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La sinistra concreta (nel giorno della balena bianca)

Poiché va molto di moda parlare dell’esperienza di “Podemos”, la nuova sinistra spagnola, e poiché mi sembra evidente che sia importante per la propria immagine parlarne (fingendo di saperne) vale la pena leggere questo discorso di Pablo Iglesias pronunciato durante un’assemblea:

podemosSo molto bene che la chiave per comprendere la storia degli ultimi cinque secoli è la formazione di specifiche categorie sociali, chiamate “classi”; è per questo che vorrei raccontarvi un aneddoto. Quando il movimento 15-M ebbe inizio, alla Puerta del Sol, alcuni studenti del mio dipartimento, il dipartimento di scienze politiche, studenti molto politicizzati – avevano letto Marx, avevano letto Lenin – parteciparono per la prima volta nella loro vita a iniziative politiche con persone normali.
Si disperarono. “Non capiscono niente! Proviamo a dirglielo, voi siete proletari, anche se non lo sapete!” Le persone li guardavano come se venissero da un altro pianeta. E gli studenti tornavano a casa depressi, dicendo “non capiscono niente”.
Gli avrei voluto rispondere: “Non capite che il problema siete voi? Che la politica non ha nulla a che fare con l’avere ragione, ma con il riuscire?” Voi potete fare le migliori analisi, comprendere le chiavi di lettura dello sviluppo economico a partire dal sedicesimo secolo, capire che il materialismo storico è la via da seguire per capire i processi sociali. E dopo di questo, cos’è che fate? Urlate a quelle persone “siete proletari e nemmeno ve ne rendete conto”?
Il nemico non farebbe altro che ridervi in faccia. Potete indossare una maglietta con falce e martello. Potete persino portare un enorme bandiera rossa, e tornarvene a casa con la vostra bandiera, il tutto mentre il nemico continua a ridervi in faccia. Perché le persone, i lavoratori, continuano a preferire il nemico a voi. Gli credono. Lo capiscono quando parla. Mentre non capiscono voi. E probabilmente voi avete ragione! Probabilmente potreste chiedere ai vostri figli di scrivere sulla vostra lapide: “Aveva sempre ragione – ma nessuno lo seppe mai”.
Quando si studiano i movimenti rivoluzionari di successo, si può notare con facilità che la chiave per riuscire è lo stabilire una certa convergenza tra le proprie analisi e il sentire comune della maggioranza. E questo è molto difficile. Perché implica il superamento delle contraddizioni.
Pensate che avrei qualche problema ideologico nei confronti di uno sciopero selvaggio di 48, di 72 ore? Neanche per idea! Il problema è che l’organizzare uno sciopero non ha nulla a che fare con quanto grande sia il desiderio mio e vostro di farlo. Ha a che fare con la forza dei sindacati, e sia io che voi siamo insignificanti in materia.
Voi e io possiamo desiderare che la terra sia un paradiso per l’umanità intera. Possiamo desiderare quello che vogliamo, e scriverlo su una maglietta. Ma la politica è una questione di rapporti di forza, non di desideri o di quel che ci diciamo in assemblea. In questo paese ci sono solamente due sindacati che hanno la capacità di organizzare uno sciopero generale: la CCOO e la UGT. Mi piacciono? No. Ma così è come stanno le cose, e organizzare uno sciopero generale è molto difficile.
Ho partecipato ai picchettaggi davanti ai depositi degli autobus a Madrid. Le persone che erano lì, all’alba, sapete dove dovevano andare? A lavoro. Non erano crumiri. Ma sarebbero stati cacciati dal loro posto di lavoro, perché lì non c’erano sindacati a difenderli. Perché i lavoratori che possono difendersi da soli, come quelli nei cantieri navali o nelle miniere, hanno sindacati forti. Ma i ragazzi che lavorano come venditori telefonici, o nelle pizzerie, o le ragazze che lavorano nel commercio al dettaglio, non possono difendersi.
Sarebbero segati immediatamente il giorno dopo lo sciopero. E voi non sarete lì, e io non sarò lì, e nessun sindacato sarà lì per sedersi col capo e dirgli: faresti meglio a non far fuori questa persona perché ha esercitato il diritto di sciopero, perché pagherai un prezzo per questo. Questo non succede, non importa quanto entusiasmo possiamo avere.
La politica non è ciò che io o voi vogliamo che sia. È ciò che è, ed è terribile. Terribile. Ed è per questo motivo che dobbiamo parlare di unità popolare, ed essere umili. A volte dovrete parlare con persone cui non piacerà il vostro linguaggio, con le quali i concetti che voi usate non faranno presa. Cosa possiamo capire da questo? Che stiamo venendo sconfitti da parecchi anni. Il perdere tutte le volte implica esattamente ciò: implica che il “senso comune” sia differente [da ciò che noi pensiamo sia giusto]. Ma non è nulla di nuovo. I rivoluzionari lo hanno sempre saputo. L’obiettivo è riuscire nel deviare il “senso comune” verso una direzione di cambiamento.
César Rendulues, un tipo molto acuto, afferma che la maggior parte delle persone sono contro il capitalismo ma non lo sanno. La maggior parte delle persone difende il femminismo anche se non ha mai letto Judith Butler o Simone de Beauvoir. Ogni volta che voi vedete un padre fare i piatti o giocare con suo figlio, o un nonno spiegare a suo nipote di condividere i suoi giocattoli, c’è più trasformazione sociale in questi piccoli episodi che in tutte le bandiere rosse che potete portare ad una manifestazione. E se falliamo nel comprendere che queste cose possono servire come fattori unificanti, loro continueranno a riderci in faccia.
Quello è il modo in cui il nemico ci vuole. Ci vuole piccoli, mentre parliamo un linguaggio che nessuno capisce, fra di noi, mentre ci nascondiamo dietro i nostri simboli tradizionali. È deliziato da tutto ciò, perché sa che finché continueremo ad essere così, non saremo mai pericolosi.
Possiamo avere toni davvero radicali, dire che vogliamo organizzare uno sciopero selvaggio, parlare di popolo armato, brandire simboli, portare ritratti dei grandi rivoluzionari alle nostre manifestazioni – loro ne saranno deliziati! Ci rideranno in faccia. È quando metterete insieme centinaia, migliaia di persone, quando inizierete a convincere la maggioranza, persino quelli che votavano per il nemico – è in quel momento che inizieranno a spaventarsi. E questo è quel che è chiamata “politica”. Quello che abbiamo bisogno di capire.
C’era un compagno qui che parlava dei Soviet del 1905. C’era un tizio calvo e col pizzetto – un genio. Egli intuì l’analisi concreta della situazione concreta. In tempo di guerra, nel 1917, quando il regime russo era sull’orlo del collasso, disse una cosa molto semplice ai russi, fossero essi soldati, contadini o lavoratori. Egli disse: “Pane e pace”.
E quando disse “pane e pace”, che era ciò che tutti volevano – che la guerra finisse e che si potesse avere abbastanza da mangiare – molti russi che non sapevano neppure se fossero di “destra”o di “sinistra”, ma sapevano di essere affamati, dissero: “Il tizio calvo ha ragione”. E il tizio calvo fece molto bene. Non parlò ai russi di “materialismo dialettico”, gli parlò di “pane e pace”. E questa è una delle lezioni più importanti del ventesimo secolo.
Cercare di trasformare la società scimmiottando la storia, scimmiottando i simboli, è ridicolo. La strada non è quella di ripetere le esperienze di altri paesi, eventi storici del passato. La strada è quella di analizzare i processi, le lezioni della storia. E comprendere in ogni momento della storia che il “pane e pace”, se non è connesso a ciò che le persone sentono e provano, è giusto una ripetizione, come farsa, di una tragica vittoria del passato.

Le stesse idee della maggioranza

La maggior parte della gente non si rende nemmeno conto del proprio bisogno di conformismo. Vive nell’illusione di seguire le proprie idee ed inclinazioni, di essere individualista, di aver raggiunto da sé le proprie convinzioni; e si dà il fatto che le sue idee siano le stesse della maggioranza.

(Erich Fromm, L’arte di amare, 1956)

I “Mattarella” (secondo Pippo Fava)

da “I cento padroni di Palermo” di Giuseppe Fava (“I Siciliani”, giugno 1983):

Giuseppe Fava
Giuseppe Fava

Ecco: qui diventa perfetta la storia di Piersanti Mattarella, da raccontare tuttavia con umana sincerità affinché ognuno possa capire le cose come veramente accaddero e quindi trarre una ragione, un cifrario per le cose che continuano ad accadere.
Piersanti Mattarella, il cui personaggio oramai è entrato nella leggenda politica siciliana dell’ultimo decennio, era figlio di Bernardo Mattarella, padrone della Sicilia occidentale, quando Palermo ancora ammetteva un solo padrone. Saggio e collerico, amabile e violento, culturalmente modesto, ma irruento parlatore, Mattarella non disdegnava alcuna alleanza potesse servire al potere del suo partito ed a quello suo personale. Non aveva scrupoli. Se parte dei suoi voti provenivano dai ras delle province mafiose, che ben venissero, erano egualmente voti di cittadini italiani. E se quei grandi elettori chiederanno un favore in cambio, Bernardo Mattarella (come si suole dire) non si faceva negare. Contro di lui dissero e scrissero cose terribili, ma in realtà non riuscirono a provare praticamente niente, se non che la sua potenza, appunto per questa assenza di testimoni contrari, era perfetta.
Il vecchio Mattarella aveva eletto il figlio Piersanti, suo delfino ed erede, lo avvezzò al potere con la stessa puntigliosa prudenza, la medesima pignoleria, che la regina madre usa di solito per il principino di Windsor: prima buon studente, poi eccellente cavallerizzo, ufficiale della marina imperiale, un matrimonio di classe regale, un viaggio per tutto il Commonwealth ad affascinare sudditi. Al momento opportuno il trono. Piersanti era alto, bello, intelligente, amabile parlatore, ottimo laureato, viveva a Roma, parlava con buona dizione. Era anche un uomo molto gentile ed infine aveva una dote che poteva essere un difetto: era candido. O forse fingeva di esserlo.
Quando il padre ritenne il momento opportuno, lo fece venire a Palermo perché fosse candidato al consiglio comunale. Il Comune di Palermo è una palestra politica senza eguali, nella quale si apprendono tutte le arti della trattativa per cui l’affare politico è sempre diverso da quello che viene, ufficialmente discusso, e si affinano le arti della eloquenza per cui si dice esattamente il contrario di quello che è, anche gli avversari lo sanno e però fanno finta di non saperlo, e quindi l’oratore riesce a farsi perfettamente capire senza destare lo scandalo dei testimoni. Piersanti imparò quanto meno a capire quello che gli altri dicevano. Poi venne eletto dall’assemblea regionale siciliana, dove in verità – provenendo i deputati da tutte e nove le province dell’isola, le arti sono più grossolane, ci sono anche la cocciutaggine dei nisseni, la imprevedibile fantasia dei catanesi, la finta bonomia dei siracusani, tutto è più facile e difficile, e tuttavia anche qui Piersanti Mattarella fu diligente e attento. Valutava, ascoltava, sorrideva, imparava, giudicava. Venne eletto assessore alle finanze. Fu in quel periodo che vennero confermati gli appalti delle esattorie alla famiglia Salvo.
Esigere le tasse può sembrare odioso, e tuttavia è necessario, consentito, anzi preteso dalla legge. L’esattore deve essere avido, preciso e implacabile. I Salvo erano perfetti. Il loro impero esattoriale si estendeva da Palermo a Catania, un giro di centinaia di miliardi, forse migliaia. C’era una bizzarra clausola nell’accordo stipulato fra gli esattori Salvo e l’assessore regionale: cioé gli esattori avevano facoltà di scaglionare nel tempo i versamenti. Premesso che la Giustizia impiega magari due anni per riconoscere un’indennità di liquidazione a un povero lavoratore, ma ha una capacità fulminea di intervento contro lo stesso poveraccio che non paga le tasse), gli esattori Salvo avevano il diritto di esigere subito le somme dovute dai contribuenti, epperò la facoltà (detratte le percentuali proprie) di versare a scaglioni le somme dovute alla Regione. Praticamente per qualche tempo avevano la possibilità di tenere in banca, per proprio interesse, somme gigantesche. Non c’era una sola grinza giuridica. Avevano fatto una proposta e la Regione aveva accettato.
Infine Piersanti Mattarella venne eletto presidente della Regione. E improvvisamente l’uomo cambiò di colpo. Aveva studiato tutte le arti per diventare Mazzarino e improvvisamente divenne Pericle. Indossò tutta la dignità che dovrebbe avere sempre un uomo; dignità significa intransigenza morale, nitidezza nel governo, onestà nella pubblica amministrazione. Piersanti Mattarella fu capace di pensare in grande e pensare in proprio. Figurarsi la società palermitana degli oligarchi, i cento padroni di Palermo. Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente? Nessuno capirà mai se Mattarella venne ucciso perché aveva fermato una cosa che stava accadendo, oppure perché avrebbe potuto fermare cose che invece ancora dovevano accadere.

Expo non diventi la fiera dell’ingiustizia

Una lettera interessante per Matteo Renzi sottoscritta da molti amici milanesi:

Signor pre­si­dente del Con­si­glio, i gior­nali ci infor­mano che lei sarà a Milano il 7 feb­braio per lan­ciare un Pro­to­collo mon­diale sul Cibo, in occa­sione dell’avvicinarsi di Expo.

Ci risulta che la regia di tale pro­to­collo, al quale lei ha già ade­rito, sia stata affi­data alla Fon­da­zione Barilla Cen­ter for Food &Nutri­tion. Una mul­ti­na­zio­nale molto ben inse­rita nei mer­cati e nella finanza glo­bale, ma che nulla ha da spar­tire con le poli­ti­che di sovra­nità ali­men­tare essen­ziali per poter sfa­mare con cibo sano tutto il pianeta.

Expo ha siglato una part­ner­ship con Nestlé attra­verso la sua con­trol­lata S. Pel­le­grino per dif­fon­dere 150 milioni di bot­ti­glie di acqua con la sigla Expo in tutto il mondo. Il Pre­si­dente di Nestlé World­wide già da qual­che anno sostiene l’istituzione di una borsa per l’acqua così come avviene per il petro­lio. L’acqua, senza la quale non potrebbe esserci vita nel nostro pia­neta, dovrebbe quindi essere tra­sfor­mata in una merce sui mer­cati inter­na­zio­nali a dispo­si­zione solo di chi ha le risorse per acquistarla.

Que­sti sono solo due esempi di quanto sta avve­nendo in pre­pa­ra­zione dell’Expo.

Scri­veva Van­dana Shiva: «Expo avrà un senso solo se par­te­ci­perà chi s’impegna per la demo­cra­zia del cibo, per la tutela della bio­di­ver­sità, per la difesa degli inte­ressi degli agri­col­tori e delle loro fami­glie e di chi il cibo lo mette in tavola. Solo allora Expo avrà un senso che vada oltre a quello di grande vetrina dello spreco o, peg­gio ancora, occa­sione per vicende di cor­ru­zione e di cemen­ti­fi­ca­zione del territorio».

«Nutrire il Pia­neta, Ener­gia per la vita», recita il logo di Expo. Ma Expo è diven­tata una delle tante vetrine per nutrire le mul­ti­na­zio­nali, non certo il pianeta.

Come si può pen­sare infatti di garan­tire cibo e acqua a sette miliardi di per­sone affi­dan­dosi a coloro che del cibo e dell’acqua hanno fatto la ragione del loro pro­fitto senza pre­stare la minima atten­zione ai biso­gni pri­mari di milioni di persone?

Expo si pre­senta come la pas­se­rella delle mul­ti­na­zio­nali agroa­li­men­tari, pro­prio quelle che deten­gono il con­trollo dell’alimentazione di tutto il mondo, che pro­du­cono quel cibo glo­ba­liz­zato o spaz­za­tura, che deter­mina con­tem­po­ra­nea­mente un miliardo di affa­mati e un miliardo di obesi.

Due facce dello stesso pro­blema che abi­tano que­sto nostro tempo: la povertà, in aumento non solo nel Sud del mondo ma anche nelle nostre peri­fe­rie sem­pre più degradate.

Expo non parla di tutto ciò.

Non parla di diritto all’acqua pota­bile e di acqua per l’agricoltura familiare.

Non parla di diritto alla terra e all’autodeterminazione a coltivarla.

Non si rivolge e non coin­volge i poveri delle mega­lo­poli di tutto il mondo, non si inter­roga su cosa man­giano, non parla ai con­ta­dini pri­vati della terra e dell’acqua, scac­ciati attra­verso il land e water grab­bing, (la ces­sione di grandi esten­sioni di ter­reno e di risorse idri­che a un paese stra­niero o a una mul­ti­na­zio­nale), espulsi dalle grandi dighe, dallo svi­luppo dell’industria estrat­tiva ed ener­ge­tica, dalla per­dita di sovra­nità sui semi per via degli Ogm e costretti quindi a diven­tare pro­fu­ghi e migranti.

E non cam­bia certo la situa­zione qual­che invito a sin­goli per­so­naggi della cul­tura pro­ve­nienti da ogni angolo della terra e impe­gnati nella lotta per la giu­sti­zia sociale. Al mas­simo serve per creare qual­che diversivo.

In Expo a fianco della pas­se­rella delle mul­ti­na­zio­nali si dispiega la pas­se­rella del cibo di «eccel­lenza». Expo parla solo alle fasce di popo­la­zione ricca dell’occidente e que­sto ne fa ogget­ti­va­mente la vetrina dell’ingiustizia ali­men­tare del mondo, nella quale la povertà si misu­rerà nel cibo: in quello spaz­za­tura per le grandi masse e in quello delle ecce­denze e degli scarti per i poveri.

In que­sti mesi, di fronte a tutto quello che è acca­duto nella nostra città, dall’ille­ga­lità allo sper­pero di ingenti risorse eco­no­mi­che per l’organizzazione di Expo in una comu­nità dove la povertà cre­sce quo­ti­dia­na­mente e che avrebbe urgenza di ben altri inter­venti, noi abbiamo matu­rato un giu­di­zio nega­tivo su Expo.

Ma come cit­ta­dini mila­nesi non pos­siamo fug­gire la respon­sa­bi­lità di impe­gnarci affin­ché l’obiettivo di «Nutrire il pia­neta» possa essere meno lontano.

Per que­sto avan­ziamo a lei e alle auto­rità poli­ti­che ed ammi­ni­stra­tive che stanno orga­niz­zando Expo alcune pre­cise richieste.

Il Pro­to­collo mon­diale sulla nutri­zione che lei intende lan­ciare, pur dicendo anche alcune cose con­di­vi­si­bili, evi­tando i nodi di fondo, rimane tutto all’interno dei mec­ca­ni­smi ini­qui che hanno gene­rato l’attuale situazione.

Noi le chie­diamo di porre al cen­tro la sovra­nità ali­men­tare e il diritto alla terra negati dallo stra­po­tere e dal con­trollo delle mul­ti­na­zio­nali, in par­ti­co­lare quelle dei semi.

Chie­diamo che sia affer­mata una netta con­tra­rietà agli Ogm, che sono il para­digma di que­sta espro­pria­zione della sovra­nità dei con­ta­dini e dei cit­ta­dini, il perno di un modello glo­ba­liz­zato di agri­col­tura e di pro­du­zione di cibo che inquina con i diser­banti, con­suma ener­gia da petro­lio, è idro­voro e con­tri­bui­sce al 50% del riscal­da­mento climatico.

Le chie­diamo che venga affer­mato il diritto all’acqua pota­bile per tutti attra­verso l’approvazione di un Pro­to­collo Mon­diale dell’acqua, con il quale si con­cre­tizzi il diritto umano all’acqua e ai ser­vizi igienico-sanitari san­cito dalla riso­lu­zione dell’Onu del 2011.

Chie­diamo che ven­gano rimessi in discus­sione gli accordi di part­ner­ship tra Expo e le grandi mul­ti­na­zio­nali, che, lungi dal rap­pre­sen­tare una solu­zione, costi­tui­scono una delle ragioni che impe­di­scono la piena rea­liz­za­zione del diritto al cibo e all’acqua.

Chie­diamo che si decida fin d’ora il destino delle aree di Expo non lascian­dole uni­ca­mente in mano alla spe­cu­la­zione e agli appe­titi della cri­mi­na­lità orga­niz­zata e che, su quei ter­reni, venga indi­cata una sede per un’istituzione inter­na­zio­nale fina­liz­zata a tute­lare l’acqua, potrebbe essere l’Autho­rity mon­diale per l’acqua, e il cibo come beni comuni a dispo­si­zione di tutta l’umanità. Una sede dove i movi­menti sociali come i Sem Terra, Via Cam­pe­sina, le reti mon­diali dell’acqua, le orga­niz­za­zioni popo­lari e i governi locali e nazio­nali discu­tano: la poli­tica per la vita.

Una sede nella quale la Food Policy diventi anche Water Policy, dove si discuta la costi­tu­zione di una rete di città che assu­mano una Carta dell’acqua e del Cibo, nella quale si inizi a con­cre­tiz­zare local­mente la sovra­nità ali­men­tare, il diritto all’acqua, la sua natura pub­blica, la non chiu­sura dei rubi­netti a chi non è in grado di pagare, la costi­tu­zione di un fondo per la coo­pe­ra­zione inter­na­zio­nale verso coloro che non hanno accesso all’acqua pota­bile nel mondo.

Una sede nella quale alle isti­tu­zioni e ai movi­menti sociali, venga resti­tuita la sovra­nità sulle scelte essen­ziali che riguar­dano il futuro dell’umanità.

«La Terra ha abba­stanza per i biso­gni di tutti, ma non per l’avidità di alcune per­sone» affer­mava Gan­dhi. E que­sta verità oggi è più che mai attuale e ci richiama alla nostra respon­sa­bi­lità, ognuno per il ruolo che svolge.

Firmatari della lettera al Presidente del Consiglio: Moni Ova­dia, Vit­to­rio Agno­letto, Mario Ago­sti­nelli, Piero Basso, Franco Cala­mida, Mas­simo Gatti, Anto­nio Lareno, Anto­nio Lupo, Emi­lio Moli­nari, Sil­vano Pic­cardi, Paolo Pinardi, Basi­lio Rizzo, Erica Rodari, Anita Sonego, Guglielmo Spettante.

* Articolo pubblicato su ilmanifesto.info, titolo originale: “Caro Renzi, Expo non diventi la vetrina dell’ingiustizia”, 21 Gennaio 2015.

Sottomissione e il coraggio di farci cambiare

UnknownHo appena finito di leggere  Sottomissione di  Michel Houellebecq e devo dire che pur avendolo acquistato sull’onda emotiva dei fatti di Charlie Hebdo è un romanzo che vale la pena di leggere e vale la pena lasciare decantare. Houellebecq è innanzitutto un grande romanziere e quindi non è difficile appallottolarsi sotto il calore della sua scrittura ma nella Parigi di un indeterminato futuro in cui il protagonista del libro vive l’ascesa al governo del partito musulmano ci sono molti tratti dell’europa di oggi. Sì, dell’Europa piuttosto che l’Islam, perché Sottomissione è soprattutto un romanzo sulla nostra ignoranza del cambiamento, sull’essere maleducati nel cogliere le differenze di un ambiente che ci modifica sotto traccia, infidamente liquido, portandoci alla sensazione di una naturale accettazione del corso degli eventi. In fondo anche a noi (come a François, studioso di Huysmans e protagonista del libro) è capitato in questi ultimi anni di impegnarci a cambiare il mondo senza mai avere imparato a farci cambiare dal mondo, sempre fissi sulle nostre convinzioni tradendo un ostinazione come compiacente virtù piuttosto che una sclerotizzazione delle nostre antenne che ascoltano là fuori. E forse davvero anche noi siamo finiti per riconoscere (senza avere il coraggio di confidarlo a nessuno) che la sottomissione, nostra e delle nostre aspirazioni, ha qualcosa di vergognosamente comodo e confortante. Mancanza di responsabilità, ecco, come condono sempre valido.

Il libro lo potete comprare qui

Mafia di Ostia: 200 anni al clan Fasciani

Carmine Fasciani
Carmine Fasciani

Quattordici condanne e cinque assoluzioni per la cosiddetta Mafia di Ostia. Per la prima volta a Roma condanne per associazione mafiosa, in un processo che si reggeva essenzialmente sulle dichiarazioni di un pentito di mafia, Sebastiano Cassia, ritenuto collaboratore di giustizia attendibile benchè, osservano gli avvocati della difesa, in sede processuale alcune sue dichiarazioni siano risultate imprecise sui tempi. Prima non era mai accaduto, neanche ai tempi della Banda della Magliana. Pesanti le condanne, per un totale di oltre duecento anni, fra cui 28 anni inflitti al capoclan Carmine Fasciani e 25 alla figlia Sabrina. ritenuta dall’accusa, vero referente dell’associazione. Il giudice ha pienamente riconosciuto anche i risarcimenti alle parti civili, fra cui la Regione Lazio e il Comune di Roma. Per Carmine Fasciani la Procura aveva chiesto 30 anni.

Le condanne

In particolare ad essere condannati il fratello di Carmine Fasciani, Terenzio (17 anni), l’altra figlia Azzurra (11 anni). Inoltre sono stati condannati il nipote Alessandro Fasciani a 26 anni di reclusione, la moglie di Carmine Fasciani Silvia Bartoli (16 anni e 9 mesi). Insieme con loro quelli che sono considerati gli appartenenti al clan sono Riccardo Sibio (25 anni e 3 mesi), Gilberto Colabella (13 anni), Luciano Bitti (13 anni e 3 mesi), Eugenio Ferramo (10 anni), Danilo Anselmi (7 anni), Mirko Mazzoni (12 anni), Ennio Ciolli (3 anni) e Emanuele Coci (2 anni). Ad essere assolti sono stati Nazareno Fasciani, fratello di Carmine, Gilberto Inno, Fabio Guarino nonchè Vito e Vincenzo Triassi. Questi ultimi appartenevano all’omonimo clan che secondo gli investigatori agiva nella zona di Ostia e del litorale in pieno contrasto con il gruppo Fasciani.

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Operazione Aemilia: mentre la mafia mafiava dove guardava il PD?

“Solo tre mesi fa, in direzione regionale del Pd, dissi chiaramente: io ho contrastato la ‘ndrangheta e voi mi state escludendo da tutto. Nonostante le consultazioni dei circoli, non sono entrata nella lista per le elezioni regionali, e così voi fate fuori una persona che ha contrastato la criminalità organizzata. Ma quando ci sono persone oggetto di pressioni di questa natura non bisogna lasciarle sole, perché significa metterle in pericolo. Voi in questo modo date un segnale alla ‘ndrangheta che ho combattuto. Queste parole oggi le riconfermerei tutte, anche se Stefano Bonaccini sembrò allora molto infastidito dal mio discorso e cercò pure di interrompermi. Ma io sono andata avanti. Perché questa è una cosa che i mafiosi hanno capito e l’ha capito anche la magistratura”.

Sonia Masini era presidente della Provincia di Reggio Emilia e nella maxinchiesta sulle infiltrazioni della criminalità organizzata in Emilia il suo nome è quello di una persona nel mirino degli indagati. Nelle intercettazioni degli investigatori si trova che Giuseppe Pagliani, allora capogruppo del Pdl in Provincia, ora agli arresti, avrebbe voluto riservarle “una “curetta” come dio comanda”. E lei, politica classe 1953, un cursus honorum che la vede anche capogruppo Ds in Regione dal 1995 al 2000, quelle pressioni le aveva avvertite, eccome. Ma, denunciò allora e ribadisce oggi, “io sono stata lasciata sola nel mio partito o con pochissime persone intorno”.

“Io avrei chiamato l’Antimafia”. Il suo intervento in direzione regionale venne accolto da reazioni gelide, come riportò all’epoca anche Roberto Balzani, sfidante di Bonaccini alle primarie. “Masini ha lanciato un’accusa pesante ai vertici del partito e sa cos’è successo? – raccontava Balzani in un’intervista – nulla. Io al posto di Bonaccini avrei subito chiamato il procuratore nazionale antimafia”. Gli investigatori però erano già al lavoro, mentre Masini veniva circondata da quella che oggi definisce “un’atmosfera di sufficienza verso le mie denunce, come se io volessi a tutti i costi una poltrona che avevo già occupato anche per troppo tempo, come se fossi semplicemente stizzita per non essere stata ricandidata per l’ennesima volta”. Molti dirigenti allora sbuffarono, liquidando quell’intervento come una protesta sopra le righe per esser rimasta fuori prima dalla lista per le elezioni europee e poi da quella regionale.

“Attaccata e non difesa dal partito”. “Io in questi anni nel Pd sono stata molto attaccata e poco difesa – si sfoga adesso – le lotte interne al Pd di Reggio avevano creato una competizione forsennata e io in quel momento non avevo abbastanza potenti a proteggermi, o forse anche qualcuno contro”. Ma la realtà che Masini si trovava a fronteggiare era quella durissima delineata nell’inchiesta. “Cercavo di spiegare al Pd: guardate che sono sotto pressione, come presidente della Provincia c’è una ditta che mi ha chiesto 15 milioni di danni. Sono comportamenti che possono intimidire un amministratore. Ma non importava niente a nessuno, veniva prima la lotta per il potere”. Un potere che lei non ha più: “Non ho lasciato il partito, ma non ho incarichi e non mi invitano quasi più neanche alle riunioni”.

E la Masini scrive a Renzi. Delusa dai vertici locali, Masini si rivolge direttamente al segretario nazionale Matteo Renzi, che già ha dimostrato sensibilità ed attenzione, nel caso della denuncia del sindaco anticemento di San Lazzaro Isabella Conti. “Ora io Renzi sicuramente lo informerò  dice Masini  e chiederò anche conto del fatto che sono stata tolta dalle liste per le europee. Quando la lista è arrivata a Roma, il mio nome c’era, poi è stato tolto”.

“Fenomeno mafioso sottovalutato”. Secondo Masini, alla base di tutto c’è una sottovalutazione del fenomeno mafioso in Emilia: “All’inizio non lo conoscevamo e l’abbiamo sottovalutato, ma dal 2010 qualcosa è cambiato. Abbiamo cominciato ad assistere ai roghi notturni, una tecnica di intimidazione fin lì mai vista, fino a che ora abbiamo tutte le informazioni, i nomi e gli indirizzi. E non abbiamo più scuse. Per me è stato un dolore continuo, perché io amo visceralmente la mia terra, i nostri servizi, il nostro modello”. Un modello che Masini dice di aver tentato di difendere. “Io il mio dovere l’ho fatto, e quando ho dovuto revocare un appalto perché era arrivata l’interdittiva antimafia, l’ho fatto anche se ho dovuto combattere, pure dentro al Pd  chiosa  ma è troppo facile fare i comunicati stampa dopo. Bisogna aiutare prima, quando c’è bisogno di prove, e invece si incontrano solo omertà e ricerca di interessi personali. Almeno avessero riflettuto sul perché a Reggio, alle ultime regionali, ha votato solo il 35% degli elettori…”.

(clic)

A Padova la camorra non esiste: sequestrati 130 milioni di euro

Beni per 130 milioni di euro sono stati sequestrati in otto regioni dai Carabinieri del Nucleo investigativo di Padova, alle prime ore di oggi, ad un campano, legato ad un noto clan della camorra, sospettato di riciclaggio di ingenti somme di denaro.

I militari dell’Arma hanno dato esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo d’urgenza, emesso dal Tribunale di Padova, su proposta della Direzione distrettuale antimafia di Venezia.

L’operazione vede impegnati circa 400 carabinieri, che stanno operando, con il supporto dei comandi provinciali interessati, nelle province di Padova, Vicenza, Treviso, Belluno, Ferrara, Bologna, Siena, Roma, Napoli, Salerno, Taranto, Matera, Cosenza e Varese.

(fonte)