Perché non rimangano solo i buchi
In tempi di fascismo strisciante e razzismo edulcorato il 25 aprile non è solo memoria, è un comandamento.

In tempi di fascismo strisciante e razzismo edulcorato il 25 aprile non è solo memoria, è un comandamento.

Solo 39 deputati presenti mentre Gentiloni riferisce alla Camera sull’uccisione del ccoperante Giovanni Lo Porto. Nemmeno il funerale di uno stronzo riesce a fare numeri così bassi ma qui c’è una differenza: questi sono pagati per informarsi ed informarci e invece il venerdì vince sempre. Anche su un corpo morto.
Ad ascoltare l’informativa urgente del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni nell’Aula della Camera sulla morte di Giovanni Lo Porto, il cooperante italiano ucciso dai droni americani tra Pakistan e Afghanistan, ci sono meno di quaranta deputati: poco più del dieci per cento dell’Assemblea di Montecitorio. Eppure, quell’informativa, resa a meno di 24 ore dall’arrivo dalla tragica notizia resa nota dalla Casa Bianca, era stata reclamata da tutti i gruppi parlamentari alla Camera, costringendo la Farnesina a fare salti mortali per organizzare la comunicazione al Parlamento.
E invece stamani in Aula, oltre alla presidente Laura Boldrini, al ministro Gentiloni ed al sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova (vedere foto), erano meno di quaranta deputati, mentre affollate erano le tribune del pubblico, piene di studenti in visita ma anche di cittadini. Mentre parlava Gentiloni, per la precisione, i deputati erano 39: 16 del Pd, 3 di Pi, 7 rispettivamente di Fi e M5S, gli altri di Ncd e Sel. Troppo pochi perfino per abbozzare il classico applauso unanime che solitamente si leva dall’Aula al termine di un minuto di silenzio osservato dall’Assemblea in omaggio di una vittima.
“Colpa del venerdì. Non si vota e sono andati tutti via…”, dice un esponente del Pd guardando desolato la scena ad un collega che gli siede accanto. Il quale a sua volta scrolla le spalle
(fonte)
Detto ciò, volendo vedere i lati positivi, queste ultime settimane sono state una specie di viaggio allucinato fra video di Kpop, complessi di edifici deserti e computer settati in arabo, in totale alternanza fra disorientamento ed esaltazione. E datteri, un sacco di datteri.
Com’è lavorare per Expo, detto da una che ci lavora: Marta Bertoni qui Per VICE.
Fatevi un’idea.
Ci abbiamo pensato a lungo: ho molti colleghi che da tempo cercano di convincermi che la copertina di un settimanale ne determina in gran parte le vendite; tra l’altro si esce di venerdì ed è quasi il 25 aprile e quanta gente ha voglia di condannarsi a riflettere nel fine settimana? Molti. Io credo molti. Io spero molti. Per questo con un Mediterraneo insanguinato com’è in questi giorni abbiamo deciso di dare la copertina secondo le priorità di umanità e abbiamo deciso di prendere una posizione, stare fortemente da una parte, essere partigiani insomma. Con una copertina così (da venerdì, Left, in edicola):
“Ho capito il dolore che causavo ai familiari delle mie vittime quando dopo aver ucciso un rivale, al ritrovamento dopo un mese del cadavere la madre della persona uccisa ha avuto un malore ed è morta pure lei. Da allora ho avuto una crisi di coscienza e ho rotto con la ‘ndrangheta decidendo di collaborare con la giustizia”. Questa la spiegazione data oggi pomeriggio al Tribunale di Vibo Valentia dal pentito crotonese Francesco Oliverio, 43 anni, già a capo del clan di Belvedere Spinello, ascoltato in videoconferenza da una località protetta nell’ambito del processo “Libra” contro il clan Tripodi di Vibo Marina. Alleanze fra i clan vibonesi e crotonesi, affari della ‘ndrangheta in Lombardia con l’intenzione di intromettersi nei lavori dell’Expo ed anche nei subappalti dei lavori del dopo-terremoto a L’Aquila sono stati i temi sui quali il pentito Oliverio ha riferito al Tribunale, non mancando di sottolineare i legami che a suo dire avrebbe avuto il clan Tripodi con settori deviati della massoneria e con politici di fuori regione. Il clan Tripodi, secondo il pentito, avrebbe inoltre gestito tramite prestanomi del vibonese anche emittenti radiofoniche, non mancando di inserirsi in diversi appalti pubblici del Nord attraverso proprie ditte attive nel movimento terra e nel settore edilizio.
(clic)
Il #crowdfunding per produrre il nostro prossimo spettacolo (e il suo libro) sta continuando a tamburo battente. Abbiamo deciso di riportare in luce il processo Dell’Utri perché (l’avevamo già imparato con Andreotti) ci sono processi e sentenze che qualcuno vorrebbe seppellire il più velocemente possibile e invece un muscolo della memoria ben allenato è un ottimo vaccino. Sempre.
Coprodurre con noi significa preacquistare il biglietto dello spettacolo (e ili libro) con quote di partecipazione diverse (in base alle vostre possibilità e soprattutto alla vostra volontà). Sono convinto che uno spettacolo già nato “libero” non possa che fare bene.
Qui trovate la pagina per partecipare all’iniziative e qui sotto una piccola spiegazione video. Io vorrei farlo con voi. Ci conto.
Insomma: alla fine è uscita una notizia mezza falsa secondo cui i giovani non avrebbero voglia di lavorare (all’Expo). Aldo Grasso è stato prontissimo a farne uno dei suoi editoriali. Siccome la notizia falsa è un venticello oggi vale la pena leggere Ester qui e la risposta di Alessandro Gilioli a Grasso.
Perché è un esercizio salutare verificare le notizie.
Anche la società Expo 2015 spa è indagata nell’inchiesta della Procura di Milano in cui il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, è accusato fra le altre cose di induzione indebita per presunte pressioni in relazione a contratti affidati a due sue ex collaboratrici. Expo è indagata in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti. L’articolo 5 della legge 231 del 2001 stabilisce che “l’ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio” da persone “che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente”. Sotto inchiesta, come è già emerso, è finito, il direttore generale di Expo, Christian Malangone.
Nell’inchiesta, coordinata dal pm milanese Eugenio Fusco e condotta dai carabinieri del Noe, Maroni è accusato di induzione indebita, assieme a Malangone e ad altre persone, in relazione a un contratto di collaborazione con Expo ottenuto in passato da Maria Grazia Paturzo, ex collaboratrice di Maroni al ministero dell’Interno. Maroni è difeso dall’avvocato Domenico Aiello, che lo stesso governatore ha fatto nominare nel consiglio di amministrazione di Expo.
Gli inquirenti hanno effettuato verifiche anche su presunte pressioni relative a un viaggio a Tokyo nell’ambito del ‘World Expo Tour’, tra fine maggio e i primi giorni dello scorso giugno. In quell’occasione la società Expo fece presente che non poteva pagare le spese del viaggio anche a Paturzo. Maroni decise all’ultimo momento di cambiare programma e di recarsi per un altro appuntamento istituzionale a Berna: al suo posto la Regione Lombardia venne rappresentata da una delegazione guidata da Mario Mantovani.
L’altra tranche dell’inchiesta riguarda un contratto di collaborazione con la società Eupolis che Maroni, attraverso il capo della sua segreteria Giacomo Ciriello (anche lui indagato), avrebbe fatto ottenere a un’altra sua ex collaboratrice: Mara Carluccio.
Udomsak Wattanaworachaiwathin, 66enne libraio di Bangkok, è stato condannato a 2 anni di detenzione per aver venduto, 9 anni fa, libri che, secondo l’accusa, diffamavano la monarchia thailandese. Il suo avvocato ha chiesto il rilascio su cauzione.
Il libraio è stato inizialmente arrestato a maggio 2006, durante una protesta in un parco di Bangkok, per la vendita di due libri che (presumibilmente) diffamavano il Re Bhumibol Adulyadej; dopo essere stato assolto in primo grado, è stato condannato con la seguente motivazione (riportata dal sito chiangraitimes.com, ndr):”Il comportamento del convenuto ha dimostrato che sapeva che i libri contenevano particolari ingiuriosi nei confronti della monarchia”.
La monarchia thailandese ha una delle leggi di lesa maestà più severe al mondo: chiunque venga condannato per oltraggio al re, alla regina, agli eredi o al reggente al trono rischia fino a 15 anni di carcere per ogni singolo episodio ritenuto illecito.
Recentemente, un tribunale militare, ha condannato a 25 anni di reclusione un uomo di 58 anni per una serie di post su Facebook in cui avrebbe diffamato la monarchia.
(fonte)
Il monologo a quattro mani con le parole di Arnaldo Cestaro sulla Diaz e diritti umani. Lo trovate qui.