Le storie “invisibili” di uomini in guerra
Il giudice Caselli e un poliziotto della squadra Catturandi ospiti al teatro Nebiolo di Tavazzano. «Il mio pianerottolo come una trincea per ricordarmi questo conflitto». Un magistrato e un poliziotto, sullo stesso palco, impegnati nella stessa battaglia. Venerdì sera al Nebiolo di Tavazzano, si sono intrecciati i racconti del magistrato Gian Carlo Caselli, da 37 anni sotto scorta per le sue inchieste sul terrorismo prima e sulla mafia poi, e uno degli uomini della mitica sezione Catturandi della squadra mobile di Palermo, che da 16 anni insieme a un gruppo di colleghi, invisibili quanto lui, dà la caccia ai latitanti più pericolosi della criminalità organizzata. Tra loro, in una serata blindata da polizia, carabinieri e digos (anche per proteggere l’anonimato del super poliziotto della Catturandi, I.M.D. per convenzione), il regista e autore Giulio Cavalli, direttore artistico del Nebiolo, sotto scorta da 8 mesi per le minacce dei clan. A Gian Carlo Caselli e alla sua esperienza da protagonista nelle guerre più sanguinose e importanti affrontate dallo Stato, raccontate nel suo libro Le due guerre. Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia, scritto a quattro mani con il figlio Stefano, la responsabilità di tracciare il parallelo di queste battaglie. È stato proprio Caselli a raccontare la rivoluzione di popolo che ha portato all’isolamento dei brigatisti. Questa la differenza nelle due lotte, «perché la mafia non è mai stata considerata altro da noi – ha spiegato il procuratore Caselli – : la mafia è un intreccio perverso di rapporti torbidi tra pezzi della società, della politica, della cultura, dell’informazione. Una zona grigia in cui hanno molta rilevanza quelle che si chiamano “relazioni esterne”. Se dal dopo stragi ad oggi, c’è una continuità operativa straordinaria nel contrasto militare, non c’è la stessa continuità nel cercare di individuare gli inquietanti rapporti tra mafia e politica. Se ti occupi di Riina vai bene, se inizi a guardare alle relazioni esterne che coinvolgono personaggi eccellenti, sempre facendo il tuo dovere, i bastoni tra le ruote sono molto frequenti». Positivo il pensiero di Caselli sulla possibilità di sconfiggere definitivamente il fenomeno, «perché come diceva Falcone, la mafia è una vicenda umana e come tale ha un inizio, uno sviluppo e una fine. Se ci credeva Falcone, dobbiamo crederci anche noi». Una battaglia dura, fatta di rischi personali, come quelli vissuti in prima persona dal giudice che ha aperto una parentesi sul lato umano della sua esperienza a Palermo, quando viveva in un palazzo di otto piani completamente svuotato, con un ascensore che non faceva fermate intermedie. «Il mio pianerottolo era una trincea, piantonato da un soldato di leva, un poliziotto, con del filo spinato e dei sacchi di sabbia – ha raccontato il giudice – : bastava quest’immagine ogni mattina per ricordarmi che ero in guerra». A confrontarsi ogni giorno con il braccio armato della criminalità organizzata, il giovane poliziotto della Catturandi, I.M.D.,classe 1973, autore del libro Catturandi. Da Provenzano ai Lo Piccolo, come si stana un pericoloso latitante. Entrato in polizia a 21 anni sull’onda dell’effetto traumatico del post stragismo, come molti giovani di quella terra insanguinata che sentivano il peso della morte dei giudici Falcone e Borsellino come senso di responsabilità, si è trovato nella sezione speciale quasi per caso. «Mi misero alle intercettazioni e mi dissero che sarei rimasto lì un paio di giorni, per fare esperienze. Dopo sedici anni sono ancora lì – ha raccontato lui, che ha sempre vissuto senza poter rivelare a nessuno la sua vera occupazione – : alla mia ragazza dicevo di stare all’ufficio passaporti». In realtà era in una delle sezioni più attive della squadra mobile, una seconda casa in cui un gruppo di giovanissimi poliziotti, guidati da validi funzionari, hanno iniziato una battaglia vissuta giorno e notte, fatta di dettagli, tracce, pedinamenti, un lungo lavoro di ricostruzione dei movimenti dei fiancheggiatori necessario per arrivare ai latitanti. «Ma il nostro lavoro non è sufficiente – ha spiegato ancora il poliziotto -: se anche arrestassimo tutti i latitanti ancora in libertà, e lo faremo, la mafia esisterebbe ancora, perché c’è un problema storico e culturale. Se un giovane per trovare lavoro deve rivolgersi alla criminalità, significa che lo Stato è assente. I mafiosi hanno il controllo del territorio perché il cittadino riconosce quest’autorità. Se lo Stato non copre questi buchi, non riusciremo mai a vincere il fenomeno».
Rossella Mungiello
— TAVAZZANO —
Prenderà il via domani a Palazzolo Acreide nel siracusano, la IV edizione del premio Fava “Scritture e immagini contro le mafie”. Il premio giornalistico, istituito nel 2006 nella cittadina natale del giornalista assassinato dalla mafia nel 1984, ricorda Pippo Fava, il suo operato e il suo giornalismo di denuncia attraverso una tre giorni di dibattiti sui temi dell’informazione. A partecipare all’incontro saranno giornalisti, esperti dicomunicazione e uomini che, con il loro impegno civile, hanno detto No alla mafia. Si parlerà di informazione libera, dei rapporti con il potere e la pubblica opinione, del giornalismo scomodo di inchiesta e di denuncia cui Pippo fava ha dedicato la sua vita fino alla morte. Ma si parlerà anche di quella mafia che, a 26 anni dalla morte del giornalista siciliano, ha assunto caratteri distintivi differenti da quelli degli anni Ottanta.
Monte San Vito Il primo appuntamento del 2010 di Scompagina 3. Libri in scena con dedica a Valeria Moriconi – rassegna tematica a cura del Centro Valeria Moriconi promossa dalla Fondazione Pergolesi Spontini, dal Comune di Jesi, dall’Amat, dalla Regione e dalla Provincia di Ancona – è il 9 gennaio al teatro La Fortuna di Monte San Vito con L’apocalisse rimandata ovvero benvenuta catastrofe con Giulio Cavalli. L’Apocalisse rimandata – spettacolo che inaugura anche il cartellone del Teatro La Fortuna – è un testo teatrale di Dario Fo e Franca Rame ispirato all’omonimo romanzo pubblicato nel 2008 in cui dedicano al rapporto con l’ambiente una nuova tappa del loro singolare percorso biografico e professionale che ha saputo intrecciare, in più di cinquant’anni di lavoro, le più attuali critiche socio-politiche alle forme di narrazione popolare. Siamo dinanzi all’apocalisse più grave di ogni tempo, il disastro ambientale del quale noi stessi siamo responsabili e l’unica via d’uscita sembra essere paradossalmente una catastrofe…
Un regista e attore sotto scorta perché le risate non piacciono ai boss. In Italia è successo anche questo.
Siracusa – Con il suo teatro di inchiesta scuote le coscienze, o almeno ci prova. Di certo scuote gli animi in certi ambienti criminali, tanto che dallo scorso anno, dopo la rappresentazione di Do ut Des, spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi, coprodotto dal comune di Lodi e dal comune di Gela, vive sotto scorta. Giulio Cavalli, 32 anni, attore, regista e autore teatrale di estrema caratura civile è il vincitore del Premio Pippo Fava 2010, sezione giovani.
Programma Premio G. Fava 2-3-4 Gennaio 2010