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Brainstorming Culturale intervista Giulio Cavalli sullo spettacolo ‘Moussa in Paradiso’

“Solo il teatro ci permette di entrare nei cunicoli della vicenda, nei suoi orrori e nelle sue pieghe più umane“

Chiara Palumbo

Giulio Cavalli è noto soprattutto come giornalista, rigoroso e appassionato. Ha però, tuttavia, anche una consuetudine al teatro sorta come allievo dei più grandi esponenti del teatro intenzionato a essere anche un atto etico e civileoltre che artistico, da Dario Fo a Renato Sarti.

Giulio Cavalli - giornalista

Anche per Cavalli la scelta della scena – col suo lavoro di cronista – è fortemente imparentata. Ha infatti fondato il Teatro Aquilante, con cui si occupa di temi sociali, legalità e migrazione. 

Usa infatti il palcoscenico per raccontare storie che illuminano e chiarificano le pagine spesso più cupe della nostra storia, o stimolano lo spettatore sulle urgenze del nostro tempo.

È ad esempio il caso di “Moussa in Paradiso  Una giullarata funebre” in scena al teatro della Cooperativa di Milano dal 25 fino al 30 novembre. 

Giulio Cavalli: il teatro come atto di resistenza civile

Prendendo ispirazione dalla vicenda reale di Moussa Diarra, ventiseienne maliano, ucciso, disarmato, il 20 ottobre 2024 da tre colpi di pistola esplosi da un agente della Polfer nei pressi della stazione ferroviaria di Verona.

Una rappresentazione che il suo autore rivendica come un atto di resistenza civile, per non far sparire questa morte, come troppe altre, nelle semplificazioni mediatiche o nel chiacchiericcio della cronaca. Per restituire dignità a un uomo, prima che migrante, un simbolo, un individuo, e per guardare oltre la paura. Ne abbiamo parlato con Giulio.

Giulio Cavalli, cosa può aggiungere, il teatro, al racconto della realtà? 

Aggiunge angoli di osservazione, sicuramente. Solo il teatro ci permette di entrare nei cunicoli della vicenda, nei suoi orrori e nelle sue pieghe più umane. Sulla storia di Moussa ho scritto (e scriverò ancora presumo) articoli giornalistici ma solo il palco mi consente di rendere protagonista la sensazione, più della cronaca. E le sensazioni sono ciò che ci fanno affezionare alle storie.” 

Come si può, concretamente, trasformare una vita in narrazione, rispettandola? Come ha scelto di farlo lei?

Il cosiddetto teatro civile (che a me, come definizione, mi pare un’idiozia) affronta spesso storie che contengono dolori e sopravvissuti. Credo che esista un patto morale con loro: evitare la falsificazione e la speculazione. Nello spettacolo ‘Moussa in Paradiso’ non ci interessa fare inchiesta o svelare scoop. Pensandoci bene credo che non ci interessi nemmeno fare cronaca. La promessa che ho fatto ai famigliari e agli amici di Moussa è stata di fare in modo che fosse lui ad uscire: Moussa come persona, i suoi talenti, i suoi sogni. E soprattutto Moussa come specchio, ovvero cosa siamo noi di fronte a una storia così. In questo caso, rispetto ad altri miei spettacoli, è stato ancora più complicato perché qui c’è un’evidente differenza culturale, su base religiosa, e raccontare la storia trasfigurata di un musulmano che si ritrova in un Paradiso ‘cristiano’ ovviamente ha richiesto una certa disponibilità alla mediazione culturale. Anche per questo ne sono molto contento.” 

Il sottotitolo di questo spettacolo è “una giullarata funebre”: è un genere teatrale con molti padri nobili, penso soprattutto a Dario Fo, l’ultimo. Ci spiega il perché la scelta di questo specifico codice?

Perché con Fo ho avuto i più intensi momenti della mia carriera giovanile. Perché da lui ho imparato che non ci sia nulla, nessuna storia, nessun dramma, che non possa strappare un sorriso.”

È una scelta, quella di portare la realtà sulla scena, che fai da diversi anni. Che tappa del tuo rapporto col teatro costituisce, questo lavoro?

Per me è un salvifico ritorno alle origini. Raccontare la realtà attraverso lo specchio della ‘giullarata’. Io sono nato così, facevo esattamente queste cose qui. E quindi forse mi è tornata la voglia di osare, come accadeva all’inizio della mia carriera.

La storia di Moussa non è una storia di emergenza. Lo sparo che l’ha ucciso è solo un capitolo, nemmeno il più rilevante. Quella che raccontiamo noi non è una storia di cronaca nera: è la cronaca di un’umanità grigia che solitamente uccide per erosione.”

Moussa viene ucciso da un agente delle forze dell’ordine. Ne abbiamo in mente molte, di storie come questa: pensi che ci sia un problema sistemico, strutturale, con l’uso della forza?

Lo dicono i numeri. Sono quei numeri che irritano certa politica ogni volta che vengono pubblicati. Del resto siamo un Paese che ha nella sua classe dirigente sfrontati razzisti: perché non dovrebbero esserlo anche i lavoratori in tutti i campi, forze dell’ordine comprese? La differenza è che un cuoco razzista sputa nel piatto allo stranieri, e invece quelli hanno un’arma in mano.” 

È una rappresentazione sulle contraddizioni dell’Europa? Penso alla discrasia tra i valori con cui si racconta e le politiche che mette in atto?

L’Europa ha voluto essere il più avanzato laboratorio di razzismo sistemico. Da anni studia e si impegna per trovare una forma legale di forme disumane di respingimenti. Mi pare che stia seguendo a passo lesto la sua linea, alla faccia di Spinelli che celebrano per mondarsi.”

“Moussa in Paradiso – Una giullarata funebre” racconta una realtà rimossa: la burocratizzazione, la spersonalizzazione. Quali sono le cose più macroscopiche che non sappiamo, su quel che affrontano le persone migranti?

Pensiamo che il Mediterraneo e la Libia siano l’inferno. È vero, quelle sono torture fisiche. Ma la tortura burocratica inizia appena mettono piede nel nostro paese, dove un documento li tiene appesi alla speranza di poter esistere davvero. E mentre sono in quel limbo diventano preda della criminalità e della disperazione. Per perdonarci non ci raccontiamo mai, e non vogliamo ascoltare, ciò che accade qui, da noi. Nascondercelo ci permette di convincerci di essere dalla parte giusta della storia, quella dei buoni.” 

Si tratta di teatro di narrazione. Perché funziona, quella del pericolo?

La storia di Moussa non è una storia di emergenza. Lo sparo che l’ha ucciso è solo un capitolo, nemmeno il più rilevante. Quella che raccontiamo noi non è una storia di cronaca nera: è la cronaca di un’umanità grigia che solitamente uccide per erosione, senza avere bisogno di un poliziotto che preme il grilletto.”

 Nel tempo della polarizzazione, c’è un altro modo di raccontare la migrazione? 

C’è solo un modo, quello umano e intellettualmente onesto che si attiene al diritto internazionale. Il resto è propaganda.” 

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