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Ma dove sono i “saggi” milanesi?

205811948--297347a5-785a-433d-903b-36afac92a31bFatemi capire: dove sono tutti i saggi e grandi esperti di politica milanese che si sentivano offesi quando si faceva notare come il “modello Pisapia” non esiste senza Pisapia? Ma davvero credono, a sinistra o giù di lì, che non si noti, da fuori e da lontano, la loro unica preoccupazione di “non sembrare quelli che rompono” e quindi preferiscono sembrare gli utili idioti del PD?

Tutto va ben.

Quando la ‘ndrangheta è donna: Aurora Spanò

Un articolo da incorniciare del sempre bravo Lucio Musolino:

spanò905-675x905Mente e coordinatrice della cosca Bellocco a San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro. La moglie è stata condannata a una pena superiore a quella del marito, ritenuto il boss del piccolo paesino in provincia di Reggio Calabria. Lo ha stabilito il Tribunale di Palmi che, al termine di una lunga camera di consiglio, ha inflitto 25 anni di carcere ad Aurora Spanò e 18 anni al marito Giulio Bellocco.
La sentenza del processo “Tramonto” ha registrato la condanna a 3 anni e 6 mesi anche di Giuseppe Stucci e Giuseppe Spanò, rispettivamente il comandante e l’agente della polizia municipale che avrebbero favorito i Bellocco falsificando alcuni atti amministrativi relativi a un esercizio commerciale intestato a una prestanome della cosca.

La ‘ndrangheta è femmina e a San Ferdinando porta un nome ben preciso: Aurora. Per anni boss e per 7 mesi latitante. Oggi, a 58 anni, detenuta al 41 bis. Era lei che, secondo la Direzione distrettuale antimafia, teneva le redini della famiglia mafiosa, costola dell’omonima ‘ndrina che detta legge nella vicina Rosarno. Era lei che imponeva il pizzo e vessava i negozianti costretti a pagare la mazzetta per non subire ritorsioni, che entrava nei ristoranti, banchettava per migliaia di euro e non pagava solo perché l’esercizio commerciale era in un edificio che le era stato confiscato. Era lei che dopo aver prestato a strozzo 600mila euro a due imprenditori della zona si è impossessata di uno stabile di proprietà della famiglia dei creditori, nel frattempo scappati al Nord Italia dove, anche lì, sono stati raggiunti e massacrati di botte. Era lei che, una volta arrestata, minacciava e malmenava le detenute con cui divideva la cella costringendole a rifarle il letto e pulire i servizi igienici.  “Io sono Bellocco anche se non sono sposata!”, era il leit-motiv di Aurora Spanò, intercettata dai carabinieri durante un colloquio dietro le sbarre.

La testimone Maria Concetta Cacciola: “San Ferdinando era dei Bellocco”.
Della capocosca di San Ferdinando ha riferito anche la testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, morta per aver ingerito acido qualche anno fa dopo che i suoi familiari l’avevano costretta ad abbandonare la località protetta e a ritrattare le dichiarazioni rese ai carabinieri. “Giulio Bellocco e la moglie Spanò Aurora – mise a verbale la Cacciola – abitano a San Ferdinando e si può dire che il paese sia di loro proprietà, in quanto sono a conoscenza del fatto che, per qualsiasi investimento, anche per affittare una casa, è necessario chiedere l’autorizzazione a loro”.

Descrizione che la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha riscontrato punto per punto nel corso dell’inchiesta “Tramonto” nell’ambito della quale la figura di Aurora Spanò va ben oltre quella della semplice compagna del boss Giulio Bellocco. Oltre alle intercettazioni inserite nell’ordine di custodia cautelare, le testimonianze vittime raccontano di una famiglia mafiosa di cui tutti avevano e hanno terrore a San Ferdinando. Chi non pagava doveva consegnare le chiavi della propria abitazione ad Aurora Spanò: “Mi disse che ci avrebbe buttato tutti fuori di casa – ha raccontato una delle vittime ai carabinieri – e suo figlio aggiunse che, se non avessimo subito consegnato loro gli appartamenti, avrebbero ucciso i miei fratelli che abitano al Nord. Ho molta paura sia per la mia incolumità che per quella dei miei familiari”.

I racconti dal carcere di Aurora. “Si rivolgevano a noi per avere giustizia”.
Una versione certamente più romantica quella che Aurora Spanò descrive nei suoi “racconti dal carcere”, finiti in un volume collettivo pubblicato dalla Mondadori, con i quali nel 2011 ha partecipato addirittura al premio “Goliarda Sapienza”. “Signor giudice, volete sapere chi sono io? – scrive la donna condannata a 25 anni di carcere – Ebbene, ascoltatemi. Chi fosse mio marito cominciai a scoprirlo con il tempo, e a condividere con lui gioie e dolori. Il mio uomo e la sua famiglia, undici fratelli, erano importanti e rispettati in paese e in tutta la provincia, se non in tutta la Calabria. Le persone si rivolgevano a loro per avere quella giustizia che spesso la legge non riusciva a garantire, per questo motivo nei rapporti delle forze dell’ordine apparivano come dei fuorilegge, perseguiti e accusati di tutto ciò che accadeva in paese, anche quando non c’entravano nulla. A causa di queste dicerie, mio marito fu ricercato attivamente da tutte le forze di polizia e costretto alla latitanza… Qual era l’ambiente nel quale sono vissuta? E come potevo, io, sottrarmi a queste regole?”.

Regole di una ‘ndrangheta che Aurora Spanò, senza pudore, sostiene essere formata da famiglie (mafiose) che vanno quasi in soccorso a uno Stato che in Calabria non riuscirebbe, secondo il suo modo di pensare, a garantire la giustizia.

Sentenze di morte recapitate dalle donne “postine”.
Aurora Spanò non è la prima donna mafiosa condannata a una pena pesantissima. Nel luglio scorso, è andata peggio a Lucia Giuseppa Morgante, vedova del boss Antonino Gallico e madre dei capicosca Giuseppe, Domenico e Rocco Gallico. Accusata di omicidio, la Corte d’Assise di Reggio Calabria l’ha condannata all’ergastolo, con 6 mesi di isolamento diurno. In attesa della Cassazione, la Direzione distrettuale antimafia (guidata dal procuratore Federico Cafiero De Raho) e i giudici di secondo grado ritengono che l’anziana donna (oggi ottantottenne) abbia “svolto il ruolo di ‘postino’ tra il figlio detenuto Gallico Giuseppe e il nipote Morgante Salvatore”. Un postino che, dal carcere, avrebbe consentito al boss ergastolano di fare arrivare gli ordini agli altri affiliati ancora liberi e impegnati in una faida contro la famiglia Bruzzese. Ordini che riguardavano le estorsioni e la gestione delle mazzette ma che in almeno due occasioni, secondo gli inquirenti, sarebbero state “ambasciate” di morte.

Lady ‘ndrangheta: il fuoco della vendetta.
Il matriarcato in chiave mafiosa non è un teorema di qualche magistrato. È un modo di pensare, un modo di essere che, alla luce delle risultanze investigative, colloca la donna nei ruoli più importanti della famiglia di ‘ndrangheta. Così è stato, per esempio, per le sorelle del boss Giovanni Strangio, condannato all’ergastolo per la strage di Duisburg, l’ultimo capitolo della sanguinosa faida di San Luca. In tutta la fase delle indagini e della latitanza del fratello, Angela e Teresa Strangio non hanno mai avuto momenti di cedimento. Sono state loro che hanno tenuto unita la famiglia, che mantenevano i contatti con il congiunto latitante e che, stando alle accuse della Dda, si occupavano addirittura del trasporto delle armi da guerra.

E ancora: negli archivi della Procura di Reggio sono famosi alcuni stralci di intercettazioni dell’inchiesta “Bellezza” in cui era emerso come il fuoco della vendetta cova sotto la cenere delle mogli e delle madri dei mafiosi di Africo. O dell’indagine “Cosa mia” coordinata dal pm Roberto Di Palma che ha scardinato la cosca Gallico di Palmi.

“Legalità contro omertà da Mondragone a Milano”: una recensione di ‘Mio padre in una scatola da scarpe’

(recensione da la Provincia di Cremona)

Schermata 2015-11-29 alle 09.44.19«Michele Landa non è un eroe, e neppure un criminale. Tutto ciò che desidera è coltivare il suo orto e godersi la famiglia; vuole guardarsi allo specchio e vederci dentro una persona pulita. Ma a Mondragone serve coraggio anche per vivere tranquilli: chi non cerca guai è costretto a confrontarsi ogni giorno con gli spari e le minacce dei Torre e con l’omertà dei compaesani». Giulio Cavalli queste cose le conosce bene. La promozione della cultura della legalità contro quella mafiosa è il suo pane da attore, autore e da (ex) politico. Tanto da portarlo, dal 2007, a vivere sotto scorta. Una vita dura, con pochi compromessi, che si riflette nel suo ultimo libro: ‘Mio padre in una scatola da scarpe – Capita a tutti l’occasione di essere giusti’. Cavalli sa cosa vuol dire pagare per un’idea. Quella che non si deve cedere mai, perché un passo dopo l’altro dalla comodità di una posizione un pò sonnolente si passa al compromesso irreversibile. Lui, invece, prima a teatro, poi sulle pagine dei suoi due libri, infine dai banchi del consiglio regionale, ha tenuto il punto. Anche quando nell’agosto 2013 il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura ha raccontato il progetto per farlo uccidere organizzato dalla cosca ’ndranghetista De Stefano-Tegano.

Da allora la sua vita è irrimediabilmente cambiata, sorretta anche dalla sua compagna, Miriana Trevisan. ‘Mio padre in una scatola di scarpe’ non è solo un romanzo, è un progetto: «Ispirato alla vera storia della famiglia Landa – racconta l’autore – il romanzo girerà l’Italia in un reading teatrale (…) Se mi avessero chiesto un romanzo civile, ecco, io, avrei scritto questo libro qui». Anche perché non si nasconde che con questo libro Cavalli spera di dare un contributo alla riapertura del caso – il cadavere di Michele Landa, guardia giurata, venne trovato in un’auto bruciata nel settembre del 2006 – ancora senza colpevoli. Cavalli racconta un’Italia dimenticata e indifesa, in un Sud con l’acqua alla gola, quando non senza del tutto, che forse non assomiglia alla città dell’Expo, ma alla Milano delle intimidazioni agli imprenditori in provincia, al racket degli alloggi popolari, al business ‘calabrese’ del movimento terra, ai piccoli negozi incendiati, alle riunioni di affiliazioni nei ristoranti comprati con i soldi riciclati, ai comuni sciolti per mafia, alle operazioni ‘Infinito’ e ‘Insubria’. ‘Non è un libro poliziesco. È un libro sulla cultura dell’illegalità, sull’abbandono delle tante persone perbene.

Volete un eroe? Se non vi spiace, è curdo.

Avete bisogno, a cicli regolari, di un eroe del coraggio e della difesa di diritti e di libertà?  Eccolo: è Tahir Elci, colui che in un Paese dove dissentire costa davvero (mica un paio di polemiche sui giornali) e che ha sempre parlato a voce alta, senza grande protezione, senza cedere al divismo e sempre con lo sforzo di riportare tutto alla giusta misura. E la giusta misura significa anche sminuire se stessi, appena ci si accorge di diventare simboli e quindi vuoti e muti. Ah, è morto, come tutti gli eroi che si rispettino. Niente di meglio, eh?

Quando scappa una foto

Ieri io e il collega (e amico) Saverio Tommasi abbiamo girato il video per Fanpage.it in cui torniamo al nostro primo mestiere di attori teatrali. E rappresentiamo questi tempi di stranieri, invasori, cattivi, stupidi e fascismi. Lo facciamo come lo sappiamo fare: con la parola e le facce e il dialogo davanti ad una telecamera. Praticamente un “corto teatrale”. Qualcosa mi dice che vi piacerà… via Instagram http://ift.tt/1LF6pVp

L’antimafia senza protagonismo? Semplice: toglietele i soldi.

pecunia_non_olet-600x450Ha ragione il Presidente del Senato (per presunti meriti antimafiosi) Pietro Grasso quando dice che l’antimafia ha bisogno di scrollarsi di dosso il protagonismo. Togliete i soldi. Fate in modo che non ci siano contributi per un’attività che deve essere un dovere costituzionale per i buoni cittadini. Fate in modo che gli amministratori siano bravi amministratori e magari anche antimafiosi, fate in modo che chiunque nel proprio mestiere abbia il piacere e la soddisfazione di prendere posizione sul tema senza contributi aggiunti. Vedrete come sarebbe bello (Gratteri in Calabria lo dice da anni). E vedreste chi rimarrebbe. Ma soprattutto chi no.

Buonanotte.

Armatevi e partite, à la guerre!

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(Il mio pezzo, ironico ma non troppo, per il mio buongiorno su Left. Che torna lunedì)

Era il vertice antiterrorismo ma sembrava qualcosa a metà tra il circo delle pulci e la corsa dei miopi. Il Ministro della Guerra Andrea Orlando ha detto che verranno intercettati anche i videogiochi dei vostri bambini, cambierà tutto: non ci sarà in tutto il Paese una sola casalinga di cui non si sappia le temperatura del forno acceso, non sfuggirà un lavaggio né di bianchi né di colorati e siccome il terrorismo si infila dappertutto sarà vietato per i prossimi mesi stringersi la mano. Ci si saluti piuttosto con un “buongiornoebuonasera” rispettando la distanza di almeno quindici centimetri.

Per facilitare il lavoro dell’intelligence sarà vietato utilizzare parole straniere: al posto di “jeans” si dica e si scriva “braghe di tessuto striato americano”, piuttosto che “ok” si dica “d’accordo rimaniamo intesi su questo punto di mediazione” e non si dica più “Isis” ma “formazione di brigantaggio criminale di ceppo islamico integralista maomettofilo”. Hanno scoperto, al vertice antiterrorismo, che al seguito dei risultati di approfonditi studi, meno fai e meno sbagli e quindi si consiglia di ridurre al minimo le attività essenziali: dormire poco, mangiare leggero, arrabbiarsi democristianamente ed evitare il caffè dopo le 17 e si può avere paura solo dalle 11 alle 14.

(continua qui)

#LEFT cosa ci abbiamo messo dentro

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«Il padrone mi ha detto che dovevo lavorare alle sue condizioni o mi mandava via. E la mia famiglia solo coi soldi di mio marito non può vivere». Questa è una delle tante storie di sfruttamento che vi raccontiamo nel nuovo numero di #Left dedicato al caporalato femminile. Qui il sommario con tutto quello che ci abbiamo messo dentro: http://goo.gl/JqxfPb

Toh, il PROTAV Esposito è stato condannato per diffamazione contro 4 NOTAV

Il senatore ed ex assessore a i trasporti di Roma (più vari incarichi che ricopre contemporaneamente) Stefano Esposito è stato condannato questa mattina per diffamazione nei confronti di 4 notav.

Un processo lungo e anomalo, dove la PM Quaglino ha tentato in più riprese di cambiare le carte in tavola, mettendo sotto accusa i notav piuttosto che il vero imputato, arrivando a chiedere l’assoluzione di Esposito nei confronti di due dei notav, non ritenuti, in quanto particolarmente esposti (Lele Rizzo e  Luca Abbà), “affidabili” e quindi meritori. Un punto di vista al quanto bizzarro.

Sta di fatto che dopo tante anomalie, sopratutto rilevabili nella tempistica e ben spiegate qui, il processo aperto l’11 aprile 2014 si è concluso con una condanna per Esposito per diffamazione a 600€ di multa, il pagamento delle spese legali e processuali e il pagamento delle provvisionali di 20.000€ in totale, ovvero 5000€ a testa per i quattro notav, Dana, Luca, Luigi e Lele.

Un ottimo risultato ottenuto grazie alle capacità e alla caparbietà del pool di avvocati notav, e anche, permetteteci di dirlo, della presenza di un giudice che non si è lasciato influenzare dal ruolo del senatore e dal codazzo di scorte e poliziotti che si porta appresso.

Diciamo anche da subito che non è la libertà di espressione ad essere messa in discussione, come probabilmente diranno Esposito e i suoi legali, non c’entra nulla. Qui c’era in discussione l’estrema libertà e impunità di un politico che più volte ha indicato con nomi e cognomi i notav addossando loro ogni tipo di responsabilità (grazie anche all’estrema confidenza con le forze dell’ordine, ammessa in aula dallo stesso senatore). I notav, che di processi e condanne ne hanno a decine, in tempi ben più celeri e con condanne ben più elevate, non hanno fatto altro che utilizzare uno degli strumenti preferiti dal senatore, che per una volta gli si è ritorto contro. Lecito e legittimo.

Esposito diceva ai giornali poco tempo fa” vedrete che finisce come per Erri De Luca“: Ste…no, non è andata così.

(fonte: notav.info)

‘Mio padre in una scatola da scarpe’: la recensione de ‘L’indifferenziato’

(di Umberto Zimarri, qui)

Schermata 2015-11-26 alle 15.00.36Cos’è il coraggio in quei territori in cui ci “sono le guardie e i ladri”, il bianco e il nero ed abitare in mezzo non è possibile? Probabilmente può succedere anche che tu non te ne accorga ma sei già sporco di bianco o di nero, ma cosa significa vivere a Mondragone e desiderare semplicemente di coltivare un orto e godersi la famiglia essendo persone oneste, rifiutando compromessi, soprusi ed omertà? A queste e ad altre domande risponde il primo romanzo di Giulio Cavalli, Mio Padre in una Scatola di Scarpe, che racconta la storia dimenticata di Michele Landa, metronotte ucciso e bruciato vivo nelle campagne del casertano nella notte tra il 5 e 6 dicembre del 2006.

Il libro è intenso, coinvolgente, non lascia spazio alla stucchevole retorica perché vuole raccontare l’Italia delle minacce, della malavita, dei diritti negati ma anche quella delle persone con la schiena dritta che vogliono vivere con dignità che vogliono guardarsi allo specchio e vedere persone pulite. “Io non ci voglio entrare nel marcio di questo posto. Ma non ci voglio entrare mica fregandomene come hanno fatto tutti i nostri genitori, i nonni o gli zii: io non ci voglio entrare perché ancora so quello che è giusto e quello che è sbagliato, ancora so cos’è una prepotenza, e quindi mi difendo ma so. Si può vivere da onesti senza essere impauriti qui? Così Michele si rivolge alla sua amata, Rosalba la silenziosa. Il loro amore non è quello sdolcinato dei film, è quello della concretezza, dell’unità, del supporto ed è permeato di un sapore antico che lo rende speciale. Si sono amati fino all’ultimo momento, a quel maledetto turno di notte nella cooperativa Lavoro & Giustizia. Nessun funerale di Stato, nessun rappresentante delle Istituzioni presente, nessuna inchiesta, soltanto un vergognoso silenzio assordante spezzato dall’abilità letteraria di Cavalli, e dalla dignità di una famiglia che rappresenta l’essenza stessa di Michele, la sua vittoria netta nella sfida con il mondo. Anzi per dire la verità il comportamento nella fase di ricerca e post mortem riservato alla famiglia è stato a dir poco vergognoso ed ignobile. La figlia Angela, ricorda -“Quando ho sporto denuncia, un carabiniere mi ha detto che non dovevo preoccuparmi che sicuramente mio padre stava bevendo con qualche prostituta da qualche parte e che sarebbe tornato a casa”, mentre Michele racconta come con i fratelli al deposito giudiziario abbiano trovato un femore, la fibbia della cintura del padre, le chiavi di casa e altre ossa, così se lo sono portati via in una scatola di scarpe. 

Se mi avessero chiesto un romanzo civile, ecco io avrei scritto questo – dice l’autore ed in effetti anche quando abbiamo avuto il piacere di ospitarlo è emerso chiaramente il suo pensiero: non servono eroi, servono persone con la schiena dritta che non siano indifferenti, che non chiudano i battenti delle finestre davanti alle azioni criminali o che più semplicemente si impegnino ad educare i figli alla bellezza ed alla dignità. La chiave per il riscatto è tutta lì, in quella richiesta di uguaglianza di tutti di fronte alle regole, che non possono essere cambiate dai potenti per i potenti, nel testo e nella realtà. Così nell’opera letteraria diventano amici e complici dei Torre ( il fittizio clan del libro) il brigadiere, il prete ma soprattutto una larga parte della cittadinanza che preferisce non guardare. Così facendo diventa eroe chi eroe non dovrebbe esserlo come il semplice e genuino Massimiliano, l’amico del cuore di Michele, trucidato per uno sguardo al giovane boss, Tore dei Torre. Anche la sua morte, non ha colpevoli per la legge, ma ha sentenze solamente nei bar del Paese.

Un libro che contiene diverse tematiche (amore, famiglia, amicizia, diritti e legalità) e che per questo ci costringe a guardarci dentro per riflettere sulle realtà che viviamo e sui rapporti con le persone a noi più care. Ci porta, insomma, ad analizzare il nostro modo di stare al mondo, perché se c’è una cosa che “Mio Padre in una scatola di Scarpe” ci insegna è che sono le persone che fanno i luoghi e sta a loro e ad i loro comportamenti combattere il deserto morale della nostra epoca seminando con costanza speranza, educazione, sogni, libertà: a forza di fare tante piccole cose si compiono le rivoluzioni e così arriva quella tanto agognata pioggia di due anni che finalmente lavi via tutto.