La mia intervista a Radio24 sull’uscita del mio romanzo “Mio padre in una scatola da scarpe”
Giulio Cavalli è un attore e uno scrittore che combatte le mafie attraverso l’utilizzo della forma artistica e delle parole.
Vive sotto scorta da molti anni, ma tira dritto e non demorde.
E’ partito con uno spettacolo su Genova 2001 e la morte di Carlo Giuliani. Ha poi messo in scena la narrazione sulla strage all’aeroporto di Linate, ha raccontato storie di bambini comprati e sfruttati. Poi è passato alle mafie al Nord, al processo Andreotti.
Il suo prossimo spettacolo sarà su Marcello Dell’Utri.
Proprio in questi giorni pubblica “Mio padre in una scatola di scarpe”, un romanzo ispirato alla vera storia di Michele Landa.
420 milioni di euro a settimana
All’apice del suo splendore, Pablo Escobar intascava 420 milioni di dollari a settimana ed era uno dei signori della droga più ricchi di tutti i tempi. I soldi arrivavano in quantità così esagerate che Escobar era costretto a nasconderli nelle sue aziende agricole sparse per la Colombia, in magazzini diroccati e perfino dentro i muri delle case dei membri del cartello. Come racconta il fratello del boss, Roberto Escobar: “Pablo guadagnava così tanto che ogni anno il 10% del suo patrimonio cash veniva mangiato dai ratti, perso o distrutto dall’umidità”.
i parla circa di 2,1 miliardi di dollari, visti gli introiti di cui si parlava, che il capo del cartello di Medellin non si accorgeva nemmeno di perdere per tanto fosse ricco. In un’intervista del 2009, Juan Pablo Escobar aveva detto che suo padre bruciò 2 milioni in banconote per riscaldare lui e la famiglia durante una fuga notturna. Uno dei problemi maggiori del boss era poi organizzare tutti quei soldi: Roberto Escobar scrive che il cartello spendeva circa 2,500 dollari tutti i mesi per le fascette necessarie per legare le mazzette di banconote.
(fonte)
Cose belle intorno a un libro
Giovedì, mezz’ora prima della presentazione del mio nuovo romanzo a Milano presso il Circolo della Stampa (info qui) la Onlus Pepita ha deciso di lanciare un flash mob contro le prevaricazioni. Tutte.
Sono le quotidiane magie che le storie ci permettono di annodare.
Il mio romanzo avrei voluto scriverlo dieci anni fa
Ne parlavo giusto qualche giorno fa mentre stavamo rivedendo gli ultimi dettagli prima dell’uscita del mio romanzo (Mio padre in una scatola da scarpe, Rizzoli, esce il 17 settembre, mi raccomando): questo libro è quello che avrei dovuto scrivere dieci anni fa.
Sono nato teatrante ma poi i casi della vita mi hanno portato all’obbligo di difesa. Legittima difesa. Incessante legittima difesa perché un teatrante minacciato non è cosa, non si fa, non piace mica solo alla mafia ma anche e soprattutto a coloro che dell’investigazione ne dovrebbero fare un mestiere e invece si occupano di relazioni accondiscendenti per i propri superiori. Alla fine molto di quello che ho scritto e portato in scena in questi anni è servito più a difendermi piuttosto che raccontare. Fino a questi ultimi mesi.
Quando ho deciso che davvero non vale la pena spendersi per giustificazioni che sono orme leggere, passibili di qualsiasi lettura, mentre i critici per pregiudizio hanno la mano pesante e lo sguardo strettissimo. Non è propriamente voglia di piacere a tutti i costi, qualcosa di più destruens: cercare di abitare dentro lo spazio disegnato e arredato dagli altri. Ecco: ho passato gli ultimi dieci anni a mentre mi convincevano che avrei dovuto chiedere scusa. Per cosa, poi. Per l’etica calcolata che qualcuno non può permettersi di farsi sporcare.
Ho scritto un romanzo perché è il mio lavoro, quello che non ho mai avuto il tempo di fare. Raccontare l’ordinarietà di vite quotidiane che si ritrovano comunque, senza fari e senza microfoni sotto la bocca, ad avere l’occasione di essere giusti. Lasciare perdere gli eroi usati come soprammobili e scendere nell’umanità, quella di giorno e lavoro e sudore e contesto e salsa, andare lì dove c’è una poesia, un libro o uno spettacolo che è rimasto incastrato nei meccanismi quotidiani. Avrei voluto avere il coraggio di fottermene già dieci anni fa, raccontare le battaglie degli altri piuttosto che difendere la mia dagli stupidi, perché è lì la bellezza, tra le cose che scavalchiamo per noia e per disattenzione.
Sono in ritardo di dieci anni. Ma ci sono tutti i miei anni dentro.
La mafia dell’antimafia e i meriti di Telejato e Pino Maniaci
A Palermo sta succedendo un bordello. Quando tra gli indagati c’è un presidente di una sezione del tribunale (in questo caso Silvana Saguto che si occupa di misure di prevenzione) significa che qualcosa di odioso sta accadendo: arricchirsi sui beni confiscati è un tradimento triplo: alla legge, all’etica e a Pio La Torre.
Eppure questa storia che riempi i giornali è stata raccontata per la prima volta da Pino Maniaci e la sua piccola Telejato. E non ho potuto non ricordarlo in questo articolo:
Eppure ricordo benissimo i sorrisini che accompagnavano le denunce di Pino Maniaci come se in fondo un giornalista così poco pettinato, così puzzolente di sigarette e fuori dall’antimafia borghese avesse una credibilità tutta da dimostrare. Non bastano le minacce, non bastano le inchieste: nel salotto buono dell’antimafia ci entri solo se hai imparato le buone maniere, le cortesie istituzionali e la moderazione. Mica per niente uno come Peppino Impastato ci avrebbe pisciato sopra all’antimafia di maniera che va forte in questi anni. E anche Pino Maniaci, certamente. Ora che l’indagine è in corso (ed è “terribilmente seria” come ci dice qualcuno dagli uffici appena perquisiti nel Tribunale di Palermo) partirà la solita litania dei contriti che piangeranno lacrime di polistirolo.
Il resto è qui.
La mafia di Ostia che si bulla su facebook
Il capostipite della famiglia Spada, che secondo la DDA insieme ai Fasciani (e imparentata con i Casamonica) controlla le attività illegali di Ostia su facebook sfoggia la propria prepotenza contro le istituzioni e i giornalisti che scrivono di lui. La violenza dei vicoli oggi si srotola anche sui social network e vedrete che fra qualche anno qualche “professore” ci dirà che non ce ne siamo accorti. Noi.
Ne ho scritto qui.
Che scandalo se il mafioso in tivù non ha la cravatta
Nel Paese in cui Cosa Nostra ha investito soldi nei canali televisivi di Berlusconi (basta leggersi la sentenza definitiva della condanna a Dell’Utri), nel Paese in cui l’imperituro Andreotti andava per boschi con i boss, quello in cui un sottosegretario non parlava con i Casalesi ma era egli stesso Casalese (leggetevi la sentenza di Nicola Cosentino), nel Paese in cui l’ex Presidente della regione Sicilia avvisava un mafioso di essere ascoltato dalle forze dell’ordine, nel Paese in cui l’amico di Nitto Santapaola ha il monopolio del gioco d’azzardo, in questo Paese qui, dove anche i giornalisti ogni tanto capita che siano scelti dalla criminalità, in questo Paese qui tutti indignati per i Casamonica.
Perché, si vede, che anche per i mafiosi, temiamo soprattutto gli zingari mentre non ci accorgiamo degli altri.
“Lui si era sentito come il capobanda che dà il tempo della marcetta al resto del mondo”
“Rosalba Ida, sorrise come sorridono solo le femminepersempre e i palloncini colorati. Lui si era sentito come il capobanda che dà il tempo della marcetta al resto del mondo”.
(Mio padre in una scatola da scarpe, quando Michele incontra per la prima volta Rosalba, l’amore della sua vita. Esce il 17 settembre per Rizzoli in libreria)





