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Il basket è solo una scena del crimine. L’ideologia è il movente che nessuno nomina

Nel day after dell’omicidio di Raffaele Marianella, i politici hanno trovato subito il colpevole perfetto: lo sport “deviato”, le “frange violente del tifo”, la “malattia degli ultras”. Ministri e capigruppo hanno parlato di “barbarie dei tifosi”, di “criminalità da stadio”, di “emergenza sportiva”, come se bastasse recintare i palazzetti per arginare il male. Il frame è comodo: il tifo come patologia, il basket come territorio contaminato. Tutto dentro una comoda emergenza sportiva.

Poi scorri le biografie dei fermati e capisci che qui lo sport non è il punto di partenza, ma l’alibi. Manuel Fortuna, Kevin Pellecchia e Alessandro Barberini, arrestati per l’assalto al pullman in cui è stato ucciso Marianella, gravitano da anni in ambienti dell’estrema destra reatina. Almeno due di loro risultano legati all’associazione “La Roccaforte Rieti”, un gruppo che fa raccolte alimentari “solo per italiani” e diffonde simbologie fasciste. Nei profili social emergono immagini di Mussolini e slogan contro il 25 aprile. 

Altro che pulsione sportiva impazzita: questa violenza ha radici ideologiche, si alimenta in circuiti neofascisti che cercano legittimazione mimetizzandosi nelle curve. Ma su questo governo e maggioranza tacciono. Nessuno ha osato pronunciare la parola “estrema destra”, nessuno ha collegato il masso lanciato contro un parabrezza con un clima politico che da anni strizza l’occhio a certe simbologie.

Trasformare un omicidio a matrice neofascista in un problema di ordine pubblico sportivo è l’ennesimo modo per non guardare dove brucia davvero: nelle curve usate come palestra dell’odio politico. E in un Paese che finge di non sapere chi lancia i sassi.

Buon martedì 

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Occhi su Gaza, diario di bordo #49

A Gaza la tregua ha la forma di un lager circondato da blocchi di cemento alti tre metri, come confermato dall’esercito israeliano. L’Onu ha avuto il pudore di dire che questa “pace” non regge, mentre la politica occidentale e i quotidiani italiani continuano a venderla come un successo. Ma in questo recinto si continua a morire: nelle ultime 24 ore, secondo il ministero della Sanità di Gaza, altri 45 palestinesi sono stati uccisi, tra cui il giornalista Ahmad Asaad Abu Mutair, colpito mentre faceva il suo lavoro. A Gaza l’umanità è talmente capovolta che si muore anche in tempo di pace.

I valichi che la propaganda annuncia “riaperti” restano un imbuto controllato da chi decide chi può sopravvivere. Nove Paesi europei hanno chiesto l’apertura reale di passaggi sicuri, ma Netanyahu festeggia con Trump e Kushner, mentre Meloni applaude a un modello di pace che tiene perfino i chirurghi in catene: Medici Senza Frontiere chiede il rilascio immediato del dottor Khaled Obeid, detenuto da Israele. In questo tempo sospeso, perfino chi dovrebbe curare è ostaggio di una tregua bavosa, costruita per compiacere i vincitori del racconto.

Intanto una supporter Maga di Trump si gode i popcorn aspettando le bombe su Gaza come fosse una serie tv. E Paolo Mieli, dopo aver definito «sovrappeso» una candidata italo-palestinese in Campania, lancia un razzo verbale contro lo slogan «dal fiume al mare», fingendo di ignorare che la piattaforma del Likud rivendica che solo gli ebrei hanno diritto all’autodeterminazione “tra il fiume e il mare”. Qui si rovesciano le parole per assolvere i colpevoli.

Non c’è niente di più pericoloso di una guerra che chiamano pace. Per questo dobbiamo tenere gli occhi su Gaza.

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L’Italia verde si vede solo nei comizi. E intanto le città soffocano

C’è una parola che viaggia benissimo in conferenza stampa: “transizione”. Fuori, nelle strade e nelle piazze, l’Italia urbana fa retromarcia. Il rapporto “Ecosistema Urbano 2024” di Legambiente (con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore) registra un arretramento netto: la media dei 106 capoluoghi scende al 54,24%, cioè 3,8 punti in meno rispetto a due anni fa. Sul podio restano Trento (79,78%) e Mantova (78,74%), uniche sopra 75; terza Bergamo (71,82%), che risale di tredici posizioni grazie a differenziata e ciclabilità. 

Nella top ten entrano Bolzano, Pordenone, Reggio Emilia, Parma, Rimini, Bologna e Forlì: una cartolina settentrionale. Il Mezzogiorno arranca: Cosenza è l’unica in top-20 (sedicesima, in calo), in coda si affollano Caltanissetta, Caserta, Catania, Palermo, Catanzaro, Napoli, Crotone, Vibo Valentia e Reggio Calabria. Nove città sotto il 35% del punteggio, tre addirittura sotto i 25: numeri che non si mimano con gli slogan.

Il cemento cresce mentre gli abitanti diminuiscono

È l’ossessione silenziosa del Paese: costruire. Secondo Ispra, tra il 2018 e il 2023 i capoluoghi hanno impermeabilizzato circa 4.500 ettari di nuovo suolo mentre i residenti diminuivano di 346 mila unità. Più cemento per meno persone: lo chiamano sviluppo, è sprawl. 

La mobilità dolce arretra: le infrastrutture ciclabili scendono a 10,39 metri equivalenti ogni 100 abitanti, le isole pedonali a 48,6 metri quadrati, le Ztl a 368,3. La città-tipo resta un garage: attraversamenti insicuri, marciapiedi corti, autobus lenti. Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità restano lontane: l’aria migliora a tratti ma non abbastanza da cambiare abitudini o sanità. 

La raccolta differenziata supera il 65% medio, eppure i rifiuti totali tornano a salire: senza prevenzione e tariffazione puntuale è un coniglio dal cilindro. L’acqua si perde per strada: più di un terzo dei volumi immessi svanisce in reti vecchie, con picchi drammatici nel Sud. Si annunciano “piani”, poi restano cantieri, perizie, proroghe: la normalità delle emergenze.

La retorica della sostenibilità contro la realtà urbana

Qui non è una classifica per appassionati: è un referto politico. «Transizione pragmatica», «equilibrio tra ambiente e sviluppo»: formule elastiche che reggono ogni conferenza, non una corsia bus. Dove sindaci e giunte hanno scelto continuità – Tpl elettrico e frequente, corsie protette, dorsali ciclabili continue, pedonalizzazioni vere, rigenerazione delle aree dismesse – i punteggi crescono e i cittadini se ne accorgono. 

Dove il coraggio è stato subappaltato alla prossima legislatura, il declino diventa sistema. Bologna è la migliore tra le grandi ma paga ancora la domanda di traffico; Bergamo risale costruendo rete; il Sud resta solo tra gare deserte, stazioni appaltanti fragili e progetti che invecchiano prima di nascere. Intanto il consumo di suolo pro capite cresce, le Ztl si restringono, le ciclabili si interrompono alle rotonde, e un bicchiere su tre dell’acqua trattata si disperde prima del rubinetto. È questo lo stato dell’arte mentre il governo recita la parte del capofila europeo: si tagliano nastri più spesso di quanto si tagli il numero di auto. 

L’arretramento al 54,24% non è un incidente statistico: è la geografia dell’inerzia. Le città italiane – si legge nel report –  non chiedono aggettivi, chiedono decisioni misurabili. Allargare davvero le Ztl, connettere le piste, rendere il Tpl competitivo, legare gli investimenti idrici a riduzioni effettive delle perdite, fermare il consumo netto di suolo. La sostenibilità non vive nei comizi: si vede nelle polveri che respiri la mattina, nel minuto che non perdi in coda, nell’acqua che arriva, nella piazza che torna piazza. Finché la “transizione” resterà una parola in corsivo, continueremo a chiamarla così mentre la guardiamo andare al contrario.

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Affitti brevi, il nuovo fronte nella maggioranza si apre sull’aliquota piatta al 26%

La bozza della manovra riaccende una crepa mai ricomposta nel centrodestra: Forza Italia accusa, Fratelli d’Italia si irrigidisce, il governo si trincera dietro il fisco. L’innesco è la decisione, inserita senza preavviso nel testo economico, di portare la cedolare secca sugli affitti brevi al 26% anche per chi affitta un’unica abitazione turistica. La stessa aliquota prevista per il trading sulle criptovalute. Una saldatura simbolica che agli azzurri appare politicamente suicida.

Il portavoce di FI Raffaele Nevi parla di «scelta profondamente sbagliata» e, soprattutto, di «mancata informazione al partito». Una frase che pesa più del numero in percentuale: significa che la manovra è stata costruita senza consultazione piena della seconda gamba della coalizione. È il segnale che il metodo Meloni continua a irritare chi si sente relegato al ruolo di stampella parlamentare.

La promessa di equilibrio fiscale che ora salta

Il settore degli affitti brevi è da almeno due anni terreno minato per la maggioranza. Nel 2023 Antonio Tajani aveva già fatto pressioni per mitigare l’inasprimento fiscale, ottenendo il compromesso del 2024: 21% sul primo immobile, 26% dal secondo in poi. Un equilibrio precario, venduto da FdI come strumento di “fairness” e “lotta al sommerso”, e da FI come limite alle «tasse sulla casa». Oggi la scelta di cancellare l’aliquota ridotta incrina quel patto e riporta FI in modalità rivendicativa.

Fratelli d’Italia, intanto, rivendica la linea del controllo e della legalità. La ministra del Turismo Daniela Santanchè ha costruito la narrazione dell’“ordine contro il far west” attraverso l’introduzione del codice identificativo nazionale, la banca dati centralizzata e le sanzioni per le piattaforme. Ma quell’impostazione avrebbe dovuto distinguere i grandi operatori dai piccoli proprietari. Un’aliquota piatta al 26% per tutti rischia di smentire pubblicamente quella promessa, soprattutto in territori dove l’affitto breve integra redditi fragili.

La battaglia elettorale si gioca sulla casa

Nel frattempo, l’esecutivo prova a giustificare la misura come “razionalizzazione fiscale” coerente con l’armonizzazione delle rendite da capitale. È l’argomento che piace al Ministero dell’Economia ma che apre una faglia narrativa: FI può posizionarsi come difensore del ceto medio urbano e dei proprietari di seconda casa, mentre FdI resta incastrato tra la retorica dell’emersione e la necessità di blindare il gettito.

Il vero banco di prova sarà il Parlamento. La storia recente suggerisce che il compromesso tornerà in scena: ripristino dell’aliquota ridotta almeno per un immobile, soglie territoriali per borghi e aree interne, clausole di salvaguardia per i redditi più bassi. Ma FI ha già scelto il terreno dello scontro politico, denunciando non solo l’aliquota ma l’equiparazione casa-criptovalute, costruita per colpire simbolicamente l’operato del governo.

La frattura cade in un autunno in cui si prepara la campagna elettorale per le amministrative nei principali capoluoghi turistici. In quelle aree la casa è un campo di battaglia sociale, ma anche un bacino elettorale sensibile. FI lo sa e per questo ha scelto di rompere subito, prima che la narrazione si cristallizzi. Contrario anche Salvini, per il quale l’aumento della cedolare secca sugli affitti brevi “non mi sembra il modo per aiutare il consumo e la domanda interna né agevolare l’iniziativa privata. Ma la manovra andrà all’esame del Parlamento e serve a questo”. La Lega potrebbe sfruttare la tensione per reclamare un ruolo da arbitro in vista del voto locale, riducendo la distanza da FI e lasciando Meloni esposta.

La manovra economica diventa così l’arena di una lotta sotterranea per l’egemonia interna al centrodestra. È una contesa identitaria: tra chi vuole apparire garante della casa e chi si proclama campione dell’ordine. Il punto è che entrambi parlano agli stessi elettori. E solo uno potrà intestarsi la vittoria.

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Stop al gas russo: Bruxelles accelera, ma in Italia Salvini gioca sull’ambiguità del “realismo” energetico

L’Unione europea ha aperto la fase decisiva verso l’uscita dal gas russo. Il Consiglio Energia discute un regolamento che prevede lo stop definitivo alle forniture entro il 2027, mentre il Parlamento Ue, dopo il voto congiunto delle commissioni Itre e Inta del 16 ottobre, chiede di anticipare il blocco già al gennaio 2026, con la dismissione totale di contratti e Gnl entro l’anno successivo. È una linea netta che punta a chiudere ogni scappatoia: vietare nuovi accordi, limitare l’uso dei terminali europei da parte di navi russe, rafforzare la tracciabilità dell’origine del gas e impedire l’uso degli stoccaggi comunitari come valvole di transito.

In questo scenario, l’Italia parte da una posizione di forza tecnica: il governo Meloni rivendica da mesi la “fine della dipendenza” energetica da Mosca, costruita attraverso diversificazioni con Algeria, Azerbaijan e Gnl globale. Ma proprio mentre i ministeri dell’Energia e degli Esteri sostengono ufficialmente la scadenza del 2027, la Lega di Matteo Salvini continua a muoversi su un terreno ambiguo: non contesta apertamente il phase-out, ma si incarica di raccontarlo come un rischio per le bollette e l’industria.

La doppia lingua: in Europa si vota, in Italia si ammicca

Al Parlamento europeo, i gruppi popolari, socialisti, verdi e liberali hanno sostenuto compatti l’anticipo della scadenza, approvando il mandato con 83 voti favorevoli, 9 contrari e un astenuto. La componente che si è opposta è collocata principalmente fra i gruppi sovranisti, dove siedono gli eurodeputati della Lega (oggi nel gruppo PfE). Nei documenti delle commissioni, fra i nomi elencati a sostegno della linea più dura non compaiono i rappresentanti leghisti. È un dato politico: il partito che in Italia siede al governo e beneficia della narrazione dell’indipendenza energetica non sostiene con convinzione l’uscita rapida dai flussi di Mosca quando si tratta di votare.

Sul piano delle dichiarazioni, Salvini mantiene un copione costante dal 2022: «Le sanzioni non possono fare più male agli italiani che ai russi», ha ripetuto in campagna elettorale e nei mesi successivi. Il messaggio è stato aggiornato ma non smentito: a settembre 2025, il vicepremier ha difeso la stretta di mano con l’ambasciatore russo Paramonov come «gesto di dialogo». Nessun riferimento all’uscita dal gas russo come obiettivo strategico europeo, nessuna parola di sostegno esplicito al bando del Gnl. L’accento resta sui “posti di lavoro” e sulla “fine dell’ideologia”.

Una minoranza rumorosa che pesa sul prestigio italiano

Il risultato è una discrasia: mentre l’Italia accetta formalmente i tempi della Commissione, l’azionista di governo lancia segnali che parlano a elettorati scettici sulle sanzioni. Il rischio non è solo simbolico. Se nei negoziati tecnici la delegazione italiana sostiene l’inclusione dei servizi portuali e degli stoccaggi nel bando, la minoranza interna contraria può diventare argomento per altri governi riluttanti, a partire da quello ungherese. E l’Europa che oggi tratta la chiusura delle falle normative ha bisogno di compattezza politica per reggere un contenzioso che includerà il controllo della “flotta ombra” e l’impatto sul prezzo del gas spot.

Salvini continuerà a presentarsi come garante di un “realismo energetico” contro i dogmi ecologisti. Ma mentre la Lega si accredita come voce scettica del governo italiano, l’Europa è già entrata nella fase del disaccoppiamento definitivo da Mosca. In questo scarto fra la fermezza istituzionale e il messaggio politico leghista si misura la distanza tra responsabilità di governo e nostalgia per zone grigie che non esistono più.

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È una pace che non regge a Gaza si muore ancora

A Gaza la tregua ha la forma di un lager circondato da blocchi di cemento alti tre metri, come confermato dall’esercito israeliano. L’Onu ha avuto il pudore di dire che questa “pace” non regge, mentre la politica occidentale e i quotidiani italiani continuano a sventolarla come un successo diplomatico. Ma in questo recinto si continua a morire: nelle ultime 24 ore, secondo il ministero della Sanità di Gaza, sono stati uccisi altri 45 palestinesi, tra cui il giornalista Ahmad Asaad Abu Mutair, colpito mentre faceva il suo lavoro. A Gaza l’umanità è talmente capovolta che si muore anche in tempo di pace. I valichi che la propaganda annuncia “riaperti” rimangono un imbuto controllato dagli stessi militari che decidono chi può respirare. Nove Paesi europei hanno chiesto che davvero si apra un passaggio sicuro, ma Netanyahu festeggia con Trump e Kushner, mentre Meloni applaude felice a un modello di pace che incatena perfino i medici. Medici Senza Frontiere chiede il rilascio immediato del chirurgo Khaled Obeid, detenuto da Israele. In questo tempo sospeso, perfino chi dovrebbe curare è ostaggio di una tregua bavosa, costruita per compiacere i vincitori del racconto. Intanto una supporter statunitense, avvolta nei colori di Trump, si gode i popcorn aspettando le bombe su Gaza come fosse una serie tv. E Paolo Mieli ripete ossessivo che lo slogan «dal fiume al mare» siaun inno alla distruzione: peccato che la stessa piattaforma del Likud rivendichi che solo gli ebrei hanno diritto all’autodeterminazione “tra il fiume e il mare”. La verità è che qui si gioca a rovesciare le parole per salvare i colpevoli. Non c’è niente di più pericoloso di una guerra che chiamano pace. Per questo dobbiamo tenere gli occhi su Gaza.

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Il mantra delle destre sulle tasse

La pressione fiscale in Italia è salita. Nel 2023 era al 41,2%. Nel 2024 è arrivata al 42,5%, certifica l’Istat. Nel 2025 toccherà il 42,8%, prevede la Banca d’Italia nelle audizioni sulla Nadef. Non sono opinioni, né propaganda dell’opposizione: sono i numeri dei documenti pubblici firmati proprio dal governo che dice di “tagliare le tasse”.

La sinistra delle tasse, il centrodestra della memoria corta

Il 9 ottobre 2024 Giorgia Meloni ha spiegato che «noi le tasse le abbassiamo, quelle le alzava la sinistra». Salvini ripete che la sinistra «sogna patrimoniali» e Fratelli d’Italia archivia come “stangata rossa” ogni proposta di progressività fiscale. È la liturgia del centrodestra: agitare il feticcio della sinistra tassatrice come un monito morale. Nel frattempo i numeri crescono sotto il loro governo, ma evidentemente la pressione fiscale non fa parte della realtà: è tradimento dello spirito nazionale solo quando cala sulle statistiche dell’opposizione.

Per mesi la maggioranza ha equiparato ogni proposta su rendite finanziarie, grandi successioni o patrimonio immobiliare a un colpo di stato fiscale. La tassa sugli extraprofitti bancari? «Vogliono punire il risparmio degli italiani», ha accusato FdI prima di presentare una versione più leggera dello stesso meccanismo. Ogni riferimento alla progressività dell’imposizione è stato spinto nel secchio delle ideologie. E mentre l’opposizione veniva raccontata come ossessionata dal colpire il ceto medio, lo stesso governo lasciava scadere il taglio sulle accise dei carburanti, incassando di più in silenzio.

Gli sconti annunciati, i conti presentati

Il governo rivendica il taglio del cuneo, la revisione dell’Irpef, il futuro abbassamento dell’aliquota dal 35% al 33%. Ma gli sconti selettivi non cancellano l’aritmetica. L’Istat spiega che nel 2024 le entrate fiscali e contributive sono cresciute del 5,8%, mentre il Pil nominale è salito del 2,7%. L’inflazione ha spinto l’IVA, il “fiscal drag” ha trascinato redditi verso scaglioni più elevati e la fine dello sconto Draghi sulle accise ha garantito un incasso maggiore. Nessuno ha ufficialmente “alzato le tasse”, è bastato smettere di abbassarle e lasciarle lavorare in silenzio.

Nel 2025, secondo i documenti programmatici dello stesso governo, la pressione fiscale salirà ancora. Nel frattempo gli spot istituzionali parlano di “più soldi in busta paga”, ma nessuno spot racconta che l’Istat ha già certificato un carico più pesante sull’intero sistema. Davanti alle tabelle, lo slogan “meno tasse per tutti” vale quanto un cartellone elettorale dopo lo scrutinio.

Per capire la scala basta la cronologia ufficiale: il 2021 si chiude attorno al 43,4 per cento, il 2022 scende al 41,7, il 2023 al 41,2, il 2024 risale al 42,5; per il 2025 il quadro programmatico indica 42,8. Nel mezzo, scaglioni Irpef non indicizzati, gettito IVA spinto dai prezzi, Ires sostenuta da utili robusti sul 2023, contributi legati a occupazione e salari in crescita. È l’effetto combinato che rovescia lo slogan nel suo contrario: meno tasse annunciate, più pressione registrata.

I numeri restano. Gli slogan scadono.

Ogni proposta dell’opposizione su extraprofitti, rendite o grandi patrimoni viene bollata come “tassa ideologica”. Nel frattempo lo stesso governo valuta strette su affitti brevi, detrazioni e altri segmenti fiscali senza mai tradurle nel linguaggio dell’ideologia, ma in quello dell’“equità”. Anche qui la logica è semplice: le tasse sono di sinistra solo quando non sono le tue.

Poi arrivano i dati dell’Istat. E quei numeri sono una sentenza: con questa maggioranza, la pressione fiscale è aumentata. Nessuna patrimoniale rossa, nessun governo socialcomunista. Solo il realismo di una propaganda che parla di sforbiciate mentre la forbice incassa. Il resto è rumore. I numeri no.

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Quando il potere si sceglie il giornalista: benvenuti nel feudalesimo mediatico

Da giorni i giornalisti del Sole 24 Ore sono in sciopero perché la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha preteso l’ennesima intervista cucita su misura da una collaboratrice esterna (Maria Latella), scavalcando la redazione. Lo denunciano nel comunicato sindacale: siamo arrivati al punto in cui «gli intervistati si scelgono gli intervistatori» e le redazioni vengono umiliate.

È l’immagine plastica di un potere che non sopporta domande, solo inchini. Meloni ha costruito la sua narrazione rifiutando i confronti ostili, vantandosene perfino davanti ai leader mondiali. Intanto chi prova a raccontare ciò che disturba viene intimidito, travolto da querele temerarie o costretto a difendersi in tribunale. E se non basta, come nel caso di Sigfrido Ranucci, si passa alle minacce, alle campagne d’odio, perfino alle bombe recapitate come avvertimenti.

Nel frattempo una larga fetta di giornalismo si adegua: c’è chi fa da megafono, chi da cerimoniere, chi da cameriere. C’è un giornalismo che appare nei video istituzionali come fondale, mentre la premier si auto-intervista tra applausi preconfezionati. La propaganda chiama queste cose “dialogo con gli italiani”. È solo monologo col potere.

Mentre i cronisti che resistono vengono lasciati soli, lo Stato che dovrebbe proteggerli applaude la premier che aggira le redazioni. E così il giornalismo italiano è messo davanti a un bivio: essere vassallo o essere bersaglio.

In questo clima, chi sceglie di restare libero deve sapere che non gli verrà perdonato. Ma è l’unico modo per non smettere di essere giornalisti.

Buon lunedì.

Solidarietà della redazione di Left ai colleghi del Sole24 ore

 

Foto Gov

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Occhi su Gaza, diario di bordo #48

Questa la chiamate pace? Oggi Rafah è stata colpita dai raid israeliani in risposta a un attacco contro soldati dell’Idf. In serata il ministero della Sanità di Gaza ha contato almeno 33 morti, poi 44, forse 45 secondo le ultime stime. Ogni volta la tregua viene dichiarata morta a colpi di bombe e poi resurrezione annunciata come fosse un atto di volontà divina.

Questa la chiamate pace? Israele ordina la chiusura dei valichi e lo stop agli aiuti umanitari. Poi, dopo le telefonate degli Stati Uniti, riapre e annuncia che «il cessate il fuoco riprende». È una pace che si interrompe e si accende a piacimento, come un interruttore nelle mani di chi decide chi può vivere e chi deve morire.

Questa la chiamate pace? Dal 10 ottobre, quando la finta tregua è stata firmata e celebrata come vittoria diplomatica, ci sono stati oltre 200 morti e centinaia di feriti. Ogni giorno una decina, venti, trenta corpi. Bambini, donne, uomini. Ogni giorno il genocidio riprende fiato e poi finge di fermarsi per ingannare gli allocchi che già si sentivano pronti a parlare di “fase post-conflitto”.

Questa la chiamate pace? Si parla di Gaza come se il sangue potesse essere marketing, come se la morte potesse farsi brand. Nel frattempo i giornali del mondo iniziano a togliere Gaza dalle prime pagine, come se l’orrore potesse essere archiviato per stanchezza. 

La restituzione degli ostaggi è stata l’amo per gli allocchi. Hanno abboccato in fretta, convinti che il genocidio fosse stato sospeso. Ma a Gaza la guerra e il genocidio sono tornati. O forse non se ne sono mai andati.

Per quello dobbiamo tenere gli occhi su Gaza.

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La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio – Lettera43

La notte del 16 ottobre, a Campo Ascolano, l’auto di Sigfrido Ranucci è saltata in aria. L’ordigno artigianale ha distrutto due vetture, lesionato la facciata di un’abitazione, mandato in frantumi i vetri di una strada intera. Sua figlia era passata pochi minuti prima. L’esplosione è ora nelle mani della Direzione distrettuale antimafia di Roma, che indaga per “danneggiamento aggravato dal metodo mafioso”.

Nel giro di un’ora, l’intero arco istituzionale ha reagito come da copione. «Condanna ferma», «solidarietà piena», «attacco alla democrazia». Le dichiarazioni sono arrivate in ordine di gerarchia: il Quirinale, poi Palazzo Chigi, quindi Matteo Salvini, Antonio Tajani, Ignazio La Russa, Guido Crosetto. Tutti a difendere la libertà di stampa. Ma la domanda vera è un’altra. Cosa c’era prima della bomba?

Quando Ranucci era accusato di «giornalismo spazzatura»

Tutto è iniziato nel 2019. Giorgia Meloni era ancora all’opposizione quando Report mandò in onda “La fabbrica social della paura”, l’inchiesta sui follower falsi e la propaganda algoritmica dei partiti sovranisti. La reazione fu immediata: conferenza stampa alla Camera, accuse di «falsità», «teorie surreali», «giornalismo spazzatura». La leader di Fratelli d’Italia si disse «vergognata del servizio pubblico» e invitò i vertici Rai a intervenire. Quel giorno stabilì il linguaggio che poi ha accompagnato la sua ascesa al potere: non smentire i fatti, ma distruggere la credibilità di chi li racconta.

La Russa, Gasparri: quando l’ostilità diventa sistema

Da allora la macchina si è affinata. Nel 2021 e nel 2022, con ancora gli strascichi della pandemia, sono arrivate nuove accuse di “disinformazione” e “propaganda no vax”.

Il 2023 ha segnato la svolta istituzionale: l’ostilità è diventata sistema. Il presidente del Senato Ignazio La Russa, dopo un’inchiesta sui rapporti familiari e politici a Milano, ha annunciato querele, definendo Report una «pseudo-inchiesta» e i suoi autori «calunniatori schifosi». In Vigilanza Rai, Maurizio Gasparri ha dileggiato Ranucci durante un’audizione: «Le ho portato un cognac». Il tono era di scherno, ma la funzione era di intimidazione.

A dicembre dello stesso anno Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, è intervenuto contro una puntata sul vino: «Ranucci? Un nemico in casa». Poi, in una telefonata, ha precisato che lo diceva «tra virgolette». Ma il danno era fatto: la frase è entrata nel lessico politico come una licenza.

Il servizio sul padre di Meloni e il boss della camorra

A gennaio 2024 la maggioranza ha aperto formalmente il fronte istituzionale. Fratelli d’Italia ha depositato un’interrogazione in Vigilanza Rai contro due puntate di Report — una sui fratelli La Russa, una sui rapporti tra il padre di Meloni e un boss della camorra — parlando di «testimoni inattendibili» e di «attacco alla democrazia».
Un precedente grave: per la prima volta un organo parlamentare veniva usato per chiedere conto di un contenuto editoriale. L’Usigrai ha parlato di «tentazione del bavaglio».

Pochi giorni dopo, il 29 gennaio, il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi ha insultato un inviato del programma: «Se muore in un incidente stradale sono contento». Il video è diventato virale, il linguaggio istituzionale è così precipitato nell’odio personale.

Ad aprile, dal palco di Pescara, Giorgia Meloni è tornata su Report dopo un servizio sull’accordo Italia-Albania e ha difeso il premier Edi Rama: «Linciato da Report». Il verbo è identico a quello che userà mesi dopo in un comizio elettorale contro la stampa «faziosa». L’accusa di linciaggio è diventata frame politico.

A maggio, al Festival dell’Economia di Trento, Meloni ha insinuato dubbi sull’imparzialità del conduttore: «Cosa avrebbero detto a me se fossi andata a cena con una candidata?».
Il 5 giugno Fratelli d’Italia è passata dalle parole ai tribunali: querela formale contro Ranucci e l’inviato Giorgio Mottola per “La mafia a tre teste”, richiesta danni superiore a 50 mila euro.

Nel frattempo, Daniela Santanchè si presentava nei talk show parlando di «accanimento mediatico» e «campagne di fango». Giovanni Donzelli ha liquidato le inchieste su Visibilia come «buchi clamorosi». Nel gennaio 2025 il lessico si ripeteva ossessivo: fango, pattume, sciacalli.

Fazzolari ha querelato Report per 150 mila euro complessivi

A febbraio Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha querelato Report per 150 mila euro complessivi; a luglio lo ha imitato Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Meloni. La tattica della querela seriale: un logoramento per via giudiziaria che punta a consumare tempo e risorse.

La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio
Giovanbattista Fazzolari con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

In 10 anni, la lista delle offese è stata una cronologia della delegittimazione; 2019: «giornalismo spazzatura». 2023: «nemico in casa». 2024: «linciaggio». 2025: «pattume», «macchina del fango».
Una grammatica della violenza verbale che ha sostituito il confronto con l’accusa. Ogni parola scava, sedimenta, cancella il ruolo di cronista e lo trasforma in bersaglio.

Nel 2025 la pressione è stata anche amministrativa. Sotto la direzione di Giampaolo Rossi, la Rai ha avviato un procedimento disciplinare contro Ranucci per un’intervista non autorizzata, ha tagliato quattro puntate introducendo un “controllore editoriale esterno”. È stato il passaggio dalla censura informale al controllo codificato.
Contestualmente, Il Foglio ha pubblicato un articolo che parlava di “dispiacere” per la sua sopravvivenza a uno tsunami; Nicola Porro lo ha accusato in televisione di «pagare le fonti». È il mondo della comunicazione che negli anni ha metabolizzato e amplificato l’ostilità politica, fino a renderla intrattenimento.

La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio
Giampaolo Rossi (Imagoeconomica).

Solo tra il 2023 e il 2025, i ministri Adolfo Urso, Lollobrigida, Santanchè e Crosetto hanno pubblicamente contestato Report o i suoi autori in almeno 23 occasioni. Urso ha presentato quattro querele in meno di due anni, accusando la redazione di «manipolare testimonianze». Crosetto ha definito quel tipo di giornalismo «un plotone di esecuzione».
Lollobrigida, da parte sua, ha detto che «la Rai non può aggredire i nostri prodotti». Santanchè ha parlato di «accanimento» e «persecuzione». Tutto tracciato, tutto registrato.

Un dispositivo istituzionale di logoramento che dura da anni

Nel frattempo, in Commissione di Vigilanza Gasparri ha organizzato performance di dileggio. Nella stagione parlamentare 2023-2024, Report è stato citato 24 volte nelle interrogazioni dei gruppi di maggioranza. Ogni richiesta, ogni nota, ogni “atto ispettivo” è stato un messaggio. Un dispositivo istituzionale di logoramento.

La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio
Maurizio Gasparri e il famigerato show con la carota in commissione Vigilanza Rai.

Adesso è avvenuta l’esplosione, ma il terreno era già saturo. Ranucci vive sotto scorta dal 2014 per minacce di stampo mafioso, però il 2025 ha segnato un salto di qualità: proiettili recapitati per posta, auto danneggiate, avvertimenti anonimi. Poi la bomba.
La reazione è stata unanime, come sempre accade quando la violenza diventa visibile. Ma la solidarietà, hanno scritto Fnsi e Usigrai, «arriva dopo anni di parole che hanno normalizzato l’odio». L’Ordine dei giornalisti ha parlato di «paradosso della doppia morale»: condannare l’attentato e, il giorno dopo, tornare a parlare di fake news e flop.

La strategia: isolare il giornalista, ridurlo a un personaggio controverso

Il punto non è soltanto la catena di offese, ma la coerenza del meccanismo. Dal linguaggio politico alla macchina amministrativa, dal talk show alla querela, tutto concorre a un’unica strategia: isolare il giornalista, ridurlo a un personaggio controverso, creare un dubbio permanente sulla sua legittimità. È l’anticamera perfetta dell’intimidazione fisica.

La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio
Il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci,al presidio “Il palinsesto siamo noi” davanti alla sede Rai di Napoli (foto Ansa).

Definire un giornalista “spazzatura” o “nemico in casa” non è un lapsus, è un atto politico. In un Paese in cui le parole dei ministri si trasformano in hashtag, il confine tra retorica e istigazione si assottiglia. E quando l’ordigno scoppia, il cerchio si chiude. Oggi, mentre l’inchiesta giudiziaria prosegue e la solidarietà istituzionale occupa i titoli, resta la cronologia. Un decennio di delegittimazioni, querele, insulti, procedimenti disciplinari, riduzioni di palinsesto, auguri di morte.
La cronologia è la prova più nitida che non si tratta di episodi isolati, ma di un disegno culturale, una pedagogia dell’odio verso chi interroga il potere.

La solidarietà pelosa a Ranucci e Report dopo anni di odio e dileggio
Sigfrido Ranucci (Ansa).

Si può condannare la bomba, certo. Ma la bomba nasce in un terreno coltivato per anni da chi ha confuso il giornalismo con l’offesa.
E a questo punto, dopo 10 anni di veleno, non serve tirare conclusioni.
A ciascuno le sue.

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