Vai al contenuto

Un pieno da 1,8 miliardi

Quindi ieri è arrivata a Bruxelles una lettera partita da Roma: l’Italia chiede 8,9 miliardi di prestiti del Safe, il fondo europeo per gli acquisti militari, sui 14,9 prenotati e tenuti in sospeso un anno fra tremolanti annunci e sbiadite smentite. Lo stesso giorno, mentre a Roma si contavano i miliardi, sull’A22 del Brennero il Codacons rilevava una pompa che vendeva il gasolio servito a 3,159 euro al litro. Supreme, si chiama, supreme anche nel prezzo.

Un caso isolato, certo, perché la media nazionale del self sta a 2,137: solo che il termometro segna fin lì e la febbre ce l’abbiamo tutti. L’ultimo rapporto dell’Istat conta quasi undici milioni di persone a rischio di povertà, il 18,6 per cento, 5,7 milioni in povertà assoluta e 5,4 milioni che dichiarano di non potersi permettere un pasto proteico ogni due giorni, mentre la povertà energetica è salita dal 7,7 al 9,1 per cento fra il 2022 e il 2024. Il pieno di luglio e agosto è costato 1,8 miliardi più dell’anno scorso, calcola Confesercenti. Nove miliardi di debito per le armi invece si trovano con uno schiocco di dita.

Del resto dentro la maggioranza ormai si litiga su tutto e su tutto si rinvia. Sempre ieri, al Meeting di Rimini, il vicepremier Antonio Tajani ha bocciato la tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere: «Quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria», e comunque quella parola lì a lui sa di Unione Sovietica, povero ragazzotto ipersensibile. La Lega, che una tassa la vorrebbe eccome ma sulle banche, ha risposto entro sera, mentre il senatore Claudio Borghi il Safe lo chiama “il Pnrr del razzo” da un anno. Anzi si rinvia pure il rinvio: lo sconto sull’accisa del gasolio è stato prorogato di due giorni il 23 agosto e di nuovo col decreto portato ieri sera in Consiglio dei ministri, in attesa di quell’intervento strutturale che prima o poi arriverà.

I conti veri li ha fatti Transport & Environment: dallo scoppio della guerra in Iran le compagnie ricavano 46 centesimi in più su ogni litro di gasolio, mentre lo Stato dall’accisa ne toglie 17,1. Insomma, il margine ai petrolieri e a noi le briciole, per giunta pagate con soldi nostri. E questi sulle briciole litigano.

Agli sgoccioli ci sono loro, si vede a occhio nudo. Il guaio è che il serbatoio è uno solo e agli sgoccioli ci sono anche gli italiani.

L’articolo Un pieno da 1,8 miliardi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Fondi Safe, l’Italia scende a 8,9 miliardi per le armi

«ReArm Europe è un nome fuorviante per i cittadini», disse Giorgia Meloni al Senato il 18 marzo 2025, e quel pomeriggio la risoluzione della maggioranza passò con 109 voti evitando ogni riferimento esplicito al piano ReArm. Ieri il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier ha comunicato che l’Italia userà “una larga maggioranza” dei 14,9 miliardi assegnati con il programma SAFE, la linea di credito europea da 150 miliardi per le armi. In mezzo ci sono diciassette mesi e una fila di rassicurazioni che oggi stanno in piedi male.

Spese militari, le carte che nessuno doveva vedere

Guardate la cronologia con calma. Il 5 agosto 2025, mostrano i documenti ottenuti da Lavialibera, Roma comunicava a Bruxelles i quattro delegati italiani nel gruppo incaricato di far funzionare lo strumento, il 9 settembre la Commissione assegnava all’Italia 14,9 miliardi su una quota concordata col governo, ed entro il 30 novembre il piano nazionale di investimenti in armamenti era già depositato con l’Italia fra i 19 Stati che l’avevano consegnato. Nessuna esitazione.

A gennaio 2026 quel piano incassava il via libera europeo e lo stesso mese, il 23, il ministero della Difesa negava a Lavialibera di consultarlo per evitare “un pregiudizio concreto alla tutela degli interessi pubblici”, che è poi la prova della sua esistenza: il documento c’era, scritto nero su bianco esattamente mentre i ministri ripetevano che nulla era stato deciso.

La scelta puramente tecnica

Il 28 luglio Antonio Tajani ha annunciato in audizione la richiesta da 14,9 miliardi, e poche ore dopo ha derubricato tutto a “tempesta in un bicchier d’acqua” promettendo che se ne sarebbe usato meno. Nella stessa seduta Guido Crosetto spiegava che il programma è “uno strumento di finanziamento della spesa militare, non aggiuntivo di quella prevista a bilancio”, un’”alternativa ai BoT” da pesare sulla convenienza finanziaria, e quantificava a braccio fra cinque e otto miliardi. Una scelta puramente tecnica, dice. La Lega da parte sua faceva filtrare che l’ultima parola spettava alle Camere. Stessa giornata, tre partiti, tre versioni.

Otto giorni dopo Giancarlo Giorgetti è arrivato alla Camera e la scelta puramente tecnica ha cambiato faccia, perché il ministro dell’Economia ha annunciato l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale: 0,9% del Pil per la difesa e 0,6% per la sicurezza energetica nel triennio 2026-2028, cioè fino a 21,7 miliardi di maggiore spesa militare e 14,4 per l’energia. La Camera ha approvato la risoluzione di maggioranza. Il ministro leghista, mentre il suo governo giurava ancora che i prestiti europei non avrebbero aggiunto un euro alle spese militari, chiedeva a Bruxelles di poter sforare il bilancio per aggiungerne ventuno.

I numeri del resto sono l’unica parte del dossier che non ha avuto bisogno di annunci: l’Osservatorio Mil€x calcola per il 2026 una spesa militare italiana diretta di 33.948 milioni, record storico cresciuto del 45% dal 2017. E c’è un dettaglio che pesa più di un’audizione intera, sempre secondo Mil€x: nel 2025 gli stanziamenti definitivi della Difesa sono saliti dai 31.295 milioni previsti in legge di bilancio a 35.519, il 13,5% in più. Ogni autunno il Parlamento vota una fotografia che il consuntivo smentisce.

La cifra è arrivata stamattina, e non dal Parlamento: al Meeting di Rimini il ministro Tajani dice di averne prenotati 8,9, meno di due terzi di quanto Bruxelles dava per certo ieri. Conviene però guardare l’indirizzo delle comunicazioni prima degli importi: la prenotazione, il piano di investimenti, la clausola di salvaguardia e la rassicurazione di ieri sono arrivate tutte a Bruxelles. In Aula sono arrivate le smentite. È il metodo di un esecutivo che ha imparato a decidere altrove e a raccontarlo qui, e ha un nome: si chiama riarmo, e ha smesso da un pezzo di essere fuorviante.

L’articolo Fondi Safe, l’Italia scende a 8,9 miliardi per le armi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Vigili del fuoco, la gratitudine non finisce in busta paga: scontro di cifre sugli aumenti tra governo e Cgil

Un vigile del fuoco versa mezza bottiglietta d’acqua sulla nuova polo d’ordinanza e il tessuto si spacca in due: il video, diffuso il 5 agosto da un sindacalista Uilpa, ha girato il Paese, perché l’immagine era troppo esatta per una maglietta. Il Dipartimento dei vigili del fuoco ha replicato che il difetto era noto dai primi di luglio e che i capi sostituiti erano circa 300, un numero esiguo sul totale. Pratica chiusa. La divisa di chi entra nel fuoco si scioglie con l’acqua, ed è archiviata come intoppo di magazzino.

Sotto la maglietta c’è tutto il resto. Nel comunicato del 24 agosto ripreso da Collettiva, firmato dal coordinatore nazionale Mauro Giulianella, la Fp Cgil conta oltre mille interventi fra Lombardia, Liguria e Toscana, parla di “circa 5.000 unità mancanti rispetto alle esigenze del Corpo” e ricorda che “il soccorso non è una catena di montaggio”. Il maltempo è arrivato addosso a un organico che l’estate aveva già consumato.

Il prezzo di un turno raddoppiato

Il 22 luglio, a San Cataldo, il caporeparto Alessandro Marchì, 59 anni, si è accasciato su un fronte di incendio ed è morto poco dopo, mentre un collega finiva in ospedale per il caldo. Sul sito del Corpo nazionale le due righe stanno vicine: dal 18 luglio in Sicilia si erano superati i 1.400 interventi e tutti i comandi lavoravano “con il raddoppio dei turni di servizio”. Il ministro Matteo Piantedosi ha espresso “profondo dolore”, la Uil Fp ha chiesto un’inchiesta ispettiva.

Sui soldi il conto è doppio. Sugli accordi 2022-2024 il Ministero dell’Interno presentava aumenti “di circa 186 euro medi lordi mensili”, pari al 6,74%, mentre la Fp Cgil, unica sigla che non ha firmato, calcolava un taglio reale “di oltre 280 euro medi”, con incrementi fermi al 5,78% quando l’inflazione del periodo superava il 16%. Mai, ha scritto il sindacato, un contratto del Corpo era stato firmato a quelle condizioni.

Le divise le difende solo il codice penale

Il 23 luglio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare, su proposta di Piantedosi, il decreto legislativo che riscrive il rapporto di impiego del Corpo, in attuazione della legge 42/2025, e la Fp Cgil contesta il modello gerarchico costruito sul merito comparativo e si dice contraria “a una valorizzazione che possa trasformarsi in uno strumento di condizionamento”. Si riscrive l’avanzamento proprio lì dove il dissenso comincia a costare. Due giorni dopo, il 25 luglio dalle 15 alle 18, il personale ha incrociato le braccia in tutto il Paese per lo sciopero della Uil Fp, mentre il Conapo, il sindacato autonomo dei vigili del fuoco, teneva aperto lo stato di agitazione in Abruzzo e in Veneto. Un Corpo che si ferma d’estate, mentre il Paese brucia, ha finito le lettere da scrivere.

E non finisce qui. Il 18 luglio a Roma hanno sfilato insieme, per la prima volta, le sigle di Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di finanza, e hanno precisato che non era uno sciopero, perché ai militari lo sciopero resta vietato: hanno usato la forma massima consentita. Sul contratto 2025-2027 della Polizia di Stato il sindacato conta 171,31 euro medi mensili dal 2027, meno dell’ultimo rinnovo, e liquida il piano di potenziamenti come “pareggio contabile”.

Galeazzo Bignami (FdI) a gennaio rivendicava 35.206 assunzioni nel triennio e accusava la sinistra di aver fatto fatica “a schierarsi dalla parte delle forze dell’ordine”. Dalla parte delle divise il governo ci ha messo il decreto sicurezza, il dl 48/2025: fino a 10.000 euro di spese legali per ogni fase del procedimento, aggravanti più dure per chi resiste. Sta tutto lì il senso della frase: le divise le difendono nel codice penale. Meno nella busta paga.

L’articolo Vigili del fuoco, la gratitudine non finisce in busta paga: scontro di cifre sugli aumenti tra governo e Cgil sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La spesa obbligata si mangia il 41,7% dello stipendio: la crescita di cui parla il governo se ne va per sopravvivere

Un capolavoro, davvero: comprare meno cibo e chiamarlo record. Nel 2026 la spesa reale pro capite delle famiglie italiane ha toccato i 23.261 euro e ha superato perfino il picco del 2007: il massimo storico dei consumi, calcolato da Confcommercio. Solo che nello stesso trentennio la spesa per l’alimentazione domestica è scesa del 3,5 per cento e quella per l’energia domestica del 37,4. Si mangia meno e ci si scalda meno. E intanto si batte il primato.

Il resto del conto è arrivato stamattina, con la nota di Confcommercio sulle spese obbligate: casa, bollette, sanità, trasporti e assicurazioni si prendono il 41,7 per cento di tutto quello che una famiglia spende, cioè 9.693 euro a testa. Sempre Confcommercio dà l’abitazione a 5.335 euro e assicurazioni e carburanti a 2.310, ed è proprio lì dove nessuno può scegliere niente che l’esborso risulta già deciso prima che lo stipendio arrivi sul conto.

Il conto che arriva prima dello stipendio

E la forbice ha un motore preciso, perché i prezzi delle voci incomprimibili corrono da trent’anni a una velocità loro: Confcommercio li dà cresciuti del 140 per cento dal 1995 contro il 57 dei beni che si possono lasciare sullo scaffale, con energia gas e carburanti a un impressionante 211 per cento e la spesa libera destinata ai beni scesa nel frattempo del 7,6 per cento. Chi vende scarpe o mobili lo sa da un pezzo che quel che avanza dopo le bollette è tutto il suo mercato, e si restringe.

I dati Istat sul commercio al dettaglio dicono la stessa cosa da un’altra angolatura. A giugno 2026 le vendite di beni alimentari sono cresciute dell’1,9 per cento in valore e sono rimaste ferme in volume mentre i non alimentari salivano del 4,0 in valore e del 3,1 in volume. Tradotto: il carrello costa di più e contiene le stesse cose di un anno fa, e la crescita che si festeggia sta tutta nei beni che si comprano dopo aver pagato la casa, la luce e il pieno. Sopra c’è tutto il resto.

Sull’altro versante l’Ocse ha scritto a luglio nella scheda italiana dell’Employment Outlook che nel primo trimestre le retribuzioni reali erano ancora inferiori del 6,1 per cento rispetto al primo trimestre del 2021, il divario più ampio fra le grandi economie dell’area, e che nel 2026 scenderanno di un altro 0,9 prima di recuperare 0,2 l’anno prossimo. Il +1,3 per cento del trimestre lo hanno prodotto i prezzi bassi. Le buste paga stanno ferme.

L’aritmetica di Palazzo Chigi

Giorgia Meloni il 14 agosto ha spiegato a Milano Finanza che «il pil pro-capite è cresciuto, rispetto al 2022, di quasi 4.500 euro» e che quell’indicatore «rispecchia l’effettiva ricchezza dei cittadini». Sono euro correnti, e Pagella Politica lo ha ricostruito sui dati Eurostat portandolo da 33.860 a 38.310 euro: dentro quella crescita c’è per intero l’inflazione che nel frattempo ha gonfiato le spese di cui sopra. L’Istat intanto misura il potere d’acquisto del primo trimestre a +0,8 per cento e la pressione fiscale al 37,6 per cento del pil.

Poi ci sono i carburanti, la voce su cui lo Stato può intervenire domani mattina. Confesercenti ha stimato in 1,8 miliardi di euro l’aggravio dei pieni di luglio e agosto sul 2025, con la rilevazione Mimit del 23 agosto a 2,010 euro al litro per la benzina. La risposta del governo sono 17 centesimi al litro reintrodotti il 28 luglio e riservati al solo diesel, e sempre Confesercenti li quantifica in 300 milioni restituiti a fronte dei 780 milioni bruciati dalla sola risalita estiva, mentre la benzina nel perimetro dell’intervento non è mai entrata.

Restano 9.693 euro l’anno che nessuno sceglie e un residuo che si assottiglia, ed è su quel residuo che si decide se una famiglia va al ristorante o rinvia la visita specialistica. Il governo conta e racconta un’altra Italia, quella dei quasi 4.500 euro in più a testa. Il primato dei consumi è la fattura, non il premio.

L’articolo La spesa obbligata si mangia il 41,7% dello stipendio: la crescita di cui parla il governo se ne va per sopravvivere sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Soccorso migranti in mare: 41 navi ferme e 1.075 giorni di stop. Il decreto che nessuno nomina

“Quarantacinque giorni di fermo e 7.500 euro di multa per la Sea Watch 5“, ha scritto sul suo profilo X il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, precisando che le attività di soccorso in mare “devono essere gestite e coordinate dagli Stati competenti, non dalle ong”. Il soccorso contestato è del 13 agosto: sei persone raccolte in acque internazionali, avviso all’Italia e ai Paesi europei limitrofi, silenzio verso il sedicente centro di coordinamento libico, che poco dopo l’intervento, racconta l’organizzazione, ha mandato uomini armati a intimare all’equipaggio di allontanarsi dal “loro territorio”. La nave batte bandiera tedesca.

Il conto complessivo, quello che non entra in nessun post, lo tiene la Justice Fleet, alleanza di tredici organizzazioni di ricerca e salvataggio: dall’entrata in vigore della norma, il 2 gennaio 2023, le autorità italiane hanno emesso ordini di fermo contro 41 navi di soccorso, per 1.075 giorni complessivi. Quasi tre anni di banchina. Nello stesso periodo, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel Mediterraneo centrale sono annegate o scomparse oltre 6.490 persone, e il 2026 corre peggio: solo nel primo semestre i morti e i dispersi sono stati più di 1.330, l’avvio d’anno più letale da quando l’agenzia ha cominciato a contarli, come ha scritto il Progetto Melting Pot.

Il decreto che nessuno chiama per nome

Lo strumento è il decreto-legge 1/2023. Il cosiddetto decreto Cutro è il 20/2023, arrivato il 10 marzo con il Consiglio dei ministri in trasferta e le telecamere accese. Il decreto Piantedosi invece è del 2 gennaio 2023, poi convertito nella legge 15/2023 e si è limitato a innestare un comma, il 2-sexies, dentro il decreto 130/2020 del governo precedente. Funziona proprio per questo. Una norma senza un nome che scotti si applica quarantuno volte e la conta non arriva mai in prima pagina.
Nell’ottobre 2024 il decreto 145/2024, convertito nella legge 187/2024, ha rimodulato la sanzione: fermo da dieci a venti giorni, da trenta a sessanta in caso di reiterazione, confisca della nave alla violazione successiva.

I quarantacinque giorni inflitti alla Sea Watch 5 stanno nella fascia della reiterazione. Solo che la stessa norma chiama reiterazione la violazione commessa da chi, nel quinquennio precedente, si sia già visto accertare una violazione anteriore “con provvedimento esecutivo”. Lucia Gennari, avvocata dello Studio legale Antartide e legale di Sea Watch, ha spiegato a Collettiva che il governo «usa male la stessa legge che ha prodotto»: gli accertamenti precedenti sono appesi ai ricorsi, e aggravare oggi una sanzione su una base che domani può cadere è un controsenso.

Quello che ha già scritto la Consulta

L’8 luglio 2025 la Corte costituzionale, con la sentenza 101/2025, ha respinto le questioni del Tribunale di Brindisi e per strada ha messo agli atti due cose. Il fermo ha natura sostanzialmente penale e “vocazione marcatamente dissuasiva” rispetto al soccorso, e un ordine che possa mettere a repentaglio la vita umana non vincola nessun comandante, né se ne può punire l’inosservanza. Sta agli atti da un anno. I fermi però proseguono e i giudici li smontano a valle, uno per uno: nel maggio scorso il tribunale di Chieti ha annullato fermo e sanzione all’Ocean Viking di Sos Méditerranée. 

Intanto il governo prepara il giro successivo, e la Justice Fleet segnala l’intenzione di vietare l’ingresso nelle acque italiane alle navi ritenute “grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale”. A settembre Piantedosi siederà davanti al ministro tedesco Alexander Dobrindt per discutere dei richiedenti asilo che Berlino vuole rimandare in Italia e ci andrà con una nave tedesca legata a una banchina italiana. Quarantacinque giorni valgono un punto in più al tavolo. È l’unica contabilità che a questo governo torna sempre.

L’articolo Soccorso migranti in mare: 41 navi ferme e 1.075 giorni di stop. Il decreto che nessuno nomina sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Morto il woke, le bestie possono finalmente essere bestiali

Grazie al cielo hanno seppellito il woke, che in Italia nessuno ha mai visto, e da quando Giuseppe Conte ha scritto a Repubblica che sarebbe «una sorta di religione morale autoreferenziale» mi sento autorizzato anch’io alla schiettezza, e ne approfitto. Eccola qui, la convinzione: sotto i panegirici sulla libertà di espressione e sul “non si può più dire niente” c’è dell’altro. E non è nemmeno ben…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Dai media è sparita gaza, ma non la catastrofe

Il secondo colpo è arrivato sulla scala esterna dell’ospedale Nasser di Khan Younis, il 25 agosto 2025, mentre soccorritori e cronisti salivano a documentare il primo. Ventidue morti, cinque giornalisti: Hussam al-Masri di Reuters, Mohammed Salama di Al Jazeera, Ahmed Abu Aziz, Moaz Abu Taha e Mariam Dagga, trentatré anni, dell’Associated Press. L’inchiesta preliminare dell’esercito israeliano spiegò che l’obiettivo era una telecamera di Hamas ed elencò sei uccisi definiti terroristi. Nessuno dei cinque giornalisti. Benjamin Netanyahu parlò di un tragico incidente e il capo di Stato maggiore Eyal Zamir ordinò di colmare le lacune, a partire dalla catena di comando che autorizzò i colpi.

Un anno dopo il padre Riyad Dagga dice a LaPresse che aspetta ancora i risultati dell’indagine. Il Committee to Protect Journalists conta duecentonove giornalisti e operatori dei media uccisi da Israele dal 7 ottobre 2023, almeno settantacinque uccisi deliberatamente per il loro lavoro, e la direttrice Jodie Ginsberg ricorda che in ventiquattro anni in Israele nessuno è mai stato ritenuto responsabile dell’uccisione di un giornalista.

Il 12 novembre 2025 Fnsi e Ordine dei giornalisti hanno chiesto al governo italiano e alla Commissione europea di far entrare la stampa internazionale a Gaza, e il 5 gennaio 2026 il governo israeliano ha comunicato alla Corte suprema che il divieto resta per ragioni di sicurezza. L’unico obiettivo aperto sulla Striscia resta quello dei palestinesi che la raccontano da dentro. E Freedom Flotilla ha presentato a Livorno il concerto del 31 agosto per l’ospedale Al-Awda. Il 24 agosto, al Meeting di Rimini, padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia a Gaza City, ha detto: «Nella Striscia di Gaza la realtà è terribile, dai media è sparita ma la catastrofe non è sparita per niente».

L’articolo Dai media è sparita gaza, ma non la catastrofe sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il governo ha deciso: deciderà domani, anche sulle accise

Il governo ha una sola certezza, quest’estate: decidere domani. Ieri Giorgia Meloni (FdI) ha convocato in videocollegamento Antonio Tajani (FI), Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti (Lega), Maurizio Lupi (Noi Moderati) per prorogare, ancora, lo sconto sul diesel: 17,1 centesimi al litro, in scadenza oggi, che il Consiglio dei ministri convocato per le 18 allungherà di qualche altro giorno. È la terza proroga da quando, il 4 agosto, un decreto fissava il termine al 24: poi un decreto interministeriale Mef-Ambiente lo ha spinto al 26, e ora si ricomincia daccapo. È un cerotto che si stacca ogni due settimane, anzi una garza già sporca che si rimette lo stesso, senza cambiarla.

Dal 18 marzo il governo ha bruciato circa 2,3 miliardi per finanziare uno sconto che presto diventerà selettivo solo per i redditi bassi: fra qualche settimana ammetteranno anche loro che lo sconto premia pure chi va in Ferrari. Intanto l’Italia resta settima nell’Unione europea per il caro-carburanti e sesta per il peso delle accise: 51,9% del prezzo secondo la Commissione europea. Il primato che inseguono coi tagli è lo stesso che le loro accise costruiscono ogni giorno. Le stesse accise che incautamente maneggiano quando devono incassare voti, sempre quelle.

Sul tavolo, apposta lasciata a prendere polvere, c’è la tassa sugli extraprofitti delle petrolifere. Il 22 agosto l’Italia ha scritto insieme a Germania, Austria, Polonia, Spagna e Portogallo alla presidenza irlandese del Consiglio Ue, e Bruxelles ha risposto come sempre: decidano gli Stati membri da soli. Non è la prima lettera. Il governo la chiama un rilancio. Il resto d’Europa intanto si è mosso da solo: la Spagna ha tagliato l’Iva dal 21 al 10%, la Francia ha scelto i controlli alla pompa. L’Italia scrive lettere alla presidenza di turno.

Il problema vero però la mini-proroga non lo nasconde: si vota nell’ottobre 2027, forse prima, con le casse già impegnate per 36 miliardi fra energia e difesa e l’inflazione che secondo l’Istat a luglio correva ancora al 2,9%, mentre Fratelli d’Italia scivola sotto il 27% e cresce Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, già al 7%, che di scontento ci campa. È il governo del trascinamento: si trascinano sapendo da chi scappare ma senza idea di dove andare. Per questo servirebbe un vero coup de théâtre: fare politica, governare, sul serio. Ma questo no, questo è troppo, anche per loro.

L’articolo Il governo ha deciso: deciderà domani, anche sulle accise sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Federalismo a targhe alterne, dai Cpr ai limiti di velocità in città: in campagna elettorale tutto fa brodo

Il federalismo è una merce stagionale: si espone in campagna elettorale e si ritira dallo scaffale il giorno in cui una regione dice no. Alla Versiliana, il 21 agosto 2026, Giovanni Donzelli (FdI) ha annunciato che i nuovi Centri di permanenza per i rimpatri si faranno «anche dove le regioni non vogliono». Poi la chiosa: «Li faremo anche in Toscana, sì». Il giorno dopo Eugenio Giani, presidente della Toscana, ha ripetuto che i Cpr sono «luoghi di detenzione impropria» e ha confermato l’opposizione al primo centro toscano, ipotizzato ad Aulla, in Lunigiana. Sulla carta ha ragione lui. Peccato che la carta qui non pesi niente.

La norma è il decreto-legge 13 del 2017 del governo Gentiloni: l’articolo 19 affida al ministro dell’Interno l’ampliamento della rete e prevede che i nuovi siti si scelgano “sentito il presidente della regione”. Sentito, appunto: il governo deve chiedere, non ottenere. E poiché l’articolo 117 della Costituzione assegna allo Stato la competenza esclusiva sull’immigrazione, il no di Giani vale quanto una raccomandata mai ritirata. Fino a qui è un’eredità scritta da altri.

Le deroghe che il governo si è scritto da solo

Il pezzo scritto da questa maggioranza comincia nel settembre 2023, quando il decreto-legge 124 ha infilato i Cpr fra le opere destinate alla difesa e alla sicurezza nazionale insieme a basi militari e poligoni: niente conformità urbanistica, niente titolo edilizio, appalti in somma urgenza. Il 24 febbraio 2026 il decreto-legge 23 ha aggiunto l’articolo 30, che autorizza il Ministero dell’Interno a derogare fino al 31 dicembre 2028 a ogni disposizione di legge che non sia penale, antimafia o europea. Alle regioni sono state tolte pure le leve tecniche, i piani regolatori, i permessi: restano i giudici, e restano i tempi dei giudici.

L’autonomia, del resto, torna buona quando la regione dice di sì. Il 24 ottobre 2025 Matteo Piantedosi e Maurizio Fugatti (Lega) hanno firmato a Trento l’accordo per un Cpr da 25 posti: la Provincia autonoma realizza e finanzia l’opera con risorse proprie, lo Stato ne assume personale e gestione, il Trentino ottiene meno accoglienza straordinaria. Stessa materia, stessa competenza esclusiva dello Stato, esito rovesciato: proprio lì dove la giunta è amica la trattativa esiste eccome. E il governo ha presentato l’intesa come un modello da replicare altrove.

Il contenzioso a corrente alternata

Il metodo si evince ancora meglio nelle carte bollate dell’esecutivo che ha impugnato la legge sarda sulle aree idonee alle rinnovabili e la Corte costituzionale l’ha smontata con la sentenza 184 del 2025, mentre sulla legge toscana per il fine vita, impugnata anche quella, il 29 dicembre 2025 la sentenza 204 ha respinto le censure sull’impianto complessivo. Intanto l’autonomia differenziata cammina: dopo la sentenza 192 del 2024, che aveva dichiarato illegittime parti della legge Calderoli, il governo ha portato avanti le intese preliminari con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, quattro regioni su venti, tutte e quattro governate dal centrodestra. Il federalismo si concede a chi vota giusto.

E il federalista convinto? Il 21 gennaio 2024, mentre il suo ministero limava la direttiva contro i 30 all’ora del Comune di Bologna, Matteo Salvini si definiva «autonomista convinto», salvo firmare un testo secondo cui qualsiasi limite generalizzato in città è arbitrario e che il ministero può modificare le ordinanze dei sindaci che non lo seguono. Quando il 19 maggio 2025 il Consiglio dei ministri ha impugnato la legge sul terzo mandato di Fugatti, i ministri leghisti hanno votato contro e Salvini, secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano, ha liquidato tutto come questione locale. Autonomista convinto, dice. La sentenza 211 del 2025 ha cancellato quella legge, e adesso Fugatti si paga il Cpr e resta fermo a due mandati: da queste parti il federalismo è una concessione, e le concessioni si revocano.

L’articolo Federalismo a targhe alterne, dai Cpr ai limiti di velocità in città: in campagna elettorale tutto fa brodo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Pnrr, il 31 agosto suona il gong: nelle aree interne i cantieri sono fermi proprio dove servivano di più

C’è questa favola ossessivamente ripetuta che nelle aree interne il Pnrr abbia camminato più in fretta che nel resto d’Italia: 57 per cento di pagamenti contro il 46 della media nazionale, e si citano i numeri della Corte dei conti. Poi però si guarda dentro la cifra e si scopre che nei 3.834 comuni più lontani da un ospedale e da una stazione la quota di opere pubbliche concluse è del 10 per cento, che oltre la metà dei cantieri è ancora in esecuzione e che alla scadenza europea del 31 agosto mancano sei giorni.

Allora bisogna osservare il perimetro. La relazione delle Sezioni riunite della Corte, depositata a maggio 2026 sui dati ReGiS aggiornati al 3 marzo, censisce 174.571 progetti localizzati in un solo comune di area interna, per 31,4 miliardi, di cui 21,9 dal Piano. Il 64 per cento di quei progetti sono incentivi e contributi, e sui contributi ad altri soggetti l’attuazione vola, 95 per cento di conclusi, perché l’iter ha due sole fasi. Le opere pubbliche invece sono il 5,6 per cento dei progetti e si prendono 9,6 miliardi, il 44 per cento dei fondi Pnrr arrivati in questi territori. Si conclude ciò che è un bonifico, resta indietro ciò che è un cantiere.

Il gradiente che nessuno ha corretto

lI ritardo del resto si distribuisce con regolarità sistematica. Nei comuni che la Corte classifica a economia fragile i pagamenti si fermano al 51 per cento mentre nelle aree dinamiche arrivano al 63, e sui lavori pubblici i comuni degli ultimi due quintili dell’indice di qualità amministrativa Maqi superano il 40 per cento di avanzamento, quelli del primo restano al 30. Il Piano corre proprio lì dove ce n’era meno bisogno.

Poi c’è la taglia degli interventi, che dice quanto si sia deciso di rischiare. Nel gruppo di comuni che la relazione chiama in declino demografico il finanziamento medio per progetto è di 86.500 euro, la metà delle aree dinamiche e un quarto dei territori a economia fragile: cifre da manutenzione ordinaria, spacciate per rilancio. E sulla mobilità, che lì è la condizione per arrivare a un pronto soccorso, la Missione 3 ha portato in questi comuni 19 progetti in tutto, circa uno ogni duecento.

La parola tolta dal documento

L’episodio più istruttiva è successo l’estate scorsa. Nella versione del Piano strategico nazionale delle aree interne circolata a giugno 2025 compariva un obiettivo intitolato all’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile, come ha scritto Il Fatto Quotidiano, e nel testo che il Dipartimento per le politiche di coesione pubblica oggi, datato 30 luglio 2025, l’aggettivo non compare più in nessuna delle 152 pagine. Le previsioni Istat nel Piano invece sono rimaste quelle: entro il 2043 l’82,1 per cento dei comuni delle aree interne sarà in calo demografico, con punte del 94,3 fra gli ultraperiferici del Mezzogiorno. Cancellata la parola, la prognosi è identica.

Che poi il metodo non funzioni lo ha misurato la Banca d’Italia. In uno studio di dicembre 2025 Michele Mariani ha valutato dieci anni di Strategia nazionale per le aree interne senza trovare effetti sulla popolazione né sui prezzi delle case, con una crescita del 2 per cento delle unità locali d’impresa e nessun impatto sull’occupazione. E dove la capacità amministrativa è solida le risorse rendono di più, dove è debole l’effetto si assottiglia fino a sparire.

L’8 luglio, in Parlamento, il governo ha rivendicato 166 miliardi già incassati, l’85 per cento della dotazione, e ha aggiunto che al 30 giugno risultavano rendicontati 70 dei 159 obiettivi dell’ultima rata, come ha riportato Il Sole 24 Ore Radiocor. Restano sei giorni. Quello che entro il 31 agosto non risulta concluso in un comune ultraperiferico finisce in una spesa da spostare altrove o in una revoca, e la scuola resta un cantiere recintato. Il divario che il Piano prometteva di chiudere è stato misurato, finanziato e rendicontato, e a fine settimana sarà pure archiviato.

L’articolo Pnrr, il 31 agosto suona il gong: nelle aree interne i cantieri sono fermi proprio dove servivano di più sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui