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#nonmifermo L’inconsapevolezza e l’antipolitica

(vignetta di Massimo Cavezzali)

Colpisce l’analisi per #nonmifermo di Francesco sulle ultime vicende di insaputismo. Anche perché Francesco Lanza non è un politico o forse è un politico nel senso più alto del termine: è un piccolo imprenditore.

Da libero professionista prima e piccolo imprenditore poi, mi viene in mente una cosa, una delle tante che misurano il distacco tra la politica e il Paese reale. Tecnicamente un segretario di Partito potrebbe essere equiparabile a un Amministratore Delegato di una società. Non è il padrone (anche se a volte coincide con la proprietà), non si occupa direttamente di alcune branche come l’amministrazione finanziaria o quella del personale, ma è il rappresentante di fronte alla legge e di fronte al mondo di chi gli sta dietro. Capita nel mondo dell’imprenditoria che un Amministratore Delegato sia anche responsabile legale per la sua azienda: se qualcuno si fa male, se qualcuno ruba, se qualcuno fa giochi poco chiari, l’AD ne risponde civilmente o penalmente, a seconda dell’illecito commesso. E’ anche uno dei motivi per i quali un Amministratore Delegato prende uno stipendio molto più alto di un impiegato. Lasciamo perdere che – soprattutto nelle imprese a partecipazione statale – poi questo concetto di “responsabilità oggettiva” vada a sfumarsi man mano che la posizione da “lavorativa” si avvicina a “politica”. Perché pare questa la soluzione dell’arcano: man mano che ci si avvicina alle sfere più alte della politica, si è sempre meno consapevoli e si è sempre più giustificati nella propria irresponsabilità.

Goebbels, ministro della propaganda nazista, diceva: “Ripeti cento, mille, un milione di volte una bugia, e diventerà una verità”. Ma qui siamo in presenza di qualcosa di diverso e contemporaneamente complementare, sicuramente non meno pericoloso. Potremmo dire: “Assumi cento, mille, un milione di volte un atteggiamento indifendibile, e diventerà normalmente giustificato.”

Il resto è qui.

L’innocenza di Giulio (con Nando), il libro, si comincia

Sono molto contento dei primi giorni del libro L’innocenza di Giulio. Per i pareri con cui è stato accolto e per il calore di chi l’ha letto. E, con questo libro, abbiamo provato a rendere “pop” una storia che è quella di Giulio Andreotti ma in fondo è la storia di un Paese. Con i meccanismi (o gli andreottismi, se vogliamo chiamarli così) che si perpetuano più forti della memoria. Ora il libro cominciamo a portarlo nelle piazze, nei paesi, nelle piazze perché sia la scintilla che accende la discussione e perché finalmente se ne parli non solo nelle arene televisive. Perché si riporti la storia per terra, togliendole la maiuscola e appropriandocene.

Domani, giovedì 5 aprile,  sono a Crema Sala conferenze Camera del lavoro in via Carlo Urbino 9. Con me Antonio Grassi, Responsabile Redazione di Crema del giornale “La Provincia” e Franco Gallo, dirigente scolastico del Liceo Scientifico di Crema.

L’11 aprile saremo invece a Milano, Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte 2, alle 18.30. Con me ci sarà Nando Dalla Chiesa (Presidente di Libera e coordinatore del Comitato di esperti del Comune di Milano). 

Vi aspetto.

Sanzioni e rigore: come salvare EXPO dalle mafie

Umberto Ambrosoli, oggi, sul Corriere:

Grande opera o grande evento uguale grandi affari per la criminalità organizzata. Equazione realisti ca, ma disincentivante. All’ opposto: occasioni di affari per la criminalità organizzata uguale opportunità per l’ elabor~ione di nuovi strumenti di prevenzione. E quello che sta succedendo con Expo 2015, dove la consapevolezza di un rischio concreto e grave produce non rassegnazione, ma nuovi sforzi del pubblico e del privato per cercare di evitare che le avide mani delle mafie si impossessino degli appalti. II protocollo recentemente sottoscritto da ministero dell’Interno, prefettura, Expo 2015 spa e sindacati va in questa direzione e disciplina in termini innovativi settori nei quali la legislazione in vigore s’è dimostrata inefficace. II nuovo sistema di regole prevede un iter rapido per gli àccertamenti circa il fatto che non solo le aziende che si aggiudicano gli appalti, ma anche tutte quelle alle quali sono subappaltati singoli segmenti d’opera siano scevre dal rischio di infiltrazioni mafiose. Alla procedura accelerata, anche in fòrza di informazioni e documenti che devono essere tempestivamente elaborati e forniti sia dalla prefettura che dalle società, si accompagna un sistema sanzionatorio estremamente severo, automatico e immediato; nel mezzo un’azione di vigilanza e monitoraggio circa tutti i passaggi conseguenti all’aggiudicazione di un appalto. II rischio infiltrazioni non è contrastato, quindi, con un «pezzo di carta» ricco di dichiarazioni d’intenti, ma con un nuovo sistema di regole – subito operativo – che si pone come punto di riferimento su un tema la cui importanza è fondamentale per la crescita del Paese. Semplice è la filosofia: responsabilizzare al massimo (anche nei controlli preventivi) tutti i soggetti coinvolti, dalla società appaltante alle istituzioni pubbliche, dal sindacato alle aziende; l’opportunità di partecipare alla realizzazione di una grande opera, rende tali responsabilità tutt’altro che gravosi oneri. Accade, poi, che puovi sistemi di regole creati in occasione di eventi straordinari svolgano una funzione nell’ordinario, divenendo modelli comportamentali cui ispirarsi quando, nella propria realtà, ci si chiede cosa sarebbe possibile fare per essere protagonisti di un contrasto all’azione mafiosa.

Smettete di offendere Fede

Quindi smettiamo di considerarlo un giornalista, scrive bene Leonardo Tondelli: smettete di offendere Fede. Smettete di considerarlo un burattino, un pagliaccio, uno che faceva il fazioso però lo faceva in modo spudorato quindi ok. Fede è stato davvero un grande professionista, salvo che la sua professione non era più il giornalismo, perlomeno dal ’94 in poi. E la sua grandezza non sta certo nell’averci mostrato gli infrarossi dei bombardamenti con qualche minuto di anticipo. Poche persone possono dire di aver davvero cambiato la Storia d’Italia degli ultimi vent’anni con il loro lavoro quotidiano, e tra questi c’è Emilio Fede, che è stato cruciale nella costruzione, e soprattutto nella conservazione del consenso berlusconiano. Gli araldi del MinCulPop fascista svaniscono al confronto, con la loro retorica magniloquente che la stragrande maggioranza della popolazione illetterata nel ventennio recepiva poco o male. Non così Fede: lui sì che ha avuto il polso del suo pubblico.

Probabilmente non c’è mai stato in Italia un agit-prop più bravo di lui, un ministro della propaganda così concentrato sul suo target, sul suo segmento di riferimento: dai sessantenni in su. E vi par poco? Berlusconi le elezioni le ha vinte anche coi vecchietti; forse quando un po’ del polverone di questi ultimi anni si sarà depositato scopriremo che le ha vinte soprattutto grazie a loro, e che non è stata né Angela Merkel né Ruby Rubacuori a decretarne la fine, ma il normale esaurimento di una generazione che in Berlusconi non ha smesso di credere. Quella classe di ferro che a partire dagli ’80 si mise a guardare Canale 5 non perché ci trovava nuove idee o volti nuovi; al contrario, una capsula del tempo in cui Berlusconi aveva apparecchiato per lei Corrado, Sandra e Raimondo, Mike Bongiorno, tutti i vecchi volti della Rai che come i loro spettatori stavano avviandosi verso la pensione: così, quando finalmente si poté fare un tg, era normale che Berlusconi scovasse anche Emilio Fede e lo rimettesse sotto i riflettori.

Morire per una candela

La striscia di Gaza ancora senza elettricità e la popolazione rimasta fortemente colpita dalla morte di tre fratelli bruciati vivi in un ospedale a Dir el Balah, nella notte fra domenica e lunedì.

IL FUOCO ALL’OSPEDALE – I tre bambini sono morti nell’incendio provocato da delle candele utilizzate per far fronte alla mancanza di luce elettrica. Intanto, l’opinione pubblica ha attribuito la responsabilità al governo della striscia di Gaza e a quello israeliano per il mancato accordo tra i due sul problema delle forniture di carburante. La Croce rossa internazionale ieri ha consegnato 150 mila litri di gasolio ricevuti da Israele agli ospedali di Gaza.

Chissà come ne avrebbe scritto Vik Vittorio Arrigoni, mentre il processo sulla sua morte ha il suono della farsa come ha scritto Francesco Battistini, inviato in Medio Oriente per il Corriere della Sera:

«Niente processo! Ragioni di sicurezza! Non ha visto che gl’israeliani bombardano? ». Ma se hanno smesso da tre giorni… «No, è troppo pericoloso. Per l’incolumità dei giudici, degl’imputati e anche vostra. Giusto rinviare». A quando? «Non lo so». La delusione è di pochi. Qualche amico, qualche giornalista, nessuno che si sorprenda. Va così da mesi: una procura non tradotta, una carta senza timbro, un testimone assente (in)giustificato, il pubblico ministero che s’è dimenticato a casa le domande da fare, gli avvocati che non possono stare vicino alla gabbia… «Ogni volta ne inventano una», sorride Nathan Stuckey, 34 anni, che faceva il broker a Chicago e adesso vive da cooperante dell’Ism, l’International Solidarity Movement: «Diciamo che i tribunali veri sono un’altra cosa. E che l’attenzione del mondo, ecco, non è proprio quella del processo O.J. Simpson…». In piedi, entra la corte. Anzi no.

 

 


#nonmifermo La rivoluzione delle allodole

Lo scetticismo verso la “rivoluzione” è rivolto all’uso magico, irrazionale e, viene da dire, quasi feticistico di un concetto che, dogmatizzato, lastrica di presunti migliori intenti la strada verso l’inferno. La convinzione di essere nel “giusto”, o di essere il “buono”, quando è armata da un idealismo abbracciato alla stregua di una credenza pseudoreligiosa,  produce uno zelo che si alimenta di se stesso, o al limite dell’odio per un nemico, odio vissuto sotto il cielo di un postulato che suona così: “lui è il nemico, il nemico è empio; io avverso il nemico, quindi sono nel giusto”. E questo zelo è tanto più nichilista e distruttivo quanto più si ostina a essere cieco di fronte alla realtà che, quasi come un amico benevolo puntualmente frainteso, ne stressa i limiti o punta il dito contro le contraddizioni,  portando a galla quella complessità che lo zelo, semplificando irrazionalmente, nega e rimuove. Mi vengono in mente le parole di Milan Kundera in L’insostenibile leggerezza dell’essere: «i regimi criminali non furono creati da criminali ma da entusiasti, convinti di aver scoperto l’unica strada per il paradiso». Una riflessione da leggere di Matteo Pascoletti su #nonmifermo.

Perché mentre si usa la parola rivoluzione e se ne abusa, se ne svuota il senso.

Libertà e giustizia sociale

Per me il socialismo è soprattutto l’esaltazione della dignità umana, della dignità del singolo. Quindi si sintetizza in due istanze: la libertà e la giustizia sociale. Ma soprattutto la libertà: la mia e quella dell’avversario, cioè di tutti. Un concetto che m’insegnarono uomini come Filippo Turati e Claudio Treves. Poi la giustizia sociale. Senza di essa, la libertà diventa una conquista molto fragile e vuota. La libertà, come ho detto, è prima di tutto l’esaltazione della dignità del singolo. Ma come può vedere esaltata la sua dignità chi non ha lavoro, chi è affamato, chi non ha casa, chi è costretto quasi a mendicare? Chi è in queste condizioni sente umiliata la sua dignità: quindi non sarà mai un uomo libero. Ecco perché voglio anche la giustizia sociale, le riforme profonde in base alle quali ogni uomo possa vivere degnamente la sua vita. Ma nello stesso tempo devo affermare che la giustizia sociale, senza la libertà, io la respingo decisamente: non mi basta, non mi interessa. Dirò di più: se a me socialista offrissero la più radicale delle riforme sociali al prezzo della libertà, io la rifiuterei, senza esitare. Alla libertà non posso rinunciare. Quindi, ecco il mio concetto di socialismo: libertà e giustizia sociale indissolubilmente unite. (Tratto da La politica delle mani pulite di Sandro Pertini)

Lavoro: una brutta riforma. Le alternative di Sbilanciamoci!

Le proposte della campagna sbilanciamoci.org, perché le alternative esistono e perché forse sarebbe il caso di smetterla di sentirsi dire che è l’unica soluzione possibile. Poi ovviamente in democrazia ogni governo prende le proprie decisioni. Ma in democrazia i governi si eleggono.

Oggi la condizione dei giovani in Italia è particolarmente drammatica e la crisi economica ha accentuato le difficoltà che in Italia sono strutturali e ben più marcate che nel resto dell’Unione Europea. Tutto questo è testimoniato dalla difficoltà di accesso al mercato del lavoro e dall’impossibilità di far seguire la propria carriera formativa ad una professione corrispondente, dalla grande difficoltà di costruirsi una vita indipendente, dalla difficoltà di accesso al credito, dalla drammatica condizione dei giovani nel mezzogiorno e dei giovani migiranti.

I dati parlano chiaro:

  • −  la disoccupazione giovanile nella fascia di età 15-24 anni è al 29,4% (in Europa il 20%)
  • −  metà dei giovani che lavorano hanno un contratto da precari
  • −  l’occupazione è calata dell’1,6% in Italia nel 2010, ma tra i giovani il calo è stato dell’8%
  • −  solo il 25% dei giovani che hanno un contratto a termine poi viene assunto a tempo indeterminato
  • −  in Italia i laureati sono il 19%, nei paesi dell’Unione Europa il 30%
  • −  nel 2010 gli iscritti all’università sono calati del 5% rispetto al 2009
  • −  l’abbandono scolastico è al 19, 2% (in Europa il 15%)
  • −  la popolazione studentesca coperta da borse di studio in Italia è l’8,4%, mentre in Francia è il 23,8% ed in Germania il 25,5%
  • −  il 41% degli studenti fuori sede deve prendere in affitto una casa/camera “in nero”
  • −  i giovani che a 34 anni ancora vivono con un genitore sono il 25% della fascia giovanile
  • −  nel mezzogiorno il 20% dei giovani non studia e non cerca lavoro.

E potremmo continuare.

E’ per questo motivo che la campagna Sbilanciamoci propone -sul modello dei Rapporti prodotti in occasione della discussione della legge finanziaria- un piano sintetico di 10 proposte per affrontare la condizione dei giovani di questo paese. Si tratta di un primo elenco di proposte alle quali si possono affiancare le altre elaborazioni e proposte che le organizzazioni giovanili e studentesche hanno formulato in questi anni.

Si tratta di proposte che possono in gran parte essere “autofinanziate” e che se portate avanti con coerenza e determinazione possono -secondo i nostri calcoli- portare anche ad un aumento dell’1% del PIL. Si tratta -anche sulla condizione giovanile e per questo motivo può avere un significato paradigmatico- di contrastare le politiche restrittive e di puro contenimento della spesa (e spesso di taglio selvaggio alla spesa per la formazione, alle politiche ed ai servizi sociali, all’ambiente, alla ricerca) che Tremonti ed il governo Berlusconi hanno sin qui messo in campo. Si tratta di mettere in campo politiche di protezione sociale con politiche di investimento nella formazione, nella ricerca, nell’innovazione, nel capitale sociale ed umano. In una parola si tratta di investire nel futuro, nella qualità sociale ed ambientale, nella sostenibilità ambientale in un’autentica società della conoscenza che favorisca una maggior benessere, maggiori diritti, oppurtunità ed eguaglianza, che contribuisca ad un nuovo modello di sviluppo al quale i giovani possono dare un contributo fondamentale.

1.LE PENSIONI DEI GIOVANI

Attualmente i giovani che hanno un contratto come lavoratori parasubordinati (collaborazioni a progetto e collaborazioni coordinate e continuative) con basso reddito non avranno mai la pensione. Un giovane che inizia a lavorare oggi con uno stipendio lordo di 1000 euro, avrà nel 2049 -quando andrà in pensione- un’indennità annua di 6608 euro che sarà inferiore all’assegno sociale che oggi è di 5.429 euro ma che in 39 anni, per il combinato di inflazione e rivalutazione, arriverà nel 2049 a 7.049 euro. Al giovane converrà rinunciare alla pensione e prendersi l’assegno sociale (oggi non sono cumulabili se non in minima parte). La proposta è di poter cumulare -per i bassi redditi- in modo progressivo parte dei contributi maturati e l’assegno sociale (come una sorta di pensione di base uguale per tutti) per garantire un sostentamento minimo.

2. LOTTA ALLA PRECARIETA’

Oggi, il 29% dei giovani sono disoccupati e tra chi lavora il 50% ha un rapporto di lavoro precario. Si propone un intervento per limitare la precarietà attraverso: a) l’innalzamento in cinque anni dell’aliquota contributiva dal 26% al 33%: b) il limite di reiterazione a due anni di rapporti di lavoro (co.pro e co.co.co) in presenza di monocommittenza e senza la presenza di altri rapporti di lavoro c) la concessione di credito di imposta fino a 3000 euro l’anno per l’assunzione dopo due anni di rapporti di lavoro parasubordinati, d) la previsione di una indennità di disoccupazione del 60% per sei mesi per tutti i lavoratori subordinati che abbiamo almeno maturato un anno di versamenti di contributi. Il costo di queste misure è di 800 milioni di euro che possono essere recuperati aumentando di 1 punto l’aliquota massima dell’Irpef (dal 43% al 44% sui redditi superiori ai 75mila euro).

3. AUTOIMPRENDITORIALITA’ GIOVANILE

Sul modello della legislazione per le cooperative sociali (legge 381 del 1991) si propongono forme di incentivazione analoga per l’imprenditorialità cooperativa giovanile, favorendo in questo campo anche l’autoimprenditorialità dei giovani migranti: riduzioni sugli oneri fiscali (IVA al10%) sulle prestazioni alla PA e dimezzamento dei contributi previdenziali (dal 33 al 16,5%) sull’assunzione di dipendenti in fascia giovanile per un massimo di 3 anni. Su uno scenario di creazione di circa 2mila imprese cooperative in 3 anni con complessivamente circa 30mila occupati, la maggior spesa dello Stato (riduzione di ricavi IVA ed INPS) si compensa con l’aumento del gettito dell’IRPEF e la crescita del PIL (+0,052%).

4.INCENTIVI PER LE ASSUNZIONI

Una proposta ragionevole è quella di mettere in campo misure di incentivazione fiscale per favorire l’assunzione di 100mila giovani: questo lo si potrebbe ottenere prevedendo un credito di imposta di 3mila euro l’anno. Si tratterebbe di una spesa per lo Stato di 300milioni l’anno, per un totale di 900 milioni in tre anni. In compenso lo Stato incasserebbe -su un compenso lordo di 20mila euro lordi l’anno- circa 460 milioni di Irpef e 660 milioni di contributi sociali per un totale di 1 miliardo e 120 milioni di euro l’anno, ovvero un saldo attivo di 820 milioni in tre anni e di 2 miliardi e 460 milioni in tre anni. Si tratta di una misura straordinaria per incentivare le assunzioni tra i giovani. Secondo calcoli dell’Istat l’aumento di 100.000 occupati della fascia giovanile tra i 15-24 (uomini e donne) produrrebbe un aumento del PIl del 0,25%. Quindi se si allinerebbe il tasso di disoccupazione giovanile italiano (pari al 29%) alla media europea (pari al 20%), si produrrebbe un aumento del PIL del +1,3%. L’aumento del PIL produce un altro importante effetto, ovvero quello della riduzione dello stock del debito pubblico.

5. IL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE

Le ultime finanziarie hanno disinvestito nel servizio civile. Si è passati dai 266 milioni di euro del 2008 ai 113 milioni del 2011: un taglio del 60%. Il crollo era già avvenuto nel 2010: solo 18.668 giovani a fronte dei 54.772 del 2007. Questo significa che nel 2011 saranno solo 16mila i giovani che potranno svolgere un servizio civile utile alla comunità. La proposta è di portar a 300 milioni di euro gli stanziamenti per il servizio civile permettendo a 50mila giovani di poter svolgere questo servizio. Ogni giovane costa allo Stato 6.027 euro (433,88 euro mensili più costi di formazione). E’ stato calcolato (IRS Milano) che i benefici per la comunità ammontino a 13.103 euro per ciascun volontario (i volontari svolgono attività nel campo dei servizi sociali, dell’assistenza, della protezione civile, dei beni culturali, ecc: i 13.103 euro sono la stima dei costi che lo Stato dovrebbe spendere per sostituirli in quelle funzioni). A fronte di 187 milioni in più di spesa lo Stato (e per recuperarli basterebbe ridurre da 131 a 129 i cacciabombardieri F35 che l’Italia si è impegna a a costruire) ricaverà 410 milioni di euro in benefici (servizi sociali, culturali, ambientali, eccetera).

6.DIRITTO ALL’ALLOGGIO

E’ già sperimentato in alcuni paesi europei ed anche in alcune regioni del nostro paese. Per la casa si dovrebbero stabilire accordi con agenzie immobiliari private e pubbliche per introdurre od allargare ancora di più il patto di futura vendita per favorire l’acquisto della casa di giovani famiglie e andrebbe sostenuto di più canone agevolato per giovani famiglie. In sostanza con il patto di futura vendita l’affitto pagato -dopo un certo numero di anni- può essere riscattato e contabilizzato come anticipo sul mutuo per l’acquisto della casa. Si propone altresì di innalzare gli oneri di urbanizzazione – mentre nel contempo è necessario limitare questa modalità di recupero straordinario di risorse (spesso l’unica) per gli enti locali che provoca un eccessivo consumo di territorio- con cui finanziare l’housing sociale per i giovani.

7. DIRITTO ALLO STUDIO

In Italia si spendono 481 milioni di euro per le borse di studio. In Germania ed in Francia 1miliardo e 400milioni di euro in ciascun paese. In Italia i giovani coperti da borse di studio sono 151.760 (8,4% della popolazione studentesca), in Francia 525.000 (23,8%) ed in Germania 510mila (25,5%). Non pretendiamo di arrivare ai livelli della Germania e della Francia… ma potremmo passare da 151.760 a 350mila studenti beneficiari con circa 700milioni di euro, quanto ogni anno si spende per sovvenzionare le scuole e le università private: cancellando quei sussidi, lo Stato non spenderebbe nulla per garantire ad altri 200mila studenti bisognosi di poter affrontare gli studi. Nell’ambito degli interventi di “diritto allo studio” anche per i giovani migranti andrebbero previsti corsi pubblici e gratuiti di insegnamento della lingua italiana e un sistema di borse studio specifiche per i giovani di origine straniera.

8. MESSA IN SICUREZZA DELLE SCUOLE ITALIANE

Dagli studi della Legambiente e di Cittadinanzattiva si evince che oltre 11mila scuole italiane -dove ogni mattina si recano milioni di giovani- non rispettano le norme della legge 626 e delle altre disposizioni relative alla sicurezza. La stima della messa in sicurezza di tutte le scuole che ne hanno bisono è di circa 7 miliardi di euro. Si propone che si avvii alla messa in sicurezza del 50% delle scuole italiane, senza nessun aggravio di spesa pubblica, prendendo i soldi dagli stanziamenti per il ponte sullo stretto (circa 3miliardi e 500 milioni di euro), cancellando questa grande opera. Tra l’altro in questo modo si potrebbero avere altri effetti collaterali positivi: dare opportunità a migliaia di imprese, dare lavoro a circa 50mila lavoratori nel settore dell’edilizia, riconvertire all’efficienza ecologica oltre 5mila edifici pubblici favorendo un abbattimento delle emissioni di C02. Si calcola che il saldo positivo di questa operazione è di circa 400 milioni di euro.

9. UNIVERSITA’ E PIL

Secondo lo Studio Ambrosetti (che organizza ogni anno il forum di Cernobbio), una università efficiente e adeguata alla sfida dei tempi vale ben 15 miliardi di PIL in due anni. Ecco perchè è necessario invstore almeno 3 miliardi l’anno nel settore della conoscenza per raggiungere la media europea (attualmente siamo indietro intutti) relativamente a al numero di laureati per abitante (passare dal 20% al 30% di laureati nella fascia tra i 25 ed i 34 anni) e numero di borse di studio (almeno il 23% sulla popolazione studentesca). I 3 miliardi potrebbero essere recuperati grazie al passaggio all’open source nella PA. Sono necessarie altresì altre misure di “welfare studentesco” (agevolazioni su alloggi, credito finanziario, acquisto libri e computer, ecc.) che permettano di far crescere il capitale umano del nostro paese.

10. OBBLIGO SCOLASTICO E TITOLI

Sul modello di molti paesi europei (Germania, Austria, Belgio, Ungheria), la proposta è quella di far coincidere il termine dell’obbligo scolastico con il conseguimento del titolo di studio. In questo modo si determina una diminuizione dell’abbandono scolastico (che in Italia al 19,2%, molto maggiore della media EU pari al 15%). Ricordiamo che uno degli obiettivi della strategia europea 2020 è quello riportare il tasso di abbandono scolastico sotto il 10%. In questo modo si migliora la qualificazione del lavoro e della coesione sociale. Non ha costi significativi, ma può invece far aumentare la competitività delle imprese e della produzione e quindi il PIL. La stima è di un aumento dello 0,3% del PIL con una riduzione dell’abbandono scolastico alla media europea: circa 600 milioni di euro l’anno.

TABELLA RIASSUNTIVA

Misura

Costi

Copertura

Benefici

Aumento PIL

Pensioni per i giovani

0

0

Copertura pensionistica per 1milioni di parasubordinati a basso reddito

Lotta alla precarietà

800milioni

Dal 43% al 44% l’aliquota massima Irpef (75mila euro)

Passaggio 250mila lavoratori da parasubordinanti a dipendenti

Indennità di disoccupazione per i parasubordinati

1 miliardo (0,065%)

Autoimprenditoralità giovanile

300milioni

Maggiori entrate Irpef ed Inps

Creazione di 2mila imprese cooperative e 30mila posti di lavoro

800 milioni (0,052%)

Incentivi assunzioni

300milioni

Maggiori entrate Irpef ed Inps

Creazione di 100mila posti di lavoro

4 miliardi (0,25%)

Servizio civile nazionale

187 milioni

Cancellazione di due caccia bombardieri F35

410milioni

200 milioni (0,013%)

Diritto all’alloggio

0

0

Maggiore accesso dei giovani all’alloggio

Diritto allo studio

700milioni

Cancellazione di 700milioni di sussidi alle scuole ed università private

Borse di studio per 200mila giovani

400 milioni (0,026)

Messa in sicurezza scuole

3miliardi e 500milioni

Cancellazione ponte sullo stretto

Messa in sicurezza di 5mila scuole – Lavoro per 1000 imprese e 50mila lavoratori- riduzione emissioni di C02

2 miliardi (0,13%)

Università e PIL

3 miliardi

Passaggio all’Open Source nella PA

Qualità dell’offerta formativa Miglioramento ricerca Stabilizzazione precari

7,5 miliardi (0,49%)

Obbligo scolastico e titoli

0

0

Aumento tasso di scolarizzazione

600 milioni (0,039%)

TOTALE

8,787 miliardi

8,787miliardi

16,5 miliardi

(1,065%)

Maestra, Pal copia!

Il presidente ungherese, Pal Schmitt, coinvolto in una vicenda di plagio per aver copiato la sua tesi di dottorato vent’anni fa, si è dimesso. Lo ha annunciato lui stesso in un intervento in parlamento. In precedenza Schmitt aveva avuto un colloquio con il premier Viktor Orban.
In un intervento di dieci minuti davanti ai deputati, Schmitt ha sottolineato la sua innocenza, accusando al tempo stesso «avversari» non meglio precisati di aver voluto, con questo scandalo, screditare lui e il paese. Ma ha aggiunto al tempo stesso di rendersi conto che ormai lo scandalo divide il paese.

«Poichè, secondo la costituzione, la persona del presidente deve rappresentare l’unità della nazione ungherese, e poichè la mia persona è divenuta, purtroppo, sinonimo di divisione, sento che il mio dovere è quello di lasciare il mio incarico», ha detto Schmitt annunciando le dimissioni. 

Ecco, un Presidente che cita la costituzione non per chiedere le dimissioni di qualcuno ma per dimettersi è una cosa impensabile per noi. Parlavamo questa mattina di opportunità e l’esempio migliore arriva dall’Ungheria. E Tafanus (che ha sempre la memoria lunga) ricorda come successe anche da noi che un Governatore (della Sardegna) leggesse un discorso copiato da Formigoni. Ovviamente da noi tutto si è chiuso con un sorriso. Quello degli ungheresi, probabilmente.

Quanto è opportuno tollerare?

(editoriale scritto per I SICILIANI, il numero di marzo è  scaricabile qui)

Abbiamo perso l’esercizio del senso dell’opportunità. L’abbiamo lasciata in qualche vecchio cassetto o forse l’abbiamo sempre lì appoggiata sulla solita mensola ma ci siamo dimenticati come si usa, abbiamo perso le istruzioni. Gli ultimi arresti e le cicliche maxi operazioni hanno soffiato sull’indignazione e su  un molle senso di allarme generale sulle mafie ma in qualche caso sembrano avere dato inizio ad un’erezione passeggera.
In Lombardia c’è in agenda un’iniziativa antimafia al giorno: è una bella abitudine di questi tempi, roba da fregarsi le mani rispetto ai prefetti che ne negano l’esistenza o ai sindaci che balbettano imbarazzati parlando flebilmente di presunte, possibili, circostanziate possibilità di infiltrazioni future.
Eppure le mafie qui su sono una cosa a sé: un mostro un po’ peloso che ha bisogno di essere raccontato perché faccia meno paura. E mentre ci si convince di compierne l’analisi si finisce per sublimarlo, così la pulsione aggressiva sparisce e la criminalità organizzata diventa un buon tema per le disquisizioni padanamente saccenti davanti al thé.
Quando qualcuno alza la voce e tira fuori questa vecchia storia dell’opportunità invece viene zittito come si zittiscono i molestatori. L’opportunità – ci dicono – è sancita dalla magistratura, niente tribunali del popolo – inorridiscono, sono sensibili – e niente teoremi! E così il senso di opportunità e del limite del tollerabile diventa il chiodo fisso di pochi rimestatori torbidi e esce dal dibattito pubblico. Senza nemmeno essere arrivato al tavolino del thé.
Oggi la Lombardia è ferita dalla ‘ndrangheta, ossessionata dall’avere i boss sullo stesso pianerottolo ma analfabeta: analfabeta nei modi, nei tempi, nelle meccaniche delle collusioni e nel coraggio. Celebra l’avvocato Ambrosoli ammazzato dal sicario di Sindona ma non invita il figlio Ambrosoli alla commemorazione del padre: si è permesso di raccontare che l’opportunità di una Regione con più indagati che idee ed è stato inopportuno. Lui. Bisogna parlarne ma non superare il confine, contenersi in una buona educazione che si limiti per i più coraggiosi a riportare le notizie giudiziarie. Bisogna imparare in fretta il bon ton dell’antimafia lombarda come la vorrebbe la politica: tanti boss, qualche morto ammazzato per rendere truce la scenografia e al massimo qualche assessore di un paesino piccolo piccolo. Non un centimetro in più.
Diceva Paolo Borsellino che la mafia ha bisogno della politica e bisogna riconoscerne le zone d’ombra ma si è dimenticato di fare l’appello di chi si fosse reso disponibile a farlo. Poi non è importante che il riciclaggio giù al nord, la corruzione e la privatizzazione incessante delle regole siano il giaciglio perfetto per l’onnivora ‘ndrangheta che ridisegna le economie e i territori, sembra che non sia importante che le ultime indagini ci dicano che  la merda sotto terra per qualche centesimo al chilo sia sotto le autostrade che porteranno a Expo, non importa che Lea Garofalo sia stata uccisa in pieno giorno in centro a Milano o che brucino i beni confiscati: la mafia qui è un alieno atterrato tra i civili. Ma i civili sono innocenti. Altrimenti che civili padani sarebbero?