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Nicola Cosentino non si trattiene. Nemmeno in carcere.

silvio Berlusconi e Nicola Cosentino
silvio Berlusconi e Nicola Cosentino

Ci sono persone che ce l’hanno di natura, il compromesso illecito a tutti i costi, come soluzione sempreverde, come un gene inscindibile dal proprio dna. Nicola Cosentino in carcere non riesce a trattenersi e coinvolge un agente di polizia penitenziaria in un meccanismo di favori che vede coinvolti anche la moglie Marisoa Esposito e il cognato Giuseppe Esposito. Dice la Procura di Napoli che

“alcuni agenti della polizia penitenziaria, illecitamente remunerati attraverso somme di denaro o assunzioni di propri parenti, facevano arrivare a Cosentino messaggi dei suoi familiari o comunque provenienti dall’esterno, gli recapitavano beni e utilità varie, contravvenendo a quanto imposto dalla normativa carceraria e consentivano all’ex politico di muoversi liberamente nell’istituto penitenziario durante la notte”

Nik O’Mericano ce l’ha nel sangue. Mannaggiaattè.

A proposito di fiducia e regole infrante (l’art. 72, 4° comma, della Costituzione e gli articoli 49 e 116 del Regolamento della Camera)

Mi scrive l’amico Giuseppe Mendicino, sempre puntuale:

riguardo quanto sta avvenendo oggi in Parlamento, a parte tutte le considerazioni di carattere politico ed etico, stanno violando l’art. 72,  4° comma, della Costituzione e gli articoli 49 e 116 del Regolamento della Camera.

L’art. 72 della Costituzione prevede che le leggi elettorali si approvino “con procedura normale”, non con voti di fiducia.

L’art. 49, 1° comma, del Regolamento della Camera sancisce che “la questione di fiducia non può essere posta su […] tutti quegli argomenti per i quali il Regolamento prescrive il voto per alzata di mano o il voto segreto” e l’art. 116, 4° comma, del Regolamento della Camera stabilisce che “sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni riguardanti […] leggi ordinarie relative agli organi costituzionali dello Stato (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo, Corte costituzionale) e agli organi delle regioni, nonché sulle leggi elettorali”.
Qualcuno dovrebbe farlo notare alla Presidente della Camera e al Presidente della Repubblica, e a tutti i Parlamentari.

La servitù la chiamano “fiducia”

Provo a quest’ora tarda a mettere in fila i pensieri della giornata, ritrovandomi mio malgrado in assoluta minoranza lontano sia dai renziani che dagli antirenziani: Matteo Renzi (meglio sarebbe scrivere il suo Governo ma in realtà ci ha sempre posto la sua “squadra” come una fastidiosa dermatite di passaggio) ha posto la fiducia sulla riforma elettorale. Va bene. Ed è un brutto modo, certo. E non capisco perché quattro servetti catapultati come nuova classe dirigente debbano decidere se io possa o no discutere il metodo. Lo discuto eccome. E ho il diritto di esserne nauseato, nonostante i rimbrotti patetici degli arRenzipopoli. Però, per avere una visuale abbastanza larga, è anche vero che Renzi pone la fiducia perché sa bene che il proprio posto in Parlamento conta più degli ideali. Certo non per tutti, per carità, ma sicuramente per la maggioranza. E quindi Renzi non sta facendo altro che utilizzare miserabilmente la miserabile dignità di un Parlamento che in gran parte vive il proprio posto in Parlamento come ricatto più estremo. Mica una legge schifosa: il loro culo al caldo.

Scusate le volgarità. Non ho trovato sinonimi.

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Mafia Capitale: confiscati i beni al “povero” Diotallevi

3447786819Quote societarie, immobili a Roma e Olbia, un hotel a Fiuggi, conti correnti ed opere d’arte, per un ammontare di 25-30 milioni di euro, riconducibili a Ernesto Diotallevi, ritenuto dalla procura di Roma il referente locale di Cosa Nostra sono stati confiscati dalla sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma.

La decisione è stata presa in accoglimento di una richiesta dei pm Paolo Ielo, Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini che, sotto la direzione del procuratore Giuseppe Pignatone, indaga sulla cosiddetta Mafia Capitale. Esclusi dalla confisca, con revoca del sequestro, si legge nel provvedimento di 110 pagine firmato dal collegio presieduto da Anna Criscuolo, il 50 percento della società «Lampedusa srl», alcuni quadri, una vettura, il 49% del patrimonio aziendale della «Gamma Re srl» e una decina di conti correnti con importi intorno ai 1.000 euro. Il tribunale ha anche rigettato i ricorsi di Banca Carim, Banca Sella e Banca Tercas, in relazione a contratti di mutuo e di apertura di credito, garantiti da ipoteca sugli immobili, stipulati in favore dei fratelli Diotallevi e di Carolina Lucarini, moglie di Ernesto, ritenendo che questi siano stati concessi in malafede.

La sentenza emessa dal tribunale di Roma, impugnabile da Diotallevi in corte di appello, apre la strada ad analoghe iniziative già sollecitate dalla procura per altri indagati nell’inchiesta su Mafia Capitale. Tra questi Massimo Carminati, accusato di essere il «dominus» dell’associazione per delinquere di stampo mafioso

La ‘ndrangheta investe in Austria

villa-lucia-baden-675La ‘ndrangheta investe in Austria e precisamente nel comprensorio di Baden dove Claudio Lucia si è visto sequestrare una villa lussuosa di oltre 300 metri quadrati, con annessa ulteriore dependance di circa 200 metri quadrati più un immenso giardino. Il valore della villa è di due milioni e mezzo di euro tra acquisto e ristrutturazione: tutto pagato rigorosamente in contanti senza il rilascio di alcuna documentazione fiscale. Lucia è il referente economico della cosca Pesce per conto della quale, secondo il procuratore capo di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho e il sostituto della Dda Stefano Musolino, investe a Milano e in Austria. Oggi in carcere per scontare una condanna di 17 anni e 10 mesi, Lucia aveva trascorso proprio in quella villa buona parte della sua latitanza prima di essere arrestato in Spagna nel 2011.

Ammonta a 21 milioni il valore del sequestro e della confisca dei beni strappati alla famiglia mafiosa di Rosarno. Oltre alla villa, il nucleo della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, guidato dal colonnello Domenico Napolitano, ha applicato i sigilli a quattro società, 25mila ettari di terreno coltivati a frutteti, rapporti finanziari e assicurativi, diversi fabbricati e altre due ville di lusso. Le fiamme gialle hanno anche notificato la misura della sorveglianza speciale ai vertici della cosca Pesce. Tra questi anche Lucia, considerato il tesoriere del clan, che aveva intestato il suo impero alla moglie romena Ana Camelia Culda tra cui una serie di conti corrente, la villa di Baden, una Porsche Cayenne Turbo ed un’altra villa, queste ultime intestate ad un altro cittadino romeno, Vasile Ilie.

“A dimostrazione delle enormi possibilità economiche e finanziarie del clan di ‘ndrangheta Pesce, – scrive la guardia di finanza – nonché a conferma del ruolo di ‘tesoriere della filiale lombarda’ di Lucia, è emerso, infatti, come quest’ultimo e la moglie rumena avessero la disponibilità, di carte di credito (tra cui la particolare American Express Centudion, conosciuta anche come ‘Carta nera’ o ‘Black’) solitamente rilasciata dall’American Express a clienti particolarmente facoltosi, considerati avere nella loro disponibilità di credito provviste rientranti nell’ordine di milioni di euro”.

Soldi sporchi di cui, dopo l’inchiesta All Inside contro la cosca Pesce, Claudio Lucia ha cercato di disfarsi assieme ai suoi beni per evitare che gli venisse sequestrata la villa. Oggi è stato possibile confiscarla grazie alla collaborazione tra la Direzione distrettuale di Reggio Calabria e la Procura di Wiener Neustadt. Non essendo riconosciuto nel comprensorio di Baden il reato di associazione mafiosa, l’autorità giudiziaria austriaca ha contestato l’accusa di riciclaggio alla moglie di Lucia e al rumeno che per “soli” 900mila euro a titolo di “compensazione” di un presunto debito era il titolare della villa confiscata.

Ora emerge di nuovo il tentativo della cosca Pesce di Rosarno di reinvestire i proventi del clan in attività lecite, “anche con proiezioni ultra-nazionali, – scrivono gli investigatori – avviando così un piccolo e silente processo di colonizzazione di territori esteri, ove la legislazione interna ancora non riconosce la figura giuridica dell’associazione per delinquere di stampo mafioso”.

(clic)

Quartum non datur

Ha ragione da vendere Pippo che dice di essere stato contattato da un’amica che gli ha riferito una frase appena detta da un giornalista televisivo:

Se cade il governo bisogna votare, mica si può avere il quarto presidente non eletto.

Già: quartum non datur. E fa niente se ne abbiamo avuti 3 di governi non eletti. Va bene così.

Ad Expo l’illegalità ha il suo varco di ingresso

Abbiamo buchi, in giro per l’Italia dove i lavoratori in nero trovano quotidianamente un accesso abituale. E nessuno che li copre, questi buchi. Come se servissero per “sfiatare” un esercito di sommersi da salvare. E anche all’Expo ovviamente non poteva mancare. Ne scrive il Corriere qui:

La presenza del cancello degli abusivi è nota sin dall’arrivo dei lavoratori nella stazione ferroviaria. All’altezza degli ultimi binari, attraversando uno scalo già inaugurato ma che ancora necessita di interventi, si sbuca in superficie e ci si immette sulle strade che portano all’esposizione. I muri sono affollati di scritte contro l’Expo, i pali di bigliettini per affittare appartamenti nei dintorni. Incontriamo un ragazzo italiano, alto, con barbetta, e un altro ragazzo tunisino, magro. Il primo è più disponibile, il secondo ci mostra il tragitto per raggiungere il varco e una volta lì si raccomanda: «Fatti i c… tuoi, che qui lavoriamo in tanti». L’italiano racconta: «Ogni tanto mi chiama un amico. Io aggiusto i bagni, m’intendo anche di impianti elettrici. Se c’è bisogno, mi faccio trovare pronto. Pagano subito. E cosa faccio, butto via i soldi?». Non bastassero le testimonianze, le fotografie e i video, ci sarebbero alcune considerazioni da fare, dopo la premessa che tutti i lavoratori di Expo devono essere registrati e «monitorati» nei loro spostamenti. Difficile che gli abusivi entrino dal cancello per accorciare il cammino verso i cantieri: a duecento metri, come detto, c’è uno degli accessi regolari che all’alba – così era ieri – non hanno fastidiose code. Difficile che il varco non porti dentro l’Expo: altrimenti, se la zona è «neutra», quando si sono posizionate, le guardie non avrebbero allontanato tutti gli altri operai che tentavano l’«assalto». Difficile che gli abusivi si servano del cancello per prendersi un pausa caffè. Dal varco non abbiamo visto uscite ma esclusivamente entrate. E poi il bar è lontano, quantomeno a chiedere agli operai che ci conducono al «bar Expo 2015», gestito da cinesi.
Sulla vetrina c’è scritto che la domenica è chiuso: questa domenica è aperto, fuori si raggruppano lavoratori. Fumano, leggono la Gazzetta . Sembrano scene di una Milano antica, quella dei quartieri della Bovisa e della Bicocca, gli operai scaricati dai tram e dai treni, il ritrovo fuori dai bar per un goccino d’ordinanza, infine l’incolonnamento verso le fabbriche.

Persone dal cuore enorme

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Eva Mozes Kor e Oskar Groening

Questa mattina mi è capitato di leggere l’articolo scritto da Eva Mozes Kor. Eva è una donna nata 81 anni fa in Romania e sopravvissuta all’Olocausto durante il quale fu sottoposta ad esperimenti di eugenetica. Perse per mano dei nazisti entrambi i genitori e due sorelle maggiori. Eva Mozes Kor, durante il processo ad Amburgo, in Germania, contro Oskar Groening, un uomo di 93 anni che lavorava al campo di concentramento di Auschwitz, ha deciso di stringergli la mano. Groening è accusato di avere contribuito all’uccisione di almeno 300.000 persone.

Eva ha dichiarato

“Tutto ciò di cui è accusato, secondo me lo ha compiuto. Personalmente ho perdonato i nazisti e tutti quelli che mi hanno fatto del male, ma ho detto a Groening che il mio perdono non mi impedisce di accusarlo né di considerarlo responsabile per le sue azioni. E ho anche detto pubblicamente che Groening era solo un piccolo ingranaggio in una grande macchina assassina, ma che le macchine non possono funzionare senza i piccoli ingranaggi. Ma ovviamente Groening è anche un essere umano. La sua reazione è stata coerente con ciò che mi aspetto dalle interazioni fra coloro che hanno subito quelle violenze ed ex aguzzini che avvengono in un clima di umanità”.

Persone dal cuore così grande che rispondono all’odio con l’umanità; che hanno la sicurezza di mostrare il cuore nudo e invitarci tutti dentro senza né pretese né nascondimenti; persone con così tanta anima da non entrare dalle misere porte delle piccole sfide di piccolo odio e che, per fortuna, ci lasciano sperare che ci sia davvero una forma d’intelligenza anche qui, su questo pianeta.

Siamo ancora pieni di cose a cui resistere

“Il fascismo, il regime fascista, non è stato altro, in conclusione, che un gruppo di criminali al potere. E questo gruppo di criminali al potere non ha potuto, in realtà, fare niente. Non è riuscito a incidere, nemmeno a scalfire lontanamente, la realtà dell’Italia – realtà che il fascismo ha dominato tirannicamente ma che non è riuscito a scalfire. Ora invece succede il contrario: il regime è un regime democratico eccetera eccetera, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi, invece riesce a ottenere perfettamente; distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini che l’Italia ha prodotto in modo storicamente molto differenziato. E allora questa acculturazione sta distruggendo in realtà l’Italia, e io posso dire senz’altro che il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi. E questa cosa è accaduta tanto rapidamente che forse non ce ne siamo resi conto: è avvenuto tutto in questi ultimi cinque, sei, sette, dieci anni; è stato una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire. E adesso, guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.”

(Pier Paolo Pasolini, 1974)

Resistenza