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Stare sul pezzo. In che senso.

Sono per due giorni sulle rotte dei migranti attraverso l’Italia. Che attraversano l’Italia. Quegli stessi che ci dovrebbero invadere. E davvero ancora una volta credo che dobbiamo avere paura di ciò che crediamo vero e invece non lo è. Intanto confezioniamo il pezzo per il prossimo #LEFT. Dopo il Brennero domani sarò a Ventimiglia. L’Italia comunque è piena di umanità.

Buona serata.

 

Il re degli amministratori giudiziari è (sempre più) nudo

La storia esce dalla penna di Salvo Vitale:

Schermata del 2015-06-20 09:18:32Ricordate la favola dei fratelli Andsersen?: c’era una volta un re vanitoso, gli piaceva vestirsi bene e farsi ammirare. Un giorno arrivarono due imbroglioni che dissero di avere un meraviglioso tessuto che risultava invisibile solo per gli stolti. Confezionarono un vestito per il re con questa stoffa inesistente, ma nessuno, per non farsi dire che era uno stolto, osò dire al re che quel vestito non c’era. Neanche lo stesso re. Tutti fingevano e dicevano che il vestito inesistente era bellissimo. Quando il re attraversò la città, solo un bambino, nella sua innocenza, gridò : “Ma il re è nudo!!!” Ma il re continuò imperterrito la sua sfilata. Adesso abbiamo un altro re, il re degli amministratori giudiziari di Palermo, quello che ha amministrato immensi patrimoni di grandi mafiosi, come l’Immobiliare Strasburgo del mafioso Piazza o la Aedilia Venusta di Rizzacasa, o l’Hotel Ponte, dove la presenza del mafioso Sbeglia è stata sufficiente per fare scattare sequestri e confisca. Ma Cappellano è quello che avrebbe dovuto amministrare il tesoro di Ciancimino, nascosto nella discarica rumena di Klina. E invece si è trovato in una situazione in cui tra una società e l’altra la discarica è stata alla fine messa in vendita, acquistata da alcune persone, nei confronti delle quali il procuratore di Roma Pignatone ha emesso un mandato di cattura con l’accusa di riciclaggio. In realtà alcune di queste persone hanno dovuto scontare 10 mesi di carcere e sono state adesso messe ai domiciliari, malgrado l’imputazione non prevedesse l’arresto, essendo la pena prevista inferiore ai tre anni. La difesa di una di queste persone, il Valenti, è stata attualmente sostenuta da Antonio Ingroia.
Ieri Cappellano, alla vista di Pino Maniaci a Roma, in aula, è stato preso da una crisi di nervi, è uscito improvvisamente col cellulare all’orecchio, forse avrà chiesto consiglio a sua comare, è rientrato ed ha chiesto che l’udienza fosse riservata, a porte chiuse, poiché sostiene di avere ricevuto, dopo il servizio delle Iene, quattro lettere minatorie, pertanto è in ballo la sua tranquillità personale, e poiché ha sporto due querele, una alle Iene, una a Pino Maniaci. Singolare l’imputazione che avrebbe motivato la querela, ovvero di essere vittima del “fumus persecutionis”: il poveretto si sente perseguitato. E perciò non tranquillo. La corte ha chiesto di produrre agli atti queste querele e le lettere minatorie, o, come pare più probabile, una richiesta di correzione, ma Cappellano ha detto che la querela non è stata ancora scritta dal suo legale, perché voleva interessarsene di persona. Insomma la querela che non c’è per motivare l’allontanamento di Pino Maniaci che c’è. Aspettiamo con ansia questa querela, che finalmente sarebbe la prima presa di posizione dopo tutte le accuse che abbiamo giornalmente fatto. La corte uscita dall’aula per valutare la richiesta, è rientrata e l’ha respinta. Finalmente Cappellano ha potuto parlare e ha dichiarato che tra l’Italia e la Romania, a causa della discarica di Klina si stava creando, nientemeno che un incidente diplomatico, a causa di 100.000 euro che sarebbero stati offerti per la gara d’acquisto di una parte della discarica, da un rumeno che oggi, a suo dire, ricopre la carica di viceministro. E’ invece accertato che la firma sull’offerta dei 100.000 euro è quella di un lavavetri rumeno. L’udienza si è chiusa alle 16,30 perché Seminara doveva andare a prendere un aereo per tornare a Palermo e sentirsi più tranquillo, ma è stata aggiornata a mercoledì 24 giugno, mentre il controinterrogatorio inizierà il 16 luglio e Seminara dovrà dimostrare come ha fatto, nel giro di due ore, a procurarsi 100.000 euro, con il consenso del giudice che lo ha nominato. Insomma, a causa di un “omino coi baffi”, molto simile al bambino della favola, l’intoccabile re è stato spogliato dei suoi vestiti ed è rimasto quello che è ed è sempre stato, ovvero uno che ha fatto carriera grazie alle amicizie giuste nei punti giusti, specie nel ricco settore dell’amministrazione dei beni dei mafiosi. Ma nessuno sinora lo aveva detto, anche se tutti lo sapevano.

Qui dove la stuprata risarcisce lo stupratore

Deborah Dirani racconta una storia che svela la differenza tra la giustizia e i meccanismi della legge:

stuproLa realtà è molto più semplice delle opinioni: lui ha quasi 60 anni, non si chiama Humbert, lei appena 15 e non si chiama Dolores. Nabokov non abita in Romagna e gli abusi sessuali su un minore sono un reato. Lo riconosce anche il Tribunale che giudica colpevole l’insegnante e, al terzo grado di giudizio, lo condanna a 3 anni: in realtà in galera ci sta appena 3 mesi ma deve risarcire alla famiglia della sua amata ex studentessa 65mila euro.

Paga e stai zitto: hai schiantato una ragazzina che non riesce a vivere normalmente, che si arrampica alle pareti lisce della sua esistenza e scivola giù, sempre più giù ad ogni tentativo di risalire. 65mila euro sono niente a fronte del dolore che hai provocato. Sono un modo cinico che la giustizia ti concede per riparare al disastro, non sono risolutivi, ma sono simbolici: svuota i conti correnti e ripulisciti la coscienza. Ad avercela, una coscienza, perché il professore all’improvviso “si sarebbe spogliato dei propri beni pur di non pagare la provvisionale stabilita per i genitori della giovane“. Dalla sera alla mattina non avrebbe più avuto più un soldo bucato col quale risarcire la sua vittima.

E la giustizia resta immobile. A muoversi sono gli avvocati della ragazza che lo querelano per avere disatteso la disposizione del tribunale. Condannato a un anno e 6 mesi (e qui siamo al secondo grado di giudizio), il prof non paga, ancora. Così non rimane che provare con la giustizia civile alla quale fa appello la famiglia della ragazzina, che intanto sta crescendo con l’orrore nel cuore e l’angoscia nella mente. I giudici sono esseri umani, fallibili per carità, e probabilmente quello che ha sentenziato che non solo il professore non dovesse pagare un soldo, ma che a risarcirlo (per 40mila euro) dovesse essere la famiglia della sua vittima è un degno rappresentante della categoria.

Finisce così che a luglio dello scorso anno, all’indomani di questa farsesca disposizione che di giusto non ha niente e che, essendo stata emessa in sede civile diventa immediatamente esecutiva, la ragazzina, che ragazzina non è più, prenda un foglio e una penna e scriva un po’ di righe dove chiede scusa ai suoi genitori per averli costretti a indebitarsi. Lascia il foglio in camera sua, vicino a dove dondola ciò che resta di lei: un corpo mutilato da un uomo e da un giudice. Si è ammazzata perché si sentiva in colpa. Lei.

L’articolo completo è qui.

Il sesso costretto ha il Casco Blu (sotto la coperta delle “missioni di pace”)

Schermata del 2015-06-19 17:29:28(Intanto una piccola nota personale: comincia la mia collaborazione con Fanpage. Per chi avesse voglia di seguirmi mi trovate anche qui).

I nostri “portatori di pace” ed “esportatori di democrazia” hanno il pistolino facile oltre che la pistola. E la notizia (chissà perché) viene confinata tra le brevi o nel minuscolo spazio “dal mondo”. Eppure dentro c’è tutta la codardìa di una clinica attenzione ad igienizzare la “guerra” facendo in modo che non abbia la forma e l’odore della guerra. Eppure gli orrori ci sono tutti, tutti: tra le “prede” dei soldati tra l’altro non mancano nemmeno i bambini.

Il mio articolo lo potete leggere qui.

Cosa dice Claudio Fava su Roma, PD e SEL

Si può essere d’accordo o meno con lui ma Claudio Fava non usa giri di parole. E il suo commento (che mi era sfuggito) merita una valutazione:

Quello che ci insegna il sacco di Roma

Se avete letto del sacco di Roma, avrete capito perché non sono entrato nel PD. E perché sono uscito da SEL.
Sul Partito Democratico, su quel suo personale politico tenuto a busta paga dal fascista mafioso Carminati, non ho molto da aggiungere. Aggiungo invece sulla reazione di Renzi, “…fa schifo!”, che andrebbe bene in una chiacchierata tra amici alla bocciofila ma non a Palazzo Chigi. Dal capo del governo mi sarei aspettato non una generica (e ruffiana) invettiva contro la politica corrotta ma un’agenda di lavoro per redimerla, per restituirle autonomia e dignità, per evitare la liturgia dello stupore quando i giudici (a Milano, a Roma, a Venezia) puntano il dito e il codice contro quello che tutti sapevano o intuivano. Avrei preferito che il segretario del PD spiegasse al suo partito quanto sia stato indecente, nel giorno in cui la Procura di Roma svelava l’assalto mafioso alla capitale, plaudire ipocritamente quei giudici e intanto negare al Senato la possibilità di utilizzare processualmente le intercettazioni a carico di due parlamentari democratici inquisiti. Mi sarei aspettato che Renzi commentasse l’inchiesta romana impegnando il suo esecutivo a mandare avanti quei punti di riforma sulla giustizia (prescrizione, falso in bilancio…) che la maggioranza ha depositato su un binario morto. Insomma, mi sarei atteso meno punti esclamativi e più verità. Per cui, resto fuori. Fuori da un PD che misura i rapporti di forza interni sul peso delle tessere, che avrebbe voluto il rimpasto della giunta Marino per piazzarci due nuovi assessori oggi finiti in galera, che voltava lo sguardo altrove mentre le seconde e le terze file del partito romano vendevano la città a una banda di fascisti, di mafiosi e di speculatori in cambio di una manciata di denari.
Sono uscito da SEL per motivi politici assai diversi ma per un comune sentimento di rimozione che PD e SEL ormai condividono. Penso al tenace, umiliante silenzio con cui gli alti dirigenti del mio vecchio partito hanno accompagnato le cronache di questi giorni. Non una parola preoccupata di Vendola sul fatto che tra gli amministratori distratti di Roma ci fossero anche quadri del suo partito. Non un accenno di autocritica rispetto alle ombre che attraversano le carte di questa inchiesta. Non un pensiero chiaro, netto, forte sui silenzi di SEL che questa città l’ha amministrata assieme e accanto al PD. Per un partito nato sull’esigenza di rimettere la questione morale al centro della propria missione (era scritto così nell’atto costitutivo che io firmai cinque anni fa) questa improvvisa timidezza, questo garbatissimo silenzio sono un segno desolante. In altri tempi, il gruppo dirigente di SEL avrebbe lanciato una campagna politica sul sacco di Roma prendendosi giorno per giorno le piazze, reclamando fino in fondo chiarezza e verità, analizzando senza sconti con nomi e cognomi il sistema di potere politico mafioso romano (che purtroppo, dicono le carte dell’inchiesta, non era una metastasi circoscritta solo alla destra). Adesso, invece, poco o nulla. Come se questa vicenda non rappresentasse per tutti una tragedia democratica, il segno di una deriva drammatica, di una politica stracciona e serva, di una pubblica amministrazione ridotta a bottino di guerra per bande e cosche mafiose.
Eppure è proprio su questo punto, sulla priorità di una questione morale non più delegata ai tribunali, che oggi a sinistra si apre uno sterminato spazio politico. Volerlo ignorare per privati pudori o per pubbliche convenienze non è solo un peccato: è una fuga. Per questo non riesco a ritrovarmi nelle forze politiche della sinistra italiana, per come sono oggi. Ma non rinuncio a credere che il dovere di ritessere – qui, a sinistra – una tela, proprio a partire dall’autonomia della politica, appartenga a tutti noi, nessuno escluso.

Posted by Claudio Fava on Lunedì 8 dicembre 2014

Quelli che non dicono niente al Papa

ox281290398287734180Tacere al Papa che una somma di 30 milioni dell’ospedale Bambino Gesù proveniente da fondi pubblici italiani sarebbe stata utilizzata per l’acquisizione dell’Idi. Lo suggerisce il cardinal Giuseppe Versaldi, ora prefetto dell’Educazione Cattolica, in una conversazione telefonica con il manager Giuseppe Profiti intercettata nell’ambito dell’inchiesta sul crac della Casa della Divina Provvidenza.

Nella conversazione del 26 febbraio 2014, Versaldi, delegato pontificio per la Congregazione dei Figli dell’Immacolata e allora anche presidente della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede, e Profiti, presidente del Bambino Gesù e commissario straordinario della Provincia italiana dei Figli dell’Immacolata, proprietaria dell’Idi, affermano: Profiti: «Pronto! Ciao don Giuseppe!». Versaldi: «Ciao. Senti. Ci riceve stasera alle diciannove il Papa». Profiti: «Ma chi ci?». Versaldi: «Il Papa». Profiti: «Aaah! O mio Dio!». Versaldi: «Tu puoi?». Profiti: «Io certo! E ci mancherebbe!». Versaldi: «Bene. Ci troviamo…sì». Profiti: «Eh! Cosa devo…». Versaldi: «Passi…». Profiti: «…dire? Fare? Portare?». Versaldi: «No. Ma poi introduco io come delegato. E poi tu dici le cose che hai detto ieri sera». Profiti: «Ah! Cos’è che dovevo saltare? Che me ne sto andando in paranoia?». Versaldi: «Ma diceva…no! Mi pareva… mi pare no?». Profiti: «Ah!». Versaldi: «ehm…ehm…devi tacere che questi trenta milioni …». Profiti: «Sì. Sì. Sì. Sull’intervento, sì.». Versaldi: «Sono stati dati per l’I.d.i. E dire semplicemente che, come ogni anno, oltre ai cinquanta sono stati dati trenta per il Bambino Gesù, senza…ah… ah…una…» Profiti: «Vincolo di destinazione». Versaldi: «…una…una…una destinazione,no?». Profiti: «Ho capito. Ho capito». Versaldi: «Eh…eh …». Profiti: «Sì. Se no bisognerebbe spie…ah! Ecco! Tu dici che è meglio così». Versaldi: «A meno che Lui sappia, sappia diversamente». Profiti: …incomprensibile… Versaldi: «Possiamo dire così. Poi vediamo». Profiti: «Sì. Sì. Lo possiamo dire». Versaldi: «Poi puoi dire che poi è intervenuto il Presidente, sapendo che avevamo queste…ma solo se Lui chiede, no?». Profiti: «Sì, sì, sì. Se chiede..». Versaldi: …incomprensibile… Profiti: «Beh! In fondo è stato un caldeggiamento, di quello di salvare l’I.d.i, insomma». Versaldi: «Eh!». Profiti: «Posso saltare i dettagli tecnici ecco! Del colloquio col Presidente». Versaldi: «Ecco! Sì! Va bene. Puoi dire che tu… il Presidente per salvare…». Profiti: «Se te lo chiede però». Versaldi: «Sì».

(fonte)

#TifiamoScaRamouche e i Wu Ming che “regalano” libri

terracantaNon ne ho mai scritto ma li seguo da sempre. Qui in rete dove tira tantissimo fingere di avere davvero un blog con dietro una comunità i Wu Ming (per chi non sapesse di cosa sto parlando basta andare qui) sono una comunità con solo dopo dietro un sito. E in mezzo a tanta spazzatura letteraria gratuita i Wu Ming curano pubblicazioni che sono professionali. Nel senso quello bello: professare i propri valori nel proprio mestiere. Per questo credo che valga la pena leggere i quattro volumi che hanno rilasciato proprio oggi.

Sono belli, prima che gratis. E così poi magari comprate anche i libri quelli veri.

Trovate tutto qui.

La bufala degli immigrati negli alberghi (ovvero l’ennesima puntata sulle bugie di Salvini)

Schermata-06-2457190-alle-10.44.08Oggi essere buoni è una nuova forma di resistenza. In tempo di machismo che ha sdoganato bugiardi, stupidi e razzisti circolano delle bugie costruite ad arte per toccare la pancia degli indignati a tutti i costi che scaricano spesso i propri fallimenti sociali su un nemico qualsiasi. Il Post, per fortuna, ha smontato una volta per tutte la favola degli hotel di lusso che accoglierebbero i migranti secondo la fantasia popolare leghista:

Il sistema di accoglienza in Italia è articolato e complicato, e non è molto chiaro a quali strutture faccia direttamente riferimento Salvini quando parla di “hotel di lusso”. Sul sito del ministero dell’Interno si dice:

«i cittadini stranieri entrati in modo irregolare in Italia sono accolti nei centri per l’immigrazione dove ricevono assistenza, vengono identificati e trattenuti in vista dell’espulsione oppure, nel caso di richiedenti protezione internazionale, per le procedure di accertamento dei relativi requisiti».

Queste strutture si dividono in: centri di primo soccorso e accoglienza (Cpsa), centri di accoglienza (Cda), centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e centri di identificazione ed espulsione (Cie).

I Cpsa accolgono i migranti al momento del loro arrivo in Italia. Qui vengono fornite le prime cure mediche necessarie, vengono fotosegnalati, possono richiedere la protezione internazionale e poi, a seconda della loro condizione, vengono trasferiti nelle altre tipologie di centri. I centri di accoglienza (Cda), dice il ministero, «garantiscono prima accoglienza allo straniero rintracciato sul territorio nazionale per il tempo necessario alla sua identificazione e all’accertamento sulla regolarità della sua permanenza in Italia». Chi richiede la protezione internazionale viene invece inviato nei centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), per l’identificazione e l’avvio delle procedure necessarie. Chi non fa richiesta di protezione internazionale o non ne ha i requisiti viene trattenuto infine nei centri di identificazione ed espulsione (Cie). Va precisato che queste stesse strutture, per le quali è fissata per legge una durata massima di permanenza, vengono invece utilizzate anche come centri di accoglienza di lunga durata.

Parallelamente a queste strutture ci sono i centri del cosiddetto Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) per i richiedenti asilo, rifugiati e destinatari di protezione sussidiaria. Lo Sprar è stato istituito nel 2002 in seguito a un accordo stipulato dal ministero dell’Interno, dall’ANCI e dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), che hanno cercato di mettere ordine nei programmi di accoglienza in precedenza gestiti a livello locale. Il ministero dell’Interno emana periodicamente un bando per l’assegnazione dei posti, gli enti locali interessati – con le organizzazioni del terzo settore selezionate a livello locale – partecipano al bando e i progetti vengono approvati se “idonei” in base a una serie di parametri piuttosto rigidi. In pratica, enti locali e associazioni mettono a disposizione dei posti letto e lo Stato sceglie di quali usufruire attraverso un bando, che tiene conto dei costi e di altri criteri. Secondo i dati del ministero dell’Interno i posti finanziati per gli anni 2014-2016 sono 20.744: tra questi rientrano anche, tra le varie strutture, alcuni alberghi. Nella grandissima parte dei casi, stando alle informazioni disponibili, si tratta di strutture distanti dagli hotel in cui si passano le vacanze (tanto che i loro gestori hanno deciso di destinarle allo Sprar invece che al pubblico): ma vengono considerate comunque tra le migliori e più adeguate sistemazioni che lo Stato oggi possa mettere a disposizione di chi richiede asilo e protezione.

C’è infine un ultimo tipo di centri. Nel tempo sono nate infatti altre strutture per l’accoglienza in contesti “straordinari” che hanno assunto via via nomi differenti: ci sono stati i centri Ena per far fronte alla cosiddetta “emergenza nord-Africa” nel 2011 o, in anni più recenti, i Cas (Centri di accoglienza straordinari). Di volta in volta si è dato mandato alle prefetture di trovare strutture per l’accoglienza: palestre, alberghi, appartamenti, B&B e altri posti sparsi in tutta Italia e gestiti da cooperative, associazioni e soggetti del terzo settore.

Queste strutture “informali”, nate a fronte di un’emergenza, vengono messe a disposizione per un’accoglienza che si limita a garantire il vitto e l’alloggio e sono state molto criticate: ma non perché si tratti di strutture lussuose, bensì in molti casi per il motivo opposto. Nonostante queste strutture siano state “attivate” per un’accoglienza di emergenza, e dunque si presume di breve durata, diventano in molti casi posti in cui i richiedenti asilo trascorrono settimane senza che siano garantiti loro servizi fondamentali, come quello per esempio dell’assistenza sanitaria e legale. In molti casi, poi, si tratta di strutture inadeguate: il Tropicana, un vecchio night club a Ragusa, ne è un esempio. In questo video di Al Jazeera si vede chiaramente che non si tratta di un albergo di lusso

L’articolo completo è qui.