La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio – Lettera43
La notte del 16 ottobre, a Campo Ascolano, l’auto di Sigfrido Ranucci è saltata in aria. L’ordigno artigianale ha distrutto due vetture, lesionato la facciata di un’abitazione, mandato in frantumi i vetri di una strada intera. Sua figlia era passata pochi minuti prima. L’esplosione è ora nelle mani della Direzione distrettuale antimafia di Roma, che indaga per “danneggiamento aggravato dal metodo mafioso”.
Nel giro di un’ora, l’intero arco istituzionale ha reagito come da copione. «Condanna ferma», «solidarietà piena», «attacco alla democrazia». Le dichiarazioni sono arrivate in ordine di gerarchia: il Quirinale, poi Palazzo Chigi, quindi Matteo Salvini, Antonio Tajani, Ignazio La Russa, Guido Crosetto. Tutti a difendere la libertà di stampa. Ma la domanda vera è un’altra. Cosa c’era prima della bomba?
Quando Ranucci era accusato di «giornalismo spazzatura»
Tutto è iniziato nel 2019. Giorgia Meloni era ancora all’opposizione quando Report mandò in onda “La fabbrica social della paura”, l’inchiesta sui follower falsi e la propaganda algoritmica dei partiti sovranisti. La reazione fu immediata: conferenza stampa alla Camera, accuse di «falsità», «teorie surreali», «giornalismo spazzatura». La leader di Fratelli d’Italia si disse «vergognata del servizio pubblico» e invitò i vertici Rai a intervenire. Quel giorno stabilì il linguaggio che poi ha accompagnato la sua ascesa al potere: non smentire i fatti, ma distruggere la credibilità di chi li racconta.
La Russa, Gasparri: quando l’ostilità diventa sistema
Da allora la macchina si è affinata. Nel 2021 e nel 2022, con ancora gli strascichi della pandemia, sono arrivate nuove accuse di “disinformazione” e “propaganda no vax”.
Il 2023 ha segnato la svolta istituzionale: l’ostilità è diventata sistema. Il presidente del Senato Ignazio La Russa, dopo un’inchiesta sui rapporti familiari e politici a Milano, ha annunciato querele, definendo Report una «pseudo-inchiesta» e i suoi autori «calunniatori schifosi». In Vigilanza Rai, Maurizio Gasparri ha dileggiato Ranucci durante un’audizione: «Le ho portato un cognac». Il tono era di scherno, ma la funzione era di intimidazione.
A dicembre dello stesso anno Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, è intervenuto contro una puntata sul vino: «Ranucci? Un nemico in casa». Poi, in una telefonata, ha precisato che lo diceva «tra virgolette». Ma il danno era fatto: la frase è entrata nel lessico politico come una licenza.
Il servizio sul padre di Meloni e il boss della camorra
A gennaio 2024 la maggioranza ha aperto formalmente il fronte istituzionale. Fratelli d’Italia ha depositato un’interrogazione in Vigilanza Rai contro due puntate di Report — una sui fratelli La Russa, una sui rapporti tra il padre di Meloni e un boss della camorra — parlando di «testimoni inattendibili» e di «attacco alla democrazia». Un precedente grave: per la prima volta un organo parlamentare veniva usato per chiedere conto di un contenuto editoriale. L’Usigrai ha parlato di «tentazione del bavaglio».
Pochi giorni dopo, il 29 gennaio, il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi ha insultato un inviato del programma: «Se muore in un incidente stradale sono contento». Il video è diventato virale, il linguaggio istituzionale è così precipitato nell’odio personale.
Ad aprile, dal palco di Pescara, Giorgia Meloni è tornata su Report dopo un servizio sull’accordo Italia-Albania e ha difeso il premier Edi Rama: «Linciato da Report». Il verbo è identico a quello che userà mesi dopo in un comizio elettorale contro la stampa «faziosa». L’accusa di linciaggio è diventata frame politico.
A maggio, al Festival dell’Economia di Trento, Meloni ha insinuato dubbi sull’imparzialità del conduttore: «Cosa avrebbero detto a me se fossi andata a cena con una candidata?». Il 5 giugno Fratelli d’Italia è passata dalle parole ai tribunali: querela formale contro Ranucci e l’inviato Giorgio Mottola per “La mafia a tre teste”, richiesta danni superiore a 50 mila euro.
Nel frattempo, Daniela Santanchè si presentava nei talk show parlando di «accanimento mediatico» e «campagne di fango». Giovanni Donzelli ha liquidato le inchieste su Visibilia come «buchi clamorosi». Nel gennaio 2025 il lessico si ripeteva ossessivo: fango, pattume, sciacalli.
Fazzolari ha querelato Report per 150 mila euro complessivi
A febbraio Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha querelato Report per 150 mila euro complessivi; a luglio lo ha imitato Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Meloni. La tattica della querela seriale: un logoramento per via giudiziaria che punta a consumare tempo e risorse.

In 10 anni, la lista delle offese è stata una cronologia della delegittimazione; 2019: «giornalismo spazzatura». 2023: «nemico in casa». 2024: «linciaggio». 2025: «pattume», «macchina del fango». Una grammatica della violenza verbale che ha sostituito il confronto con l’accusa. Ogni parola scava, sedimenta, cancella il ruolo di cronista e lo trasforma in bersaglio.
Secondo i dati interni raccolti da Report, Ranucci è stato colpito da 196 querele in 10 anni, per richieste di risarcimento complessive pari a 125 milioni di euro. Le querele sono state archiviate quasi sempre, ma servono a questo: generare paura, imporre silenzio, insegnare a chi guarda che “conviene non pestare i piedi”.
Nel 2025 la pressione è stata anche amministrativa. Sotto la direzione di Giampaolo Rossi, la Rai ha avviato un procedimento disciplinare contro Ranucci per un’intervista non autorizzata, ha tagliato quattro puntate introducendo un “controllore editoriale esterno”. È stato il passaggio dalla censura informale al controllo codificato. Contestualmente, Il Foglio ha pubblicato un articolo che parlava di “dispiacere” per la sua sopravvivenza a uno tsunami; Nicola Porro lo ha accusato in televisione di «pagare le fonti». È il mondo della comunicazione che negli anni ha metabolizzato e amplificato l’ostilità politica, fino a renderla intrattenimento.

Solo tra il 2023 e il 2025, i ministri Adolfo Urso, Lollobrigida, Santanchè e Crosetto hanno pubblicamente contestato Report o i suoi autori in almeno 23 occasioni. Urso ha presentato quattro querele in meno di due anni, accusando la redazione di «manipolare testimonianze». Crosetto ha definito quel tipo di giornalismo «un plotone di esecuzione». Lollobrigida, da parte sua, ha detto che «la Rai non può aggredire i nostri prodotti». Santanchè ha parlato di «accanimento» e «persecuzione». Tutto tracciato, tutto registrato.
Un dispositivo istituzionale di logoramento che dura da anni
Nel frattempo, in Commissione di Vigilanza Gasparri ha organizzato performance di dileggio. Nella stagione parlamentare 2023-2024, Report è stato citato 24 volte nelle interrogazioni dei gruppi di maggioranza. Ogni richiesta, ogni nota, ogni “atto ispettivo” è stato un messaggio. Un dispositivo istituzionale di logoramento.

Adesso è avvenuta l’esplosione, ma il terreno era già saturo. Ranucci vive sotto scorta dal 2014 per minacce di stampo mafioso, però il 2025 ha segnato un salto di qualità: proiettili recapitati per posta, auto danneggiate, avvertimenti anonimi. Poi la bomba. La reazione è stata unanime, come sempre accade quando la violenza diventa visibile. Ma la solidarietà, hanno scritto Fnsi e Usigrai, «arriva dopo anni di parole che hanno normalizzato l’odio». L’Ordine dei giornalisti ha parlato di «paradosso della doppia morale»: condannare l’attentato e, il giorno dopo, tornare a parlare di fake news e flop.
La strategia: isolare il giornalista, ridurlo a un personaggio controverso
Il punto non è soltanto la catena di offese, ma la coerenza del meccanismo. Dal linguaggio politico alla macchina amministrativa, dal talk show alla querela, tutto concorre a un’unica strategia: isolare il giornalista, ridurlo a un personaggio controverso, creare un dubbio permanente sulla sua legittimità. È l’anticamera perfetta dell’intimidazione fisica.

Definire un giornalista “spazzatura” o “nemico in casa” non è un lapsus, è un atto politico. In un Paese in cui le parole dei ministri si trasformano in hashtag, il confine tra retorica e istigazione si assottiglia. E quando l’ordigno scoppia, il cerchio si chiude. Oggi, mentre l’inchiesta giudiziaria prosegue e la solidarietà istituzionale occupa i titoli, resta la cronologia. Un decennio di delegittimazioni, querele, insulti, procedimenti disciplinari, riduzioni di palinsesto, auguri di morte. La cronologia è la prova più nitida che non si tratta di episodi isolati, ma di un disegno culturale, una pedagogia dell’odio verso chi interroga il potere.

Si può condannare la bomba, certo. Ma la bomba nasce in un terreno coltivato per anni da chi ha confuso il giornalismo con l’offesa. E a questo punto, dopo 10 anni di veleno, non serve tirare conclusioni. A ciascuno le sue.
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