Dal 17 settembre Giulio Cavalli e la Bottega dei Mestieri Teatrali presentano: “Radio Mafiopoli”

Dal 17 settembre Giulio Cavalli e la Bottega dei Mestieri Teatrali presentano:

“Radio Mafiopoli”

Una striscia settimanale sulle cronache dalla Repubblica di Mafiopoli. Dieci minuti irridenti, dieci minuti di satira sulla mafia e i suoi protagonisti.

Ogni mercoledì alle 14.00 in onda su AgoraVox Italia e LoStrillone.

Tutti i blogger e i cittadini possono ridiffondere la trasmissione attraverso i proprio siti e blog.

Venerdì 3 Ottobre, nell’ambito della presentazione di AgoraVox Italia, presso il Nuovo Cinema Aquila – Roma, Giulio Cavalli condurrà una puntata alla quale potranno intervenire i presenti  – l’invito è scaricabile cliccando qui -.

Una striscia che riprende la tradizione dell’indimenticato Peppino Impastato e l’esperienza della sua Radio Aut. Una voce che si prende gioco della mafia e delle sue connivenze per ricordarci che la mafia non è solo un problema siciliano.

Giulio Cavalli

Giulio Cavalli, Milano 1977, fonda a Lodi nel 2001 la compagnia Bottega dei Mestieri Teatrali. Firma il testo e la regia delle prime produzioni Il Cantafavole Muto, Tetiteatro e un chicco di caffè, Carro Poetico, Pulvere de Katabatù e Filo Spinato.
Nel 2006 mette in scena (Re) Carlo (non) torna dalla battaglia di Poitiers giullarata in occasione del quinto anniversario della morte di Carlo Giuliani
Il 27 marzo 2008 è stata presentata al Teatro alle Vigne di Lodi l’anteprima di Do ut Des, spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi, coprodotto dal comune di Lodi e dal comune di Gela, in collaborazione con la casa della memoria “Felicia e Peppino Impastato” ed il Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”.
Dalla stagione 2007-2008 Giulio Cavalli è inoltre direttore artistico del Teatro Nebiolo di Tavazzano con Villavesco, nella provincia di Lodi.

AgoraVox

Nasce in Francia nel 2005 da un’idea di Carlo Revelli che “sentiva” una discrepanza tra l’opinione pubblica e quella dei politici e dei media mainstream in merito al referendum sulla Costituzione Europea. AgoraVox nasce, anche, da un avvenimento tragico : lo Tsunami 2004. Il flow d’informazione non era gestibile attraverso i media tradizionali e il mezzo di comunicazione privilegiato divenne il Web. Decise, quindi, di fondare un giornale partecipativo. L’edizione francese, oggi, conta un milione di visitatori unici al mese e 35000 “reporter” che sottopongono degli articoli. Tra loro circa 1000 moderatori, votano gli articoli off line e quelli più interessanti sono pubblicati.. In Francia AgoraVox il secondo medium più citato su Internet dopo Le Figaro. Da Giugno AgoraVox é una Fondazione indipendente per evitare possibili derive aziendalistiche e/o politiche consentendoci di preservare la nostra indipendenza. AgoraVox ha per vocazione la libera diffusione delle informazioni provenienti dai cittadini. La versione italiana, oggi, conta già più di 300 reporter

Lo Strillone

“Lo Strillone” vuole dare forma a una rete di soggetti informativi e culturali. Non un soggetto egemone, ma un soggetto di servizio. A servizio di chi vi aderisce, ognuno con pari dignità, e a servizio di chi ne fruisce. La nostra intenzione è quella di creare un luogo di produzione e di scambio di oggetti informativi e culturali prodotti da soggetti già attivi sul web (e non solo) e fra loro empatici. Dare informazione, creare dibattiti, distribuire prodotti (evitando il saccheggio che spesso avviene sul web delle produzioni intellettuali e dei materiali che ciascuno di noi mette in rete quotidianamente). Un nuovo media costruito da tanti media. Che non si annullano in un nuovo oggetto, ma lo utilizzano per moltiplicare la massa critica dell’informazione e della cultura prodotte fuori dal circuito tradizionale.

SCARICA IL COMUNICATO QUI

Scrivere è reato

Sulla indicibile condanna a Carlo Ruta.  Dal sito Fustigat ridendo mores.

Er giudice gl’ha detto: “Che te credi

che ner blogghe puoi scrive’ ciò che vuoi?

Tu m’attacchi le banche e pesti i piedi

puro a la mafia e a li mortacci tuoi!

Che dichi? Che er tuo blogghe è libbertà?

Ma quale libbertà  famme er piacere

la pace nostra è fatta d’omertà

e se sgarri la pigli ner sedere.

E t’aggiungo così, bello papale,

pe’ nun portare avanti ‘sta manfrina

ch’er  blogghe tuo per me resta n’giornale

e un giornale de stampa clandestina.

Quindi mo te condanno e bada bene

de rigà dritto tu e l’amichi tua

artrimenti te becchi gravi pene.

Ma chi te credi d’esse’? Gargantua?”

“Ma signor giudice, io me so’ ‘nformato

e ho cercato de fa’ conosce i fatti:

perché hanno ucciso Giovanni Spampinato

che indagava su truffe e su ricatti…”

“Ma quali truffe, fatti e fatterelli…

Mo m’hai scocciato e te lo dico chiaro,

scrivi, se vuoi, di scippi e furtarelli

nun ce provà ndove ce sta er danaro.

Ringrazziaiddio che mo me trovi bbono

e che te faccio ammettere ar condono

e nun fiatà, sinnò prima de sera

giuro, te faccio sbattere ‘n galera”

Leggi tutto »Scrivere è reato

Come ti cucino l’Alibengodi alla griglia ma senza fumo

Intercettazione sulla linea fonometrica della stanza del trono.

–    Buongiorno, sono il signor Re … nel senso non di cognome … sì ecco sono io … buongiorno sì grazie saluti anche alla sua signora,  non sono stato più aggiornato sulla vicenda … tutti i giornali ne parlano … le avevo gentilmente ordinato di tenermi informato!
–    Sì buongiorno, saluti anche alla mia signora e a tutte le sue, la vicenda signor re è un po’ complessa. Ma l’abbiamo gestita come da suo fonogramma precedente…
–    Alibengodi?
–    Alibengodi, come ci ha detto lei. Quella metafora della ricetta si ricorda, seguita alla lettera! Abbiamo diviso l’albume dall’orlo …
–    Dal “tuorlo” imbecille …
–    Dal tuo orlo … la parte buona da quella cattiva, la mollica dalla crosta, il ripieno dalla faraona, il frutto dalla buccia …
–    Ho capito la metafora continui …
–    La pasta dal sugo, l’abitabile dal calpestabile, la fragola dal cioccolato, la cacca dal purè …
–    Continui!
–    Continuo …
–    Si fermi e poi continui! Imbecille!
–    Certo! Mi scusi … dicevo … la parte buona l’abbiamo chiamata gùd compani …
–    In latino … arguti …. Mi piace …
–    E quella cattiva bad compani. Quindi, dottor re, la gùd compani ha le cose che funzionano: una dozzina di scarpe da ostiess ancora buone, una trentina di giacche da pilota appena appena lise sul colletto, un diccì 9 dell’82 ancora in rodaggio, un bancale di salviettine al limone come quelle per il pesce … tutto il meglio! … e c’è anche un paio di giubbotti già gonfiati e il famoso assegno postadato di Air Provence.
–    Benissimo  … mi raccomando l’ assegno postadato di Air Provence …
–    E quella l’abbiamo venduti ai suoi amici … a poco come ha detto lei … venduta, per dire … si sono presi l’assegno ma le salviettine ce le hanno lasciate … meglio del previsto …
–    Ve l’avevo detto che si sarebbero fidati del ricatto del re! Eh! Hanno cedut … accettato tutti …
–    Tutti li abbiamo accettati, la Cianfregaglia ….
–    Benissimo! La Cianfregaglia non so perché ma mi fa’ molto mercatini natalizi di bolzano …
–    Il Gruppo Savio, Caltagirone …
–    Quello è ottimo, è l’attore preferito della regina ….
–    Anche Stronchett…
–    Non lo dica imbecille! E si tocchi!
–    Mi scusi sire … ah! Cavalier re, pensi ci abbiamo addirittura infilato il papà … il papà di … il papà di Robin Hood!
–    Ah ah! Bravi! E lui che fa’? ah ah! E lui cosa dice?
–    Sta nell’ombra, sire.
–    … sempre arguto il nostro ombroso controministro in calzamaglia … bravi, bel lavoro! E l’altra … il resto della torta? … la feccia?
–    La bad compani l’abbiamo regalata allo stato. Dentro c’è poca roba … tutte cianfrusaglie: 2000 coprisedili di italia90, una tanica di benzina super rossa e due di miscela, un avioplano a elica, quattro wc con 7 topi ciascuno, il vino in busta, i 50.000 dipendenti impagabili e in-pagabili e tutti quei bei foglietti con scritto in grosso “pagherò”! un tripudio, sire ….
–    Imbecilli! Allo stato! Siete imbecilli! Cosa faccio pago io?!
–    No, no, sire. Si calmi, sire … ha frainteso, non lei … non paga mica lei … lo stato!
–    Non lo abbiamo privatizzato?!
–    Non ancora sire … l’anno che viene sire …
–    Fiu! … ben fatto allora! Bel lavoro …. Ma il paggio Tramonti non se l’è presa?
–    Tramonti dice che la mette a bilancio nei fallimenti abusivi e prima dell’anno che viene lo condona.
–    Arguto!
–    Certo sire ….
–    Ma adesso cosa stanno facendo? Sento tutto un mormorio!
–    Sì sire … aspetti che mi sposto … parlo a bassa voce … stanno trattando ….
–    Ma non perdiamoci sulle quisquilie! Lasciategli pure le salviette! E quasi ora di cena! E poi … poi c’è la partita … e … e devo fare il grattino … al tallone alla regina!
–    No sire … parlo basso perché mi sentono … ci sono i sindacati …
–    I sindacati! I sindacatiiii!!! Ma li avevo aboliti!
–    L’anno prossimo sire … prima privatizziamo lo stato e poi si possono abolire … si ricorda lo schemino di Tramonti sulla lavagnetta?
–    Ma non è possibile! A quest’ora della notte! Ancora! E poi è logico che i vicini si incazzano …
–    Anzi sire, se volesse dall’alto della sua folta capigliatura intervenire con il suo buon senso che una parola buona che rassereni e ponga fine a questa situazione di tensione … tutta Bengodi sarebbe fiera di una frase risolutiva delle sue …
–    Spegnete la luce quando avete finito, imbecilli!
–    Certo sire.

I professionisti dell’antipizzo

di Claudio Fava – 10 settembre 2008
Il caso Lo Bello

Quando parliamo di mafia, ci tocca ragionare anche su una sottocultura di luoghi comuni e di ammiccamenti poco raffinati ma utilissimi a prendere le distanze, a celebrare dubbi, a insinuare malizie.

Cominciò Leonardo Sciascia ventuno anni fa prendendosela con i professionisti dell’antimafia, e fu pessimo profeta perchè di quei cosiddetti professionisti (Sciascia ne citò per cognome e nome uno per tutti: Paolo Borsellino) i sopravvissuti sono proprio pochini. Adesso siamo ai professionisti dell’antipizzo. Anzi, al professionista: Ivan Lo Bello, presidente degli industriali siciliani, colpevole d’aver promesso (e mantenuto) di cacciar via dall’associazione gli imprenditori che avessero preferito pagare e tacere. Tra qualche settimana dovrebbero riconfermarlo nell’incarico, ma i suoi colleghi di Catania hanno già aperto il tiro a bersaglio: «Lo Bello? Non lo votiamo. Troppo monotematico con questa sua fissazione sul pizzo». E subito si sono
alzati gli echi malevoli, le voci di contorno e di rimbalzo: la battaglia contro il racket? Una vetrina, una passerella, una trovata per farsi pubblicità…Sono gli stessi argomenti, magari un po’ dirozzati, che usarono molti anni fa commercianti e imprenditori palermitani contro Libero Grassi. Colpevole d’aver detto, anzi d’aver proclamato con tutta la carica emotiva di una denunzia in televisione, che lui il pizzo non lo avrebbe mai pagato. I commenti di molti suoi colleghi furono un repertorio di grossolano buon senso: certe cose non si dicono, non si denunziano e soprattutto non si raccontano in tivù; meglio pagare, tacere e conservarsi in salute. Libero Grassi lo ammazzarono una settimana dopo il florilegio di quei commenti. Ora, non sappiamo se gli industriali che si sono schierati, con siffatti argomenti, contro Lo Bello abbiano presente quanto la mafia abbia gradito la loro scomunica. Non sappiamo se si rendano conto che il gesto di quel
loro presidente aveva, da solo, riscattato lustri di opacità. Non so se la memoria li soccorre per ricordare che il predecessore di Lo Bello fu allontanato dall’incarico con ignominia dopo aver scoperto le tresche d’affari che mescolavano i suoi soldi a quelli di una veccia famiglia mafiosa palermitana.
No, davvero non sappiamo se ci sia consapevolezza sulla violenza di certi gesti, di certi ammonimenti. Sciascia, forse, non se ne rese conto: ma chi si nutrì di quel tristo riferimento ai “professionisti dell’antimafia” lo fece, nei mesi e negli anni a venire, sperando che quella povera gente – giudici, giornalisti, poliziotti, professori, studenti – venisse spazzata via. E che tornasse il tempo felice e scellerato in cui tutta aveva un prezzo e una scorciatoia, dalle licenze edilizie ai pubblici appalti. Forse anche adesso qualcuno rimpiange il tempo in cui si pagava tutti e tutti si taceva, ricevendone in cambio benevolenza e protezione dai signori delle cosche. Ci auguriamo che Lo Bello resti a lungo presidente degli industriali siciliani, che non defletta mai dalla linea di rigore civile che si è dato e che ha preteso dalla sua associazione. Ci auguriamo che non resti solo e che il nuovo ritornello sui “professionisti dell’antipizzo”
venga raccolto per ciò che é: un atto di viltà, parole di miseria da dimenticare subito.

L’UNITA’

Cronaca da Bengodi, profondo nord. Prima con riassunto delle puntate precedenti inesistenti.

A Bengodi  provincia di Longombardìa  le cose succedono al contrario e per fortuna Bengodi non ci sta mica sulle cartine geografiche quelle che sono vere per davvero.  Ma per raccontare Bengodi bisogna risalire all’anno 2008 dopo Tristo e risalire agli archivi del mese del pesce d’aprile. Perché Bengodi si è trasformata dopo le “elezione” (come dicono i famosi mafiosi di Bengodi i Lo Pippolo nei loro pizzini quattro stagioni). E allora ecco una cronaca di quel tempo recuperata archeologicamente da un’antica stele del Monte Citorio nella piana del lago Colluso.
Oggi a Bengodi si respira l’aria leggera della festa elettorale perché qui ogni lustro si dà un po’ di sale a quel toc toc di cantieri e carpentieri con una bella giostra di elezioni, delazioni, deduzioni e detrazioni:  e il paese diventa bello come quelle brutte vecchie tirate a lucido con il rossetto a pennarello che sbava sui baffi maltagliati e il borotalco sulle ascelle che sbuffa. Tempi d’oro,  con quel “sabato del villaggio” tutto bengodiano che ti fa’ i barborini nella pancia prima di pagare le mila lire all’ingresso della balera. Alla giostra delle elezioni questo lustro hanno vinto i longombardi, ma mica solo loro, perché ha vinto anche l’ex sindaco Svitantenne, che è uno che a Bengodi lo conoscono tutti e gli vogliono un bene dell’anima, anche perché dicono che se gli salta il birlo di riprendersi le sue antenne poi alla fine magari tocca passare la sera ad ascoltare in cucina le donne invece che le radiopartite carosellate; e Spaccapinoli, il capo branco dei longombardi, dice che un uomo che parla in cucina con la sua donna è finocchio come un guerriero che si sistema il pizzo con l’ascia. Adesso che Svitantenne e Spaccapinoli sono arrivati primi pari merito all’elezione si mettono d’accordo e cambiano tutto. Basta solo riuscire trovare un linguaggio comune, dicono all’osteria, tra le radiofrequenze inintercettabili dell’uno e i graffiti sulle grotte dell’altro, poi finalmente Bengodi diventerà un città moderna, barbara e al passo con i tempi: si comincerà con il “federalismo rionale” tracciando con urina del bove sacro della Val Camonica tutti gli spazi di quello che è mio e quello che è tuo, dai marciapiedi della piazza del paese agli spazzolini nel bicchiere inchiodato dentro il cesso, così finalmente si risolverà l’annoso e drammatico problema del pallone nel cortile del vicino; si darà finalmente il via alle liberalizzazioni di tutto ciò che ognuno nel proprio encefalo federale è libero di ritenere liberale, così Spaccapinoli e i suoi longombardi potranno andare in chiesa con l’elmo di corno e Svitantenne potrà decidere quanto è alto alla faccia dei metri faziosi; Bengodi si trasformerà edilmente per la gioia di spatole e cazzuole con il nuovo concetto di villaggio moderno dei due sindaci pari meriti e per ogni bengodi di fianco ce ne attaccheranno un’altra in stile dependance, una bengodina 2 con la sua piazza, la statua di Svitantenne equestre e la chiesa con un grande foyer per socializzare, e strade ragnaticolate alla bengodina 3 e alla 4, “sarà una Bengodi di tante piccole Bengodi come un velo di neuroni sparsi al suolo!” ha detto trionfante Svitantenne in comizio mentre Spaccapinoli annuiva con una x sulla grotta; l’Alibengodi si continuerà a giocarsela a figurine e ultimo ma non ultimo finalmente si ritornerà alle tradizioni, quelle buone come la torta della nonna, e il grammelot ritornerà lingua di stato, le messe si canteranno in latino con un paio di polke in sanscrito e per legge si dovrà mettere l’aceto nella cassoeula, “e i giudici saranno giudicati come si evince dal loro nome stesso proprio” dice trionfante Svitantenne, e Spaccapinoli al solito un’altra x sulla grotta.
Poi ci sono i secondi e poi tutti gli altri invece terzi a pari merito cioè squalificati per mancanza di scalette sul podio. I secondi sono i Ditocratici di Luisito Moderato, l’aspirante attore del paese. Moderato ha fatto tutta la festa dell’elezione a recitare il suo ultimo monologo  “il lupo morde la pecora e perde il pelo ma non lo fa’ apposta”, un pezzo su quel meraviglioso dono che è la vita. Un successo. Però ha perso e l’ha presa bene, perché dice che la gavetta bisogna farla ed è un dono e che comunque continuerà ad esercitarsi da sindaco con il suo monopoli da salotto. E Svitacartelli, che è un liberale, gli ha regalato la carta di “via Larga” e i ventimila anche senza passare dal via. Tempi d’oro giù a Bengodi.
A Bengodi  provincia di Longombardìa  le cose succedono al contrario e per fortuna Bengodi non ci sta mica sulle cartine geografiche quelle che sono vere per davvero.
Questo vi dovevamo per la rubrica che inizia ad ogni venerdì che Frate Indovino comandi.

Intimidiscimi. Bara anche tu.

da www.orsatti.info

Questa è stata una strana estate. Di minacce, tentativi di intimidazione, anche attentati. A Pino Maniaci di TeleJato e anche a Giulio Cavalli per il suo spettacolo che “sfotte” la mafia. Non sono stati i primi  a subire questo “trattamento”e purtroppo non saranno gli ultimi. Come non saranno gli ultimi ad essere attaccati solo per  il “raggiungimento” (è un eufemismo, sarebbe più corretto dire “precipitati in”) di un tipo di visibilità alla quale, conoscendoli, avrebbero volentieri rinunciato.
E’ stata anche un’estate, infatti, in cui alcuni personaggi, dai propri salotti politici e editoriali, hanno deciso di attaccare e cercare di isolare queste persone e gruppi attraverso “voci”, “sospetti” e a volte vere e proprie “calunnie” nei confronti sia  di Pino, sia di Giulio che di tutti quelli che, direttamente e indirettamente, hanno messo la propria faccia per ribadire il bisogno di legalità e trasparenza che ha la nostra società. Non è una novità. E c’è chi ringrazia questi detrattori da salotto. Qualche giorno fa parecchi di noi, de Lo Strillone e della campagna Siamo Tutti Pino Maniaci, ci siamo trovati ad Alcamo per lo spettacolo di Giulio. Il giorno dopo a cena, con l’aiuto di qualche bottiglia di vino, abbiamo deciso di sfottere (in linea con lo sfottò utilizzato da Giulio per il suo spettacolo) anche queste brave persone che con il loro gioco incosciente rischiano di mettere a repentaglio lavoro e perfino vita di chi la faccia per lottare per la legalità ce la mette.
E quindi ecco qua, un pioccolo film realizzato in una sola notte a Palermo. Con Giulio Cavalli (attore), Maura Pazzi (fotografa), Francesca Scaglione (Fascio&Martello), Carmelo Di Gesaro (Fascio&Martello), Fabrizio Ferrandelli (consigliere comunale a Palermo) e Pietro Orsatti (regista). E, chiaramente, la partecipazione di Pino Maniaci (solo in voce…).
Buona visione

Pietro Orsatti

Cook the book

Giocare sul filo dell’intuizione che dondola tra il sacro e il blasfemo è la catarsi psicoterapeutica degli affanni comunicativi. In parole povere (quelle bertoldine per intendersi) si rimane tra la cagata metafisica e lo sfioro del cielo con un dito. Marco in questo è geniale. Ma non gli va detto. Decelebrare gli ultimi miti è la panna montata sopra gli eccessi a fine serata.