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Due euro all’ora

27 euro al giorno: la “busta paga” di Paola Clemente, morta da bracciante il 13 luglio in mezzo all’uva. Stesse storie, stessa estate, questa volta sono italiani sia la vittima che gli aguzzini. Come racconta suo marito in un’intervista a Repubblica il compito di Paola era  quello di togliere “gli acini più piccoli per fare bello il grappolo”.

Fare bello. Ha detto proprio così.

Acinellatura-Rossese

Tre brevi racconti d’estate (di Yanis VAROUFAKIS)

Si vede che la fregola dei racconti, quando si tratta di piena estate, alla fine prende un po’ tutti. Più o meno è la stessa cosa che abbiamo pensato in redazione a LEFT quando abbiamo deciso di dedicare al racconto il nostro numero straordinariamente quindicinale (a proposito potete comprarlo in digitale qui oppure nella vostra edicola). E le storie dell’ex ministro greco (che sono piccole e che sono tre) raccontano anche un Paese. La traduzione è del blog EssereSinistra. Eccoli qui:

di Yanis VAROUFAKIS

Da bambino, ero affascinato dai racconti di mia madre, e di sua madre, del 1940, e in particolare dalle loro storie di vita sotto l’occupazione nazista. Forse non è un caso che i libri per bambini di una volta sono pieni di racconti macabri di omicidi, smembramenti e orrori assortiti.

La maggior parte di quei racconti erano disperati tentativi da parte delle donne della mia famiglia di trasmettere a un giovane, bambino viziato l’orrore  delle loro esperienze, il valore del pane, la memoria della solidarietà e della capacità di resistenza in un ambiente di schifo e paura opprimente.

L’inverno del 1941 era così impresso nella mia mente, quasi completamente con le immagini in bianco e nero, che il racconto di mia madre aveva prodotto, di carri trainati da cavalli che facevano il loro giro mattutino per le strade di Atene, raccogliendo i cadaveri di coloro che erano morti di fame la notte prima. Fuori da questo drappo di dolore, spuntava un racconto.

Ciò che rendeva questo particolare racconto un qualcosa che si conficcava nella mia mente non era un atto di eroismo poco appariscente o un tradimento indicibile (ce ne erano un sacco in quelli delle altre storie), né una tragedia che la mia mente giovane aveva trovato particolarmente atroce.

No, era un semplice racconto di una settimana passata su qualche spiaggia del Peloponneso, nell’estate del 1943. Mia madre era stata malata di tubercolosi e mia nonna pensava che sarebbe d’aiuto se avesse trascorso qualche tempo vicino l’acqua di mare, lontano dal pozzo nero di dolore e malattia che era Atene occupata. Le storie liriche di mia madre dei piccoli piaceri che hanno apprezzato su quella spiaggia soleggiata, nonostante le loro pance vuote e il buio che avvolgeva la nazione, ha assunto un significato immaginario della mia infanzia che è ancora con me.

Agosto 2013. Sto trascorrendo, mentre scrivo questo, gli ultimi giorni di estate, prima di tornare negli Stati Uniti, a Egina – la nostra isola santuario greco. Non è il 1941, non è il 1943. Il ronzio dei ristoranti è il consueto ronzio di mezza estate, il mare è blu come non mai, i traghetti trasportano i turisti fugaci. E tuttavia, la Grecia è nella morsa di una calamità che chi ha vissuto il 1940 pensava che non avrebbe mai dovuto vivere di nuovo. Ma devo desistere. Questo non è il posto per analisi e argomentazioni in relazione alla nostra catastrofe greca contemporanea. Questo è un pezzo di brevi racconti estivi. Quindi, mi permetto di raccontarvi tre storie del genere.

Confisca

Dimitri è un costruttore di imbarcazioni a Egina che fa un lavoro di manutenzione e cura di piccole imbarcazioni. E’ l’angelo custode del nostro zodiaco, di noi che che ormeggiamo al porto di Egina accanto al suo magnifico motoscafo; un super slick, nave di 8 metri super-veloce che i suoi magri guadagni non avrebbero mai potuto comprargli e che lui ha effettivamente costruito con le proprie mani. Ieri l’ho incontrato sulla banchina. Meno gioviale del solito, il suo volto mi ha invitato a chiedergli “che cosa c’è che non va”. “E’ la guardia costiera”, ha risposto. Due giorni prima hanno confiscato la sua barca temporaneamente. Perché? Perché proprio il motoscafo della Guardia costiera non partiva, in quanto non era stato curato per due anni a causa della mancanza di fondi. Così, hanno preso la barca di Dimitri per la sua velocità , l’hanno armata fino ai denti, in risposta a qualche rapporto di un atto di pirateria tra Egina e l’isola di Poros. Sono tornati due giorni dopo, a mani vuote e, per la disperazione di Dimitri, anche con il serbatoio vuoto. Cinquecento euro di benzina ad alto numero di ottani erano andati. “Non ti hanno rimborsato?», ho chiesto ingenuamente. “Non essere sciocco», è stata la sua risposta. “Come potevano rimborsarmi quando il bilancio del guardacoste di Egina non può nemmeno permettersi di acquistare una pompa ad aria per il loro gonfiabile?” Dimitri, è stato abbondantemente chiaro, e non portava alcun risentimento verso gli ufficiali della guardia costiera.

La sua tristezza era un semplice riflesso della tristezza media del Greco alla vista di uno stato fallito, che è costretto ad espropriare quel poco che viene lasciato ai suoi cittadini.

Poseidon

Parlando di combustibile, negli ultimi due mesi le stazioni di servizio di Egina sono regolarmente a corto di benzina. Per giorni e notti di fila, i turisti li avvicinano in previsione di riempire i serbatoi dei loro veicoli in affitto, in modo tale da essere sul loro luogo ameno di vacanza, solo per scoprire che le pompe non stanno pompando. Ancora peggio, gli yacht in affitto nel porto di Egina, che trasportano i turisti che hanno pagato migliaia di dollari al giorno per il privilegio di navigare nelle nostre acque blu, vanno poi a scoprire in banchina che la pompa diesel è asciutta. La prima volta che è successo a me ho immaginato che fosse responsabile qualche controversia di lavoro; dei dipendenti della pompa di benzina, dei gestori della cisterna di benzina, di qualche grana sindacale lungo la catena di distribuzione. Pochi giorni dopo qualcuno mi ha spiegato la vera ragione: “E’ la crisi, amico mio», ha detto, chiaramente godendo del fatto che stava per spiegare qualcosa sulla crisi a un esperto analista della crisi. Quello che è successo è che la più grande delle due compagnie di navigazione che condividono il franchising Egina-Pireo (Hellenic Seaways) ha ridotto il numero di navi che mantiene sulla rotta da otto a tre. Uno di questi, dal nome maestoso di ‘Poseidon’, è destinato a trasportare i camion cisterna di carburante a Egina una volta alla settimana, come parte di un accordo con lo Stato (le norme statali vietano all’azienda il trasporto di passeggeri quando si trasportano grandi quantità di combustibile). Fuori stagione questo accordo consente un bel po’ di lavoro per Hellenic Seaways e Poseidon mantiene Egina completamente alimentata. Ma, durante i due mesi estivi, quando il turismo cresce, l’azienda guadagna più soldi dai traghetti di turisti rumorosi che dallo sbarcare navi cisterna di carburante. Così, la corsa del carburante settimanale diventa un bi-settimanale, o anche un tri-settimanale, di rito; impoverendo l’isola, e i suoi turisti, di forniture energetiche essenziali. Quando ho chiesto a un funzionario della compagnia ragguagli sulla razionalità della questione, lu mi ha risposto: “Nessuno vi impedisce di utilizzare il Poseidon per portare l’automobile al Pireo, dove ci sono un sacco di stazioni di servizio per riempirla.” Tragicamente, invece di maledirlo, ho cominciato a scorgere un punto di vista interessante nel suo consiglio …

Hellenikon

I lettori di questo blog non hanno bisogno di ricordare l’emergenza umana nel sistema sanitario pubblico della Grecia, dopo il fallimento dell’apparato statale. E neppure sono inconsapevoli della corruzione che affligge il nostro servizio sanitario. Quello di cui non possono aver sentito parlare, tuttavia, è la storia ‘dall’altra parte’: quello eroica. (Sì, c’è sempre una!).

Hellenikon, che significa ‘greco’, è un sobborgo meridionale di Atene, il luogo del vecchio aeroporto di Atene. A Hellenikon si può incontrare il volto benevolo della crisi. Diversi medici del settore pubblico, infermieri e operatori hanno istituito un centro medico dove trascorrono il loro tempo libero, gratuitamente, per la fornitura di servizi medici gratuiti a tutti coloro che arrivano e ne hanno bisogno. Il centro sta guadagnando una reputazione eccellente per la velocità nelle cure mediche e per un vero spirito umanitario. Carovane di greci, di migranti, i locali e le persone di altre città vengono a Hellenikon per il trattamento, per farmaci che non possono permettersi altrimenti, e anche per conforto. Sorprendentemente, anche se il centro cerca il sostegno di chiunque abbia voglia di assistere, rifiuta a bruciapelo le donazioni in denaro.

Se volete aiutare, c’è che vi darà un elenco dei farmaci di cui hanno bisogno; che pubblicherà on line una richiesta di toner per le loro stampanti e fotocopiatrici; per chiedere alle persone di aiutare i pazienti nel trasporto in macchina o forse per dare loro un mini-bus. Ma non accetteranno contanti come un segnale al mondo che la loro è una forma di atto incontaminata di pura solidarietà. I medici e gli operatori responsabili di questo miracolo di umanità sono, comunque, profondamente premiati. Uno di loro mi ha detto, quasi in lacrime, di una telefonata ricevuta.

Veniva da una donna il cui marito era appena morto di cancro. La sua richiesta? Che qualcuno dal centro fosse andato a casa sua a prendere i suoi farmaci chemio. “Lui non avrebbe voluto che questi fossero buttati ai rifiuti, quando così tanti malati di cancro non possono permetterseli”, ha detto.

[traduzione dal suo blog di Three brief Greeck summer tales. Agosto 2013]

Intanto sparano a Buscate

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Carmine Cristello

Sta succedendo qualcosa nella ridefinizione delle cosche a Buscate. L’uomo che è stato gambizzato qualche tempo (Francesco Cristello, proprietario anche di un bel bar in paese) fa è molto vicino alla cosca Giampà ed è conosciuto dalle forze dell’ordine. Il fatto che la notizia sia stata data con qualche giorno di ritardo potrebbe indicare che si sia ritenuto di essere molto vicini ad una soluzione.

Probabilmente la morte del padre, Carmine Cristello, ha lasciato qualcosa in sospeso.

Ah tutto questo in provincia di Milano. Per dire.

Le parole (sante) di Gratteri: basta soldi alle associazioni antimafia

Non ha peli sulla lingua, Gratteri, e ogni volta che parla vale la pena tenere bene a mente ciò che dice:

Tabularasa-2014-Gratteri-5-360x240«Ai ragazzi nelle scuole faccio esempi, parlo della non convenienza a delinquere. Spiego cosa rischia un corriere della droga, cosa accade in carcere o cosa accade ai familiari. Ho scelto da tempo di andare negli istituti di pomeriggio e non di mattina perché le ore di lezione sono diminuite a causa dei progetti, in particolare quelli sulla legalità. Spesso si fa entrare nelle scuole gente improbabile, che nasce dal nulla inventandosi un profilo da persona che combatte la mafia, magari dopo aver fatto da maggiordomo a qualche magistrato, facendosi vedere con lui per un paio di mesi. Iniziando a girare per le scuole si intrufola, si inventa un mestiere e comincia a chiedere dei soldi. Da un po’ di anni dico: nelle scuole andiamo di pomeriggio. E ai politici, regionali, provinciali e comunali dico di non dare soldi alle associazioni antimafia: mettetevi in rete, create un fondo comune, fate dei protocolli con i provveditori agli studi e predisponete delle graduatorie degli insegnanti precari. Durante le ore pomeridiane fate in modo che si ricominci a parlare con i ragazzi, riaccompagnandoli nel mondo reale. Mi si dice che per far questo c’è bisogno di soldi. Ma i soldi ci sono, so di progetti costati 250.000 euro. Non è etico, non è morale, non è giusto. In nome di gente che è morta, che è stata uccisa, non è giusto che si spendano 250.000 euro per una manifestazione antimafia. Ogni cosa deve avere una proporzione, un limite, un senso. Immaginate con tali cifre quanti insegnanti precari avremmo potuto assumere. Dobbiamo cercare di essere più seri e più presenti e contestare queste cose. Personalmente mi sono rifiutato di partecipare a certi convegni e a certe manifestazioni antimafia perché avevo capito anni prima che c’era qualcosa che non andava. Mi piacerebbe che la gente interagisse di più con il potere politico. La vera lotta alla mafia passa dalla formazione dei ragazzini delle elementari e delle medie. La manifestazione antimafia va fatta, certo, ma deve essere spontanea e a costo zero: per camminare con una candela non mi servono 50.000 euro».

(fonte)

Il senso della stampa per Civati

f5bfc44082f811e1ab011231381052c0_7 (1)Attenzione: lo scrivo cattivo. Un po’ perché non ho il tempo materiale per scriverlo complesso e un po’ perché basta poco per capirmi. Uno di quei pensieri che è già adulto appena è una sensazione.

Pippo Civati esce dal PD, mette in piedi un movimento che possiamo discutere per infiniti giorni ma che sicuramente non ha padri nobili (ahi quanto male hanno fatto i padri nobili!) e nemmeno padroni. Decide di fare dei referendum per mettere nero su bianco le decisioni politiche che non solo non ha condiviso ma che decide di combattere. I referendum sono qui. Un link semplice. A scriverlo ci ho messo una manciata di secondi il tempo di un copia e poi incolla.

Io me lo ricordo bene Pippo inseguito dai cronisti bavosi di Regione Lombardia e poi a Roma mentre cercavano l’articolo ostile di spalla messo nella pagina in cui si scrive del PD. Me li ricordo tutti e vi giuro che alcune volte non ho sopportato il feticismo giornalistico per il “contrario” a prescindere.

Bene. Pippo (avendo tutto da perdere) trova persone disposte a raccogliere firme per il referendum. D’estate. Piena estate. Agosto. Di questo anno così apolitico, anche.

Si può essere d’accordo o no ma tutti i servetti pronti a scrivere un editoriale sulla sua goccia di bava oggi non trovano la penna per scrivere di questa campagna referendaria. Nessuno. Se spara una battuta su Renzi allora sì. Per le iniziative politiche, per quelle, no.

La codardia uccide d’estate. Verrebbe da dire.

Pizzo: dopo vent’anni, basta.

È una bella storia quella che ci racconta su Repubblica Giuseppe Baldessarro: un imprenditore del basso jonio cataranzese decide di dire basta al pizzo, dopo averlo pagato regolarmente per vent’anni.

“Non ce la faccio più, ma non ho deciso di collaborare per me. Lo faccio per i miei figli. Non voglio che nel loro futuro ci sia la sofferenza che io ho passato per vent’anni” ha dichiarato l’imprenditore.

Esistono dei “basta” che sono importantissimi. Anche dopo vent’anni.

E ho pensato che è una fortuna bellissima quella di imparare ancora.

CAVALLIAbituato per lavoro a scrivere inchieste, articoli e spettacoli (così profondamente giornalistici, del resto) quando mi sono messo a scrivere Mio padre in una scatola da scarpe ho vissuto la bellezza dello spaesamento di chi si ritrova di fronte a così tanto spazio. Una certa agorafobia tra la testa e le dita. Una cosa così.

Ma la differenza principale mai vissuta prima è il potersi dedicare alla parola giusta, anzi il doversi dedicare alla parola giusta come se quella pagina, quella frase o quel paragrafo debba per forza avere una parola che è quella parola lì. Come se non esistessero differenti opzioni.

Poi mi succede magari che mi avvicino, la rigiro ma so che il senso è quello ma non la parola, come se parola e senso fossero la mano destra e la sinistra di un tronco che deve stare in piedi, diritto, in equilibrio.

Quando studiavo teatro, ero giovane, premuroso per lo studio e il suo senso, quando facevamo gli esercizi da attori giovani, ci dicevano sempre, cioè cercavano di insegnarci, che l’equilibrio di tutti noi sul palco, per sentirlo e abitarlo bene, funzionava se ci immaginavamo che il palco fosse la zattera e tutti noi dovessimo tenere “in bilico” la zattera.

Ecco. Mentre scrivevo il libro, che si faceva scrivere, ho avuto la stessa sensazione, lo stesso strenuo tentativo di raggiungere l’equilibrio, come se le frasi fossimo noi, giovani, premurosi di abitare nel modo più professionale possibile lo spazio di lavoro.

E ho pensato che è una fortuna bellissima quella di imparare ancora. Dopo tutti questi anni.

Quelli che trivellano il mare

Trivellare il fondo del mare alla ricerca del petrolio. Sembra l’inizio di un film pastrocchio americano di quelli sulle grandi catastrofi e invece è l’ultima perversione di governo dedicata alla Basilicata. E come al solito i compagni di partito di quelli che decidono a Roma fingono di opporsi sulle pagine dei giornali e mai una volta mai che se ne sia sentito discutere, che ne so, in una delle soporifere direzioni di partito. Legambiente e gli attivisti cercano di alzare la voce (per farsi un’idea potete andare qui) ma la discussione ormai sembra non avere le stigmate per diventare tema nazionale.

Tra l’altro i minimizzatori di professioni continuano a dirci che le trivellazioni vanno che è una meravigli in Croazia. E invece anche questa è un bugia.

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