburgo nello stesso Partito popolare europeo di Forza Italia, e la ricetta dell’Eurocamera sulla casa, il rapporto della commissione speciale votato il 10 marzo, porta la firma di un popolare spagnolo, Borja Giménez Larraz: costruire di più, semplificare, attirare gli investitori privati, come aveva ricostruito Eunews. Dopo il voto il leader del Pp Alberto Núñez Feijóo ha liquidato i decreti come una scusa per aiutare Sánchez e ha aggiunto che a Natale nessuno vuole il premier, secondo il resoconto dell’Espresso.

Solo che in quelle piazze si chiedeva di restare subito nella casa in cui si vive, e lo si chiedeva a una destra che a Madrid ha tolto la proroga agli inquilini e a Strasburgo vuole togliere ai sindaci perfino il permesso di provarci. Sei voti sono bastati a Madrid. A Strasburgo popolari e patrioti contano ancora di arrivare a Natale con le chiavi in tasca.

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Adolescenti sui Social: il governo processa il telefono e misura l’età minima per aprire un profilo. Intanto la cura resta in un cassetto

Sedici adolescenti su cento in Campania riconoscono in sé almeno sei dei nove segnali con cui si misura l’uso problematico dei social, compreso lo schermo usato per scappare da sentimenti negativi. È il 16,4 per cento dell’elaborazione che Openpolis e Con i Bambini hanno pubblicato sui dati della sorveglianza Hbsc, lo studio dell’Istituto superiore di sanità per l’Organizzazione mondiale della sanità sui comportamenti di salute dei ragazzi in età scolare. In Valle d’Aosta sono il 9,5. Tutte le regioni del Mezzogiorno stanno fra le prime otto e la mappa ricalca una geografia che l’Italia conosce a memoria.

Il dato viene dalla rilevazione del 2022, l’ultima disponibile prima di quella del 2026, e a livello nazionale l’Iss conta a rischio il 13,5 per cento degli adolescenti, con le ragazze al 16,9 e i ragazzi al 10,3 e un picco a 13 anni, e registra una prevalenza più alta nelle famiglie meno agiate pur avvertendo che lo status economico sembra pesare poco. Precisazione noiosa. Ed è proprio quella che il dibattito sui divieti salta a pie’ pari.

Adolescenti & Social: una mappa con un indirizzo

Lo stesso dossier di Openpolis cita un policy brief del 2025 dell’ufficio europeo dell’Oms: gli effetti dipendono da chi usa la tecnologia e da cosa incontra, da quando, perché e quanto la usa, e il disagio corre nei due sensi perché chi sta male cerca lo schermo e lo schermo usato in modo compulsivo peggiora chi sta male. Sono le relazioni difficili e le famiglie in conflitto che possono spingere verso l’uso più dannoso. Insomma, il telefono è la parte del problema che si vede da lontano.

Ottanta milioni e un divieto che aspetta l’Europa

Il governo ha scelto l’imputato più comodo. Il disegno di legge targato FdI sulla tutela dei minori nella dimensione digitale, presentato al Senato il 13 maggio 2024 dalla senatrice Lavinia Mennuni (FdI), a fine agosto giaceva ancora a Palazzo Madama senza un orizzonte, come ha scritto L’Espresso, in attesa dell’Europa, fino a settembre. Intanto, secondo le anticipazioni di Avvenire a maggio, l’esecutivo ipotizza un testo suo con il controllo parentale obbligatorio sui dispositivi. Si discute di età minima per i social proprio lì dove la mappa chiederebbe psicologi e neuropsichiatri infantili.

La cura viaggia con un altro passo. La legge di bilancio ha messo 80 milioni per il 2026 sul Piano di azioni nazionale per la salute mentale 2025-2030, approvato in Conferenza unificata il 29 dicembre 2025 quasi tredici anni dopo il precedente: meno di sei euro ogni diecimila di un Fondo sanitario nazionale da circa 143 miliardi. A fine luglio il ministro della Salute Orazio Schillaci parlava di «emergenza silenziosa» e secondo Quotidiano Sanità dava per vicino il decreto che ripartisce quei soldi fra le Regioni. Il 15 settembre la giunta del Piemonte rinviava ancora alle risorse “che saranno erogate” da un decreto ministeriale in preparazione, e così otto mesi e mezzo dopo la legge di bilancio l’emergenza silenziosa è rimasta silenziosa anche nei conti.

Il Rapporto sulla salute mentale del ministero conta 845.516 persone assistite nel 2024 e 272.497 al primo contatto, e secondo Openpolis quasi il 28 per cento dei nuovi pazienti ha fra 18 e 35 anni, con un tasso di 94 ogni 10.000 abitanti fra i 18 e i 24 anni. Sono i ragazzi della mappa di ieri, qualche anno dopo. Fra i 14 e i 19 anni l’indice di salute mentale dell’Istat elaborato da Openpolis è sceso da 73,9 a 70,3 fra il 2020 e il 2021 ed era a 72 nel 2025, ancora sotto i livelli di prima della pandemia.

Vietare costa meno che curare, e soprattutto si annuncia prima. In Campania quel 16,4 per cento aspetta servizi pagati da un decreto che a metà settembre era ancora in preparazione, mentre a Roma si misura l’età minima per aprire un profilo sui social.

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Malagò commissario di Malagò, il Pecetto invece paga

Per sanare l’elezione irregolare di Giovanni Malagò il Coni ha scelto Giovanni Malagò. Martedì la Giunta del Comitato olimpico ha commissariato all’unanimità la Figc, la Federazione italiana giuoco calcio, perché il suo presidente, eletto il 22 giugno con il 68,58%, si era candidato senza la tessera federale che le norme pretendono, e il Consiglio nazionale ha poi ratificato il commissario: lui…

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Sardegna, via alle esercitazioni nei poligoni militari. C’è il decreto di Crosetto: questione di interesse nazionale. Ignorata la Regione

Nel decreto con cui il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scavalcato il no della Sardegna ci sono due parole che chiudono la discussione, interesse nazionale, e con quel decreto è partita ieri nei poligoni di Teulada e Quirra Joint Stars 2026, la principale esercitazione della Difesa, che secondo il Manifesto durerà fino al 31 dicembre, simulerà l’attivazione dell’articolo 5 della Nato e farà esplodere missili anche dai droni. Si spara sul serio, insomma. E chi aveva chiesto di sapere chi spara, e per conto di chi, è rimasto senza sapere niente.

Il Comitato misto paritetico sulle servitù militari, il Comipa, cioè la sede in cui Stato e Regione dovrebbero decidere cosa succede nei poligoni, il 30 giugno aveva bocciato il calendario a fuoco del secondo semestre per i poligoni di Teulada, Capo Frasca e Quirra.

I componenti civili lamentavano le richieste al ministro rimaste senza risposta e volevano sapere quali imprese private affittano pezzi dei poligoni per provare le armi e mostrarle agli acquirenti. Su questo non hanno avuti risposte. Poi, come prevede il Codice dell’ordinamento militare, il parere del comitato è stato travolto dal decreto del ministro, motivato con la prevalenza dell’interesse nazionale: la Sardegna può dire no, solo che il suo no pesa quanto un timbro.

La vetrina e il cancello

Dentro quell’interesse nazionale c’è anche il listino dell’industria delle armi. Quirra, ha scritto ancora il Manifesto, è il poligono dove le imprese private fanno ricerca, testano e presentano le loro armi ai potenziali acquirenti, e quindi un pezzo di Sardegna lavora da sala d’esposizione con i sardi chiusi fuori. Eppure il cortocircuito arriva fino alla Regione.

In piena estate, con le attività a fuoco sospese dal 1° giugno al 30 settembre per patto fra Stato e Regione, la presidente della Regione Alessandra Todde (M5S) ha concesso a Leonardo, la principale industria delle armi del Paese, un nulla osta in deroga per condurre sperimentazioni nella parte a terra del poligono di Quirra.

Il cratere senza colpevoli

A Teulada il conto è già agli atti. Sulla penisola Delta, tre chilometri quadrati di costa, fra il 2008 e il 2016 sono stati sparati 860mila colpi e 11.875 missili, 556 tonnellate di materiale bellico secondo l’inchiesta della Procura di Cagliari, e la relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito l’aveva descritta come zona d’arrivo dei colpi da oltre cinquant’anni, interdetta per sempre a persone e mezzi. Il processo ai cinque ex capi di Stato maggiore si è chiuso il 18 luglio 2024 con quattro assoluzioni e un proscioglimento perché il fatto non sussiste, mentre a Quirra il Tribunale di Lanusei aveva assolto otto comandanti già nel 2021. Il disastro c’è, i responsabili no.

Un anno dopo è toccato ai pascoli. Nel luglio 2025 la Prefettura di Cagliari ha interdetto le aree del poligono concesse agli allevatori, dove cadmio, piombo e tallio superavano le soglie di contaminazione, mentre le zone a uso esclusivo della Difesa sono rimaste a disposizione dei militari: con una battuta, fuori le pecore e dentro i carri armati. A misurare quei metalli, ha fatto notare l’associazione antimilitarista A Foras, è il comando dell’Esercito, cioè lo stesso ente che in quel poligono si addestra.

Nel 2018 la Commissione sull’uranio chiedeva la progressiva dismissione di Capo Frasca e Capo Teulada. Otto anni dopo l’isola, che secondo la Commissione Difesa della Camera sopporta oltre il 60 per cento delle servitù militari italiane, si ritrova Joint Stars, la seconda fase di Mare Aperto 2026 fino al 25 ottobre e un ministro che tratta il parere della Regione come una pratica d’ufficio. Crosetto lo chiama interesse nazionale. A Teulada ha la forma di un cratere su una penisola dichiarata imbonificabile.

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A Gaza non entra neppure la crema per la scabbia

La crema contro la scabbia passa dal filtro israeliano. Lo ha raccontato Murad Asaliyya, responsabile delle attività mediche di Medici senza frontiere a Gaza, nel rapporto con cui l’organizzazione ha segnato i tre anni dal 7 ottobre 2023: quest’anno le sue squadre hanno curato oltre 11.000 casi di malattie della pelle, mentre le forze israeliane occupano circa il 65 per cento del territorio.

Domenica il ministro della Difesa Israel Katz aveva disposto, su raccomandazione dei militari, la chiusura generale di Gaza e della Cisgiordania il 5 e il 7 ottobre per la commemorazione, senza toccare gli israeliani che passano dai posti di blocco. Il Cogat, l’unità del ministero della Difesa per i territori occupati, ha scritto che la chiusura “non dovrebbe avere alcun impatto” sulla situazione umanitaria, e lunedì i carichi sono rimasti fuori, secondo il portavoce dell’Onu Farhan Haq citato dall’AGI, mentre oggi restano fuori di nuovo. Dal 24 maggio, quando Israele ha chiuso Zikim, l’unico valico aperto alle merci è Kerem Shalom, secondo l’Ocha, l’ufficio umanitario dell’Onu. Il valico chiuso è l’unico.

Fra i quattro atti di genocidio che la Commissione d’inchiesta dell’Onu ha attribuito a Israele il 16 settembre 2025 c’è l’imposizione deliberata ai palestinesi di Gaza di condizioni di vita calcolate per distruggerli in tutto o in parte, e il segretario generale dell’Onu António Guterres nella dichiarazione per l’anniversario scrive che la tregua deve ancora garantire un’assistenza umanitaria adeguata. Ad Antalya, secondo l’agenzia turca Anadolu, si riparano quattordici barche della Global Sumud Flotilla che gli organizzatori dicono danneggiate dall’attacco israeliano, e due sono già partite per l’Italia. Oggi Israele ricorda i suoi morti, e a Kerem Shalom resta fuori anche la crema.

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Emergenza energetica in Europa, ecco perché nessuno vuole più riempire i depositi di gas in Ue

Non c’è niente di meglio di quelle tre frasi di comunicato, firmate Sefe Storage da Kassel il 18 agosto, per spiegare la crisi del gas europeo meglio di qualsiasi convegno: anche quel giorno nessuno ha comprato capacità a Rehden per l’inverno 2026-2027. A metà settembre il deposito, di gran lunga il più grande della Germania, era pieno per meno del 10 per cento. Un magazzino enorme e vuoto, e nessun commerciante disposto a riempirlo: i conti dicono che ci rimetterebbe.

Lo stoccaggio commerciale vive di una regola da bottega: si compra gas d’estate, quando costa meno, lo si chiude sottoterra e lo si rivende d’inverno, quando costa di più, e lo scarto paga il deposito e il rischio. Quest’anno lo scarto si è rovesciato, e il 3 marzo, con lo Stretto di Hormuz chiuso, il gas estivo costava 8,60 euro al megawattora più di quello invernale secondo la società di analisi Timera Energy. Stoccare voleva dire perdere soldi.

Stoccaggi, il gas che arriva per nave

Il guasto sta nella trasformazione che Bruxelles ha venduto come una liberazione. Persi i gasdotti russi, l’Unione europea compra gas liquefatto sul mercato mondiale, e secondo Bruegel il 60 per cento di quello importato arriva dagli Stati Uniti. Con circa 300 miliardi di metri cubi l’anno di nuova capacità di esportazione attesi fra il 2025 e il 2030, come ha scritto Reuters a gennaio, chi compra scommette che il gas di domani costerà meno di quello di oggi, e allora il deposito diventa un costo secco.

La guerra con l’Iran ha fatto il resto: gli attacchi di marzo a Ras Laffan, in Qatar, hanno tolto 17 miliardi di metri cubi l’anno di capacità, e per le riparazioni serviranno da tre a cinque anni secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), citata da Euronews. Nel rapporto del 9 settembre la stessa Iea scrive che l’Europa ha perso flessibilità e che i rigassificatori costruiti dopo il 2022 offrono un posto dove scaricare, mentre il carico va attratto e pagato ogni volta. Un’asta permanente, insomma, spacciata per indipendenza.

Chi paga il deposito

Al 26 settembre, sui dati di Gas Infrastructure Europe, i depositi dell’Ue erano pieni al 70,87 per cento, circa 16 punti sotto la media quinquennale. La Germania, che si era affidata agli incentivi di mercato, il 29 settembre stava intorno al 57 per cento, minimo storico per la stagione, come ha riportato Reuters. L’Italia è all’87 per cento, ha detto lo stesso giorno l’amministratore delegato di Snam Agostino Scornajenchi. Solo che la distanza fra i due Paesi ha un nome burocratico: premio giacenza. Con la delibera 112/2026 l’Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, riconosce agli operatori la differenza fra il costo di tenere fermo il gas e lo spread estate-inverno, cioè proprio quello che il mercato ha smesso di pagare, e per l’anno termico 2025-2026 il premio ha superato i 182 milioni di euro, come ha scritto Energia Oltre. Il deposito pieno esiste ancora. Lo paga il pubblico.

A Berlino ci sono arrivati tardi. Il 16 settembre la Zdf riferiva che un acquisto statale di gas era escluso; il 30 settembre la ministra dell’Economia Katherina Reiche ha ordinato a Sefe, Securing Energy for Europe, società interamente federale ed ex Gazprom Germania, di immettere 8 terawattora in più entro il 15 dicembre, dopo che il gas europeo era salito sopra i 79 euro al megawattora, massimo dall’inizio del 2023 secondo Euronews. Lo Stato che doveva restare fuori dal gas ci è rientrato dalla porta di servizio, a prezzo pieno.

Il 10 settembre la Banca centrale europea ha alzato i tassi di 25 punti base, con l’energia nell’area euro rincarata ad agosto del 14,3 per cento in un anno, secondo Eurostat. Basta un inverno freddo perché un problema di caverne diventi un problema di mutui. A Rehdon, nelle aste del 7 luglio e del 18 agosto, il mercato non ha mandato un solo compratore, e per riempire la Germania adesso serve l’ordine di una ministra.

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