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La destra fragile che ha paura di un sindaco

C’è un espediente che funziona sempre: evocare l’11 settembre per squalificare chi vince. Lo abbiamo visto ieri, quando l’elezione di Mamdani a New York è stata accolta da un coro di slogan compulsivi: «sindaco islamico nella città ferita», «resa culturale dell’Occidente», «pro-Pal», «fanatici». Nessuna analisi del voto, nessuna lettura del contesto urbano, nessuna domanda su affitti, trasporti, salari. Solo la scorciatoia identitaria, perché è quella che permette di non parlare della realtà.

La destra italiana che ogni giorno si dichiara sotto assedio, che invoca tutela contro la violenza delle parole altrui, si è esercitata nel vomito d’odio con una naturalezza impressionante. Quelli che chiedono compostezza, che pretendono rispetto per ogni loro sensibilità ferita, hanno passato 24 ore a rovesciare sospetti religiosi come se fossero munizioni. La vittimizzazione, il lamento perpetuo, dura il tempo di un titolo: appena l’oggetto da colpire cambia latitudine, la misura etica evapora.

È stato tutto evidente: Salvini che fa l’inventario moralistico delle presunte idee del neosindaco come un elenco di minacce; Vannacci che accosta un voto locale all’ombra dell’11 settembre per produrre una narrazione di “decadenza”; Ciriani che dichiara New York «non rappresentativa» pur di evitare l’idea che quella scelta politica dica qualcosa anche a noi. La stessa grammatica, lo stesso riflesso pavloviano, lo stesso bisogno di trovare un nemico da esibire.

Nel frattempo, Mamdani parlava di integrità amministrativa e di impegno contro l’antisemitismo. Nessun trionfalismo, nessuna bandiera agitata. Compostezza, appunto. È questo il punto che brucia. Perché chi vive di propaganda teme la normalità della politica quando non può ridurla a caricatura.

Questa vicenda mostra cosa resta della destra quando si toglie la retorica della difesa dei valori: un riflesso, una paura, una fregola. E niente di più.

Buon giovedì. 

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Occhi su Gaza, diario di bordo #65

Khan Younis all’alba è un altopiano di macerie su cui un soldato israeliano gira un reel compiaciuto: «non è rimasta in piedi una casa», dicono i video che rimbalzano sui social. Poco dopo, un altro filmato riemerge dal 2016: un militare che sequestra la bicicletta a una bambina di sei anni. La guerra non inventa nulla, semmai toglie il velo. Stamattina, mentre la “tregua” esiste solo nei comunicati, a Gaza City si sentono nuovi passaggi di F-16 e una cintura di fuoco sull’est, documentata dai residenti. Il racconto di chi resta è sempre più corto: quante notti senza luce, quante salme da cercare all’alba.

Le agenzie della notte registrano l’identificazione dei resti di Itay Chen, l’ostaggio israelo-americano consegnato giorni fa. Una squadra della Croce Rossa e di Hamas si è mossa verso est di Gaza City per cercare altri corpi. Dagli ospedali della Striscia arriva la nota più amara: Israele ha trasferito 15 cadaveri palestinesi. 

 A Tel Aviv il ministro della Difesa ripete che l’obiettivo resta «smantellare Hamas e smilitarizzare la Striscia». È il lessico della permanenza, non della pace. Intanto filtrano indiscrezioni su un possibile comitato di gestione Gaza tra Hamas e Anp: un’ipotesi che vale, per ora, come misura della confusione politica. 

Fuori dal perimetro delle bombe il fuoco passa sugli archivi: Youtube ha cancellato centinaia di filmati che documentavano violazioni dei diritti umani, insieme ai canali di tre organizzazioni palestinesi. Il passato digitale si fa polvere come le case.

E poi c’è l’Europa che si specchia: un cronista italiano è stato licenziato dopo una domanda semplice alla Commissione — se Mosca dovrà pagare la ricostruzione in Ucraina, Israele pagherà quella di Gaza — mentre in Parlamento c’è chi annuncia interrogazioni sulla libertà di stampa. 

La domanda resta sospesa come il fumo sugli edifici sventrati. Chi pagherà tutto questo? Chi potrà raccontarlo, se raccontare diventa un reato di imbarazzo? Occhi su Gaza: oggi la notizia è che la rimozione non è solo un cratere, è anche una cancellazione.

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Scudo penale alle forze dell’ordine: quattro tentativi in due anni

Scudo penale agli uomini delle forze dell’ordine, la storia non comincia oggi. È un filo che ritorna, si interrompe, riparte, cambia nome, si alleggerisce nel linguaggio ma conserva lo stesso obiettivo: intervenire sul momento in cui lo Stato controlla se stesso. Negli ultimi due anni la maggioranza di destra ha cercato più volte di introdurre un filtro sulle indagini riguardanti gli agenti in servizio quando l’uso della forza è contestato. L’idea è sempre la stessa: evitare l’iscrizione immediata nel registro degli indagati, che la legge considera un atto dovuto. Evitare, cioè, che la macchina dell’inchiesta si metta in moto con piena visibilità giudiziaria e pubblica.

La sequenza dei tentativi

Il primo passaggio risale al gennaio 2024, nel pieno della discussione sulla legge sicurezza. In alcune bozze circolava una norma che avrebbe previsto un vaglio preliminare dell’operato dell’agente prima dell’iscrizione nel registro degli indagati. Non arrivò al testo finale: contrasti interni alla maggioranza, timore di aprire un fronte simbolico troppo evidente. Ma la direzione era segnata.

Giugno 2024: un nuovo tentativo, questa volta con un nome più accattivante, “codice blu”. L’idea era di introdurre procedure dedicate per verificare la legittimità dell’uso delle armi da parte degli agenti. Una sorta di corsia investigativa speciale. Anche questa ipotesi si fermò, rallentata dai rilievi tecnici del ministero della Giustizia. L’equilibrio del processo penale, ricordarono i giuristi, vive proprio nella tempestività dell’accertamento, soprattutto quando l’azione contestata è compiuta da chi esercita la forza in nome della legge.

Inizio 2025, terzo tentativo. Il governo lavora al nuovo decreto sicurezza. Riemerge la stessa idea: dare al pubblico ministero la possibilità di valutare se ci siano elementi che facciano presumere una scriminante, prima di procedere all’iscrizione. Questa volta a bloccare l’inserimento è un motivo più politico: evitare tensioni con il Quirinale su una norma percepita come sensibile per l’equilibrio costituzionale dei poteri.

Ora siamo al quarto giro. Fratelli d’Italia deposita una proposta esplicita (prima firma Bignami) per modificare l’articolo 335 del codice di procedura penale. Il testo prevede che, quando l’azione dell’agente «appare riconducibile a una scriminante», il pubblico ministero debba svolgere accertamenti preliminari prima di inserire il suo nome nel registro degli indagati. La maggioranza lo presenta come uno strumento di tutela contro le “indagini inutili” e contro l’“atto dovuto” che spesso si conclude in archiviazione.

Le voci fuori dal governo

Associazioni e giuristi leggono invece la norma in senso opposto. Il richiamo è alla Cedu, che ha più volte condannato l’Italia per indagini tardive, incomplete o non indipendenti nei casi in cui vi sia un sospetto di violenza di Stato: dal G8 di Genova fino ai casi più recenti in carcere e nei reparti mobili. Antigone, Acad e Amnesty insistono sul punto che in Europa gli standard vanno nella direzione della tracciabilità dell’uso della forza, della trasparenza operativa e dei codici identificativi sugli agenti. Filtrare l’avvio delle indagini significa toccare il momento più delicato: le prime ore, quando si raccolgono prove, testimonianze, registrazioni, referti. Se quel passaggio viene diluito, il rischio è che si disperda ciò che rende un’indagine efficace.

I sindacati di polizia sostengono lo sforzo opposto. Parlano di una misura di equilibrio in un contesto in cui l’iscrizione nel registro degli indagati diventa spesso notizia, con conseguenze reputazionali e professionali anche quando il procedimento termina senza colpe. La richiesta è di proteggere chi opera in situazioni di conflitto e rischio, mentre la politica ne fa simbolo identitario di schieramento.

La domanda però resta sempre la stessa: chi controlla lo Stato quando lo Stato usa la forza È su questo terreno che si gioca l’esito della riforma. Se il filtro verrà introdotto, cambierà il primo movimento dell’indagine. E il primo movimento è quello che decide il resto.

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Energia, il governo rinvia sul decreto: divisioni su gas, rinnovabili e comunità energetiche

L’annuncio del ministro Gilberto Pichetto Fratin, questa mattina a Bruxelles, ha lo stesso tono di tutte le decisioni delicate che slittano: «Valuteremo per la prossima settimana, stiamo concludendo e integrando». Il decreto energia che il governo prepara da settimane è lì, inchiodato all’ultimo miglio della trattativa politica. Un testo che dovrebbe indicare la rotta della transizione nazionale nei prossimi anni, e che invece è diventato il campo di una contesa interna alla maggioranza. La promessa è la semplificazione delle rinnovabili, la sicurezza energetica, il sostegno alle imprese ad alta intensità di consumo. L’obiettivo dichiarato è “stabilità con realismo”. Il terreno su cui si gioca, però, è quello delle scelte strutturali e delle priorità economiche.

Le fratture nella coalizione

La Lega punta a garantire continuità al gas nazionale. Il dossier sull’Adriatico è tornato al centro, con la richiesta di prorogare le concessioni di estrazione e di ampliare l’approvvigionamento interno. È un messaggio diretto ai distretti industriali del Nord, dove il costo dell’energia incide sulle catene produttive. Fratelli d’Italia tenta di posizionarsi in maniera diversa: la presidenza italiana del Consiglio dell’Ue del prossimo semestre impone una comunicazione più allineata alle strategie europee. Si discute di rinnovabili, comunità energetiche, neutralità climatica come obiettivo dichiarato. La sintesi è complicata: a Palazzo Chigi serve un testo che mantenga l’unità politica, senza smentire l’indirizzo sovranista rivendicato negli ultimi due anni.

Forza Italia gioca un ruolo decisivo. Vuole la proroga dei crediti d’imposta per le imprese energivore e teme che un sistema di incentivi troppo generoso alle comunità energetiche redistribuisca potere e margini a favore delle reti locali e dei piccoli produttori. La difesa dei grandi operatori energetici passa per un linguaggio moderato, ma il punto è chiaro dentro al governo: chi controlla la produzione e la distribuzione resta l’interlocutore centrale dello Stato.

Le critiche dall’opposizione e dalla società civile

Il Partito democratico insiste su un piano nazionale stabile di riduzione delle bollette per le famiglie vulnerabili. Il Movimento 5 Stelle chiede di blindare gli incentivi alle rinnovabili come leva di autosufficienza e di democrazia energetica diffusa. Sinistra Italiana e Verdi parlano senza mediazioni: è un «decreto fossile», dicono, perché continua a destinare risorse alla filiera del gas mentre la crisi climatica accelera.

Nel frattempo, le associazioni ambientaliste mettono a verbale una preoccupazione precisa: la transizione rischia di essere più lenta dei vincoli europei. Legambiente, WWF e Greenpeace ricordano che l’Italia ha già accumulato ritardi sulle autorizzazioni, e che il problema non sta soltanto negli incentivi, ma nelle infrastrutture di rete. Terna e i distributori locali non sono in grado di connettere con sufficiente rapidità i nuovi impianti fotovoltaici e eolici. Il rischio è che le comunità energetiche nascano sulla carta e restino bloccate davanti alle cabine secondarie.

I sindacati guardano a un altro punto: gli aiuti alle imprese. Cgil e Uil chiedono che ogni sostegno sia condizionato a impegni occupazionali verificabili, ricordando i precedenti in cui i crediti d’imposta erano evaporati senza ricadute sul lavoro. La Cisl, più dialogante, punta su accordi territoriali e piani industriali locali.

Il governo ora cerca la quadra. Da una parte la necessità di tenere insieme industria e obiettivi climatici, dall’altra l’urgenza di dare un segnale a una società che continua a pagare bollette elevate e vede nella transizione un percorso opaco. Il decreto energia nascerà, forse già la prossima settimana. Sarà il testo a dirci quale idea di futuro energetico prevale davvero nella maggioranza: l’autarchia del gas come continuità dell’esistente o la scommessa su un modello distribuito, collettivo, costruito attorno alle reti territoriali. La scelta è politica, e stavolta non basterà una formula di equilibrio provvisorio.

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La memoria corta come strategia di potere

Se Totò Cuffaro e Saverio Romano siano colpevoli lo deciderà il processo. Per i magistrati l’ex presidente della Regione siciliana sarebbe “al vertice di un’associazione criminale”, un “comitato d’affari occulto” che si spartiva appalti nella Sanità, forziere di ogni regione di questo Paese. Romano, ex ministro e deputato per Noi Moderati, sarebbe stato uno degli anelli di congiunzione.

Siamo nel campo delle accuse. Cuffaro dice di non vedere l’ora di spiegare tutto ai magistrati mentre Romano parla di “processo mediatico”, che è un po’ come il cacio non solo sui maccheroni: sta bene su tutto, soprattutto in questi tempi in cui la magistratura è il boccone preferito della propaganda di governo.

Vasa Vasa Cuffaro – vale la pena ricordarlo in quest’epoca di memorie labili – è stato condannato a sette anni per favoreggiamento a Cosa Nostra. Ha scontato la sua pena più velocemente del previsto e – come sancito dalla nostra Costituzione – è stato riabilitato alla vita politica. Scontata la condanna l’ex governatore è tornato alla politica, a capo della DC siciliana.

Riabilitato? Sì, sulla carta. Ma Cuffaro non ha mai ammesso di avere favorito la mafia: ha sempre negato di avere avuto rapporti con i mafiosi, ha definito la condanna “un dolore che ho accettato” e non una colpa da riconoscere. Ha chiesto un perdono spirituale, non politico o etico.

Non so se fosse opportuno che Cuffaro tornasse a dettare i tempi della politica siciliana. Di certo è politicamente inopportuno poggiare il proprio ritorno a un atto burocratico senza passare dalla presa di responsabilità. E la sensazione che l’ex presidente già condannato ancora muova i fili dei soldi regionali è la fotografia perfetta della politica che non dà seguito agli esiti dei processi. Con buona pace dei garantisti.

Buon mercoledì.

Foto dalla pagina Fb di Cuffaro

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Occhi su Gaza, diario di bordo #64

La tregua che prometteva silenzio oggi parla con la voce dei feriti. Nella scuola Al-Zahra, trasformata in rifugio, un matrimonio si è concluso tra le urla: quattro bambini colpiti da schegge, dicono i medici locali. Al largo, cinque pescatori sono stati sequestrati, tre di loro fratelli. Accade dentro quella che Israele chiama «yellow line», la fascia che dovrebbe garantire sicurezza ai civili. Ogni giorno ne ride la realtà.

A New York, intanto, si scrive il dopo. Gli Stati Uniti hanno presentato una bozza di risoluzione Onu che prevede una forza internazionale di stabilizzazione per Gaza, con mandato di due anni e obiettivo dichiarato di demilitarizzazione. Un «Consiglio di pace» gestirebbe sicurezza e ricostruzione insieme a Egitto, Israele e partner regionali. Nomi già sul tavolo: Indonesia, Azerbaigian, Turchia, Egitto. Ankara avverte che tutto dipenderà dal calendario del ritiro israeliano. La pace, ancora una volta, viene progettata fuori dal luogo in cui dovrebbe vivere.

Israele ha consegnato quarantacinque corpi di palestinesi il giorno dopo la restituzione dei resti di tre soldati israeliani. A Kiryat Gat la direttrice dell’intelligence Usa Tulsi Gabbard supervisiona la «fase due» della tregua: Washington come garante, Tel Aviv come custode armata. Sullo sfondo, il parlamento israeliano discute la pena di morte per i terroristi, mentre nel Sud del Libano un’abitazione salta in aria e a Teheran migliaia di persone marciano contro Israele e Stati Uniti.

Si chiama “stabilizzazione”, ma odora di commissariamento. A Gaza le bombe si fermano solo per il tempo necessario a cambiare il lessico della guerra. La tregua, come la chiamano nei palazzi, qui resta un verbo al futuro.

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Sfratti veloci, inquilini morosi fuori in 30 giorni: il piano del governo che salta il giudice e ignora le famiglie

Nel disegno di legge che Fratelli d’Italia spinge in Parlamento – e nel decreto che potrebbe anticiparlo – la casa diventa un conto da chiudere con la fretta delle scadenze. L’inquilino moroso riceve un ordine di pagamento entro quindici giorni; se non riesce, lo sgombero scatta in sette e l’intera procedura si chiude in trenta.

Non più davanti a un giudice, ma a una nuova Autorità per l’esecuzione degli sfratti incardinata al Ministero della Giustizia. È un trasferimento di potere silenzioso e decisivo: la fase in cui si decide chi resta e chi va via migra dall’aula di udienza a un ufficio amministrativo.

Dati e realtà: la fotografia di un’emergenza strutturale

Nel 2024 gli sfratti sono stati 40.158, +2% sul 2023. Quasi 30 mila riguardano la morosità incolpevole; il 47% si concentra nei capoluoghi dove i canoni crescono mentre i salari ristagnano. Non è l’eccezione, è la regola di un disagio ormai radicato. Eppure da tre anni il governo non rifinanzia né il fondo affitti né quello per la morosità incolpevole. Il risultato è un cortocircuito: si velocizza l’uscita di casa senza costruire alcuna entrata alternativa. In questa cornice, l’Autorità chiamata a «snellire» diventa il perno di una gestione che accorcia i tempi e allunga le distanze tra chi ha strumenti e chi ne è privo.

I sindacati degli inquilini – Cgil e Sunia – indicano una rotta opposta. Servono risorse immediate per almeno 900 milioni di euro per contenere l’incidenza dei canoni e una strategia pluriennale sull’edilizia residenziale pubblica: fino a 600 mila alloggi nuovi o recuperati, rigenerando il patrimonio esistente e vuoto. Chiedono anche regole stabili per il canone concordato e poteri ai Comuni per governare gli affitti brevi nelle aree più stressate. È un’agenda di politiche, non un cronometro.

La scorciatoia normativa e le garanzie tagliate

Il nuovo impianto deroga all’articolo 658 c.p.c., che oggi tutela il contraddittorio davanti a un giudice con l’intimazione di sfratto e l’ingiunzione contestuale dei canoni. La riforma sposta il baricentro sul procedimento amministrativo, dove il titolo esecutivo nasce senza un’udienza vera. Giuristi e sindacati evocano profili di attrito con l’articolo 24 e l’articolo 111 della Costituzione: diritto di difesa, giusto processo, giudice naturale.

La politica risponde con la parola magica della stagione: «semplificazione». Nella pratica, significa comprimere i tempi là dove servirebbe invece valutare vulnerabilità, minori, disabilità, percorsi di fuoriuscita dalla violenza domestica, malattia e perdita del lavoro.

Mentre la retorica addita il turismo mordi-e-fuggi come fattore di pressione sui canoni, la Manovra 2026 sembra volersi limitare ad alzare al 26% l’aliquota per gli affitti brevi intermediati da piattaforme. È un intervento fiscale marginale, privo di una disciplina organica del settore, che non tocca l’offerta reale di alloggi né i meccanismi di concentrazione immobiliare nelle zone centrali.

Collegare l’accelerazione degli sfratti a una risposta contro gli affitti turistici suona come un capovolgimento narrativo: si irrigidiscono le procedure di uscita dell’inquilino e si lascia intatto l’ecosistema che rende la casa un bene sempre più raro e caro.

Nel frattempo, la macchina comunale si trova a gestire l’aumento degli sfratti con servizi sociali sotto organico e senza fondi strutturali. Lo sgombero «in sette giorni» diventa il passaggio più facile; ciò che non c’è è il «giorno otto»: dove vanno le famiglie? senza un piano per alloggi ponte, sostegni all’affitto e investimenti nell’Erp, la risposta resta emergenziale e costosa anche per la collettività, tra dormitori, assistenza e perdita di continuità scolastica per i minori.

Ridurre i tempi anziché i canoni

Il governo afferma di voler «ridurre i tempi». È un obiettivo semplice da misurare ma povero di senso se ignoriamo cause e conseguenze. Ridurre i tempi per chi ha più forza contrattuale non aumenta le case disponibili, non abbassa i canoni, non alza i salari, non ricuce il rapporto tra redditi e città. Significa sostituire l’inerzia delle politiche con la velocità dell’esecuzione. La casa è trasformata in pratica amministrativa, la vulnerabilità in una pratica scaduta.

Il quadro si legge nei numeri e nelle scelte. 40.158 provvedimenti in un anno raccontano l’Italia che scivola; i 3 annisenza rifinanziamenti dicono l’Italia che non tende la mano; l’Autorità al posto del giudice racconta l’Italia che confonde efficienza con giustizia. L’effetto è una procedura più rapida per mandare in strada famiglie già fragili, senza una sola riforma capace di ampliare l’offerta sociale, calmierare i canoni, rafforzare le tutele. Il resto è propaganda.

Accorciare i tempi non risolve il problema abitativo. Lo sposta: dal tribunale al marciapiede. E lascia irrisolte le uniche tre parole che contano in una democrazia che voglia dirsi tale: case, diritti, città.

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Sparano ancora su Rabin

Trent’anni dopo, Israele non ha ancora smesso di sparare contro Yitzhak Rabin. Quel 4 novembre 1995 non fu solo la morte di un uomo, ma la fine di un’idea di Stato. Un Paese capace di credere alla pace, al diritto, al compromesso. La pallottola esplosa da Yigal Amir non colpì soltanto il primo ministro, ma l’intera struttura democratica che gli estremisti volevano abbattere. Da allora, Israele non si è più rialzato: si è spostato verso la sua ombra.

Quando la folla gridava «Morte a Rabin»

In piazza Sion, nell’autunno del 1995, c’erano i simboli di tutto ciò che oggi è diventato normalità: il fanatismo religioso, il disprezzo per la legge, la violenza elevata a dovere patriottico. Mentre Benjamin Netanyahu arringava la folla dal balcone, sotto di lui bruciavano le foto di Rabin con l’uniforme nazista e risuonavano gli slogan «Rabin boged» – Rabin traditore – e «Mavet le-Rabin».

Fu allora che la destra israeliana comprese il potere dell’odio come strumento politico. Rabin rappresentava la pace di Oslo, il coraggio di parlare con Arafat, la possibilità di uno Stato condiviso. Chi lo uccise lo fece nel nome dell’“Israele puro”, quello dei coloni, del sangue, della Bibbia brandita come arma.

La vedova Leah rifiutò di stringere la mano a Netanyahu al funerale, accusandolo di aver coperto e fomentato quell’odio. Aveva ragione. Non era solo incitamento: era l’atto fondativo di una nuova Israele, quella che avrebbe imparato a sopravvivere di guerra.

Il filo nero che unisce Amir a Ben-Gvir

La generazione che allora gridava nelle piazze oggi siede nei ministeri. Itamar Ben-Gvir, che nel 1995 mostrava in televisione il simbolo strappato dall’auto di Rabin minacciando «arriveremo anche a lui», è oggi ministro della Sicurezza nazionale. Benjamin Netanyahu, che allora legittimava i fanatici per convenienza politica, è ancora premier, prigioniero dei suoi stessi alleati estremisti.

La loro ideologia è sempre la stessa: l’eredità del rabbino Meir Kahane, bandito dalla Knesset per razzismo e celebrato da chi oggi governa. Kahane predicava l’espulsione degli arabi, l’annessione totale dei territori, la supremazia etnica mascherata da religione. Allora era un reato, oggi è un programma elettorale.

Così, il linguaggio dell’incitamento è diventato legge. La “sicurezza” è il nome con cui si giustifica l’occupazione. La “difesa” è la formula con cui si bombarda Gaza. La dottrina che permise di chiamare Rabin “traditore” è la stessa che oggi definisce i palestinesi “terroristi” in blocco, cancellandone il diritto all’esistenza.

Dalla pace negata al genocidio in corso

Chi vuole capire come si sia arrivati al genocidio di Gaza deve tornare a quella piazza. Quando Rabin fu ucciso, l’idea di una convivenza con i palestinesi fu sepolta con lui. Da allora Israele ha coltivato il culto della minaccia eterna: ogni bambino palestinese come potenziale nemico, ogni tregua come sospetto.

Trent’anni di governi ossessionati dal controllo e dall’espansione hanno trasformato la democrazia in un regime etnico-militare. Le colonie sono diventate città, la destra religiosa ha preso possesso delle istituzioni, la magistratura è sotto attacco, e la forza è diventata principio di governo.

Netanyahu, l’uomo che nel 1995 non volle fermare la folla, oggi guida un esecutivo che riduce Gaza in macerie e definisce “necessità militare” il bombardamento di ospedali e scuole. Ben-Gvir, che allora sventolava simboli rubati, oggi distribuisce armi ai coloni. Smotrich parla di “cancellare interi villaggi”. È la stessa grammatica morale: cambiano solo i bersagli.

Rabin aveva avvertito che la “via della guerra” avrebbe consumato Israele dall’interno. Aveva ragione. L’omicidio non fu l’interruzione di una stagione di pace, ma l’inizio della sua negazione sistematica. Trent’anni dopo, lo Stato che prometteva di difendersi dai terroristi è diventato ciò che temeva: una macchina che produce terrore, convinta che la violenza possa sostituire la politica.

L’eredità di Rabin non è stata raccolta. È stata rovesciata. Oggi il suo assassino ideologico siede al governo, e Gaza è il risultato di quella vittoria. Israele ha smesso di difendere se stessa: difende solo la propria paura.

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Addio a Roberto Pennisi: da Sigonella agli eco-reati, ritratto di un magistrato antimafia

A Montecatini Terme, dove aveva scelto di vivere dopo una vita passata tra inchieste e udienze, si è spento a 73 anni Roberto Pennisi, magistrato che ha attraversato quarant’anni di lotta alla criminalità organizzata. Era malato da tempo, ricoverato all’ospedale di Pescia. I funerali si terranno oggi pomeriggio, alle 15, nella chiesa di San Francesco, a pochi passi dalla casa in cui, da pensionato, continuava a leggere le relazioni antimafia come fossero ancora fascicoli d’indagine.

Sigonella, il battesimo dello Stato

Pennisi era nato ad Acireale, in provincia di Catania, nel 1952. Entrò in magistratura nel 1978, quando la Sicilia era ancora terreno di sperimentazione per la Repubblica. A Siracusa si trovò a gestire il versante giudiziario della crisi di Sigonella, nell’ottobre del 1985, quando lo scontro tra l’Italia di Craxi e gli Stati Uniti sul destino dei dirottatori dell’Achille Lauro mise alla prova la sovranità nazionale. Per un giovane sostituto procuratore fu un battesimo nel cuore dello Stato: capì che la legge, per restare tale, deve reggere alle pressioni della politica e della diplomazia.

Negli anni successivi lavorò alle procure di Reggio Calabria, Livorno e Firenze, ma fu in Calabria che maturò la sua idea più nitida di giustizia: la mafia è un’economia. Alla Dda di Reggio si occupò per tredici anni di ’ndrangheta, appalti e porto di Gioia Tauro, crocevia del traffico mondiale di merci e cocaina. Davanti aveva un sistema criminale che si era già vestito di legalità, capace di infilarsi negli appalti e nella logistica come un operatore qualsiasi, muovendosi su bilanci, consulenze, società di comodo.

La faccia pulita del crimine

Il passaggio alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo lo portò a Roma, dove divenne uno dei riferimenti per i crimini ambientali e il traffico illecito di rifiuti. Da magistrato delegato al “gruppo rifiuti” della DNAA curava i capitoli sulle ecomafie nelle relazioni annuali. Nelle audizioni in Parlamento e nei convegni ripeteva che il crimine ambientale «ha la faccia pulita»: lo praticano professionisti in giacca e cravatta, pronti a sfruttare zone grigie e ritardi amministrativi per trasformare lo smaltimento in rendita e ricatto.

Con anni di anticipo sul dibattito pubblico, Pennisi indicò la trasmigrazione delle mafie verso il Nord, nelle province industriali di Lombardia, Trentino ed Emilia, dove ricchezza e complessità normativa offrivano ai clan un terreno di conquista: capannoni, cave, impianti, cooperative, subappalti. Lontano dai riflettori, continuava a raccogliere dati, incrociare mappe di società e cantieri, convinto che la forza dello Stato fosse la continuità del lavoro, la pazienza dell’analisi, la precisione delle prove.

Dopo il pensionamento si era ritirato a Montecatini. Trovava ironico che la città delle terme fosse il suo approdo dopo decenni di immersione nel fango morale delle inchieste. Da lì continuava a scrivere, a commentare, a indicare i punti ciechi: la prevenzione, le filiere dei rifiuti, il controllo degli appalti.

Di Pennisi resta il tratto severo, la voce calma, e un’eredità concreta: l’idea che le mafie si contrastano nelle aule, certo, ma anche dove si decide come produrre, costruire, smaltire. Dal giorno in cui a Sigonella vide la legge resistere alla forza, agli anni in cui denunciò il saccheggio dell’ambiente da parte dei colletti bianchi, la sua storia racconta la stessa battaglia: la sovranità della legge sulle convenienze di tutti gli altri poteri.

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Per sapere a cosa serve la riforma, citofonare Nordio

C’è una sincerità involontaria nelle parole di Carlo Nordio al Corriere della Sera: «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Basterebbe questa frase per chiudere il dibattito. Il ministro della Giustizia, con la disarmante trasparenza di chi non si accorge di confessare, ammette che il suo disegno costituzionale serve a blindare il potere, qualunque sia il colore del governo. Un sistema che mette i pubblici ministeri sotto il controllo politico non per migliorare la giustizia, ma per neutralizzare l’unico potere che non si elegge.

Nordio la chiama “riforma di civiltà”, ma l’Associazione nazionale magistrati la traduce per tutti: un modo per impedire ai pm di indagare liberamente, per “evitare invasioni di campo”. È la vecchia ossessione di una classe dirigente che teme più le inchieste che il voto. E mentre il ministro rassicura che «servirà anche al Pd», svela l’altra verità: non una giustizia per i cittadini, ma una per i governanti di turno.

È la stessa logica che negli anni Novanta alimentava l’odio contro Mani Pulite, quando si scambiava la legalità per faziosità e si sognava un potere senza contrappesi. La riforma Nordio ne è la prosecuzione aggiornata, con la stessa ambizione: ridurre la magistratura a servizio d’ordine del governo. Non c’è bisogno di teorie o convegni per capire dove porta questa strada. Basta citofonare Nordio: risponderà che la giustizia deve stare buona, finché governa chi comanda. E che il resto, come sempre, è “invasione di campo”.

Buon martedì.  

 

Foto Gov

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