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Le parole chiare di Giuseppe Sala

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Il candidato sindaco alle primarie del centrosinistra Giuseppe Sala in un’intervista ha dichiarato che non accetterà in campagna elettorale finanziamenti da aziende che hanno lavorato a Expo e che non ci sarà nessun allargamento a NCD.

Siamo agli inizi, per ora sono promesse e basta. Ma sono intelligenti. Volevo dirvelo. Io che di certo non sono un suo fan.

A proposito di Bruno Caccia.

header_Caccia-300x225Non si può che essere felici per la (bella) svolta che hanno preso le indagini sull’omicidio di Bruno Caccia e anche se sono passati troppi anni (ma con una vittima di mafia sono troppi anche i primi cinque minuti, se ci pensate) credo che questo risultato sia una soddisfazione per la famiglia, per gli ex colleghi e per i tanti che ne ricordano quotidianamente il nome. E sono proprio tanti, a partire dai meravigliosi ragazzi che abitano tutti i giorni con l’impegno e il lavoro Cascina Caccia. Se passate dalle loro parti passateli a salutare e a vedere che bella forma ha preso quel cascinale che apparteneva all’immondo mandante di quell’omicidio. Bruno Caccia è stato tra i primi a vedere l’odiosa ‘ndrangheta (ne ho scritto per Fanpage qui) e che se ne parli può solo fare bene a questa nazione. Certo l’arresto di ieri è solo il primo passo, come raccontavo oggi agli amici di RadioPopolare (il podcast è qui).

E per questo il mio buongiorno stamattina per Left l’abbiamo voluto dedicare a lui e al suo sorriso, qui.

Il romanzo civile di Giulio Cavalli e le scelte che sono scelte (di Salvo Ognibene)

12122542_868262876576517_1348074369069251953_n“Qui ci sono le guardie e i ladri, bianco e nero, abitare in mezzo non è possibile. Può succedere che tu non te ne accorga, ma sei già o sporco di bianco o sporco di nero.” E’ la quarta di copertina di “Mio padre in una scatola di scarpe” di Giulio Cavalli edito da Rizzoli. Un “romanzo civile” che a tratti ricorda “passione di Michele” di Giuseppe Fava. La narrazione, il ritmo delle parole, la scrittura elegante e mai banale sono solo alcuni dei punti di contatto. Poi sì, il nome del protagonista è uguale per entrambi ma la similitudine esiste nel ricordo di chi scrive e che a tratti si manifesta nelle pagine del libro. Michele Landa è il nome del protagonista. Un nome, che potrebbe essere anche un altro, se all’origine della storia narrata con il solito piglio da cantastorie da Giulio Cavalli, non vi fosse la realtà. Quella di tutti i giorni e quella vissuta da una persona perbene che vuole godersi la pensione, la famiglia e l’orto di casa, a Mondragone. Quella vita che ti toglie gli amici, che cambiano o volano via, e che ti regala la dolcezza di una compagna e di una famiglia normale.

Da metà libro in poi le pagine tengono attaccato il lettore senza lasciarsi mollare mai. Cresce l’attenzione, i nomi iniziano ad avere un volto e sale anche il magone su per la pancia. E’ vivo e te lo porti dentro. Una brutta storia che regala bellezza e scelte che sono scelte. Cavalli racconta di un paese indifeso, dove perfino la Stato ha i colori ingrigiti di Mondragone, ricordandoci che le urla e i grandi gesti non fanno la rivoluzione ma che basta poco, pochissimo, interessandoci di quello che avviene anche fuori del giardino di casa per cambiare una piccola città o un grande paese.

Qui per acquistare il libro

https://www.giuliocavalli.net/bottega/?product=mio-padre-in-una-scatola-da-scarpe

Tutti amici degli amici di Renzi

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Lo so, l’ho già scritto ma lo ripeto. Perché ogni volta che qualcuno arriva al potere, alla presidenza del consiglio o comunque lì da quelle parti improvvisamente sembra che tutti quelli del suo paese, del suo rione, della sua cerchia di amici, con il suo stesso accento siano i migliori onnipresenti dappertutto?

Ma davvero non siamo ancora stanchi dei servi sciocchi dopo anni di prostituzione (a volte nel senso più pieno della parola) con Berlusconi; incapaci di riconoscere un’inquietante emersione di classe dirigente improvvisamente così prossima, vicina vicina da sembrare appena uscita da un’aperitivo consumato insieme prima di andarsene a casa?

Come esiste merito se partiamo dal presupposto che il migliore in qualche ruolo sia tra la microscopica cerchia dei conoscenti, in un cerchio così piccolo rispetto al Paese e al merito?

Ciondolano con questa collana di amici e aglio e vorrebbero essere incoronati saggi mentre sono megere travestite da brillanti paninari fuori tempo massimo.

La speranza senza speranza

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Che colore ha la speranza oggi? Me lo chiedevo stamattina seduto nei camerini di uno dei circhi storici d’Italia, insieme ad un’icona del teatro, del cinema e poi del circo. Discutevamo del pubblico che ormai raggiunge al massimo un divertimento amaro. Lei che aveva cominciato da bambina, come clown in miniatura con il nome d’arte di «Lacrima», e mi raccontava come fosse legge del teatro e del cinema e dello spettacolo tutto la cultura del lavoro. «Lavoro più degli altri, meglio degli altri, poi magari mi appoggio su un barlume di talento che mi è caduto in tasca per sorte e arrivo al risultato.  Come sarebbe tutto più semplice, ho pensato, se davvero ci fosse non dico la meritocrazia che ormai è parola talmente vuota da essere buona per una statuetta da presepe, ma almeno il lavoro, almeno quello», si pensava.

Perché ci avevano fatto credere che il modello capitalista funzionasse proprio perché premia il lavoro, ci avevano detto. L’hanno raccontato ai nostri genitori e anche ai nostri nonni prima di loro e si erano convinti davvero che un sistema che premiasse la fatica sarebbe stato alleno giusto. Giusto come sono giunte le cose perché ti danno di speranza di riuscire: un Paese giusto, un processo giusto, una rete sociale giusta, una pensione giusta, una sanità giusta, una giusta classe dirigente.

Risultato? Fallito. Perché davvero bighellonando in giro per l’Italia tra scuole e palcoscenici mi succede sempre più spesso di notare nel viso, quelli giovani, di chi ti chiede che occhi abbia la speranza, ecco, mi capita sempre più spesso di parlare di speranza come si parla di animali selvatici ad un bambino metropolitano. Con il gusto per lo sconosciuto e con tutta la fatica di cogliere la speranza per davvero.

Ma esattamente quando abbiamo perso la speranza? Dico, quando ci siamo accorti che continuavamo a citarla ma non ce n’era più in giro? Perché mi è rimasta questa domanda qui, fissa in testa, da stamattina al circo. Quando ci hanno rifilato questa speranza senza speranza, prodotta in serie come le possibilità che in realtà non sono possibili?

L’arte di raccontare crescita. Che non c’è.

ottimismoPer fortuna Massimo Mantellini (che di internet se ne intende e ci lavora) mi conforta sull’opinione che anche Riccardo Luna si sia un (bel) po’ incagliato nella retorica del vedere crescita a tutti i costi. Lo spiega bene qui.

Nell’eterno scontro tra ottimisti per servitù e presunti gufi (innescato paninaramente da Renzi e i suoi) alla fine si perde il senso di ciò che è vero e quello che non lo è. E questa non mi sembra una grande notizia. E mi sembra una pessima modernità. Esattamente uguale ai vecchi. Eh.

Com’è bella Mondragone che abbraccia i Landa

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Se non ci siete stati non si riesce a raccontare ma avreste dovuto com’era bella Mondragone che abbracciava con gli occhi, con l’ascolto, con il battere di mani e con il cuore i figli di Michele Landa, che stavano seduto seminascosti tra le prime file di una sala strapiena come se all’improvviso la memoria fosse diventata davvero pop.

‘Mio padre in una scatola da scarpe’ è arrivato a Mondragone, o forse ci è tornato visto che proprio da lì nasce la storia di Michele Landa, guardia giurata prossima alla pensione con un culto per la famiglia e per la libertà. Presentare il romanzo a Mondragone non significava banalmente raccontare un libro, presentare il romanzo a Mondragone era solo il pretesto perché la città guardasse negli occhi Angela Landa e i suoi fratelli e vedere l’effetto che fa.

E l’effetto, davvero, è stato quello di una storia che si è fatta viva, presente, comune.

Io, nel mio piccolo posso solo ringraziare il lavoro meraviglioso di insegnanti, cittadini e di Libera che hanno organizzato un abbraccio così rumoroso.

Ora si riparte.

‘Per i diritti umani’ su ‘Mio padre in una scatola da scarpe’

(L’articolo originale è qui)

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Uscito per Rizzoli l’ultimo lavoro letterario di Giulio Cavalli scrittore e attore, da sempre impegnato sui temi civili e sulla legalità, Mio padre in una scatola da scarpe è un romanzo che parla, forse, anche un po’ dell’autore stesso, capace sempre di dire No alla cultura mafiosa, in grado di pagare un prezzo alto per i valori della giustizia e della vita.
“Michele Landa non è un eroe, e neppure un criminale. Tutto ciò che desidera è coltivare il suo orto e godersi la famiglia; vuole guardarsi allo specchio e vederci dentro una persona pulita. Ma a Mondragone serve coraggio anche per vivere tranquilli: chi non cerca guai è costretto a confrontarsi ogni giorno con gli spari e le minacce dei Torre e con l’omertà dei compaesani”.
Tornano, nel libro, le parole degli spettacoli teatrali che Cavalli porta in scena: omertà, paura, ribellione, violenza, rispetto, verità”: parole e concetti da approfondire; alcuni da cancellare, altri da insegnare, con l’esempio e la Cultura.

L’Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Giulio Cavalli e lo ringrazia per la disponibilità.

E’ la storia di un uomo comune, diventato eroe, e della sua famiglia: quanto è importante raccontare storie (a teatro, in letteratura) a sfondo civile?

Io credo che sia importante raccontare storie credibili e scrivo credibili nel senso più ampio del termine ovvero abbiamo bisogno di storie che insegnino l’eroismo che sta nei tanti piccoli gesti quotidiani che sono famigliari a molti. Questo romanzo non vuole celebrare Michele Landa, che altro non è che un uomo vicino alla pensione con la cura della propria famiglia, ma prova a fare intendere quanti “profughi stanziali” si ritrovano a combattere in ambienti non facili. Ognuno secondo le proprie capacità, le proprie possibilità e le proprie attitudini. Credo che ultimamente abbiamo commesso l’errore di cercare l’iperbole mentre sotto gli occhi, tutti i giorni, abbiamo quotidiani esempi di resistenza

Qual è l’Italia che lei racconta?

L’Italia dove la prevaricazione è sistematica, il bullismo è considerato un dovere per condire la credibilità dei potenti e dove un continuo logorio della democrazia ha portato a farci credere che alcuni nostri diritti siano dei privilegi. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un graduale disfacimento del pieno significato dell’essere buoni, tanto che oggi è considerato un difetto, una debolezza. In realtà spesso essere buoni significa avere la forza di stare ostinatamente controcorrente e Michele, con i suoi figli, è la personificazione di questo sforzo strenuo e continuo.

Ci parla del progetto legato al suo libro?

Andando in giro per scuole e librerie abbiamo scoperto che il romanzo risulta molto utile anche per discutere di bullismo e prepotenza. In realtà il progetto con le scuole è tutto merito di Ivano Zoppi e la sua ONLUS Pepita che hanno avuto il merito di trasformare il libro in un’occasione per chiedere di alzare la voce contro i soprusi. Un libro, appena uscito in libreria, smette di essere del suo autore e anche questa iniziativa l’ho vissuta con l’emozione di uno spettatore privilegiato. Sono molto contento che finalmente si riesca a dare una declinazione quotidiana ad un fenomeno (quello mafioso) che troppo spesso ha bisogno di eroi per poter essere raccontato.

Spesso le persone oneste vengono lasciate sole dalle istituzioni e, per questo, molte di loro hanno perso la vita, seguendo l’etica e la legge…Oggi in che direzione si sta muovendo lo Stato italiano in termini di lotta alle mafie?

Si da sempre molto poco. L’Italia è il Paese più evoluto sul fronte antimafia perché è anche il laboratorio più estremo delle mafie ma sono convinto che al netto della retorica ancora oggi si faccia troppo poco e troppo spesso male. Pensiamo, solo per citare un esempio, ai testimoni di giustizia che non sono altro che normali, semplici cittadini a cui “è capitata l’occasione di essere giusti”. dovrebbero essere trattati dallo Stato con tutta la cautela e la gratitudine per chi decide di alzare la testa e invece sono pressoché quotidiane le notizie di difficoltà ambientali, economiche e di sicurezza di chi ha deciso di denunciare. La strada è lunga e in più il movimento antimafia sembra vivere anche un pericoloso periodo di appannamento.

Come possiamo educare i giovani alla cultura della legalità?

Primo: facendo in modo che essere corretti e rispettare la legge sia conveniente. E questo è un dovere della politica. Poi abbiamo bisogno di riportare il senso di legalità al senso di solidarietà, cittadinanza attiva, responsabilità e giustizia. Qui non si tratta solo di insegnare le leggi ma riuscire a far cogliere il senso alto che sta dietro alle basi della democrazia. E finché non riusciremo a raccontare la legge come un’opportunità piuttosto che un limite credo che faremo molta fatica a trovare un vocabolario che funzioni.

Michael Moore scrive a Donald Trump

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Caro Donald Trump,

forse ricorderà (è molto probabile dal momento che ha “una memoria di ferro”), che ci incontrammo nel novembre del 1998 dietro le quinte di un programma televisivo pomeridiano al quale fummo invitati. Tuttavia, un attimo prima di andare in onda, un produttore mi chiamò in disparte per dirmi che lei si sentiva un po’ “agitato” di apparire in onda con me. Mi ha detto che lei non voleva essere “fatto a pezzi” e voleva che l’assicurassi che non mi sarei scagliato contro di lei. “Non penserà mica che voglia aggredirlo e metterlo alle strette?”, chiesi perplesso. “No – rispose la produttrice – È solo un po’ nervoso”. “Eh? Non l’ho mai incontrato prima d’ora. Non ha alcun motivo di essere teso”, dissi. “Non so nemmeno molto sul suo conto, oltre il fatto che gli piace ribattezzare le cose sul suo nome. Se vuole posso parlarci io”. Come ricorderà, è quello che feci. Mi avvicinai e mi presentai. “La produttrice mi ha detto che è preoccupato per quello che potrei dire o fare durante il programma. Senza offesa, ma la conosco a malapena. Sono del Michigan. La prego di non preoccuparsi, andremo d’accordo!”.

Sembrava sollevato, poi si avvicinò a me e mi disse: “Non volevo avere rogne e volevo solo assicurarmi che noi due potessimo andare d’accordo, che non mi prendesse di mira per qualche assurdo motivo”. “Prenderla di mira”? Ho pensato, ma dove siamo, in terza elementare? Sono rimasto sconvolto da come un sedicente uomo duro del Queens si trasformasse in un gattino spaventato.Siamo andati in onda e non è successo nulla di sconveniente. Non le ho tirato i capelli, non le ho messo la gomma da masticare sulla sedia. “Che inetto”, pensai mentre lasciavo gli studi televisivi.

Eccoci qui nel 2015 e, come tante altre persone bianche arrabbiate, lei è spaventato da uno spauracchio; uno spauracchio costituito da tutti i musulmani. Non solo quelli che hanno ucciso, ma tutti i mussulmani. Fortunatamente, Donald, lei e i suoi sostenitori non assomigliate più al volto degli Stati Uniti moderni. Non siamo una nazione di bianchi arrabbiati. Ecco un dato statistico che le farà rizzare i capelli: l’ottantuno percento di coloro che andranno alle urne l’anno prossimo per eleggere il presidente è costituito da donne, cittadini di colore, ragazzi tra i 18 e i 35 anni. Ovvero, né da persone come lei, né da coloro che la vorrebbero a capo del Paese. Per questo, in preda alla disperazione e alla follia, può anche proporre il divieto d’accesso in questo Paese a tutti i musulmani. Sono cresciuto con l’idea che siamo tutti fratelli e sorelle, senza distinzione di razza, credo o colore della pelle, il che significa che, se deve essere imposto un divieto ai musulmani, lo stesso divieto deve essere imposto a me e a chiunque altro. Siamo tutti musulmani.

Così come siamo tutti messicani, siamo tutti cattolici ed ebrei, bianchi e neri e tutte le altre sfumature intermedie. Siamo tutti figli di Dio (o della natura o di qualsiasi altra cosa in cui creda), parte della famiglia umana e questo non può essere cambiato di una virgola per effetto di quello che dice o che fa. Se non le piacciono queste regole statunitensi, allora se ne può andare in castigo in uno dei suoi grattacieli a meditare su quello che ha detto. Poi ci lascia in pace, così eleggiamo un vero presidente, che sia forte e compassionevole allo stesso tempo, o abbastanza forte da non apparire lamentoso e spaventato da un tizio con un cappellino da baseball seduto accanto a lui sul divano di uno show televisivo.

Lei non è così forte, Donny, e sono contento di aver avuto modo di costatare la sua vera essenza tanti anni fa. Siamo tutti musulmani. Se ne faccia una ragione.

Distinti saluti,
Michael Moore

PS: chiedo a tutti di leggere questa lettera e di firmare la seguente dichiarazione: “Siamo tutti musulmani” e di condividere una foto con un cartello che dica “SIAMO TUTTI MUSULMANI” su Twitter, Facebook o Instagram utilizzando l’ hashtag #WeAreAllMuslim. Pubblicherò tutte le foto sul mio sito e poi gliele invierò, Sig. Trump. Si unisca a noi.

(Questo post è stato pubblicato per la prima volta su The Huffington Post U.S. ed è stato poi tradotto dall’inglese da Valentina Mecca)