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Donne e Mattarell(a)

295926_340287862729703_1737151009_nHo ascoltato le parole del Presidente della Repubblica Mattarella in occasione della festa della donna per radio, molto velocemente e devo dire che non mi avevano colpito per modernità (beh, direte voi, da Mattarella e in effetti avete anche ragione) ma credo che la sensazione che ho provato l’abbia descritta benissimo Cristiana Alicata nel suo blog:

In nessuna parte del suo discorso – mai – compare un impegno a cambiare questa condizione per cui le donne sono dedite alla cura e alla professione e, silenziosamente, ce la fanno. L’ammirazione che i maschi (che in contrapposizione alle donne quindi sono di solito presi da se stessi e dal potere e non ce la farebberp poverini a fare tutto, quindi…non lo fanno) rivolgono alle donne assume una caratteristica tipicamente maschilista: voi donne siete regine del focolare, svolgete i vostri doveri in modo umile senza vantarvi, noi maschi invece facciamo la guerra, ostentiamo il potere e senza di voi saremmo perduti.

Ecco a me la matrice del discorso di Mattarella appare in assoluto contrasto con la cultura della parità che vorrei che il mio Paese promuovesse e mi sembra invece in linea, pur forse non volendolo, con il movimento reazionario degli invasati di “sposati e sii sottomessa” versione maschilista e sorella stretta delle molto omofobe sentinelle in piedi. Nella adulazione dei ruoli svolti dalla donna, scorgo anche una certificazione della loro giustezza. Il discorso di Mattarella, in sostanza, non è stato politico, ma culturale. Non c’è stato alcun impegno a modificare lo stato delle cose che per la maggior parte, possiamo anche ammetterlo, sono esattamente come il Presidente le racconta, anche se io sono assolutamente convinta che una nuova generazione di maschi attenta alle cosiddette dinamiche di cura sia già nata, esista ed è un errore ignorarlo.

Parla il pentito: «Qui al Nord tutti lavorano, poi alla domenica fanno i malandrini»

Luciano Nocera
Luciano Nocera

«Quando mi diede la “santa” mi tagliò, ho una croce dietro la schiena, e il sangue che è sceso se l’è bevuto. È la verità». Carcere di Como, anno 2004, in cella con Luciano Nocera c’è Luigi Vona, capolocale della ‘ndrangheta a Canzo, e un ragazzo di San Luca (RC). «Lui non venne con noi in bagno. Vona prima mi fece camorrista, due settimane dopo mi diede la “santa”. Sulla minore è stato bruciato un santino, sulla maggiore c’era un bicchiere e tre molliche di pane». Il racconto del collaboratore di giustizia Luciano Nocera davanti ai pm della Dda Storari, Celle, Dolci e Ombra riempie 500 pagine di verbali. La prima confessione arriva ad ottobre davanti al pm Marcello Musso. «Io non ero affiliato, però sono sempre stato vicino a gente affiliata, mi sono fatto la galera senza mai parlare, allora Luigi mi ha voluto portare avanti». Le parole di Nocera sono uno spaccato inedito e attuale (gli interrogatori sono di gennaio e febbraio 2015) della ‘ndrangheta in Lombardia. Nocera è calabrese di Giffone come buona parte degli uomini delle cosche tra Milano e Como. Dopo l’affiliazione convoca gli altri calabresi nella sua cella: «Ho comprato una torta dallo spesino in carcere, ho dato una fetta di torta ai paesani per festeggiare». Nocera è soprattutto un trafficante di droga, non sa molto delle regole della ‘ndrangheta. «Nel 2009 rividi Vona, mi ha rimproverato perché non partecipavo alle riunioni. Mi disse: “Guarda che il sole scalda chi vede”. Gli chiesi di scrivermi un po’ di regole, perché io non le conoscevo. Mi disse: aspetta un po’ perché adesso cambiano tutte». Pochi mesi dopo arrivò il blitz Infinito, Vona finì in carcere e le cosche lombarde vennero commissariate dalla Calabria. «Un giorno sono entrato nel bar Arcobaleno di Bulgorello (frazione di Cadorago, ndr) ho detto “buonasera a tutti”. Il giorno dopo sono stato richiamato perché ai cristiani bisogna andare a stringere la “paletta” , la mano, a uno per uno. Avrei dovuto partecipare alla vita del locale, fare le mangiate con gli altri affiliati…».

Negozi, imprese, bar e ristoranti, le cosche tra Milano e Como controllano territorio e imprenditoria: «C’è gente che va a lavorare e che poi gli piace la ‘ndrangheta, gli piace il rispetto ed essere affiliati – racconta il pentito -. Qui uno che ha fatto un reato non lo trova, perché è gente che dal lunedì al sabato va a lavorare e poi alla domenica fanno i malandrini».

Nei verbali si parla di omicidi (quello di Ernesto Albanese e di Salvatore Deiana) e di tradimenti: «Corretti non siamo con nessuno, siamo tutti malviventi e gente di galera». Ma ci sono anche episodi che sfiorano, per quanto possibile, il comico: «Bruno Mercuri è un mio parente, è il marito di mia cugina: a casa non ha neanche il permesso di andare in bagno se non vuole la moglie. Fuori fa il malandrino, però a casa deve mettere le pantofole».
Nel Comasco c’è un boss storico, Salvatore Muscatello, capolocale di Mariano Comense, «l’unico che ha il crimine», ma anche figure influenti e ancora in libertà come l’imprenditore «Bartolino Iaconis» che dopo l’omicidio di Franco Mancuso (2008) «si è ritirato, perché, mi diceva: “è quattro anni che ho dietro la Boccassini”». Ma, chiedono i pm, dalla ‘ndrangheta si esce solo da morti? «Se vuoi “ti ritiri in buon ordine”, facendoti da parte». C’è chi, infatti, dopo gli arresti degli anni Novanta non ha più voluto aver niente a che vedere con le cosche, pur essendo stato affiliato: «Mio zio apparteneva alla ‘ndrangheta, poi ha pagato e non ha più voluto. Se a casa arrivava Chindamo, capo di Fino Mornasco, suo figlio aveva ordine di dirgli che non c’era e lui era dietro le tende». E dalle cosche si può anche stare lontani: «Quando Chindamo chiese a Pasquale Sibio di far affiliare il figlio Simone lui rispose “Mio figlio lascialo stare”».
Gli equilibri mutano di continuo. Allo stesso Nocera è stata offerta più volte la possibilità di «aprire un locale», una cellula della ‘ndrangheta: «Mi dissero: “Te lo facciamo aprire qua a Lurate Caccivio, ti pigli a chi vuoi tu…”». Ma il 46enne rifiuta: «A me i casini non piacciono, a me piace stare nell’ombra». Nocera traffica droga con la Svizzera («Vendevo a 55 mila franchi») e cede una Bmw a un politico albanese in cambio di «dritte» sul traffico di droga. «Quando nella cucina di una pizzeria venne ucciso Deiana i killer gli dissero: “Questa è l’ultima alba che vedi”. Lui rispose: “sì”». Poi arrivarono le coltellate: «Ma lui non moriva mai, forse era per la cocaina che c’aveva in corpo».

(fonte)

L’Europa. L’avevamo sognata bellissima

Schermata 2015-03-08 alle 08.54.49Il monologo su Left in edicola da sabato 7 marzo è scritto da Emmanouil Glezos con me. Glezos è un vecchio partigiano greco ora eurodeputato di Syriza. L’Europa che avevamo in mente era molto diversa da quella che ci ritroviamo e abbiamo voluto raccontarlo con poesia. Questo è il video del monologo recitato:

Finalmente si mette il dito sul Centro rifugiati di Mineo

caramineo_512x384Giusto ieri ne parlavamo a Cadorago con tre senatori della Commissione Antimafia: il Cara di Mineo è un’altro “buco” della buona amministrazione e infatti ecco finalmente la notizia:

Un vero e proprio terremoto nel comune di Mineo, guidato dal sindaco Anna Aloisi, Ncd, che contemporaneamente presiede anche il consorzio di comuni che gestisce il centro di accoglienza.

Delle criticità del centro rifugiati ne avevamo parlato noi , partendo da quel 2012 in cui Giuseppe Castiglione, attuale sottosegretario all’Agricoltura del governo Renzi in quota Ncd, da soggetto attuatore dell’emergenza migranti, affida l’appalto da 30milioni di euro annui al raggruppamento guidato dalla Sisifo, consorzio che a Catania ha sede in un appartamento dell’onorevole Giovanni La Via, eletto al parlamento europeo nel 2014 con il Nuovo centrodestra. La Via, intervistato da Reportime, ha risposto che a condurre la trattativa per la locazione “è stata un’agenzia immobiliare”.

Nel 2014 si è svolta una nuova gara, alla quale Sisifo ha partecipato con le stesse imprese con cui aveva vinto in precedenza. I criteri di selezione, in due gare diverse, non sono stati modificati -come ha confermato a Reportime il direttore generale del Consorzio che gestisce il centro rifugiati Giovanni Ferrera- e hanno vinto sempre gli stessi soggetti, con un ribasso dell’1%.

A chiedere l’intervento dell’Autorità guidata da Cantone è stato l’imprenditore Emanuele Ribaudo, della Cot Ristorazione di Palermo, unico altro partecipante alla gara che però era stato escluso. Intervistato da Reportime, Ribaudo aveva dichiarato che il bando prevedeva determinati “paletti” che non consentivano, a chi non avesse “conoscenze”, di poter vincere. Questi elementi, come per esempio “aver gestito più di una struttura di accoglienza negli ultimi tre anni e almeno una con un numero di migranti superiore a 1.500 giornalieri; aver gestito negli ultimi tre anni un servizio di ristorazione collettiva non commerciale per un numero di persone non inferiore a 2.000 pasti giornalieri; aver gestito acquedotti destinati al consumo umano per un numero di utenti pari a 3.000 unità”, sono stati passati in rassegna dall’Anticorruzione, ma il direttore generale del Consorzio, Giovanni Ferrera, ha ribadito che l’appalto è stato assegnato dopo l’indizione di una gara europea.

Il Consorzio ha sottolineato che l’appalto è stato predisposto “in conformità con lo schema di capitolato approvato dal Ministero dell’Interno nel 2008”, modello quindi che è stato preso a riferimento da tutta Italia e non solo da Mineo. Il problema però, secondo l’Antincorruzione, non risiede nello schema di bando del ministero, ma nell’assegnazione ad un unico gestore dei servizi di ristorazione, pulizia e accoglienza dei centri per migranti.

È necessario mettere in gara ogni singolo servizio da appaltare, cosa che non sarebbe avvenuta invece a Mineo: tra le imprese che hanno vinto, tutte della stessa cordata, c’è il Sol.Calatino di Paolo Ragusa, che sul proprio portale sottolinea di essere un sostenitore del Nuovocentrodestra. Un partito che nel comune del centro rifugiati, alle ultime europee, ha conquistato il 40% dei consensi (un record nazionale per il partito di Alfano). “Merito della bravura della classe dirigente -ha detto l’imprenditore alfaniano che ha vinto l’appalto Paolo Ragusa- non bisogna fare illazioni”.

(fonte)

EXPO: sbagliato, corrotto e ora anche in ritardo

EXPO 2015.Posa della prima pietra al cantiere  di Rho FieraE se l’Expo il 1° maggio non riuscisse a partire? L’eventualità è catastrofica, ma a guardare lo stato del sito oggi, a 57 giorni dall’inaugurazione, vengono i brividi. Le opere completate sono solo il 18 per cento. L’8 per cento dei lavori è fermo, sospeso o ancora in fase di verifica amministrativa. I lavori in corso sono il 74 per cento, quasi i tre quarti del totale previsto. Di questi, alcuni hanno un ritardo recuperabile, a patto di moltiplicare gli sforzi e gli investimenti; altri hanno un ritardo che sembra incolmabile, a meno che ci si appelli alla retorica degli italiani che nelle situazioni di emergenza fanno miracoli. Per arrivare in tempo all’appuntamento del 1 maggio, nelle ultime settimane si è ingaggiata quella che i sindacati – presenti sul sito per vigilare sulla sicurezza di oltre 5 mila addetti – definiscono “una guerra all’ultimo minuto”. Per farsi un’idea della situazione, basti considerare che non è ancora stata completata neppure la “piastra”, la spianata di cemento con le infrastrutture di base su cui vanno edificati i padiglioni e tutto il resto. Dei padiglioni esteri, solo due sono stati consegnati, sui 54 previsti.

Bonifica dell’area impossibile: fine lavori 4 mesi dopo il via. Peggio ancora: non è terminato nemmeno il lavoro di “rimozione delle interferenze”, il primissimo appalto di Expo, per togliere di mezzo edifici, vegetazione, tralicci e altri manufatti preesistenti che intralciano il cantiere. Un documento riservato della Cmc, l’azienda delle coop che ha vinto la gara, comunica ad Expo spa che la data di fine lavori, inizialmente fissata a giugno 2013, sarà il 28 settembre 2015: a esposizione quasi finita! Dopo pressioni, la data è stata cambiata: 26 giugno, comunque a evento già in corso. “Il problema è quello delle bonifiche” , segnala Silvana Carcano, consigliera regionale lombarda del Movimento 5 Stelle. Cmc ha trovato, durante i lavori, sorpresine come due serbatoi di idrocarburi da spostare e bonificare. Nel frattempo ha chiesto una consistente revisione del prezzo dell’appalto, lievitato da 58 a 127 milioni, attirando gli strali (e il parere negativo) dell’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone.

Attenzione: a denunciare che la situazione è drammatica non sono i soliti gufi, rosiconi e inguaribili no-Expo: l’avanzamento (si fa per dire) dei lavori si può verificare sullo stesso sito ufficiale dell’evento, nelle pagine “Open Expo”, il database aggiornato ogni settimana con i dati sui 34 principali lotti in cui è suddiviso il mega-cantiere . Quelli in cui la situazione è più problematica sono Palazzo Italia, edificio da 13 mila metri quadrati, cuore dell’esposizione e vetrina dell’Expo made in Italy; i “cluster”, ossia gli edifici che ospiteranno le aree tematiche (cacao, caffè, spezie, frutta e legumi…); le architetture di servizio (bar, bagni pubblici, magazzini e altre strutture); e la passerella che collega il sito Expo con l’area di Cascina Merlata, dove ha sede il villaggio Expo. Sono tutte opere che l’ultima versione del crono-programma lavori di Expo – pubblicata la primavera scorsa, già in pieno marasma da scadenze  – assicurava che sarebbero state terminate tra il novembre e il febbraio scorso.

Gravi ritardi riguarderebbero anche i servizi igienici e quelli idraulici, il Future food district, “supermercato del futuro” gestito da Coop, e le infrastrutture e gli edifici del Cardo (il viale dove sono in mostra le eccellenze italiane). Il Padiglione del vino, per fare un esempio, avrebbe dovuto essere consegnato a Verona Fiere, che lo gestisce, e alla svizzera Nussli, per gli allestimenti, nel gennaio scorso: ma la consegna dell’immobile di tre piani non è ancora avvenuta. Sono passati sette anni da quando Milano si è aggiudicata l’Expo 2015. Ma a questo punto non è necessario essere gufi per prevedere che l’esposizione milanese sarà nella migliore delle ipotesi la fiera dell’arrangiato: sarà inaugurata con diversi padiglioni non terminati, collaudi fatti un po’ come viene e servizi incompleti.

Sfida impossibile per gli allestimenti. Il sito di Expo che aggiorna sull’avanzamento dei lavori non prende in considerazione i 54 padiglioni esteri, la cui costruzione è in capo ai Paesi ospiti. Emanuele Rossetti, direttore generale di Nussli Italia, colosso svizzero delle costruzioni temporanee che si è aggiudicato il maggior numero di contratti di padiglioni, ammette che alcune strutture potrebbero mancare l’appuntamento: probabilmente il 1° maggio non saranno pronti. Butta però acqua sul fuoco: “Ci sono 160 Paesi partecipanti, se all’inaugurazione non ne aprono tre o quattro, non succede nulla, è capitato anche in altri Expo”. Il problema è che quasi la metà dei padiglioni sono in ritardo, tanto che Expo spa starebbe valutando sistemi per camuffare le opere che non saranno completate entro il 1 maggio, data dell’inaugurazione in pompa magna con il presidente del Consiglio Matteo Renzi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e diversi altri capi di Stato.

Secondo una fonte che lavora nel sito (che chiede di non essere citata), tra i padiglioni più indietro, oltre al Palazzo Italia, ci sono quelli della Turchia, dell’Olanda, che sconta l’adesione tardiva del dicembre scorso, e quelli di Ecuador, Polonia, Romania e Russia. Anche Antonio Lareno, responsabile del progetto Expo per la Cgil, segnala il rischio di non finire in tempo: “Gli allestimenti potrebbero non essere finiti e causare il ritardo dell’apertura dei padiglioni”.

Il tema dell’esposizione è, come noto, “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”. Ma ormai l’idea forte dell’evento, abbandonato il progetto iniziale dell’orto botanico planetario e di un Expo verde e sostenibile, è quella del Cyber Expo, promessa di modernità digitale. Il pezzo forte del Cyber Expo dovrebbero essere gli “e-Walls”, 18 mega-schermi interattivi, multitouch, che permettono una “UX (user experience) emozionale e di forte impatto”, distribuiti nel sito per informare, intrattenere ed educare i visitatori sui temi dell’esposizione. Ma su quali temi, con quali contenuti? Non si sa ancora, visto che la gara per la “progettazione, sviluppo e produzione delle applicazioni e contenuti digitali” è stata indetta il 24 febbraio e scadrà l’11 marzo: a 30 giorni all’apertura dell’evento.

Il mistero dei biglietti: venduti davvero? E quanti? Per far quadrare i conti e garantire la sostenibilità economica dell’esposizione, bisogna vendere i biglietti. L’incasso preventivato è di oltre 400 milioni di euro. Il management di Expo sfodera l’ottimismo d’ordinanza e parla di 8,5 milioni di biglietti già venduti. Ma si tratta per lo più di biglietti consegnati a broker e tour operator, che a loro volta dovrebbero piazzarli ai visitatori (il costo del biglietto ordinario per gli adulti è tra i 27 e i 32 euro). È dunque ancora tutto in alto mare: quale sia la reale consistenza della

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‘Ndrangheta: finalmente Gullace.

carmelo nino gullace-U170669040026TPD-U220340329771PnE-158x237@IlSecoloXIXWEBEsplode l’inchiesta che intreccia mafia, usura e politica nel Savonese. Carmelo Gullace stamane all’alba è stato arrestato nella sua casa di Toirano: è considerato il boss della ’ndrangheta a Savona ma con interessi in tutta la Liguria e anche in Piemonte e Lombardia. Sequestrati beni per due milioni di euro intestati a lui e a presunti prestanome. Perquisizioni in corso. A fare scattare le manette i carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale di Savona e gli uomini della Dia, la Direzione investigativa antimafia di Genova: le accuse sono tentata estorsione, usura e intestazione fittizia di beni.

Le indagini coinvolgono anche la politica locale. Tra gli indagati figura Fabrizio Accame, ex segretario della Margherita ad Albenga e fervido sostenitore dell’attuale sindaco di centrosinistra, sempre di Albenga, Giorgio Cangiano: alle amministrative dello scorso anno era infatti candidato nella lista civica “Voce alla gente”, in sostegno all’attuale primo cittadino, e si fece ritrarre durante la campagna elettorale in una serie di fotografie insieme allo stesso Cangiano e al ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. Il nome di Accame, di professione mediatore creditizio, era già finito nelle intercettazioni delle inchieste per riciclaggio su Antonino Fameli – essendone stato collaboratore – ma non aveva ricevuto avvisi di garanzia. Oggi le sue responsabilità agli occhi degli inquirenti sono più gravi e per questo risponde, sebbene a piede libero, di concorso sia nell’usura che nell’estorsione praticate dal boss. Gli inquirenti hanno inoltre “mappato” una serie di incontri con Gullace, oltre ad aver registrato numerose intercettazioni ritenute «decisive».

Carmelo “Nino” Gullace

C’è quindi la mafia, a Savona e provincia. Le prove concrete, con nomi e cognomi, erano emerse nell’ambito di un’inchiesta i cui elementi essenziali il “Secolo XIX” aveva rivelato per la prima volta nello scorso mese di ottobre. La mafia c’è, con capi e “soldati” che hanno qui la loro base, viva e nascosta. Gli uomini d’onore sono radicati nel territorio stretti attorno a un boss. Da qui comandano anche i clan fuori Liguria. Da qui danno disposizioni, mandano ordini. Sempre eseguiti. Perché a Savona ci sarebbe il regista, che governa la ‘ndrangheta del Nord Ovest: il sessantenne Carmelo Gullace.

L’intervista a Sandro Sandulli, colonnello della Dia di Genova

Questo il quadro emerso dalle indagini concluse circa un anno fa (ottobre 2013) e condotte inizialmente dalla Procura savonese, insieme agli investigatori della squadra mobile della Questura. Successivamente, proprio per l’importanza del caso, sono subentrati gli specialisti dell’antimafia della Dia e dello Sco (polizia) di Genova. Ma non è finita. I faldoni con le carte fatte di intercettazioni, appostamenti e pedinamenti su quel mondo che gli inquirenti non esitano a ritenere “mafia”, sono stati trasferiti a Reggio Calabria, per competenza.

La procura calabrese avrebbe raccolto un dossier contenente elenchi di nomi di affiliati, la loro organizzazione, struttura e gerarchia.E i loro rapporti e affari con la politica e la pubblica amministrazione. A partire dalle indicazioni di voto alle urne di cui si sarebbero avvantaggiati politici savonesi insospettabili. L’esame laborioso delle carte era stato iniziato dai pm Giuseppe Pignatone, ora procuratore capo a Roma, e Michele Prestipino, che poi sono stati destinati ad altri incarichi. Ma i due magistrati avevano già messo la firma sulle autorizzazioni alle intercettazioni, scottanti per la provincia di Savona.

Le parole del colonnello Alessandro Parisi, comandante dei carabinieri di Savona

L’iter è così ripartito da zero con altri pm e davanti ad altri giudici. Le carte sono imperniate su un nome e tutta la sua corte. Il boss Carmelo, detto “Nino”, “Ninetto” Gullace, di Toirano. Ufficialmente un operaio di cava. Il boss del nord ovest della ’ndrangheta. Un nome chiacchierato da decenni, finito sulle cronache per accuse pesanti che lo hanno visto coinvolto in omicidi e sequestri (assolto poi in Cassazione) e al centro di sequestri patrimoniali e indagini dei Ros dei carabinieri. Al suo presunto ruolo rilevante all’interno della ‘ndrangheta gli investigatori sarebbero arrivati durante le indagini che avevano portato in carcere quello che sarebbe poi risultato essere, sempre secondo gli investigatori, il suo braccio destro: Antonio Fameli, di Loano.

E proprio il loro legame, al centro dell’indagine inizialmente della polizia di Savona (coordinata dall’allora pm Danilo Ceccarelli) poi della Dia di Genova, adesso è al vaglio di pm e gip di Reggio Calabria. Fameli era stato arrestato per una serie di reati finanziari e lavorando su di lui e sulle sue utenze e reti di prestanome, era emersa la fedeltà al capo, a Gullace. Da lì sono stati monitorati incontri, colloqui, anche in Calabria. E dopo un vertice tra magistrati e procure del Nord Italia, presieduto dal magistrato milanese Ilda Boccassini, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta, anche l’ipotesi “Savona” è finito davanti all’antimafia della Dda calabrese. Sono stati monitorati anche i continui viaggi di Gullace dalla villa di Toirano al suo paese d’origine, Cittanova. Da dove avrebbe scalato il potere ‘ndranghetista- secondo i dossier di Sco e Dia- arrivando ad essere a capo della potente cosca dei Gullace-Raso-Albanese.

La replica di Giorgio Cangiano, sindaco di Albenga

A poche ore dalla pubblicazione della notizia sull’arresto di Gullace e sul coinvolgimento nell’indagine dell’ex segretario della Margherita Fabrizio Accame, arriva il commento del sindaco di Albenga, Giorgio Cangiano: «L’accostamento giornalistico fra la città di Albenga e la mia amministrazione con l’ inchiesta Gullace è assolutamente privo di giustificazione e fondamento. Non c è alcun atto amministrativo, delibera o appalto che leghi il comune di Albenga a questa inchiesta – scrive il primo cittadino Cangiano – La mia amministrazione ha da subito fatto della trasparenza, della legalità elementi fondanti. Mi si dice che Fabrizio Accame, candidato in una lista civica (e con 56 voti non eletto) sarebbe indagato nel ambito di tale inchiesta. Fermo restando che Accame potrà chiarire la sua posizione nelle sedi opportune non comprendo cosa avrei dovuto o potuto fare a fronte di una candidatura di un cittadino incensurato. Detto ciò ribadisco quanto sempre affermato e cioè che contro la criminalità organizzata bisogna tenere altissima l’attenzione e dare ogni supporto affinché possano essere recisi tutti i legami con la pubblica amministrazione».

(fonte)

Jobs act, Italicum, responsabilità civile dei magistrati: Berlusconi lo diceva. Renzi lo fa. (Left in edicola da sabato, eh)

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Il numero che abbiamo preparato per le edicole di questa settimana (da sabato, eh). Ci abbiamo messo dentro il Presidente Narciso e molto altro. Tra le altre cose sono onorato  di avere avuto l’occasione di scrivere il monologo di carta di questa settimana con il partigiano (e Parlamentare Europeo) Emmanouil Glezos. Ecco l’indice:

IL CAVALIERE MATTEO

Jobs act, Italicum, responsabilità civile dei magistrati: ma se l’avesse fatto Berlusconi?
di Luca Sappino

Eccitato da Sergio
C’è grande feeling tra Renzi e Marchionne.
di Checchino Antonini

Lasciate lavorare il bullo
Arriva Renzi: il linguaggio diventa pop.
di Giulio Cavalli e Giorgia Furlan

l’intervista
In sella contro la mafia
Giuseppe Cimarosa, nipote di Messina Denaro: «Vivo di teatro».
di Giulio Cavalli

criminalità
La bufala è servita. Dai clan
La mozzarella fra truffe e camorra. Il punto sulle agromafie con Caselli.
di Francesco Maria Borrelli e Raffaele Lupoli

politica
Alternativa cercasi
I fuoriusciti 5Stelle in cerca di un partito.
di Ilaria Giupponi

inghilterra
Elezioni, dizionario sintetico
Guida pratica prima del voto di maggio.
di Massimo Paradiso

Il candidato che sfotte Farage
Il comico Al Murray sfida il leader Ukip.
di Virginia C.Grieco

l’analisi
Iran in fumo
Consumo record di droghe e pene severe.
di Maziyar Ghiabi

siria
Damasco ignorata
Parla il capo dei non jihadisti Khoja.
di Umberto De Giovannangeli

nigeria
Tratti di corruzione
La storia di Dotun Oloko, che denuncia i traffici illegali.
di Giacomo Zandonini e tavole di Claudia Giuliani

sessualità
Pillola libera tutti
Storia dell’inventore dell’anticoncezionale più famoso del mondo.
di Pietro Greco

Ribelli alla natura
I nuovi orizzonti della fecondazione assistita raccontati da Edoardo Boncinelli.
di Simona Maggiorelli

Il sesso delle millennial
Le serie tv che formano le ragazze.
di Giorgia Furlan

letteratura
A lezione da Pinocchio
I maestri irregolari da Collodi a Bergson.
di Filippo La Porta

musica
A tempo di libertà
Incontro con Jovica Jovic.
di Tiziana Barillà

Il circo dell’antimafia: tutti su Helg e nessuno su Santi Palazzolo

Da sinistra: Santi Palazzolo e Roberto Helg. Il Il denunciante e l'estorsore.
Da sinistra: Santi Palazzolo e Roberto Helg. Il denunciante e l’estorsore.

di Salvo Vitale – 4 marzo 2015
La denuncia di Helg e il suo conseguente arresto ha alzato il velo su quella zona grigia che sta tra chi ricopre cariche pubbliche, cioè è uno dei padroni del vapore, chi usa il suo potere per aumentare la sua ricchezza, oltre che il suo prestigio, e, in questo caso, chi usa l’antimafia come vetrina e copertura per accreditare un’immagine di legalità che invece nasconde un profilo da volgare delinquente.
Roberto Helg attualmente è presidente della Camera di Commercio di Palermo, oltre che vicepresidente della Gesap, la società che gestisce l’aeroporto Falcone-Borsellino. Si tratta di uno degli esponenti più importanti dell’imprenditoria siciliana, appartenente all’area del centro destra e molto attivo nella difesa della categoria dei commercianti. E’ rimasto al vertice della Confcommercio di Palermo da 18 anni e, di quella siciliana da 9, gestendo un noto negozi di regali in fallimento da qualche tempo: Helg ha cercato di riprovare a rilanciare l’attività associandosi con la Carrefour per l’apertura di un centro commerciale il cui progetto non è stato approvato dal Comune di Palermo. Ufficialmente ha rappresentato il viso nuovo di quella Sicilia che vuole scrollarsi dall’ipoteca mafiosa, che si è impegnato nella lotta contro il racket, aprendo uno sportello per gli imprenditori vessati da usura o dal pizzo. In tal senso si è schierato con Montante, anche lui industriale antimafia ultimamente indagato per contatti con i boss di Caltanissetta e gli ha espresso solidarietà.

Una domanda nasce spontanea: siamo davanti a forme raffinate di strategia mafiosa, che si servono di un’apparente facciata di legalità, magari con la denuncia di qualche tentativo di estorsione, o, come si vorrebbe far credere, a singoli casi, a incidenti di percorso che non mettono in discussione la linea scelta dagli industriali siciliani di dire no alle richieste estorsive? Il caso di Helg, colto con le mani nella marmellata, sembra orientare verso la prima ipotesi. Il pensiero va anche ai fratelli Catanzaro, uno dei quali è vicepresidente della Confindustria siciliana, l’altro gestisce una delle più grandi discariche della Sicilia, prima appartenente al comune di Siculiana, poi finita nelle sue mani, con l’assoluzione della magistratura. Anche se non è un teorema, in Sicilia, così come in Campania, non ci si può occupare della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, senza fare i conti con Cosa Nostra. E allora? Allora due più due fa quattro, ma non si può dimostrare.
Ma torniamo ad Helg, che è componente di una decina di consigli di amministrazione di varie associazioni commerciali, ricopre numerose cariche direttive e pertanto che incassa già laute parcelle, ma che adesso, poverino, dice di avere agito per necessità perché ha la casa pignorata. In verità una necessità per rimediare alla quale ci vuole una mazzetta da 100 mila euro, la metà della quale dilazionata in rate mensili, suscita una spontanea voglia di prendere a calci in culo questo soggetto, di metterlo in cella e di gettare la chiave. Invece è stato trattato con tutte le premure possibili, prima perché malato e poi perché anziano. Una specie di Berlusconi nostrano che non andrà mai in carcere.
Il caso pone diverse considerazioni e interrogativi e che ci si augura possano suscitare l’attenzione delle forze dell’ordine: si tratta di un caso isolato, oppure, com’è più logico, conoscendo come funziona in Sicilia, tutti quelli che all’aeroporto hanno in concessione uno spazio commerciale pagano il pizzo? A chi? Solo ad Helg? Non sarebbe opportuno aprire un’indagine sulla Gesap e sulla intera gestione dei servizi aeroportuali, dalle assunzioni, ai lavori di pulizia e manutenzione, alle modalità di concessione degli spazi ed altro?
Tutti ieri hanno parlato di Helg, come il corrotto, il corruttore, l’estorsore. Nessuno lo ha definito mafioso, ma sarebbe opportuno discuterne: da secoli sappiamo che la mafia non è solo quella che spara.
Tuttavia oggi bisognerebbe parlare, riempire i giornali a lettere cubitali, non di un anonimo “titolare di un esercizio di ristorazione o di una pasticceria”, come si è scritto, ma di Santi Palazzolo, l’imprenditore di Cinisi che ha deciso di non pagare, si è rivolto alla polizia e si è prestato a predisporre la trappola a colui che voleva estorcergli il frutto del suo onesto lavoro. Si tratta del nipote di Don Santi, erede di un’attività che ha quasi un secolo di vita.
A Radio Aut, scherzando, lo chiamavamo don Profitterolo, per la sua abilità nel saper preparare i migliori profiterols della Sicilia. Il suo bar, sito tra la piazza e l’inizio del corso, era frequentato dalla Cinisi bene, cioè da professionisti, galantuomini e anche mafiosi che, soprattutto la domenica mattina andavano a comprare la guantiera di dolci per la famiglia o per l’ospite. Una volta Peppino Impastato si nascose in una casa di fronte per scattare di nascosto alcune foto a Tano Badalamenti e agli amici che lo circondavano. Lui, don Santi, aveva un sorriso e una gentilezza per tutti, spesso preparava una sorpresa sul bancone o dentro la vetrina, una torta esotica, un dolce originale, un gelato dal gusto strano, accanto agli immancabili cannoli. Poi tutto venne trasferito sulla strada provinciale, al limite con il semaforo che da accesso al paese. L’attività è continuata con la gestione dal nonno, al figlio, detto l’Avvocato e oggi al nipote, che porta il nome del nonno ed ha cercato di dare al locale una veste più moderna con i giornali del mattino e con attività culturali varie: è stata finanziata anche qualche pubblicazione sulla storia del paese e del bar e sono stati aperti altri punti vendita, uno dei quali quello dell’aeroporto di Punta Raisi e uno negli Stati Uniti.
Che tutto questo sia avvenuto a Cinisi, nel paese di Don Tano Badalamenti, ma anche di Peppino Impastato, significa che il muro una volta indistruttibile della cultura mafiosa comincia a manifestare qualche crepa e che comincia a diffondersi la cultura secondo cui ognuno ha il diritto di godere in pieno dei frutti del proprio lavoro, senza che i parassiti possano profittarne.
Il negozio dell’aeroporto rappresenta l’ultimo momento, per chi parte e vuole portare un sapore della Sicilia, una cassata, un cannolo, un frutto di “martorana”, un dolce tipico. Adesso, dopo la denuncia dell’estorsione fatta da Roberto Helg, per il rinnovo del contratto per l’area del negozio, quel dolce assume un sapore più significativo, il sapore della legalità.

(fonte)

L’antimafia che indaga sull’antimafia

Guida-Fisco-Certificato-Antimafia-2012E’ l’ultima uscita della Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosy Bindi che, detta così, lascia quasi dedurre che prima di oggi non si facesse. Comunque credo che ogni eccesso di curiosità su questo argomento (da parte anche delle istituzioni) possa solo fare bene. Poi un giorno magari si parlerà anche di zerbini, incompetenti, egocentrici e coglioni e così sarà chiaro a tutti che come disse Giovanni Falcone “la mafia è un fenomeno umano” e l’antimafia pure. E almeno si tornerà con i piedi per terra, va.

Scuole paritarie: il chiodo fisso del (catto) PD

L’opinione pienamente condivisa della collega Donatella:

20150304_Scuole_Private-800x500Nonostante il dietrofront sul decreto legge della Buona scuola, le detrazioni fiscali per le famiglie che inviano i propri figli alle scuole paritarie saranno contenute nel disegno di legge che sarà presentato al Consiglio dei ministri del 10 marzo.

Insomma, il governo va avanti come un treno sui binari pro scuole private. Si illudeva chi aveva pensato che forse Renzi si era fermato per rispetto delle tante voci contrarie.  Del resto, è lo stesso Pd che si muove su questa linea.

Prima la lettera dei 44 parlamentari (quasi tutti del Pd) scritta a l’Avvenire, con i cattorenziani in prima linea (Fioroni in primis) poi ci ha pensato Luigi Berlinguer, ex ministro della Pubblica Istruzione, a parlare del ruolo centrale di questi istituti. Coerentemente, visto che era stato proprio lui a sdoganare le scuole private riconoscendole come paritarie e quindi  da trattare alla pari anche a livello economico.

Stupisce che di fronte alle scuole pubbliche che crollano, di fronte agli oltre centomila precari da stabilizzare, di fronte alla disuguaglianza tra Nord e Sud Italia, di fronte alle cifre record della dispersione scolastica, quello delle scuole private continua ad essere il nodo centrale per il governo Renzi.

Forse perché le paritarie sono quasi tutte nell’orbita della Chiesa cattolica.