Quando scappa una foto
Ha ragione il Presidente del Senato (per presunti meriti antimafiosi) Pietro Grasso quando dice che l’antimafia ha bisogno di scrollarsi di dosso il protagonismo. Togliete i soldi. Fate in modo che non ci siano contributi per un’attività che deve essere un dovere costituzionale per i buoni cittadini. Fate in modo che gli amministratori siano bravi amministratori e magari anche antimafiosi, fate in modo che chiunque nel proprio mestiere abbia il piacere e la soddisfazione di prendere posizione sul tema senza contributi aggiunti. Vedrete come sarebbe bello (Gratteri in Calabria lo dice da anni). E vedreste chi rimarrebbe. Ma soprattutto chi no.
Buonanotte.
(Il mio pezzo, ironico ma non troppo, per il mio buongiorno su Left. Che torna lunedì)
Era il vertice antiterrorismo ma sembrava qualcosa a metà tra il circo delle pulci e la corsa dei miopi. Il Ministro della Guerra Andrea Orlando ha detto che verranno intercettati anche i videogiochi dei vostri bambini, cambierà tutto: non ci sarà in tutto il Paese una sola casalinga di cui non si sappia le temperatura del forno acceso, non sfuggirà un lavaggio né di bianchi né di colorati e siccome il terrorismo si infila dappertutto sarà vietato per i prossimi mesi stringersi la mano. Ci si saluti piuttosto con un “buongiornoebuonasera” rispettando la distanza di almeno quindici centimetri.
Per facilitare il lavoro dell’intelligence sarà vietato utilizzare parole straniere: al posto di “jeans” si dica e si scriva “braghe di tessuto striato americano”, piuttosto che “ok” si dica “d’accordo rimaniamo intesi su questo punto di mediazione” e non si dica più “Isis” ma “formazione di brigantaggio criminale di ceppo islamico integralista maomettofilo”. Hanno scoperto, al vertice antiterrorismo, che al seguito dei risultati di approfonditi studi, meno fai e meno sbagli e quindi si consiglia di ridurre al minimo le attività essenziali: dormire poco, mangiare leggero, arrabbiarsi democristianamente ed evitare il caffè dopo le 17 e si può avere paura solo dalle 11 alle 14.
(continua qui)
«Il padrone mi ha detto che dovevo lavorare alle sue condizioni o mi mandava via. E la mia famiglia solo coi soldi di mio marito non può vivere». Questa è una delle tante storie di sfruttamento che vi raccontiamo nel nuovo numero di #Left dedicato al caporalato femminile. Qui il sommario con tutto quello che ci abbiamo messo dentro: http://goo.gl/JqxfPb
Il senatore ed ex assessore a i trasporti di Roma (più vari incarichi che ricopre contemporaneamente) Stefano Esposito è stato condannato questa mattina per diffamazione nei confronti di 4 notav.
Un processo lungo e anomalo, dove la PM Quaglino ha tentato in più riprese di cambiare le carte in tavola, mettendo sotto accusa i notav piuttosto che il vero imputato, arrivando a chiedere l’assoluzione di Esposito nei confronti di due dei notav, non ritenuti, in quanto particolarmente esposti (Lele Rizzo e Luca Abbà), “affidabili” e quindi meritori. Un punto di vista al quanto bizzarro.
Sta di fatto che dopo tante anomalie, sopratutto rilevabili nella tempistica e ben spiegate qui, il processo aperto l’11 aprile 2014 si è concluso con una condanna per Esposito per diffamazione a 600€ di multa, il pagamento delle spese legali e processuali e il pagamento delle provvisionali di 20.000€ in totale, ovvero 5000€ a testa per i quattro notav, Dana, Luca, Luigi e Lele.
Un ottimo risultato ottenuto grazie alle capacità e alla caparbietà del pool di avvocati notav, e anche, permetteteci di dirlo, della presenza di un giudice che non si è lasciato influenzare dal ruolo del senatore e dal codazzo di scorte e poliziotti che si porta appresso.
Diciamo anche da subito che non è la libertà di espressione ad essere messa in discussione, come probabilmente diranno Esposito e i suoi legali, non c’entra nulla. Qui c’era in discussione l’estrema libertà e impunità di un politico che più volte ha indicato con nomi e cognomi i notav addossando loro ogni tipo di responsabilità (grazie anche all’estrema confidenza con le forze dell’ordine, ammessa in aula dallo stesso senatore). I notav, che di processi e condanne ne hanno a decine, in tempi ben più celeri e con condanne ben più elevate, non hanno fatto altro che utilizzare uno degli strumenti preferiti dal senatore, che per una volta gli si è ritorto contro. Lecito e legittimo.
Esposito diceva ai giornali poco tempo fa” vedrete che finisce come per Erri De Luca“: Ste…no, non è andata così.
(fonte: notav.info)
(di Umberto Zimarri, qui)
Cos’è il coraggio in quei territori in cui ci “sono le guardie e i ladri”, il bianco e il nero ed abitare in mezzo non è possibile? Probabilmente può succedere anche che tu non te ne accorga ma sei già sporco di bianco o di nero, ma cosa significa vivere a Mondragone e desiderare semplicemente di coltivare un orto e godersi la famiglia essendo persone oneste, rifiutando compromessi, soprusi ed omertà? A queste e ad altre domande risponde il primo romanzo di Giulio Cavalli, Mio Padre in una Scatola di Scarpe, che racconta la storia dimenticata di Michele Landa, metronotte ucciso e bruciato vivo nelle campagne del casertano nella notte tra il 5 e 6 dicembre del 2006.
Il libro è intenso, coinvolgente, non lascia spazio alla stucchevole retorica perché vuole raccontare l’Italia delle minacce, della malavita, dei diritti negati ma anche quella delle persone con la schiena dritta che vogliono vivere con dignità che vogliono guardarsi allo specchio e vedere persone pulite. “Io non ci voglio entrare nel marcio di questo posto. Ma non ci voglio entrare mica fregandomene come hanno fatto tutti i nostri genitori, i nonni o gli zii: io non ci voglio entrare perché ancora so quello che è giusto e quello che è sbagliato, ancora so cos’è una prepotenza, e quindi mi difendo ma so. Si può vivere da onesti senza essere impauriti qui? Così Michele si rivolge alla sua amata, Rosalba la silenziosa. Il loro amore non è quello sdolcinato dei film, è quello della concretezza, dell’unità, del supporto ed è permeato di un sapore antico che lo rende speciale. Si sono amati fino all’ultimo momento, a quel maledetto turno di notte nella cooperativa Lavoro & Giustizia. Nessun funerale di Stato, nessun rappresentante delle Istituzioni presente, nessuna inchiesta, soltanto un vergognoso silenzio assordante spezzato dall’abilità letteraria di Cavalli, e dalla dignità di una famiglia che rappresenta l’essenza stessa di Michele, la sua vittoria netta nella sfida con il mondo. Anzi per dire la verità il comportamento nella fase di ricerca e post mortem riservato alla famiglia è stato a dir poco vergognoso ed ignobile. La figlia Angela, ricorda -“Quando ho sporto denuncia, un carabiniere mi ha detto che non dovevo preoccuparmi che sicuramente mio padre stava bevendo con qualche prostituta da qualche parte e che sarebbe tornato a casa”, mentre Michele racconta come con i fratelli al deposito giudiziario abbiano trovato un femore, la fibbia della cintura del padre, le chiavi di casa e altre ossa, così se lo sono portati via in una scatola di scarpe.
Se mi avessero chiesto un romanzo civile, ecco io avrei scritto questo – dice l’autore ed in effetti anche quando abbiamo avuto il piacere di ospitarlo è emerso chiaramente il suo pensiero: non servono eroi, servono persone con la schiena dritta che non siano indifferenti, che non chiudano i battenti delle finestre davanti alle azioni criminali o che più semplicemente si impegnino ad educare i figli alla bellezza ed alla dignità. La chiave per il riscatto è tutta lì, in quella richiesta di uguaglianza di tutti di fronte alle regole, che non possono essere cambiate dai potenti per i potenti, nel testo e nella realtà. Così nell’opera letteraria diventano amici e complici dei Torre ( il fittizio clan del libro) il brigadiere, il prete ma soprattutto una larga parte della cittadinanza che preferisce non guardare. Così facendo diventa eroe chi eroe non dovrebbe esserlo come il semplice e genuino Massimiliano, l’amico del cuore di Michele, trucidato per uno sguardo al giovane boss, Tore dei Torre. Anche la sua morte, non ha colpevoli per la legge, ma ha sentenze solamente nei bar del Paese.
Un libro che contiene diverse tematiche (amore, famiglia, amicizia, diritti e legalità) e che per questo ci costringe a guardarci dentro per riflettere sulle realtà che viviamo e sui rapporti con le persone a noi più care. Ci porta, insomma, ad analizzare il nostro modo di stare al mondo, perché se c’è una cosa che “Mio Padre in una scatola di Scarpe” ci insegna è che sono le persone che fanno i luoghi e sta a loro e ad i loro comportamenti combattere il deserto morale della nostra epoca seminando con costanza speranza, educazione, sogni, libertà: a forza di fare tante piccole cose si compiono le rivoluzioni e così arriva quella tanto agognata pioggia di due anni che finalmente lavi via tutto.
(il mio buongiorno di questa mattina per Left)
Hanno pensato bene di mettere delle sagome cartonate (come il loro coraggio), immagini funebri e qualche epigrafe contro lo “ius soli” per condannare “il favoreggiamento di un’invasione pianificata di orde di immigrati extracomunitarie”, il tutto in un’operazione notturna (come i vigliacchi che hanno sempre bisogno delle tenebre) davanti alle sedi Caritas di Como, Brescia, Crema, Lodi, Reggio Emilia, Piacenza, Trento, Mestre, Vicenza e Treviso.
L’azione è stata rivendicata dal “Veneto Fronte Skinheads” sul proprio sito in un comunicato stampa che profuma di un fascismo che galleggia tra la tenerezza che si prova per gli idioti e lo sdegno per la latente pericolosità degli stupidi:
(continua qui)
Verrebbe voglia di urlarlo a tutta voce, di condividerlo e spedirlo per posta a tutti. Perché ogni volta che lasciamo passare un gesto del genere tutti noi siamo troppo poco vivi. A Castelvetrano si applaude in piazza all’arrivo in piazza del cognati di Matteo Messina Denaro. Quell’applauso ha lo stesso rumore dei piedi che sbattono in una pozzanghera di sangue.
La notizia è qui.
Non ci sta, l’avvocato Antonia Zaccaria, difensore di Monsignor Lucio Angel Vallejo Balda, che deciso di rompere il silenzio finora “anche in rispetto della Santa Sede” e a Fanpage parla di “violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e del diritto di difesa” di fronte a cui “non si può rimanere inermi”. Oggi in Vaticano inizia il processo nei confronti di Angel Lucio Vallejo Balda, Francesca Immacolata Chaouqui, Nicola Maio, Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi. I primi tre sono chiamati a rispondere del reato di cui all’art. 248 cod. pen. (quest’ultimo come sostituito ad opera dell’art. 25 della Legge n. IX dell’11 luglio 2013) «perché all’interno della Prefettura per gli affari economici e di COSEA si associavano tra loro formando un sodalizio criminale organizzato, dotato di una sua composizione e struttura autonoma, i cui promotori sono da individuarsi in Angel Lucio Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, allo scopo di commettere più delitti di divulgazione di notizie e documenti concernenti gli interessi fondamentali della Santa Sede e dello Stato».
Come ci spiega l’avvocato Zaccaria “A poche ore dalla prima udienza, importante per dichiarare l’innocenza o la colpevolezza, Monsignor Vallejo Balda non ha un difensore, visto che quello di fiducia non viene ammesso, nonostante la producente collaborazione con gli inquirenti” nonostante non siano mai stati evidenziati problemi durante tutta la fase istruttoria. “La Santa Sede – dice l’avvocato – emblema del rispetto dell’uomo e dell’Amore di Dio, nella prima fase ha permesso la presenza del difensore di fiducia, raggiunta la fase di collaborazione per fare emergere la verità sulla vicenda, ha poi negato a Monsignore di essere assistito e difeso dal proprio difensore. Ha preteso di applicare una norma, che prevede la facoltà di ammettere in coodifesa, anche un difensore non abilitato presso lo Stato Vaticano, adducendo una motivazione vacua. A poche ore dal processo si dovrà nominare un difensore abilitato ed iscritto nell’apposito elenco della Santa Sede, che nulla conosce della vicenda giudiziaria, al quale verrà consegnata della documentazione probatoria a scelta degli inquirenti, in disprezzo delle norme del codice di procedura, che prevede la messa a disposizione del difensore di tutto il fascicolo di indagine. Premettendo che il legale nominato il 18 novembre 2015, con i requisiti richiesti dalla Santa Sede, ha rinunciato al mandato a poche ore dall’inizio del processo.”
(continua qui)