Quando scappa una foto
Dal lunedì’ al venerdì ogni mattina ci troviamo per il buongiorno sul sito di LEFT. Ecco il buongiorno di ieri:
“Se noi non fossimo qui, se noi fossimo degli stranieri appena sbarcati in Italia e per uno strano caso qualsiasi ci capitasse stamattina di passare in un’edicola, davanti alle prime pagine dei quotidiani, oggi verrebbe da pensare che abbiamo dichiarato guerra a cannone battente e siamo nel pieno dell’ubriacatura da militarismo greve.
Le foto di Abdelhamid Abaaoud, nelle sue patetiche pose da Rambo in salsa orientale e la fierezza con cui viene annunciata la sua avvenuta uccisione (anche sul moderato Corriere della Sera) farebbero credere, a prima vista, non solo che il conflitto abbia ufficialmente sdoganato l’uso della violenza ma anche che ci sia una generale soddisfazione per questa guerra alla guerra fatta con la guerra. Un’avvincente partita a Risiko su scala mondiale in cui si fatica a trattenere l’esultanza per l’ultimo tiro di dadi e si espongono i trofei dell’ultimo ammazzato tra i cattivi. Ma davvero credono che noi si possa abboccare alla storiella che questi giovanotti in stitiche pose da soldati possano da soli giustificare l’orrore? Ma davvero le bombe francesi su Raqqa possono essere considerate l’inevitabile conseguenza?”
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A proposito di differenze abissali tra destre e destre vale la pena riportare un passaggio dell’intervista a Wallerand de Saint-Juste, capolista del Front National per le prossime elezioni per la regione parigina, avvocato di Jean-Marie Le Pen, tesoriere del partito e cattolico tradizionalista (che però ha deciso di non schierarsi contro i matrimoni gay):
Conoscete la Lega Nord?
Poco. Siamo due partiti diversi e ognuno fa la sua campagna nel suo Paese. Noi diciamo ai musulmani: voi siete francesi come gli altri e dovete rispettare le regole della laicità, e se farete così tutto andrà meglio. Ma non dobbiamo fare alcuna confusione tra l’Islam radicale dei terroristi e la maggioranza dei musulmani. Quelli che dicono il contrario sono degli stronzi.Il leader della Lega Nord ha detto che i pacifisti sono complici dei terroristi. Un deputato ha aggiunto: “Chi mi parla dell’Islam moderato lo prendo a calci in culo” e il giornale “Libero” il giorno dopo gli attacchi ha titolato: “Bastardi islamici”.
Dichiarazioni simili in Francia? Non sarebbero possibili. Noi politici abbiamo una responsabilità e non possiamo esprimerci così. Nemmeno di fronte agli assassini. Mai. Non vale la pena. E’ chiaro che i giovani in Francia sono pieni di rabbia e gli animi sono molto tesi. Ma la funzione dei partiti è quella di canalizzare questo tipo di sentimento. Noi permettiamo alle persone di esprimersi democraticamente.
È inevitabile che le minacce ad Angelino Alfano creino un’onda di vicinanza così trasversale: in questa Italia del grande partito della nazione con tutti dentro sia da destra che da sinistra ormai anche le reazioni hanno un senso unico maggioritario. Ed è un’ottima notizia l’arresto di alcuni componenti di Cosa Nostra, per di più nella significativa Corleone e con vicino l’ologramma di Totò Riina che certamente conferiscono alla notizia tutta quella bella potabilità internazionale per meritarsi qualche riga anche sui media stranieri.
Andiamo con ordine: l’operazione dei Carabinieri “Grande Passo 3” ha portato all’arresto di 6 persone a Corleone, ritenuti gli “eredi” dello storico boss Totò Riina e “guidati” da Rosario Lo Bue, fratello de più fidato fiancheggiatore di Bernardo Provenzano. Come scrive più ampiamente qui Biagio Chiarello, gli arrestati avrebbero avuto in mente un piano che prevedeva l’eliminazione fisica del Ministro dell’Interno Angelino Alfano da attuarsi duranti uno dei suoi viaggi elettorali in Sicilia.
Fin qui tutto bene. Ma, dicono le carte della Procura, Angelino Alfano doveva essere ammazzato sì perché ha inasprito le condizioni di detenzione al 41 bis, ma anche perché, dice Pietro Masaracchia “chi minchia glielo ha portato allora qua con i voti di tutti… degli amici… è andato a finire là… insieme a Berlusconi ed ora si sono dimenticati di tutti…”. Non bisogna ordire complicate interpretazioni per capire che gli uomini di Cosa Nostra si sentano più traditi che perseguitati. Insomma, in un Paese normale, oltre che la normale vicinanza e solidarietà si assisterebbe per lo meno a qualche balzello simulato dei componenti di Governo leggendo che i presunti (e poco credibili) capi di Cosa Nostra esigerebbero un credito dall’attuale Ministro dell’Interno della repubblica Italiana. Non è forse questa la notizia che stordisce più di tutto il resto? Delle due l’una: o i picciotti cortonesi sono dei mitomani millantatori (e questo è un bene per la sicurezza del Ministro) oppure sono credibili in tutte le parti dei loro discorsi (e questo è un male per il Paese). Tertium non datur.
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Forse bisognerebbe provare a ripartire da Mark Twain, lo scrittore statunitense dei primi del ‘900, e la sua definizione: “Il coraggio è la capacità di resistere alla paura, di dominare la paura: non è l’assenza di paura.” In tempi in cui il terrore si è fatto “sistema” conviene spendere qualche pensiero sulla ridefinizione del “coraggio” che, in questi ultimi giorni dopo i cadaveri di Parigi, continua a rimbalzare nei diversi articoli di cronaca e negli editoriali.
Il terrorismo non ci chiede di essere coraggiosi nel senso più brutale del termine come sventolato dai soliti avvoltoi che a destra e a sinistra cercano di capitalizzare in voti lo smarrimento, come necrofili mai sazi. Il coraggio muscoloso e bruto è il migliore regalo che si possa fare al terrorismo e ai suoi adepti: contrapporre bestialità a bestialità, fare la guerra alla guerra con la guerra significherebbe accettare la discesa in un campo in cui non contano i valori civili di una democrazia ma piuttosto l’affilatura delle armi e la predisposizione all’orrore. Il terrorismo gioca a farci diventare mostruosi per normalizzare la propria natura, il terrorismo ci vorrebbe sadici per confermare il ritratto che vuole imporre di noi. Per questo le uscite infelici dei Salvini o dei filofascisti di turno non sono nient’altro che il lievito (sbagliato) di una guerra che chiede di essere sgonfiata, prima che combattuta.
E allora che forma ha il coraggio che ci servirebbe? Forse dovrebbe essere, come scriveva Twain, un coraggio che non dissimuli la paura ma che ne prenda pienamente coscienza: coscienza di un mondo in cui la contrapposizione è molto più complessa di come appare e entrambi le parte non sono esenti da colpe. Non è il “cattivissimo ISIS” contro il “buon Occidente”: questa guerra è tra l’assembramento criminale di criminali (islamici in gran parte ma certamente favoriti da criminali pratiche occidentali) che sfidano un sistema politico ed economico in cui noi siamo semplicemente la “terra di mezzo”. Insieme al cordoglio ufficiale e istituzionale di questi giorni è facile trovare anche gli articoli che ci dicono di come l’ISIS sia stato armato dai suoi stessi nemici e, a volte, anche usato dallo stesso Occidente che vorrebbe combattere. Li armiamo per combatterli, insomma, non solo con gli strumenti militari che a molti Paesi del G20 fa comodo vendere ma anche con una libertà d’azione che per un certo periodo è stata concessa al califfato in nome di qualche “liberazione” comoda per interessi petroliferi.
Per questo oggi avere “solo” paura è il miglior regalo che possiamo fare alle parti in guerra […]
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Doverosa premessa: che ci sia sempre qualcuno con la voglia, lo spirito e la bravura di Marco Tullio Giordana che anche senza guanti decide di mettere le mani in mezzo all’immondizia dove ogni tanto finiscono per indifferenza storie importanti come quella di Lea Garofalo e della sua coraggiosa figlia Denise. Portare in prima serata la storia di chi si ribella alle mafie avendole in casa è meglio di qualsiasi discorso di qualsiasi presidente della Repubblica: è l’esempio dato con le scelte della vita, con le azioni e senza curarsi della retorica e delle posture. E davvero la storia di Lea è stata anche la storia del risveglio di tanti (giovani e non, lombardi e non) che hanno imparato il dovere e la bellezza di stare vicini alle persone che non hanno paura. Se dovessimo immaginare un modello di televisione etico, ecco, ieri sera sarebbe stata una buona serata per il nostro Paese.
Però Lea Garofalo, al di là del mito e dell’agiografia, è stata una donna che ha deciso di uscire dal programma di protezione perché alla fine non ci ha creduto più ad uno Stato che avrebbe dovuto proteggerla. Anche questo è coraggio: viene un momento, per le vittime o i famigliari di vittime di mafia, in cui ci si accorge che il male e il bene non è per niente così bianco e così nero come si legge su alcuni libri e in alcuni film, ma che si muore spesso per mano di mafia e con il contesto come suo alleato migliore, come direbbe Sciascia. Lea Garofalo aveva chiesto aiuto alle istituzioni in molte delle sue componenti, dalle più alte fino agli uomini che quotidianamente ne avrebbero dovuto assicurare la protezione. E Lea Garofalo, la Lea che è stata fatta potabile da una prima serata con tutti gli onori, per quelli che avevano in mano il suo destino da nascosta e sempre in fuga Lea Garofalo era spesso descritta come tossica, poco di buono e altre velenose infamità. Inseguita dalla mafia ma calunniata dallo Stato.
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Sul numero di LEFT in edicola sabato proviamo a capire come li armano e poi li combattono.
Io mi occupo della strana morte del signor Rossi, del Monte dei Paschi di Siena, della riapertura dell’indagine sul suo conto e di un legame che non è mai stato scritto con uno strano testimone di giustizia che forse ne sa qualcosa.
Il sommario lo trovate qui. Come sempre aspetto curioso le vostre critiche, proposte e consigli.
L’appuntamento è per le 9.30 sul sito di LEFT. Un buongiorno per cercare di imparare a guardare anche altrove, pensare senza correnti e semplicemente ritrovarsi. Oggi ho voluto cominciare chiedendomi (e cercando una risposta) dove siano l’ISIS e le altre organizzazioni armate quando non fanno la guerra, lo trovate qui.
Stiamo pensando al nome da dare all’appuntamento quotidiano. Si accettano suggerimenti.
Ah: dal lunedì al venerdì, perché il sabato LEFT dovete andarvelo a prendere in edicola o qui. Perché sono i lettori, che ci fanno giornale.