Vai al contenuto

La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio – Lettera43

La notte del 16 ottobre, a Campo Ascolano, l’auto di Sigfrido Ranucci è saltata in aria. L’ordigno artigianale ha distrutto due vetture, lesionato la facciata di un’abitazione, mandato in frantumi i vetri di una strada intera. Sua figlia era passata pochi minuti prima. L’esplosione è ora nelle mani della Direzione distrettuale antimafia di Roma, che indaga per “danneggiamento aggravato dal metodo mafioso”.

Nel giro di un’ora, l’intero arco istituzionale ha reagito come da copione. «Condanna ferma», «solidarietà piena», «attacco alla democrazia». Le dichiarazioni sono arrivate in ordine di gerarchia: il Quirinale, poi Palazzo Chigi, quindi Matteo Salvini, Antonio Tajani, Ignazio La Russa, Guido Crosetto. Tutti a difendere la libertà di stampa. Ma la domanda vera è un’altra. Cosa c’era prima della bomba?

Quando Ranucci era accusato di «giornalismo spazzatura»

Tutto è iniziato nel 2019. Giorgia Meloni era ancora all’opposizione quando Report mandò in onda “La fabbrica social della paura”, l’inchiesta sui follower falsi e la propaganda algoritmica dei partiti sovranisti. La reazione fu immediata: conferenza stampa alla Camera, accuse di «falsità», «teorie surreali», «giornalismo spazzatura». La leader di Fratelli d’Italia si disse «vergognata del servizio pubblico» e invitò i vertici Rai a intervenire. Quel giorno stabilì il linguaggio che poi ha accompagnato la sua ascesa al potere: non smentire i fatti, ma distruggere la credibilità di chi li racconta.

La Russa, Gasparri: quando l’ostilità diventa sistema

Da allora la macchina si è affinata. Nel 2021 e nel 2022, con ancora gli strascichi della pandemia, sono arrivate nuove accuse di “disinformazione” e “propaganda no vax”.

Il 2023 ha segnato la svolta istituzionale: l’ostilità è diventata sistema. Il presidente del Senato Ignazio La Russa, dopo un’inchiesta sui rapporti familiari e politici a Milano, ha annunciato querele, definendo Report una «pseudo-inchiesta» e i suoi autori «calunniatori schifosi». In Vigilanza Rai, Maurizio Gasparri ha dileggiato Ranucci durante un’audizione: «Le ho portato un cognac». Il tono era di scherno, ma la funzione era di intimidazione.

A dicembre dello stesso anno Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, è intervenuto contro una puntata sul vino: «Ranucci? Un nemico in casa». Poi, in una telefonata, ha precisato che lo diceva «tra virgolette». Ma il danno era fatto: la frase è entrata nel lessico politico come una licenza.

Il servizio sul padre di Meloni e il boss della camorra

A gennaio 2024 la maggioranza ha aperto formalmente il fronte istituzionale. Fratelli d’Italia ha depositato un’interrogazione in Vigilanza Rai contro due puntate di Report — una sui fratelli La Russa, una sui rapporti tra il padre di Meloni e un boss della camorra — parlando di «testimoni inattendibili» e di «attacco alla democrazia».
Un precedente grave: per la prima volta un organo parlamentare veniva usato per chiedere conto di un contenuto editoriale. L’Usigrai ha parlato di «tentazione del bavaglio».

Pochi giorni dopo, il 29 gennaio, il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi ha insultato un inviato del programma: «Se muore in un incidente stradale sono contento». Il video è diventato virale, il linguaggio istituzionale è così precipitato nell’odio personale.

Ad aprile, dal palco di Pescara, Giorgia Meloni è tornata su Report dopo un servizio sull’accordo Italia-Albania e ha difeso il premier Edi Rama: «Linciato da Report». Il verbo è identico a quello che userà mesi dopo in un comizio elettorale contro la stampa «faziosa». L’accusa di linciaggio è diventata frame politico.

A maggio, al Festival dell’Economia di Trento, Meloni ha insinuato dubbi sull’imparzialità del conduttore: «Cosa avrebbero detto a me se fossi andata a cena con una candidata?».
Il 5 giugno Fratelli d’Italia è passata dalle parole ai tribunali: querela formale contro Ranucci e l’inviato Giorgio Mottola per “La mafia a tre teste”, richiesta danni superiore a 50 mila euro.

Nel frattempo, Daniela Santanchè si presentava nei talk show parlando di «accanimento mediatico» e «campagne di fango». Giovanni Donzelli ha liquidato le inchieste su Visibilia come «buchi clamorosi». Nel gennaio 2025 il lessico si ripeteva ossessivo: fango, pattume, sciacalli.

Fazzolari ha querelato Report per 150 mila euro complessivi

A febbraio Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha querelato Report per 150 mila euro complessivi; a luglio lo ha imitato Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Meloni. La tattica della querela seriale: un logoramento per via giudiziaria che punta a consumare tempo e risorse.

La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio
Giovanbattista Fazzolari con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

In 10 anni, la lista delle offese è stata una cronologia della delegittimazione; 2019: «giornalismo spazzatura». 2023: «nemico in casa». 2024: «linciaggio». 2025: «pattume», «macchina del fango».
Una grammatica della violenza verbale che ha sostituito il confronto con l’accusa. Ogni parola scava, sedimenta, cancella il ruolo di cronista e lo trasforma in bersaglio.

Nel 2025 la pressione è stata anche amministrativa. Sotto la direzione di Giampaolo Rossi, la Rai ha avviato un procedimento disciplinare contro Ranucci per un’intervista non autorizzata, ha tagliato quattro puntate introducendo un “controllore editoriale esterno”. È stato il passaggio dalla censura informale al controllo codificato.
Contestualmente, Il Foglio ha pubblicato un articolo che parlava di “dispiacere” per la sua sopravvivenza a uno tsunami; Nicola Porro lo ha accusato in televisione di «pagare le fonti». È il mondo della comunicazione che negli anni ha metabolizzato e amplificato l’ostilità politica, fino a renderla intrattenimento.

La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio
Giampaolo Rossi (Imagoeconomica).

Solo tra il 2023 e il 2025, i ministri Adolfo Urso, Lollobrigida, Santanchè e Crosetto hanno pubblicamente contestato Report o i suoi autori in almeno 23 occasioni. Urso ha presentato quattro querele in meno di due anni, accusando la redazione di «manipolare testimonianze». Crosetto ha definito quel tipo di giornalismo «un plotone di esecuzione».
Lollobrigida, da parte sua, ha detto che «la Rai non può aggredire i nostri prodotti». Santanchè ha parlato di «accanimento» e «persecuzione». Tutto tracciato, tutto registrato.

Un dispositivo istituzionale di logoramento che dura da anni

Nel frattempo, in Commissione di Vigilanza Gasparri ha organizzato performance di dileggio. Nella stagione parlamentare 2023-2024, Report è stato citato 24 volte nelle interrogazioni dei gruppi di maggioranza. Ogni richiesta, ogni nota, ogni “atto ispettivo” è stato un messaggio. Un dispositivo istituzionale di logoramento.

La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio
Maurizio Gasparri e il famigerato show con la carota in commissione Vigilanza Rai.

Adesso è avvenuta l’esplosione, ma il terreno era già saturo. Ranucci vive sotto scorta dal 2014 per minacce di stampo mafioso, però il 2025 ha segnato un salto di qualità: proiettili recapitati per posta, auto danneggiate, avvertimenti anonimi. Poi la bomba.
La reazione è stata unanime, come sempre accade quando la violenza diventa visibile. Ma la solidarietà, hanno scritto Fnsi e Usigrai, «arriva dopo anni di parole che hanno normalizzato l’odio». L’Ordine dei giornalisti ha parlato di «paradosso della doppia morale»: condannare l’attentato e, il giorno dopo, tornare a parlare di fake news e flop.

La strategia: isolare il giornalista, ridurlo a un personaggio controverso

Il punto non è soltanto la catena di offese, ma la coerenza del meccanismo. Dal linguaggio politico alla macchina amministrativa, dal talk show alla querela, tutto concorre a un’unica strategia: isolare il giornalista, ridurlo a un personaggio controverso, creare un dubbio permanente sulla sua legittimità. È l’anticamera perfetta dell’intimidazione fisica.

La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio
Il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci,al presidio “Il palinsesto siamo noi” davanti alla sede Rai di Napoli (foto Ansa).

Definire un giornalista “spazzatura” o “nemico in casa” non è un lapsus, è un atto politico. In un Paese in cui le parole dei ministri si trasformano in hashtag, il confine tra retorica e istigazione si assottiglia. E quando l’ordigno scoppia, il cerchio si chiude. Oggi, mentre l’inchiesta giudiziaria prosegue e la solidarietà istituzionale occupa i titoli, resta la cronologia. Un decennio di delegittimazioni, querele, insulti, procedimenti disciplinari, riduzioni di palinsesto, auguri di morte.
La cronologia è la prova più nitida che non si tratta di episodi isolati, ma di un disegno culturale, una pedagogia dell’odio verso chi interroga il potere.

La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio
Sigfrido Ranucci (Ansa).

Si può condannare la bomba, certo. Ma la bomba nasce in un terreno coltivato per anni da chi ha confuso il giornalismo con l’offesa.
E a questo punto, dopo 10 anni di veleno, non serve tirare conclusioni.
A ciascuno le sue.

L’articolo proviene da Lettera43 qui https://www.lettera43.it/solidarieta-pelosa-ranucci-report-anni-odio-dileggio/

Astensionismo elettorale, ecco il partito dell’Italia che non vota più

Nell’autunno del 2022, alle politiche, ha votato il 63,9% degli italiani. È stata la partecipazione più bassa della storia repubblicana, quasi nove punti in meno rispetto al 2018, secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno. Due anni dopo, alle europee del giugno 2024, la discesa è proseguita: per la prima volta il Paese è sceso sotto il 50%, con un’affluenza del 48,3%.

Nelle regionali, la forbice si allarga ancora: in Lazio ha votato appena il 37%, in Lombardia il 42%, in Calabria il 43%, in Emilia-Romagna e Liguria il 46%. È un fenomeno strutturale, non episodico. Il documento “Perché gli italiani non votano più”, presentato nel 2025 da un gruppo di ricercatori e amministratori, mostra come il crollo non riguardi solo la frequenza alle urne, ma il senso stesso del voto. In molte aree, soprattutto nel Sud, la partecipazione reale è ancora più bassa di quanto appaia: l’Istat e lo stesso Viminale segnalano che in alcune regioni un quinto degli iscritti alle liste è residente all’estero (Aire), e dunque non partecipa di fatto al voto locale.

Secondo l’ultimo sondaggio Censis-Coldiretti (ottobre 2025), sette italiani su dieci si dichiarano “distanti” dalle istituzioni europee e nazionali, e il 76% boccia l’idea di sacrificare welfare e agricoltura per aumentare la spesa militare. È la fotografia di una disillusione politica che non nasce da indifferenza, ma da una convinzione opposta: che la politica non risponda più ai bisogni sociali reali.

Astensionismo, il voto che non serve più

Gli studiosi chiamano questo sentimento “bassa efficacia politica percepita”. L’European Social Survey 2024, che monitora la fiducia civica in ventinove Paesi, colloca l’Italia ai livelli più bassi in Europa per convinzione che “il proprio voto conti qualcosa”. È un segnale di disincanto, non di apatia. Dopo vent’anni di stagnazione economica, salari fermi e precarietà, molti cittadini non credono più che le elezioni possano modificare la loro condizione materiale.

Il sociologo Ilvo Diamanti, in una lezione all’Università di Urbino, ha sintetizzato il paradosso: «L’astensione è la nuova forma di partecipazione. Serve a dire che non ci si riconosce più nel sistema». L’analisi dei flussi elettorali conferma che l’astensionismo non è distribuito in modo uniforme: cresce tra i giovani, tra i redditi medio-bassi e nelle periferie urbane, dove la distanza dai centri decisionali è percepita come irrimediabile.

Una parte del problema è anche numerica. Come ha spiegato l’analista Lorenzo Ruffino «la partecipazione non è crollata ovunque nello stesso modo: le regioni più ricche e istruite mantengono livelli più alti, mentre il Sud si svuota delle sue urne». Ruffino ricorda che «il voto fuori sede, la mobilità giovanile e l’assenza di partiti radicati localmente» pesano più della semplice sfiducia, e che «la frattura territoriale dell’affluenza è ormai un indice del divario sociale».

A pesare sono anche gli ostacoli pratici. L’Italia resta tra i pochi Paesi europei a non prevedere il voto fuori sede: uno studente o un lavoratore che si trovi lontano dal comune di residenza deve tornare indietro, spesso per centinaia di chilometri. Alle europee 2024 il Ministero dell’Interno ha sperimentato il voto fuori sede per circa 23 mila studenti, ma la misura non è stata estesa ad altre categorie.

Le riforme che non bastano

Nel dibattito politico si parla di “voto comodo”: per corrispondenza, anticipato, digitale. Esperienze già collaudate in altri Paesi. Negli Stati Uniti, la possibilità di votare per posta o in anticipo ha aumentato l’affluenza in modo selettivo, soprattutto tra i cittadini con disabilità o impegni lavorativi. In Germania e in Svizzera, il voto postale è ormai parte stabile del sistema. L’Estonia, pioniera del voto elettronico, ha dimostrato che la tecnologia riduce gli ostacoli logistici ma non risolve la sfiducia politica: chi non crede nel valore del voto non lo esercita neanche online.

Lo studio “Perché gli italiani non votano più” propone di partire dalle barriere più immediate: semplificare le procedure, garantire più sedi e orari estesi, migliorare il trasporto pubblico per gli elettori anziani o con disabilità. La proposta di legge sul voto fuori sede, depositata alla Camera nel 2025 dal comitato “Voglio votare fuorisede”, è sostenuta da oltre cento associazioni. Ma finora il governo non ha dato segnali di apertura.

Resta il nodo centrale: il voto è percepito come un gesto senza conseguenze. Le ricerche del Censis e dell’ISTAT mostrano un legame diretto tra fiducia istituzionale e partecipazione politica: dove la fiducia scende, cala anche l’affluenza. L’Italia, nel 2025, è agli ultimi posti in Europa per fiducia nei partiti (13%) e nel Parlamento (18%), secondo Eurobarometro.

La democrazia intermittente

In questo scenario, la disaffezione rischia di diventare cronica. I giovani, come rileva l’indagine “Gen Z e politica” della Fondazione Bruno Visentini, partecipano più attivamente ai movimenti civici e ambientali che ai partiti. È un’altra forma di politica, meno istituzionale, ma non per forza più debole.

L’astensione, dicono i ricercatori, non è più solo un problema numerico: è un segnale di frattura democratica. E se la partecipazione torna a crescere solo quando “c’è una posta in gioco” — come nel referendum costituzionale del 2016 o nelle comunali più polarizzate — significa che il voto è diventato episodico, non strutturale.

Le soluzioni tecniche possono ridurre la fatica del voto, ma non possono restituire fiducia. L’astensione italiana, oggi, è il prodotto di un sistema politico che chiede consenso senza rappresentanza, delega senza ascolto, e che misura la democrazia in percentuali sempre più basse.

Il rischio, avvertono gli autori del documento allegato al Forum dell’Agricoltura 2025, è di abituarsi a una “democrazia intermittente”, in cui votare diventa un atto occasionale e reversibile, come un abbonamento disdetto. E allora la domanda non è più perché gli italiani non votano, ma perché la politica non parla più agli italiani.

L’articolo Astensionismo elettorale, ecco il partito dell’Italia che non vota più sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il caso Pozzallo riaccende un faro sulla Libia e la frontiera che l’Europa non vuole vedere

Quando la barca è arrivata a Pozzallo, nella notte del 12 ottobre, aveva i segni evidenti dei proiettili sullo scafo. Cento persone a bordo, tre feriti gravi, uno in coma. Secondo i sopravvissuti, i colpi sono partiti da una motovedetta libica mentre l’imbarcazione si trovava nella zona Sar maltese. Le autorità di La Valletta non confermano né smentiscono, ma la sequenza coincide con altre segnalazioni di Alarm Phone e con la cronologia di Sea-Watch: pattuglie libiche che aprono il fuoco in acque internazionali, con mezzi e addestramento pagati dall’Europa.

A poche ore dallo sbarco, l’organizzazione tedesca ha diffuso un rapporto di 70 pagine che documenta 60 episodi di violenza dal 2016 nel Mediterraneo centrale, di cui almeno 54 avvenuti fuori dalle acque territoriali libiche. Gli autori parlano di un “sistema di aggressione strutturato”, non di episodi isolati. Nel 2016 erano tre. Nel 2023 e 2024 undici ogni anno. Nei primi nove mesi del 2025 già nove casi confermati.

Le motovedette di Roma e Bruxelles

Le unità usate negli ultimi attacchi — compresi quelli contro la Ocean Viking ad agosto e la Sea-Watch 5 a settembre — sono motovedette classe Corrubia, consegnate dall’Italia alla Libia attraverso il programma europeo SIBMMIL (Support to Integrated Border and Migration Management in Libya).
Il 24 agosto, la Ocean Viking è stata bersagliata per venti minuti da una di queste unità, la Houn PB 664, in pieno mare aperto. La nave di soccorso trasportava 87 naufraghi; nessun ferito, ma plancia e parabordi crivellati. Meno di un mese dopo, l’attacco alla Sea-Watch 5 nello stesso quadrante.
SOS Méditerranée e Sea-Watch hanno riconosciuto le navi libiche come parte della flotta finanziata dall’Ue, mentre la Commissione europea continua a definire la cooperazione “necessaria per salvare vite umane”.

L’Italia è il principale partner operativo: fornisce assistenza tecnica, ricambi e formazione, come previsto dai fondi europei NDICI-Global Europe. Ma in mare, quelle stesse motovedette agiscono spesso senza coordinamento, con catene di comando che rispondono a milizie locali e non a un’autorità unificata.

Le cifre della violenza

Dal 2016 oltre 169 mila persone sono state intercettate e respinte in Libia. L’Onu, con il rapporto della Missione d’inchiesta di marzo 2023, parla di “crimini contro l’umanità”: detenzione sistematica, torture, violenze sessuali, estorsioni. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni calcola che solo nel 2025, fino a settembre, più di 19 mila migranti siano stati riportati nei centri di detenzione, in condizioni definite “inumane e degradanti”.

Nel porto di Pozzallo, i medici hanno contato ferite da arma da fuoco su almeno tre corpi. Alcuni testimoni parlano di “raffiche da prua” e di “una bandiera libica visibile”. È l’ennesimo caso in cui la distinzione tra Guardia costiera e gruppi armati è impossibile. La procura di Ragusa ha aperto un fascicolo, mentre Frontex ammette di aver monitorato la scena tramite droni senza intervenire.

Il nodo politico

Il dossier di Sea-Watch arriva alla vigilia dei nuovi colloqui Ue-Libia sulla cooperazione marittima. Nel Parlamento europeo cresce la pressione per tagliare i fondi a Tripoli e dirottarli su agenzie Onu e organizzazioni civili. Un gruppo trasversale di eurodeputati ha depositato un’interrogazione in cui chiede “condizionalità rigorose e verificabili” sui finanziamenti, incluso l’obbligo di sospendere i trasferimenti in caso di violenze in mare.

Bruxelles replica che senza la collaborazione libica aumenterebbero i naufragi. Ma la cronologia degli attacchi mostra l’opposto: più si finanziano le pattuglie, più cresce la violenza. L’effetto deterrente si è tradotto in una guerra a bassa intensità contro i civili, in un tratto di mare che l’Europa continua a definire frontiera.

L’esternalizzazione che si incrina

La vicenda di Pozzallo — una barca crivellata dai proiettili dopo giorni di deriva — diventa la prova materiale di una politica che esplode nelle mani di chi l’ha concepita. I governi europei delegano la difesa dei propri confini a milizie che non riconoscono il diritto internazionale, mentre i cittadini europei finanziano inconsapevolmente la catena di abusi che inizia in mare e finisce nei centri di detenzione di Tripoli, Misurata e Zawiya.

Il nuovo rapporto segna un punto di rottura. O l’Unione europea subordina ogni forma di cooperazione a garanzie effettive — stop alle violenze in mare, chiusura delle prigioni arbitrarie, monitoraggio indipendente — oppure continuerà a essere corresponsabile di ciò che accade oltre l’orizzonte dei radar.

L’articolo Il caso Pozzallo riaccende un faro sulla Libia e la frontiera che l’Europa non vuole vedere sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

M5S-Pd, un matrimonio a ostacoli: dall’Ucraina alle spese militari, tutte le divisioni che rendono difficile la convivenza

La scintilla è arrivata da Chiara Appendino, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, che nell’assemblea congiunta di deputati e senatori ha ventilato l’ipotesi di dimissioni. «C’è un problema politico», ha detto, alludendo a un’alleanza col Partito democratico che per molti nel Movimento resta più un vincolo che una prospettiva. Conte ha minimizzato, ma la crepa è ormai visibile: le frizioni tra Pd e M5S attraversano quasi tutti i fronti strategici, Europa, difesa, grandi opere, rapporti internazionali.

Il fronte estero: armi e riarmo

Sulla guerra in Ucraina la distanza è strutturale. I 5 Stelle restano contrari all’invio di nuove armi e chiedono una «soluzione diplomatica», posizione ribadita anche nelle ultime manifestazioni di piazza. Il Pd mantiene una linea atlantista, sostenendo gli aiuti a Kyiv ma criticando l’aumento incontrollato delle spese militari. La frattura si è vista anche in Europa, dove dieci eurodeputati dem hanno votato a favore del pacchetto “ReArm Europe” contro l’indicazione di astensione arrivata da Elly Schlein. Un segnale che dentro il Pd, più che un dibattito, si consuma una doppia anima: quella di governo e quella di opposizione.

Il tema del riarmo è diventato il simbolo di questa ambiguità. Conte ha definito «una follia» l’ipotesi di portare la spesa militare al 5% del Pil, rilanciata in ambito Nato. Schlein e Misiani si sono detti contrari a quel traguardo, ma favorevoli al mantenimento dell’obiettivo del 2%. In Aula, però, le mozioni sul riarmo hanno diviso anche i dem: Guerini, Madia e Quartapelle non hanno seguito la linea della segretaria.

Sul Medio Oriente, invece, Pd e M5S hanno trovato una convergenza rara. Entrambi hanno firmato la mozione per il riconoscimento dello Stato di Palestina e per il cessate il fuoco immediato. È uno dei pochi terreni di accordo in un quadro che, sul resto della politica estera, resta disseminato di contraddizioni.

Il fronte europeo: il Mes come linea di confine

La spaccatura sul Meccanismo europeo di stabilità è una delle più nette. Il Pd ne chiede la ratifica da mesi, in nome della «credibilità europea dell’Italia». Il Movimento lo considera invece un «errore strategico» che limiterebbe la sovranità economica del Paese. È un muro identitario, che Conte usa per segnare la distanza da una cultura di governo ritenuta troppo accomodante verso Bruxelles.

Anche sull’industria della difesa europea i due partiti viaggiano su binari opposti: i 5 Stelle rifiutano ogni logica di rafforzamento bellico comune, mentre il Pd, pur diviso, tende a vedere nei programmi Ue un’occasione industriale. L’episodio del voto europeo sul “ReArm Europe” è diventato così un caso politico, perché mostra che non solo l’alleanza con il Movimento, ma lo stesso Pd è lacerato tra linea ufficiale e prassi di voto.

Tav, termovalorizzatore e il terreno locale delle crepe

Le differenze più tangibili emergono però a livello territoriale. La Tav Torino-Lione continua a separare i due mondi: per i 5 Stelle resta un simbolo di “grandi opere inutili”, per il Pd una priorità infrastrutturale europea. A Torino le tensioni sono quotidiane e spiegano in parte la durezza dello sfogo di Appendino, che su quel dossier ha sempre incarnato la linea più ortodossa del Movimento.

A Roma, lo scontro è sul termovalorizzatore di Santa Palomba. Gualtieri lo considera essenziale per chiudere il ciclo dei rifiuti, i 5 Stelle lo bollano come «un ritorno al passato». Lì la contraddizione è doppia: da una parte Conte difende la coerenza ambientalista del Movimento, dall’altra Schlein si ritrova a giustificare le scelte di un sindaco del suo stesso partito che interpreta la transizione ecologica in modo considerato “più pragmatico”.

Dove possono camminare insieme

Nonostante le differenze, alcuni terreni di incontro restano. Sul salario minimo le due forze hanno scritto e difeso un testo comune, e la difesa dello stato sociale le unisce contro la politica economica del governo. Sull’opposizione all’aumento della spesa militare al 5% si muovono in sintonia, seppure per ragioni diverse: Conte per pacifismo politico, Schlein per sostenibilità di bilancio.

Ma la difficoltà non è solo di programma: è di fiducia. I 5 Stelle temono che il Pd torni alla vocazione centrista alla prima occasione utile, il Pd teme che il Movimento usi l’alleanza come strumento tattico. Lo sfogo di Appendino, più che un incidente, è il sintomo di un malessere che rischia di allargarsi.

Finora l’unità dell’opposizione ha retto per convenienza, non per convinzione. E ogni volta che la cronaca internazionale costringe a scegliere — tra Europa e neutralismo, tra realpolitik e pacifismo — la coalizione virtuale tra Schlein e Conte si ritrova divisa. Non basta un voto comune su Gaza a mascherare che, su quasi tutto il resto, Pd e M5S restano due pianeti diversi.

L’articolo M5S-Pd, un matrimonio a ostacoli: dall’Ucraina alle spese militari, tutte le divisioni che rendono difficile la convivenza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Occhi su Gaza, diario di bordo #47

A Gaza la pace non ha portato silenzio, ma il ronzio dei generatori: la luce manca, l’acqua pure, e la gente continua a sopravvivere come in guerra. Secondo Oxfam, a cinque giorni dal cessate il fuoco Israele blocca ancora gli aiuti e l’ingresso delle ong. Solo un valico aperto e 716 camion entrati in totale, quando ne servirebbero almeno 600 ogni giorno. Gli aiuti restano fermi ai confini, mentre nella Striscia si contano 450 morti di fame, tra cui 150 bambini.

L’OMS parla di malattie “fuori controllo”: appena 13 ospedali su 36 sono parzialmente funzionanti, il resto è macerie. Nel nord non esiste più un reparto pediatrico. Il dottor Hussam Abu Safiya, che lo dirigeva, è stato condannato ad altri sei mesi di carcere senza accuse né processo. Amnesty International denuncia torture e sparizione forzata. È la stessa legge israeliana sui “combattenti illegali” che permette di imprigionare civili per tempo indefinito.

Intanto Israele discute se cambiare nome alla guerra: Netanyahu vuole chiamarla “Guerra della Rinascita”. Un modo per cancellare la memoria prima che arrivi la verità. Sul terreno, il ministro della Difesa fa tracciare una “linea gialla” che taglia in due Gaza: oltrepassarla significa essere colpiti. Ci siamo già dimenticati quando il governo italiano si vantava di “aiuti umanitari per Gaza”. Oggi nessuno dice dove fossero visto che oggi si applaude alla “ripresa dei convogli”, anche se i camion passano accanto a coloni che usano bambini come scudi per bloccare la farina. Questa non è pace. È la stessa guerra che continua con altri mezzi: la fame, la burocrazia, le prigioni. La domanda resta la stessa: chi sono i colpevoli, e chi li farà pagare?

L’articolo Occhi su Gaza, diario di bordo #47 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Trump-Zelensky, la pace come spot

A Washington, il bilaterale tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky si è trasformato in un esercizio di diplomazia performativa. Dopo una telefonata con Vladimir Putin e l’annuncio di un possibile vertice a Budapest, il presidente americano ha ricevuto il leader ucraino nella Cabinet Room promettendo «ottime chance di finire rapidamente la guerra». Ma dietro la retorica ottimista, restano le stesse ambiguità di sempre: nessun impegno formale, nessuna data, e un copione già visto.

Zelensky, in giacca nera, ha ribadito la richiesta di missili Tomahawk e garanzie di sicurezza. Trump ha risposto che fornirli sarebbe «un’escalation» ma che «ne parleremo». Poche ore dopo, fonti americane riferivano che Kiev era stata colta di sorpresa dal passo indietro sul tema. L’unico scambio concreto resta simbolico: i droni ucraini in cambio di promesse americane.

Il teatro della pace

Ogni frase del tycoon è calibrata per il pubblico interno. «Putin vuole che la guerra finisca», ha detto, ma nel frattempo ha confermato incontri separati, «non a tre», e un colloquio con il leader russo in Ungheria. La messa in scena del negoziatore-uomo di pace, quella che negli Stati Uniti mobilita l’elettorato stanco delle guerre infinite, si ripete a ogni incontro. Trump parla di “fine imminente” del conflitto da più di un anno, ma nessuna delle sue aperture si è mai tradotta in un tavolo reale.

Le sue “paci annunciate” sono ormai una cifra politica: promesse di disimpegno che diventano slogan elettorali. Nel 2020 il “deal del secolo” tra Israele e Palestina fu lanciato in diretta televisiva, nel 2024 toccò al piano per “fermare” la guerra di Gaza, e ora il copione si replica con l’Ucraina. Ogni volta, il messaggio è lo stesso: l’America forte perché decide quando la guerra deve finire.

Zelensky tra due fuochi

Per Zelensky, l’incontro era una necessità più che una speranza. Dopo la riduzione dei fondi statunitensi approvata dal Congresso e le tensioni europee sul prestito di 140 miliardi garantito dai beni russi congelati, Kiev ha bisogno di conferme. Ha incontrato i dirigenti delle società Raytheon e Lockheed Martin e il segretario all’Energia Wright per tenere aperta la filiera della difesa. Ma la Casa Bianca di Trump resta un palcoscenico instabile: il presidente parla di «grande chance di fermare la guerra», ma nelle stesse ore telefona a Putin, rilancia l’amicizia con Orbán e lascia intendere che «gli Stati Uniti compreranno droni ucraini».

Il tono di Zelensky, misurato e conciliante, è lo stesso dei precedenti incontri. Dal 2019 – quando Trump cercò di condizionarlo per ottenere informazioni su Hunter Biden – i due leader si sono incrociati più volte tra sospetti e sospensioni di aiuti. La loro storia diplomatica è segnata da fiducia intermittente e dall’uso politico dei colloqui. Oggi, quella dinamica si ripete: un leader ucraino in cerca di garanzie e un presidente americano che capitalizza ogni foto come spot elettorale.

L’illusione del negoziato

Trump promette un vertice a Budapest con Putin «entro due settimane». L’Unione Europea, prudente, lo definisce «benvenuto se conduce a una pace giusta». Ma la logica resta la stessa: ogni volta che il conflitto entra in stallo, l’ex tycoon torna a proporre un suo “accordo personale” con Mosca, in realtà mai definito. Gli stessi funzionari europei ricordano che «nessuna decisione sull’Ucraina può essere presa senza l’Ucraina».

L’incontro del 17 ottobre non ha prodotto svolte, ma ha consolidato una narrazione: Trump come mediatore unico, Zelensky come interlocutore riconoscente, Putin come figura da riportare “al tavolo”. È una rappresentazione utile per tutti tranne che per la guerra. La diplomazia ridotta a sceneggiatura continua a produrre applausi, ma non soluzioni.

L’articolo Trump-Zelensky, la pace come spot sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

A Desio (MB) dal 17 al 19 ottobre la “tregiorni” di Brianza SiCura nel nome di Michele Costa

Un convegno, uno spettacolo, una cerimonia. È il programma della importante “tregiorni” che l’associazione di volontariato Brianza SiCura odvpromuove dal 17 al 19 ottobre per festeggiare l’inaugurazione della propria sede e intitolarla al giornalista recentemente scomparso Michele Camillo Costa. Ecco i particolari.

Domenica 19 ottobre l’associazione inaugura ufficialmente la sua sede – sita in un immobile confiscato e restituito all’uso sociale in via Prati 52 a Desio – e la intitola alla memoria del giornalista Michele Camillo Costa, protagonista dell’informazione antimafia in Brianza, recentemente scomparso.

Michele Camillo Costa è stato il fondatore di un coraggioso e seguitissimo blog che per oltre un decennio ha costituito una preziosa fonte di informazione alternativa sulla politica locale e uno strumento d’inchiesta e denuncia delle illegalità e in particolare dell’avanzata delle mafie nel nostro territorio.

Costa è stato anche autore e protagonista del docufilm «Il Padrino e lo Scrittore», incentrato sulle rivelazioni di un boss brianzolo della ‘ndrangheta.

La cerimonia ufficiale di inaugurazione si svolgerà domenica 19 ottobre alle ore 10 in via Prati 52 a Desio, alla presenza delle Autorità cittadine e dei familiari di Michele Camillo Costa.

L’intitolazione sarà preceduta da due importanti appuntamenti pubblici:

Venerdì 17 ottobre, ore 21: convegno «Informazione e mafie in Brianza» presso la sede del Circolo Culturale Pro Desio (via Garibaldi 81). Partecipano: Lorenzo Frigerio, coordinatore di «Libera Informazione»; Dario Crippa, giornalista de «Il Giorno» di Monza; Marco Tagliabue, regista e autore Tv Svizzera Italiana; Giorgia Venturini, giornalista di «Fanpage», recentemente minacciata dalle mafie in Brianza; modera Roberto Beretta, presidente di «Brianza SiCura»

Sabato 18 ottobre, ore 21: spettacolo «Il ridicolo onore» con Giulio Cavalli presso lo Spazio Stendhal (via Lampugnani 62, Desio), ingresso libero e gratuito con prenotazione obbligatoria (www.villeaperte.info/eventi).

Nei giorni precedenti lo spettacolo verrà offerto agli alunni delle scuole cittadine a cura dell’Amministrazione comunale.

(da https://www.liberainformazione.org/2025/10/16/a-desio-mb-dal-17-al-19-ottobre-la-tregiorni-di-brianza-sicura-nel-nome-di-michele-costa/)

Abbonamento al male: rinnovato per altri tre anni

Otto anni dopo, l’Italia continua a firmare assegni ai suoi torturatori. Si chiama Memorandum Italia-Libia, ma è un contratto di outsourcing della vergogna: noi paghiamo, loro sparano, torturano, rinchiudono. Ogni tre anni il rinnovo scatta da solo, come un abbonamento al male. Nessun governo lo ha mai revocato. Tutti lo hanno protetto, da Minniti a Meloni, passando per chi finge di non averlo mai letto.

Nel 2025 più di 19 mila persone sono state intercettate in mare e riconsegnate alle galere di Tripoli e Al Khums. Dentro quei capannoni si muore di fame, si viene venduti, stuprati, estorti. L’ONU li definisce “scenari di crimini contro l’umanità”, ma per Roma sono “partner affidabili”. Ad agosto una motovedetta donata dall’Italia ha aperto il fuoco sulla Ocean Viking, con decine di naufraghi a bordo. Le immagini mostrano uomini armati che sparano contro chi salva vite. È la logica del Memorandum ridotta all’essenza: delegare la ferocia per restare puliti.

Nel Mediterraneo si consuma ogni giorno la menzogna europea dell’umanità selettiva. Le motovedette libiche sparano, le autorità italiane sorvegliano dai radar e chiamano soccorso solo quando conviene. Frontex segnala, i libici catturano, e noi applaudiamo ai “successi nella lotta ai trafficanti”. È la catena del disonore: Bruxelles che paga, Roma che tace, Tripoli che colpisce.

Il Parlamento ha appena lasciato che il rinnovo scattasse da solo. Nessuno ha alzato la mano. Si preferisce contare i voti, non i morti. Si dice “ordine”, si pratica la barbarie. E chi prova a raccontarla viene criminalizzato. Le navi umanitarie sequestrate, i volontari inquisiti, i corpi restituiti al mare.

Il Memorandum non ferma i trafficanti: li finanzia. Li veste da guardia costiera, li arma, li legittima. È la fotografia perfetta di un Paese che chiama sicurezza ciò che è viltà, e politica ciò che somiglia terribilmente a un crimine. Un Paese che ha sostituito il diritto con la paura e la paura con l’abitudine.

E quando, fra qualche anno, un’altra inchiesta ONU dirà che l’Italia era complice, qualcuno fingerà sorpresa. Diranno che non sapevano, che obbedivano agli alleati, che era “necessario”. È la stessa scusa che accompagna ogni disastro morale: la burocrazia del male funziona solo quando tutti scelgono di non guardare.

Buon venerdì.

Immagine dal sito della Ong Sea-Watch

L’articolo proviene da Left.it qui

Lecornu salva il governo, ma la Francia resta sospesa

Sébastien Lecornu ha superato la prova dell’Assemblée Nationale. Le due mozioni di sfiducia — una di La France Insoumise, l’altra del Rassemblement National — sono state respinte con 271 e 144 voti a favore, contro i 289 necessari per far cadere il governo. Diciotto voti hanno fatto la differenza, dopo una notte di trattative e telefonate che hanno portato i socialisti a garantire la sopravvivenza dell’esecutivo.

La chiave è stata la sospensione della riforma delle pensioni, annunciata da Lecornu “fino alle presidenziali del 2028”. Un gesto pragmatico, più che politico, per evitare un voto che avrebbe potuto riaprire la crisi aperta dall’uscita di scena di Attal. Il Partito socialista, ago della bilancia con i suoi 69 deputati, ha scelto la continuità: «Non abbiamo firmato un patto, ma serve stabilità per il bilancio», ha dichiarato il deputato Guillaume Baumel all’Adnkronos. Sette socialisti hanno comunque votato contro, insieme ai comunisti e ai Verdi.

Lecornu si salva, respinta la sfiducia

Nel campo opposto, Jean-Luc Mélenchon ha definito la sospensione “un inganno”, accusando Lecornu di voler guadagnare tempo per “riprendere la riforma appena passate le elezioni”. Marine Le Pen, invece, ha denunciato in aula “una pietosa coalizione per salvare Macron” e un bilancio “museo degli orrori”. Entrambe le mozioni sono state respinte, e la sinistra radicale ha annunciato una nuova iniziativa: una mozione per la destituzione del presidente della Repubblica.

All’uscita dall’Assemblée, Lecornu ha raggiunto a piedi palazzo Matignon, seguito dai giornalisti. «Adesso al lavoro», ha detto, indicando la legge di bilancio come prossima tappa. Il Consiglio di analisi economica francese stima servano 112 miliardi di euro per stabilizzare il debito, di cui 27 entro il 2026. Un compito che il premier dovrà affrontare con una maggioranza fragile e un Paese spaccato.

Per il Nobel Philippe Aghion, intervistato dal Corriere della Sera, la sospensione delle pensioni “era necessaria, altrimenti la situazione sarebbe esplosa”. Ma Le Figaro, voce del conservatorismo francese, parla di “errore imperdonabile” che sacrifica le giovani generazioni pur di evitare le urne. Due letture opposte dello stesso equilibrio instabile. Lecornu ha vinto la battaglia dei numeri, ma non quella della fiducia politica. La sopravvivenza del suo governo è un atto contabile più che un mandato.

L’articolo Lecornu salva il governo, ma la Francia resta sospesa sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Un Parlamento che scrive poco e approva meno

A tre anni dall’inizio della legislatura, l’Italia ha un Parlamento che legifera sempre meno e ratifica sempre di più. I dati diffusi da Openpolis mostrano che su 3.739 disegni di legge presentati, solo 205 sono stati approvati e appena 149sono entrati effettivamente in vigore: appena il 6% delle proposte.
La maggioranza delle norme nasce direttamente dal governo: il 74% è di iniziativa dell’esecutivo, solo il 25% dei parlamentari. Il potere legislativo è ormai concentrato nelle mani di Palazzo Chigi, mentre le Camere restano l’ultima tappa formale di un percorso già scritto.

A confermare questa tendenza è la crescita dei decreti-legge: il 37,4% delle leggi approvate è frutto di conversioni di decreti, cioè testi imposti per via d’urgenza e approvati quasi sempre sotto la minaccia della fiducia. Solo il governo Letta, nel 2013, aveva fatto un uso più massiccio di questo strumento, ma in un contesto di crisi istituzionale e di governo di transizione. Meloni lo ha reso un metodo ordinario di governo.

Fiducia e deleghe, l’esecutivo al comando

Dal 2022 a oggi sono stati approvati 3.799 emendamenti, di cui 3.480 in commissione e 319 in Aula. Un numero che potrebbe suggerire vitalità parlamentare, ma che nasconde un paradosso: la media di emendamenti approvati per decreto-legge è crollata da 46 nella scorsa legislatura a 30 nell’attuale.
Openpolis spiega la ragione con chiarezza: il governo Meloni «ha fatto maggiore ricorso alla questione di fiducia, che limita la possibilità dei parlamentari di presentare emendamenti». In altre parole, l’Aula discute meno non per disciplina, ma perché le regole la zittiscono.

A questo si aggiunge la crescita delle leggi delega, oggi al 10,3% del totale delle leggi approvate. Il Parlamento affida così al governo il potere di scrivere norme su temi centrali come fisco, intelligenza artificiale, salario minimo o “nucleare sostenibile”. Una scelta che sposta il cuore della decisione politica fuori dalle Camere, riducendone il ruolo a cornice giuridica delle scelte già assunte dall’esecutivo.

Gruppi stabili, dialettica spenta

L’analisi di Openpolis sui gruppi parlamentari conferma una stabilità apparente: 59 cambi di gruppo in tre anni, contro i 464 della scorsa legislatura e i 569 della precedente. Una riduzione drastica, che viene letta come segno di compattezza della maggioranza, ma che coincide con una minore libertà di movimento interno. Al Senato, la riforma del regolamento prevede sanzioni economiche per chi cambia gruppo, e la pressione dei vertici si fa sentire.

Alla Camera, Fratelli d’Italia guida con 116 deputati, seguita da Partito Democratico (70), Lega (65), Forza Italia(52), Movimento 5 Stelle (49), Alleanza Verdi e Sinistra (10), Noi Moderati (9) e Italia Viva (6). Una maggioranza numerica solida che però coincide con un Parlamento sempre più monocolore: la dialettica si consuma fuori, nei talk show o sui social, non nelle aule legislative.

Le presenze alle votazioni elettroniche restano al 69,6%: un dato stabile rispetto al passato, ma rivelatore. Il gruppo più presente alla Camera è Alleanza Verdi e Sinistra (79%), seguito da PD (74%) e Fratelli d’Italia (70,8%). In coda Italia Viva (59,8%), Forza Italia (59,2%) e Noi Moderati (46,9%). Al Senato, primeggia il Movimento 5 Stelle con l’83,7%. La costanza numerica non basta, però, a restituire spessore a un’istituzione sempre più svuotata di funzione.

Un potere spostato altrove

Il quadro tracciato da Openpolis non lascia spazio a interpretazioni: il governo Meloni è quello che, nelle ultime quattro legislature, ha utilizzato di più la decretazione d’urgenza e le deleghe legislative. Il Parlamento, di fatto, ratifica testi scritti altrove.
Il linguaggio della democrazia resta intatto — discussioni, fiducie, votazioni — ma il suo lessico è svuotato. Il principio dell’equilibrio dei poteri è diventato un rito formale. E la “stabilità” invocata dalla maggioranza ha finito per coincidere con il silenzio.

Non è solo una questione di numeri: è la trasformazione profonda di un’istituzione nata per discutere, oggi ridotta a timbrare.

L’articolo Un Parlamento che scrive poco e approva meno sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui