Quando scappa una foto


Il mio editoriale sul disgustoso funerale è qui.
Questa abitudine al sapere a priori il giusto o lo sbagliato. Bravi sempre a non mettersi in gioco. Io, invece, vi racconto perché comunque non penso sia così facile decidere dei figli degli altri. Ne ho scritto qui.
Prendendo spunto dal senso delle proporzioni da ritrovare, come scrive Pippo:
Sto preparando una nuova trasmissione web per Fanpage in cui torno a fare il monologhista. non ne avevo parlato perché stiamo ultimando il progetto (la prima puntata avrebbe dovuto essere questa che poi la cronaca ci ha “costretto” a rilasciare in fretta e furia più con la forma del servizio). Un progetto a cui tengo molto perché, tra le altre cose, le riprese di Sacha Biazzo hanno un che di “teatrale” anche stando nel web.
Tutto questo lungo cappello introduttivo, stile riassunto delle puntate pecedenti, per dire che molti dei monologhi programmati (per ora siamo a quota “sette” e ringrazio i miei collaboratori curiosi) li abbiamo ritrovati sparsi per il web. Proprio loro. Addirittura un cristianissimo settimanale ha pubblicato parola per parola, mentre qualcun altro ne ha messo una versione addirittura precedente alla finale. Per farla breve: i monologhi che erano inseriti nel progetto di spettacolo “L’apologia dei secondi” (mai andato in scena ma evidentemente fruito) sono sparsi per il web. Ed è un peccato: prima di tutto perché ci tocca muovere gli avvocati ma, soprattutto, perché perdiamo tempo. E perché si presta il fianco ancora una volta ai detrattori del “web”. Quando in realtà si tratta di idioti che sono idioti anche nella vita reale.
Vabbeh. Torniamo al lavoro. Su.
Che bello accorgersi di condividere l’attesa. Un libro in uscita è un “sabato del villaggio” di qualche settimana e succede che per chi l’ha scritto, credo che succeda a tutti ma di sicuro succede a me, adesso, in fondo è un libro finito: la differenza tra il mio fare teatro e un libro, che è una differenza che amo percorrere, è che se uno spettacolo non sale sul palco, nel senso che salga con me e io con lui, per farlo, uno spettacolo finché non sale su un palco non esiste, è solo un progetto mentre un libro prima che sia pubblico è già stato scritto.
Certo, si potrebbe dire che anche lo spettacolo è pronto perché finito, finito pronto per andare in scena ma per la mia esperienza, che è un’esperienza solipsistica facendo solo monologhi, cioè per quello che è sempre successo a me, uno spettacolo cambia per il pubblico, cresce con il pubblico e diventa spettacolo quando ormai ha tutti gli ingranaggi oliati dalle volte che è andato in scena. E io sono lì, a cambiare con lui.
Invece un libro quando finisce di essere scritto poi se ne va da solo. Si sistema in libreria, finisce in borsa, in tasca oppure spillato in digitale. Come se io gli servissi poco o niente. Forse magari non sono nemmeno io che lo faccio succedere, un libro, mica come un monologo. Sgorga.
(Ah: esce il 17 settembre, eh.)
Daniele Rielli scrive un’analisi che vale la pena leggere sul (brutto) giornalismo che ha cavalcato l’emergenza droga. L’ultima “emergenza” che è servita per riempire pagine e spazi. Solo per quello. Qui.
Ecco, trasformare le “buone maniere” in doveri è sempre un ottimo modo per dimostrare politica attiva. L’hanno fatto in Francia, ne ho scritto qui.
Chissà.
Qualcuno riuscirà a spiegarmi come ha fatto a diventare assessore a Milano Franco D’Alfonso. Perché la sua ultima uscita più che un “colpo di caldo” mi sembra perfettamente in linea con la miseria politica del personaggio.
Parlare di Toro con don Aldo Rabino era come scendere con scarpini e maglietta nel vecchio Filadelfia.