A Gaza la tregua ha la forma di un lager circondato da blocchi di cemento alti tre metri, come confermato dall’esercito israeliano. L’Onu ha avuto il pudore di dire che questa “pace” non regge, mentre la politica occidentale e i quotidiani italiani continuano a sventolarla come un successo diplomatico. Ma in questo recinto si continua a morire: nelle ultime 24 ore, secondo il ministero della Sanità di Gaza, sono stati uccisi altri 45 palestinesi, tra cui il giornalista Ahmad Asaad Abu Mutair, colpito mentre faceva il suo lavoro. A Gaza l’umanità è talmente capovolta che si muore anche in tempo di pace. I valichi che la propaganda annuncia “riaperti” rimangono un imbuto controllato dagli stessi militari che decidono chi può respirare. Nove Paesi europei hanno chiesto che davvero si apra un passaggio sicuro, ma Netanyahu festeggia con Trump e Kushner, mentre Meloni applaude felice a un modello di pace che incatena perfino i medici. Medici Senza Frontiere chiede il rilascio immediato del chirurgo Khaled Obeid, detenuto da Israele. In questo tempo sospeso, perfino chi dovrebbe curare è ostaggio di una tregua bavosa, costruita per compiacere i vincitori del racconto. Intanto una supporter statunitense, avvolta nei colori di Trump, si gode i popcorn aspettando le bombe su Gaza come fosse una serie tv. E Paolo Mieli ripete ossessivo che lo slogan «dal fiume al mare» siaun inno alla distruzione: peccato che la stessa piattaforma del Likud rivendichi che solo gli ebrei hanno diritto all’autodeterminazione “tra il fiume e il mare”. La verità è che qui si gioca a rovesciare le parole per salvare i colpevoli. Non c’è niente di più pericoloso di una guerra che chiamano pace. Per questo dobbiamo tenere gli occhi su Gaza.
La pressione fiscale in Italia è salita. Nel 2023 era al 41,2%. Nel 2024 è arrivata al 42,5%, certifica l’Istat. Nel 2025 toccherà il 42,8%, prevede la Banca d’Italia nelle audizioni sulla Nadef. Non sono opinioni, né propaganda dell’opposizione: sono i numeri dei documenti pubblici firmati proprio dal governo che dice di “tagliare le tasse”.
La sinistra delle tasse, il centrodestra della memoria corta
Il 9 ottobre 2024 Giorgia Meloni ha spiegato che «noi le tasse le abbassiamo, quelle le alzava la sinistra». Salvini ripete che la sinistra «sogna patrimoniali» e Fratelli d’Italia archivia come “stangata rossa” ogni proposta di progressività fiscale. È la liturgia del centrodestra: agitare il feticcio della sinistra tassatrice come un monito morale. Nel frattempo i numeri crescono sotto il loro governo, ma evidentemente la pressione fiscale non fa parte della realtà: è tradimento dello spirito nazionale solo quando cala sulle statistiche dell’opposizione.
Per mesi la maggioranza ha equiparato ogni proposta su rendite finanziarie, grandi successioni o patrimonio immobiliare a un colpo di stato fiscale. La tassa sugli extraprofitti bancari? «Vogliono punire il risparmio degli italiani», ha accusato FdI prima di presentare una versione più leggera dello stesso meccanismo. Ogni riferimento alla progressività dell’imposizione è stato spinto nel secchio delle ideologie. E mentre l’opposizione veniva raccontata come ossessionata dal colpire il ceto medio, lo stesso governo lasciava scadere il taglio sulle accise dei carburanti, incassando di più in silenzio.
Gli sconti annunciati, i conti presentati
Il governo rivendica il taglio del cuneo, la revisione dell’Irpef, il futuro abbassamento dell’aliquota dal 35% al 33%. Ma gli sconti selettivi non cancellano l’aritmetica. L’Istat spiega che nel 2024 le entrate fiscali e contributive sono cresciute del 5,8%, mentre il Pil nominale è salito del 2,7%. L’inflazione ha spinto l’IVA, il “fiscal drag” ha trascinato redditi verso scaglioni più elevati e la fine dello sconto Draghi sulle accise ha garantito un incasso maggiore. Nessuno ha ufficialmente “alzato le tasse”, è bastato smettere di abbassarle e lasciarle lavorare in silenzio.
Nel 2025, secondo i documenti programmatici dello stesso governo, la pressione fiscale salirà ancora. Nel frattempo gli spot istituzionali parlano di “più soldi in busta paga”, ma nessuno spot racconta che l’Istat ha già certificato un carico più pesante sull’intero sistema. Davanti alle tabelle, lo slogan “meno tasse per tutti” vale quanto un cartellone elettorale dopo lo scrutinio.
Per capire la scala basta la cronologia ufficiale: il 2021 si chiude attorno al 43,4 per cento, il 2022 scende al 41,7, il 2023 al 41,2, il 2024 risale al 42,5; per il 2025 il quadro programmatico indica 42,8. Nel mezzo, scaglioni Irpef non indicizzati, gettito IVA spinto dai prezzi, Ires sostenuta da utili robusti sul 2023, contributi legati a occupazione e salari in crescita. È l’effetto combinato che rovescia lo slogan nel suo contrario: meno tasse annunciate, più pressione registrata.
I numeri restano. Gli slogan scadono.
Ogni proposta dell’opposizione su extraprofitti, rendite o grandi patrimoni viene bollata come “tassa ideologica”. Nel frattempo lo stesso governo valuta strette su affitti brevi, detrazioni e altri segmenti fiscali senza mai tradurle nel linguaggio dell’ideologia, ma in quello dell’“equità”. Anche qui la logica è semplice: le tasse sono di sinistra solo quando non sono le tue.
Poi arrivano i dati dell’Istat. E quei numeri sono una sentenza: con questa maggioranza, la pressione fiscale è aumentata. Nessuna patrimoniale rossa, nessun governo socialcomunista. Solo il realismo di una propaganda che parla di sforbiciate mentre la forbice incassa. Il resto è rumore. I numeri no.
Da giorni i giornalisti del Sole 24 Ore sono in sciopero perché la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha preteso l’ennesima intervista cucita su misura da una collaboratrice esterna (Maria Latella), scavalcando la redazione. Lo denunciano nel comunicato sindacale: siamo arrivati al punto in cui «gli intervistati si scelgono gli intervistatori» e le redazioni vengono umiliate.
È l’immagine plastica di un potere che non sopporta domande, solo inchini. Meloni ha costruito la sua narrazione rifiutando i confronti ostili, vantandosene perfino davanti ai leader mondiali. Intanto chi prova a raccontare ciò che disturba viene intimidito, travolto da querele temerarie o costretto a difendersi in tribunale. E se non basta, come nel caso di Sigfrido Ranucci, si passa alle minacce, alle campagne d’odio, perfino alle bombe recapitate come avvertimenti.
Nel frattempo una larga fetta di giornalismo si adegua: c’è chi fa da megafono, chi da cerimoniere, chi da cameriere. C’è un giornalismo che appare nei video istituzionali come fondale, mentre la premier si auto-intervista tra applausi preconfezionati. La propaganda chiama queste cose “dialogo con gli italiani”. È solo monologo col potere.
Mentre i cronisti che resistono vengono lasciati soli, lo Stato che dovrebbe proteggerli applaude la premier che aggira le redazioni. E così il giornalismo italiano è messo davanti a un bivio: essere vassallo o essere bersaglio.
In questo clima, chi sceglie di restare libero deve sapere che non gli verrà perdonato. Ma è l’unico modo per non smettere di essere giornalisti.
Buon lunedì.
Solidarietà della redazione di Left ai colleghi del Sole24 ore
Questa la chiamate pace? Oggi Rafah è stata colpita dai raid israeliani in risposta a un attacco contro soldati dell’Idf. In serata il ministero della Sanità di Gaza ha contato almeno 33 morti, poi 44, forse 45 secondo le ultime stime. Ogni volta la tregua viene dichiarata morta a colpi di bombe e poi resurrezione annunciata come fosse un atto di volontà divina.
Questa la chiamate pace? Israele ordina la chiusura dei valichi e lo stop agli aiuti umanitari. Poi, dopo le telefonate degli Stati Uniti, riapre e annuncia che «il cessate il fuoco riprende». È una pace che si interrompe e si accende a piacimento, come un interruttore nelle mani di chi decide chi può vivere e chi deve morire.
Questa la chiamate pace? Dal 10 ottobre, quando la finta tregua è stata firmata e celebrata come vittoria diplomatica, ci sono stati oltre 200 morti e centinaia di feriti. Ogni giorno una decina, venti, trenta corpi. Bambini, donne, uomini. Ogni giorno il genocidio riprende fiato e poi finge di fermarsi per ingannare gli allocchi che già si sentivano pronti a parlare di “fase post-conflitto”.
Questa la chiamate pace? Si parla di Gaza come se il sangue potesse essere marketing, come se la morte potesse farsi brand. Nel frattempo i giornali del mondo iniziano a togliere Gaza dalle prime pagine, come se l’orrore potesse essere archiviato per stanchezza.
La restituzione degli ostaggi è stata l’amo per gli allocchi. Hanno abboccato in fretta, convinti che il genocidio fosse stato sospeso. Ma a Gaza la guerra e il genocidio sono tornati. O forse non se ne sono mai andati.
La notte del 16 ottobre, a Campo Ascolano, l’auto di Sigfrido Ranucci è saltata in aria. L’ordigno artigianale ha distrutto due vetture, lesionato la facciata di un’abitazione, mandato in frantumi i vetri di una strada intera. Sua figlia era passata pochi minuti prima. L’esplosione è ora nelle mani della Direzione distrettuale antimafia di Roma, che indaga per “danneggiamento aggravato dal metodo mafioso”.
Questa notte un ordigno è stato piazzato sotto l’auto del giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. L’auto è saltata in aria, danneggiando anche l’altra auto di famiglia e la casa accanto. Sul posto carabinieri, Digos, vigili del fuoco e scientifica. La Procura di… pic.twitter.com/KmDycbpgq1
Nel giro di un’ora, l’intero arco istituzionale ha reagito come da copione. «Condanna ferma», «solidarietà piena», «attacco alla democrazia». Le dichiarazioni sono arrivate in ordine di gerarchia: il Quirinale, poi Palazzo Chigi, quindi Matteo Salvini, Antonio Tajani, Ignazio La Russa, Guido Crosetto. Tutti a difendere la libertà di stampa. Ma la domanda vera è un’altra. Cosa c’era prima della bomba?
Quando Ranucci era accusato di «giornalismo spazzatura»
Tutto è iniziato nel 2019. Giorgia Meloni era ancora all’opposizione quando Report mandò in onda “La fabbrica social della paura”, l’inchiesta sui follower falsi e la propaganda algoritmica dei partiti sovranisti. La reazione fu immediata: conferenza stampa alla Camera, accuse di «falsità», «teorie surreali», «giornalismo spazzatura». La leader di Fratelli d’Italia si disse «vergognata del servizio pubblico» e invitò i vertici Rai a intervenire. Quel giorno stabilì il linguaggio che poi ha accompagnato la sua ascesa al potere: non smentire i fatti, ma distruggere la credibilità di chi li racconta.
La Russa, Gasparri: quando l’ostilità diventa sistema
Da allora la macchina si è affinata. Nel 2021 e nel 2022, con ancora gli strascichi della pandemia, sono arrivate nuove accuse di “disinformazione” e “propaganda no vax”.
Sono stufo di queste accuse. Sono vaccinato come tutta la redazione di Report, ma come giornalista devo essere libero di raccontare delle criticità. Quali sarebbero i contenuti no vax? Credo che i parlamentari non abbiano visto il servizio. #Reporthttps://t.co/2Vs1inT9Zb
A dicembre dello stesso anno Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, è intervenuto contro una puntata sul vino: «Ranucci? Un nemico in casa». Poi, in una telefonata, ha precisato che lo diceva «tra virgolette». Ma il danno era fatto: la frase è entrata nel lessico politico come una licenza.
Il servizio sul padre di Meloni e il boss della camorra
A gennaio 2024 la maggioranza ha aperto formalmente il fronte istituzionale. Fratelli d’Italia ha depositato un’interrogazione in Vigilanza Rai contro due puntate di Report — una sui fratelli La Russa, una sui rapporti tra il padre di Meloni e un boss della camorra — parlando di «testimoni inattendibili» e di «attacco alla democrazia». Un precedente grave: per la prima volta un organo parlamentare veniva usato per chiedere conto di un contenuto editoriale. L’Usigrai ha parlato di «tentazione del bavaglio».
Pochi giorni dopo, il 29 gennaio, il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi ha insultato un inviato del programma: «Se muore in un incidente stradale sono contento». Il video è diventato virale, il linguaggio istituzionale è così precipitato nell’odio personale.
Ad aprile, dal palco di Pescara, Giorgia Meloni è tornata su Report dopo un servizio sull’accordo Italia-Albania e ha difeso il premier Edi Rama: «Linciato da Report». Il verbo è identico a quello che userà mesi dopo in un comizio elettorale contro la stampa «faziosa». L’accusa di linciaggio è diventata frame politico.
🔴 Oggi Giorgia Meloni visiterà i cantieri dei centri migranti albanesi con il presidente Rama Nell’inchiesta “La campagna d’Albania” andata in onda domenica scorsa, Giorgio Mottola era tornato nelle aeree interessate. pic.twitter.com/Yq5uAneUop
A maggio, al Festival dell’Economia di Trento, Meloni ha insinuato dubbi sull’imparzialità del conduttore: «Cosa avrebbero detto a me se fossi andata a cena con una candidata?». Il 5 giugno Fratelli d’Italia è passata dalle parole ai tribunali: querela formale contro Ranucci e l’inviato Giorgio Mottola per “La mafia a tre teste”, richiesta danni superiore a 50 mila euro.
Nel frattempo, Daniela Santanchè si presentava nei talk show parlando di «accanimento mediatico» e «campagne di fango». Giovanni Donzelli ha liquidato le inchieste su Visibilia come «buchi clamorosi». Nel gennaio 2025 il lessico si ripeteva ossessivo: fango, pattume, sciacalli.
Fazzolari ha querelato Report per 150 mila euro complessivi
A febbraio Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha querelato Report per 150 mila euro complessivi; a luglio lo ha imitato Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Meloni. La tattica della querela seriale: un logoramento per via giudiziaria che punta a consumare tempo e risorse.
Giovanbattista Fazzolari con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
In 10 anni, la lista delle offese è stata una cronologia della delegittimazione; 2019: «giornalismo spazzatura». 2023: «nemico in casa». 2024: «linciaggio». 2025: «pattume», «macchina del fango». Una grammatica della violenza verbale che ha sostituito il confronto con l’accusa. Ogni parola scava, sedimenta, cancella il ruolo di cronista e lo trasforma in bersaglio.
Secondo i dati interni raccolti da Report, Ranucci è stato colpito da 196 querele in 10 anni, per richieste di risarcimento complessive pari a 125 milioni di euro. Le querele sono state archiviate quasi sempre, ma servono a questo: generare paura, imporre silenzio, insegnare a chi guarda che “conviene non pestare i piedi”.
Nel 2025 la pressione è stata anche amministrativa. Sotto la direzione di Giampaolo Rossi, la Rai ha avviato un procedimento disciplinare contro Ranucci per un’intervista non autorizzata, ha tagliato quattro puntate introducendo un “controllore editoriale esterno”. È stato il passaggio dalla censura informale al controllo codificato. Contestualmente, Il Foglio ha pubblicato un articolo che parlava di “dispiacere” per la sua sopravvivenza a uno tsunami; Nicola Porro lo ha accusato in televisione di «pagare le fonti». È il mondo della comunicazione che negli anni ha metabolizzato e amplificato l’ostilità politica, fino a renderla intrattenimento.
Giampaolo Rossi (Imagoeconomica).
Solo tra il 2023 e il 2025, i ministri Adolfo Urso, Lollobrigida, Santanchè e Crosetto hanno pubblicamente contestato Report o i suoi autori in almeno 23 occasioni. Urso ha presentato quattro querele in meno di due anni, accusando la redazione di «manipolare testimonianze». Crosetto ha definito quel tipo di giornalismo «un plotone di esecuzione». Lollobrigida, da parte sua, ha detto che «la Rai non può aggredire i nostri prodotti». Santanchè ha parlato di «accanimento» e «persecuzione». Tutto tracciato, tutto registrato.
Un dispositivo istituzionale di logoramento che dura da anni
Nel frattempo, in Commissione di Vigilanza Gasparri ha organizzato performance di dileggio. Nella stagione parlamentare 2023-2024, Report è stato citato 24 volte nelle interrogazioni dei gruppi di maggioranza. Ogni richiesta, ogni nota, ogni “atto ispettivo” è stato un messaggio. Un dispositivo istituzionale di logoramento.
Maurizio Gasparri e il famigerato show con la carota in commissione Vigilanza Rai.
Adesso è avvenuta l’esplosione, ma il terreno era già saturo. Ranucci vive sotto scorta dal 2014 per minacce di stampo mafioso, però il 2025 ha segnato un salto di qualità: proiettili recapitati per posta, auto danneggiate, avvertimenti anonimi. Poi la bomba. La reazione è stata unanime, come sempre accade quando la violenza diventa visibile. Ma la solidarietà, hanno scritto Fnsi e Usigrai, «arriva dopo anni di parole che hanno normalizzato l’odio». L’Ordine dei giornalisti ha parlato di «paradosso della doppia morale»: condannare l’attentato e, il giorno dopo, tornare a parlare di fake news e flop.
La strategia: isolare il giornalista, ridurlo a un personaggio controverso
Il punto non è soltanto la catena di offese, ma la coerenza del meccanismo. Dal linguaggio politico alla macchina amministrativa, dal talk show alla querela, tutto concorre a un’unica strategia: isolare il giornalista, ridurlo a un personaggio controverso, creare un dubbio permanente sulla sua legittimità. È l’anticamera perfetta dell’intimidazione fisica.
Il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci,al presidio “Il palinsesto siamo noi” davanti alla sede Rai di Napoli (foto Ansa).
Definire un giornalista “spazzatura” o “nemico in casa” non è un lapsus, è un atto politico. In un Paese in cui le parole dei ministri si trasformano in hashtag, il confine tra retorica e istigazione si assottiglia. E quando l’ordigno scoppia, il cerchio si chiude. Oggi, mentre l’inchiesta giudiziaria prosegue e la solidarietà istituzionale occupa i titoli, resta la cronologia. Un decennio di delegittimazioni, querele, insulti, procedimenti disciplinari, riduzioni di palinsesto, auguri di morte. La cronologia è la prova più nitida che non si tratta di episodi isolati, ma di un disegno culturale, una pedagogia dell’odio verso chi interroga il potere.
Sigfrido Ranucci (Ansa).
Si può condannare la bomba, certo. Ma la bomba nasce in un terreno coltivato per anni da chi ha confuso il giornalismo con l’offesa. E a questo punto, dopo 10 anni di veleno, non serve tirare conclusioni. A ciascuno le sue.
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Nell’autunno del 2022, alle politiche, ha votato il 63,9% degli italiani. È stata la partecipazione più bassa della storia repubblicana, quasi nove punti in meno rispetto al 2018, secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno. Due anni dopo, alle europee del giugno 2024, la discesa è proseguita: per la prima volta il Paese è sceso sotto il 50%, con un’affluenza del 48,3%.
Nelle regionali, la forbice si allarga ancora: in Lazio ha votato appena il 37%, in Lombardia il 42%, in Calabria il 43%, in Emilia-Romagna e Liguria il 46%. È un fenomeno strutturale, non episodico. Il documento “Perché gli italiani non votano più”, presentato nel 2025 da un gruppo di ricercatori e amministratori, mostra come il crollo non riguardi solo la frequenza alle urne, ma il senso stesso del voto. In molte aree, soprattutto nel Sud, la partecipazione reale è ancora più bassa di quanto appaia: l’Istat e lo stesso Viminale segnalano che in alcune regioni un quinto degli iscritti alle liste è residente all’estero (Aire), e dunque non partecipa di fatto al voto locale.
Secondo l’ultimo sondaggio Censis-Coldiretti (ottobre 2025), sette italiani su dieci si dichiarano “distanti” dalle istituzioni europee e nazionali, e il 76% boccia l’idea di sacrificare welfare e agricoltura per aumentare la spesa militare. È la fotografia di una disillusione politica che non nasce da indifferenza, ma da una convinzione opposta: che la politica non risponda più ai bisogni sociali reali.
Astensionismo, il voto che non serve più
Gli studiosi chiamano questo sentimento “bassa efficacia politica percepita”. L’European Social Survey 2024, che monitora la fiducia civica in ventinove Paesi, colloca l’Italia ai livelli più bassi in Europa per convinzione che “il proprio voto conti qualcosa”. È un segnale di disincanto, non di apatia. Dopo vent’anni di stagnazione economica, salari fermi e precarietà, molti cittadini non credono più che le elezioni possano modificare la loro condizione materiale.
Il sociologo IlvoDiamanti, in una lezione all’Università di Urbino, ha sintetizzato il paradosso: «L’astensione è la nuova forma di partecipazione. Serve a dire che non ci si riconosce più nel sistema». L’analisi dei flussi elettorali conferma che l’astensionismo non è distribuito in modo uniforme: cresce tra i giovani, tra i redditi medio-bassi e nelle periferie urbane, dove la distanza dai centri decisionali è percepita come irrimediabile.
Una parte del problema è anche numerica. Come ha spiegato l’analista LorenzoRuffino «la partecipazione non è crollata ovunque nello stesso modo: le regioni più ricche e istruite mantengono livelli più alti, mentre il Sud si svuota delle sue urne». Ruffino ricorda che «il voto fuori sede, la mobilità giovanile e l’assenza di partiti radicati localmente» pesano più della semplice sfiducia, e che «la frattura territoriale dell’affluenza è ormai un indice del divario sociale».
A pesare sono anche gli ostacoli pratici. L’Italia resta tra i pochi Paesi europei a non prevedere il voto fuori sede: uno studente o un lavoratore che si trovi lontano dal comune di residenza deve tornare indietro, spesso per centinaia di chilometri. Alle europee 2024 il Ministerodell’Interno ha sperimentato il voto fuori sede per circa 23 mila studenti, ma la misura non è stata estesa ad altre categorie.
Le riforme che non bastano
Nel dibattito politico si parla di “voto comodo”: per corrispondenza, anticipato, digitale. Esperienze già collaudate in altri Paesi. Negli Stati Uniti, la possibilità di votare per posta o in anticipo ha aumentato l’affluenza in modo selettivo, soprattutto tra i cittadini con disabilità o impegni lavorativi. In Germania e in Svizzera, il voto postale è ormai parte stabile del sistema. L’Estonia, pioniera del voto elettronico, ha dimostrato che la tecnologia riduce gli ostacoli logistici ma non risolve la sfiducia politica: chi non crede nel valore del voto non lo esercita neanche online.
Lo studio “Perché gli italiani non votano più” propone di partire dalle barriere più immediate: semplificare le procedure, garantire più sedi e orari estesi, migliorare il trasporto pubblico per gli elettori anziani o con disabilità. La proposta di legge sul voto fuori sede, depositata alla Camera nel 2025 dal comitato “Voglio votare fuorisede”, è sostenuta da oltre cento associazioni. Ma finora il governo non ha dato segnali di apertura.
Resta il nodo centrale: il voto è percepito come un gesto senza conseguenze. Le ricerche del Censis e dell’ISTAT mostrano un legame diretto tra fiducia istituzionale e partecipazione politica: dove la fiducia scende, cala anche l’affluenza. L’Italia, nel 2025, è agli ultimi posti in Europa per fiducia nei partiti (13%) e nel Parlamento (18%), secondo Eurobarometro.
La democrazia intermittente
In questo scenario, la disaffezione rischia di diventare cronica. I giovani, come rileva l’indagine “Gen Z e politica” della Fondazione Bruno Visentini, partecipano più attivamente ai movimenti civici e ambientali che ai partiti. È un’altra forma di politica, meno istituzionale, ma non per forza più debole.
L’astensione, dicono i ricercatori, non è più solo un problema numerico: è un segnale di frattura democratica. E se la partecipazione torna a crescere solo quando “c’è una posta in gioco” — come nel referendum costituzionale del 2016 o nelle comunali più polarizzate — significa che il voto è diventato episodico, non strutturale.
Le soluzioni tecniche possono ridurre la fatica del voto, ma non possono restituire fiducia. L’astensione italiana, oggi, è il prodotto di un sistema politico che chiede consenso senza rappresentanza, delega senza ascolto, e che misura la democrazia in percentuali sempre più basse.
Il rischio, avvertono gli autori del documento allegato al Forum dell’Agricoltura 2025, è di abituarsi a una “democrazia intermittente”, in cui votare diventa un atto occasionale e reversibile, come un abbonamento disdetto. E allora la domanda non è più perché gli italiani non votano, ma perché la politica non parla più agli italiani.
Quando la barca è arrivata a Pozzallo, nella notte del 12 ottobre, aveva i segni evidenti dei proiettili sullo scafo. Cento persone a bordo, tre feriti gravi, uno in coma. Secondo i sopravvissuti, i colpi sono partiti da una motovedetta libica mentre l’imbarcazione si trovava nella zona Sar maltese. Le autorità di La Valletta non confermano né smentiscono, ma la sequenza coincide con altre segnalazioni di AlarmPhone e con la cronologia di Sea-Watch: pattuglie libiche che aprono il fuoco in acque internazionali, con mezzi e addestramento pagati dall’Europa.
A poche ore dallo sbarco, l’organizzazione tedesca ha diffuso un rapporto di 70 pagine che documenta 60 episodi di violenza dal 2016 nel Mediterraneo centrale, di cui almeno 54 avvenuti fuori dalle acque territoriali libiche. Gli autori parlano di un “sistema di aggressione strutturato”, non di episodi isolati. Nel 2016 erano tre. Nel 2023 e 2024 undici ogni anno. Nei primi nove mesi del 2025 già nove casi confermati.
Le motovedette di Roma e Bruxelles
Le unità usate negli ultimi attacchi — compresi quelli contro la OceanViking ad agosto e la Sea-Watch 5 a settembre — sono motovedette classe Corrubia, consegnate dall’Italia alla Libia attraverso il programma europeo SIBMMIL (Support to Integrated Border and Migration Management in Libya).
Il 24 agosto, la Ocean Viking è stata bersagliata per venti minuti da una di queste unità, la Houn PB 664, in pieno mare aperto. La nave di soccorso trasportava 87 naufraghi; nessun ferito, ma plancia e parabordi crivellati. Meno di un mese dopo, l’attacco alla Sea-Watch 5 nello stesso quadrante.
SOS Méditerranée e Sea-Watch hanno riconosciuto le navi libiche come parte della flotta finanziata dall’Ue, mentre la Commissione europea continua a definire la cooperazione “necessaria per salvare vite umane”.
L’Italia è il principale partner operativo: fornisce assistenza tecnica, ricambi e formazione, come previsto dai fondi europei NDICI-Global Europe. Ma in mare, quelle stesse motovedette agiscono spesso senza coordinamento, con catene di comando che rispondono a milizie locali e non a un’autorità unificata.
Le cifre della violenza
Dal 2016 oltre 169 mila persone sono state intercettate e respinte in Libia. L’Onu, con il rapporto della Missione d’inchiesta di marzo 2023, parla di “crimini contro l’umanità”: detenzione sistematica, torture, violenze sessuali, estorsioni. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni calcola che solo nel 2025, fino a settembre, più di 19 mila migranti siano stati riportati nei centri di detenzione, in condizioni definite “inumane e degradanti”.
Nel porto di Pozzallo, i medici hanno contato ferite da arma da fuoco su almeno tre corpi. Alcuni testimoni parlano di “raffiche da prua” e di “una bandiera libica visibile”. È l’ennesimo caso in cui la distinzione tra Guardia costiera e gruppi armati è impossibile. La procura di Ragusa ha aperto un fascicolo, mentre Frontex ammette di aver monitorato la scena tramite droni senza intervenire.
Il nodo politico
Il dossier di Sea-Watch arriva alla vigilia dei nuovi colloqui Ue-Libia sulla cooperazione marittima. Nel Parlamento europeo cresce la pressione per tagliare i fondi a Tripoli e dirottarli su agenzie Onu e organizzazioni civili. Un gruppo trasversale di eurodeputati ha depositato un’interrogazione in cui chiede “condizionalità rigorose e verificabili” sui finanziamenti, incluso l’obbligo di sospendere i trasferimenti in caso di violenze in mare.
Bruxellesreplica che senza la collaborazione libica aumenterebbero i naufragi. Ma la cronologia degli attacchi mostra l’opposto: più si finanziano le pattuglie, più cresce la violenza. L’effetto deterrente si è tradotto in una guerra a bassa intensità contro i civili, in un tratto di mare che l’Europa continua a definire frontiera.
L’esternalizzazione che si incrina
La vicenda di Pozzallo — una barca crivellata dai proiettili dopo giorni di deriva — diventa la prova materiale di una politica che esplode nelle mani di chi l’ha concepita. I governi europei delegano la difesa dei propri confini a milizie che non riconoscono il diritto internazionale, mentre i cittadini europei finanziano inconsapevolmente la catena di abusi che inizia in mare e finisce nei centri di detenzione di Tripoli, Misurata e Zawiya.
Il nuovo rapporto segna un punto di rottura. O l’Unione europea subordina ogni forma di cooperazione a garanzie effettive — stop alle violenze in mare, chiusura delle prigioni arbitrarie, monitoraggio indipendente — oppure continuerà a essere corresponsabile di ciò che accade oltre l’orizzonte dei radar.
La scintilla è arrivata da Chiara Appendino, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, che nell’assemblea congiunta di deputati e senatori ha ventilato l’ipotesi di dimissioni. «C’è un problema politico», ha detto, alludendo a un’alleanza col Partito democratico che per molti nel Movimento resta più un vincolo che una prospettiva. Conte ha minimizzato, ma la crepa è ormai visibile: le frizioni tra Pd e M5S attraversano quasi tutti i fronti strategici, Europa, difesa, grandi opere, rapporti internazionali.
Il fronte estero: armi e riarmo
Sulla guerra in Ucraina la distanza è strutturale. I 5 Stelle restano contrari all’invio di nuove armi e chiedono una «soluzione diplomatica», posizione ribadita anche nelle ultime manifestazioni di piazza. Il Pd mantiene una linea atlantista, sostenendo gli aiuti a Kyiv ma criticando l’aumento incontrollato delle spese militari. La frattura si è vista anche in Europa, dove dieci eurodeputati dem hanno votato a favore del pacchetto “ReArm Europe” contro l’indicazione di astensione arrivata da Elly Schlein. Un segnale che dentro il Pd, più che un dibattito, si consuma una doppia anima: quella di governo e quella di opposizione.
Il tema del riarmo è diventato il simbolo di questa ambiguità. Conte ha definito «una follia» l’ipotesi di portare la spesa militare al 5% del Pil, rilanciata in ambito Nato. Schlein e Misiani si sono detti contrari a quel traguardo, ma favorevoli al mantenimento dell’obiettivo del 2%. In Aula, però, le mozioni sul riarmo hanno diviso anche i dem: Guerini, Madia e Quartapelle non hanno seguito la linea della segretaria.
Sul Medio Oriente, invece, Pd e M5S hanno trovato una convergenza rara. Entrambi hanno firmato la mozione per il riconoscimento dello Stato di Palestina e per il cessate il fuoco immediato. È uno dei pochi terreni di accordo in un quadro che, sul resto della politica estera, resta disseminato di contraddizioni.
Il fronte europeo: il Mes come linea di confine
La spaccatura sul Meccanismo europeo di stabilità è una delle più nette. Il Pd ne chiede la ratifica da mesi, in nome della «credibilità europea dell’Italia». Il Movimento lo considera invece un «errore strategico» che limiterebbe la sovranità economica del Paese. È un muro identitario, che Conte usa per segnare la distanza da una cultura di governo ritenuta troppo accomodante verso Bruxelles.
Anche sull’industria della difesa europea i due partiti viaggiano su binari opposti: i 5 Stelle rifiutano ogni logica di rafforzamento bellico comune, mentre il Pd, pur diviso, tende a vedere nei programmi Ue un’occasione industriale. L’episodio del voto europeo sul “ReArm Europe” è diventato così un caso politico, perché mostra che non solo l’alleanza con il Movimento, ma lo stesso Pd è lacerato tra linea ufficiale e prassi di voto.
Tav, termovalorizzatore e il terreno locale delle crepe
Le differenze più tangibili emergono però a livello territoriale. La Tav Torino-Lione continua a separare i due mondi: per i 5 Stelle resta un simbolo di “grandi opere inutili”, per il Pd una priorità infrastrutturale europea. A Torino le tensioni sono quotidiane e spiegano in parte la durezza dello sfogo di Appendino, che su quel dossier ha sempre incarnato la linea più ortodossa del Movimento.
A Roma, lo scontro è sul termovalorizzatore di Santa Palomba. Gualtieri lo considera essenziale per chiudere il ciclo dei rifiuti, i 5 Stelle lo bollano come «un ritorno al passato». Lì la contraddizione è doppia: da una parte Conte difende la coerenza ambientalista del Movimento, dall’altra Schlein si ritrova a giustificare le scelte di un sindaco del suo stesso partito che interpreta la transizione ecologica in modo considerato “più pragmatico”.
Dove possono camminare insieme
Nonostante le differenze, alcuni terreni di incontro restano. Sul salario minimo le due forze hanno scritto e difeso un testo comune, e la difesa dello stato sociale le unisce contro la politica economica del governo. Sull’opposizione all’aumento della spesa militare al 5% si muovono in sintonia, seppure per ragioni diverse: Conte per pacifismo politico, Schlein per sostenibilità di bilancio.
Ma la difficoltà non è solo di programma: è di fiducia. I 5 Stelle temono che il Pd torni alla vocazione centrista alla prima occasione utile, il Pd teme che il Movimento usi l’alleanza come strumento tattico. Lo sfogo di Appendino, più che un incidente, è il sintomo di un malessere che rischia di allargarsi.
Finora l’unità dell’opposizione ha retto per convenienza, non per convinzione. E ogni volta che la cronaca internazionale costringe a scegliere — tra Europa e neutralismo, tra realpolitik e pacifismo — la coalizione virtuale tra Schlein e Conte si ritrova divisa. Non basta un voto comune su Gaza a mascherare che, su quasi tutto il resto, Pd e M5S restano due pianeti diversi.
A Gaza la pace non ha portato silenzio, ma il ronzio dei generatori: la luce manca, l’acqua pure, e la gente continua a sopravvivere come in guerra. Secondo Oxfam, a cinque giorni dal cessate il fuoco Israele blocca ancora gli aiuti e l’ingresso delle ong. Solo un valico aperto e 716 camion entrati in totale, quando ne servirebbero almeno 600 ogni giorno. Gli aiuti restano fermi ai confini, mentre nella Striscia si contano 450 morti di fame, tra cui 150 bambini.
L’OMS parla di malattie “fuori controllo”: appena 13 ospedali su 36 sono parzialmente funzionanti, il resto è macerie. Nel nord non esiste più un reparto pediatrico. Il dottor Hussam Abu Safiya, che lo dirigeva, è stato condannato ad altri sei mesi di carcere senza accuse né processo. Amnesty International denuncia torture e sparizione forzata. È la stessa legge israeliana sui “combattenti illegali” che permette di imprigionare civili per tempo indefinito.
Intanto Israele discute se cambiare nome alla guerra: Netanyahu vuole chiamarla “Guerra della Rinascita”. Un modo per cancellare la memoria prima che arrivi la verità. Sul terreno, il ministro della Difesa fa tracciare una “linea gialla” che taglia in due Gaza: oltrepassarla significa essere colpiti. Ci siamo già dimenticati quando il governo italiano si vantava di “aiuti umanitari per Gaza”. Oggi nessuno dice dove fossero visto che oggi si applaude alla “ripresa dei convogli”, anche se i camion passano accanto a coloni che usano bambini come scudi per bloccare la farina. Questa non è pace. È la stessa guerra che continua con altri mezzi: la fame, la burocrazia, le prigioni. La domanda resta la stessa: chi sono i colpevoli, e chi li farà pagare?
A Washington, il bilaterale tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky si è trasformato in un esercizio di diplomazia performativa. Dopo una telefonata con Vladimir Putin e l’annuncio di un possibile vertice a Budapest, il presidente americano ha ricevuto il leader ucraino nella Cabinet Room promettendo «ottime chance di finire rapidamente la guerra». Ma dietro la retorica ottimista, restano le stesse ambiguità di sempre: nessun impegno formale, nessuna data, e un copione già visto.
Zelensky, in giacca nera, ha ribadito la richiesta di missiliTomahawk e garanzie di sicurezza. Trump ha risposto che fornirli sarebbe «un’escalation» ma che «ne parleremo». Poche ore dopo, fonti americane riferivano che Kiev era stata colta di sorpresa dal passo indietro sul tema. L’unico scambio concreto resta simbolico: i droni ucraini in cambio di promesse americane.
Il teatro della pace
Ogni frase del tycoon è calibrata per il pubblico interno. «Putin vuole che la guerra finisca», ha detto, ma nel frattempo ha confermato incontri separati, «non a tre», e un colloquio con il leader russo in Ungheria. La messa in scena del negoziatore-uomo di pace, quella che negli Stati Uniti mobilita l’elettorato stanco delle guerre infinite, si ripete a ogni incontro. Trump parla di “fine imminente” del conflitto da più di un anno, ma nessuna delle sue aperture si è mai tradotta in un tavolo reale.
Le sue “paci annunciate” sono ormai una cifra politica: promesse di disimpegno che diventano slogan elettorali. Nel 2020 il “deal del secolo” tra Israele e Palestina fu lanciato in diretta televisiva, nel 2024 toccò al piano per “fermare” la guerra di Gaza, e ora il copione si replica con l’Ucraina. Ogni volta, il messaggio è lo stesso: l’America forte perché decide quando la guerra deve finire.
Zelensky tra due fuochi
Per Zelensky, l’incontro era una necessità più che una speranza. Dopo la riduzione dei fondi statunitensi approvata dal Congresso e le tensioni europee sul prestito di 140 miliardi garantito dai beni russi congelati, Kiev ha bisogno di conferme. Ha incontrato i dirigenti delle società Raytheon e Lockheed Martin e il segretario all’Energia Wright per tenere aperta la filiera della difesa. Ma la CasaBianca di Trump resta un palcoscenico instabile: il presidente parla di «grande chance di fermare la guerra», ma nelle stesse ore telefona a Putin, rilancia l’amicizia con Orbán e lascia intendere che «gli Stati Uniti compreranno droni ucraini».
Il tono di Zelensky, misurato e conciliante, è lo stesso dei precedenti incontri. Dal 2019 – quando Trump cercò di condizionarlo per ottenere informazioni su Hunter Biden – i due leader si sono incrociati più volte tra sospetti e sospensioni di aiuti. La loro storia diplomatica è segnata da fiducia intermittente e dall’uso politico dei colloqui. Oggi, quella dinamica si ripete: un leader ucraino in cerca di garanzie e un presidente americano che capitalizza ogni foto come spot elettorale.
L’illusione del negoziato
Trump promette un vertice a Budapest con Putin «entro due settimane». L’UnioneEuropea, prudente, lo definisce «benvenuto se conduce a una pace giusta». Ma la logica resta la stessa: ogni volta che il conflitto entra in stallo, l’ex tycoon torna a proporre un suo “accordo personale” con Mosca, in realtà mai definito. Gli stessi funzionari europei ricordano che «nessuna decisione sull’Ucraina può essere presa senza l’Ucraina».
L’incontro del 17 ottobre non ha prodotto svolte, ma ha consolidato una narrazione: Trump come mediatore unico, Zelensky come interlocutore riconoscente, Putin come figura da riportare “al tavolo”. È una rappresentazione utile per tutti tranne che per la guerra. La diplomazia ridotta a sceneggiatura continua a produrre applausi, ma non soluzioni.