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Primarie, il Pd litiga sul regolamento dei gazebo: quando il metodo prevale sul merito il rischio è perdere alle urne

Un milione e novantottomila. Tanti erano i votanti l’ultima volta che il Partito democratico si è contato ai gazebo, il 26 febbraio 2023, quando Elly Schlein superò Stefano Bonaccini per 587.010 voti a 505.032. Alle primarie che nel 2005 incoronarono Romano Prodi si erano presentati 4.311.000 elettori, e in vent’anni quel popolo si è ridotto a un quarto. Sarebbe un dato da congresso, mentre il gruppo dirigente dem impiega l’estate del 2026 a discutere se le primarie si debbano fare oppure no.

La settimana si legge in pochi minuti e vale un manuale di politicismo. Il 25 agosto, sul Corriere della Sera, il deputato dem Roberto Speranza ha bocciato i gazebo perché “sono un errore politico e vanno evitati”, e per aggirare l’obbligo di indicare il premier ha suggerito “una scelta simbolica, come un neo diciottenne o un anziano partigiano”.

Il giorno dopo Graziano Delrio li ha voluti dopo un progetto, la deputata Lia Quartapelle a doppio turno, mentre Bruno Tabacci li ha liquidati su Repubblica come un’”ordalia”. Ieri Goffredo Bettini ha temuto sul Fatto Quotidiano una “tarantella” infinita su metodi e regole, mentre la senatrice Sandra Zampa chiedeva sul Resto del Carlino di convocare la direzione. Sei interviste in tre giorni, sei metodi.

Il regolamento al posto del programma

Messe in fila, le proposte sono procedura pura, dove il metodo prende il posto del merito: doppio turno, voto online, comitato di garanzia, ritorno alle regole del 2012, tavolo sulla politica estera. Nessuna riguarda quello che questa coalizione farebbe al governo. Dal Meeting di Rimini il presidente del Pd Stefano Bonaccini ha avvertito che parlarne adesso vuol dire “mettere il carro davanti ai buoi”, e sul disinteresse degli elettori ha ragione. Solo che il carro e i buoi sono fermi entrambi, perché quel programma resta da scrivere, e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte porterà il suo a Nova il 19 e 20 settembre.

Il paradosso è che questa discussione l’ha convocata l’avversario. La riforma elettorale approvata dalla Camera il 16 luglio con 217 sì e 152 no obbliga liste e coalizioni a depositare il nome del candidato premier col contrassegno, pena l’inammissibilità, e assegna 70 deputati e 35 senatori a chi supera il 42 per cento.
Al Senato gli emendamenti scadono il 1° settembre, l’aula apre il 9, il voto finale cade il 15. La norma è cucita addosso al centrosinistra per costringerlo a scoprirsi prima delle urne, e funziona: la coalizione si scopre, e si scopre a litigare sul regolamento. Il centrodestra che quella soglia l’ha scritta viaggia intanto al 41,6 per cento nella Supermedia YouTrend/AGI del 30 luglio, appena sotto.

I nomi che hanno già detto no

Poi c’è la giostra dei nomi terzi. Silvia Salis, eletta sindaca di Genova nel maggio 2025 al primo turno con il 51,5 per cento, a giugno ha chiuso la faccenda dicendosi sicura che non cambierà mai idea, come ha riportato Il Post. Antonio Decaro, presidente della Puglia da gennaio, si era già chiamato fuori su Il Mattino, dove ha ripetuto che continuerà a fare il presidente di Regione. I due nomi circolano lo stesso, con quelli dell’eurodeputato Giorgio Gori, di Gaetano Manfredi e del federatore Pier Luigi Bersani, e l’Ansa riferisce il criterio: servirebbe una figura autorevole e incontestabile, mai la carta di questa o quella corrente. Il campo largo cerca qualcuno che non esiste.

Fuori da questa conversazione c’è un Paese dove, secondo l’Istat, nel 2024 il 9,9 per cento delle persone ha rinunciato a una visita o a un accertamento, 5,8 milioni in tutto, e la causa prima sono le liste d’attesa, dal 6,8 contro il 2,8 per cento del 2019. Su quel Paese il Pd tace da mesi, perché è occupato a stabilire con quale procedura sceglierà chi parlerà. La stessa Supermedia lo dà al 21,2 per cento, cinque punti e mezzo sotto Fratelli d’Italia, e si vota fra un anno. Chi resta a casa ha già votato.

Leggi anche: Schlein evita Milano: alla Festa de L’Unità di settembre presenti tutti i big del partito, tranne la segretaria

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La nemesi del generale Vannacci

Roberto Vannacci sta imparando dal vivo il mestiere che ha contribuito a rendere normale in questo Paese, quello in cui l’avversario politico smette di essere un avversario e diventa un bersaglio da inseguire fino a casa. Il 3 febbraio 2026, il giorno dopo l’addio alla Lega, i quotidiani amici del governo lo battezzavano “Disertore” sul Giornale e “Alto tradimento” su Libero, mentre il Tempo gli pronosticava che dietro la collina il generale avrebbe trovato il nulla. Tre testate, tre coltellate. Un editore solo.

Quell’editore è Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e deputato della Lega, che attraverso le sue società controlla il Giornale, il Tempo e Libero. Il generale aveva appena lasciato il partito nelle cui liste siede il suo editore, e la mattina dopo si è ritrovato in prima pagina su tre giornali su tre. Una coincidenza La sostanza è la stessa, a cambiare è soltanto la testata in alto a sinistra.

L’archivio che nessuno rilegge

Vale la pena rileggerli, gli archivi di quelle redazioni. L’8 luglio 2024, sul Giornale, Vittorio Feltri dedicava la sua rubrica a difendere il generale dai suoi odiatori, ricordando che le accuse contro di lui erano state tutte archiviate e che a votarlo era stato oltre mezzo milione di italiani. Diciannove mesi più tardi, sulle stesse pagine, quel perseguitato per le sue opinioni è diventato un disertore, e nelle idee di Vannacci intanto era rimasto tutto identico, parola per parola, perché a cambiare era stata soltanto la tessera.

Il metodo, però, va oltre i titoloni di prima pagina. Il 9 agosto 2026 il Giornale ha dedicato a Futuro Nazionale un’inchiesta sul caos organizzativo, con i 1.914 comitati e i 130mila tesserati descritti come un’anarchia in cui gerarchia e ordine, cioè i due principi che il generale rivendica dal mondo militare, sono diventati i punti più deboli del suo partito. Il 25 agosto è toccato a Libero aprire il fronte interno, dando spazio ai dirigenti vannacciani che contestano la svolta del programma su aborto e famiglia, cioè il programma del loro stesso partito.

L’aritmetica che cancella gli insulti

Poi c’è il fronte politico. Giorgia Meloni, sul settimanale Chi in edicola dal 12 agosto, ha liquidato il generale come “un’operazione costruita per favorire la sinistra”. Il 26 agosto, dal Meeting di Rimini, Fratelli d’Italia ha escluso ogni apertura a un partito che “sta dando una mano ai nostri avversari”, e nello stesso pomeriggio Antonio Tajani ha bollato il passaggio di un consigliere regionale calabrese a Futuro Nazionale come “un tentativo maldestro di aiutare la sinistra”. La ministra Eugenia Roccella ha aggiunto sul Foglio che il programma vannacciano è “un testo fortemente ideologico” e che dietro le proposte sulla famiglia c’è soltanto la caccia al consenso. Quattro voci, una frase sola, sempre la stessa frase: il generale lavora per il nemico.

Poi però c’è l’aritmetica, che è una brutta bestia e ha una memoria peggiore. La Supermedia YouTrend/AGI del 30 luglio dà Futuro Nazionale al 7,1 per cento, Fratelli d’Italia al 26,7, il centrodestra senza il generale fermo al 41,6 e il campo largo avanti al 44,3. Con questi numeri, alle politiche del 2027, la stessa coalizione che oggi lo chiama disertore dovrà sedersi al tavolo con lui, contrattare i collegi e sorridere per la foto di gruppo. Quel giorno i titoli del 3 febbraio saranno spariti negli archivi e Vannacci verrà presentato come una risorsa della nazione. Servirebbe un minimo di vergogna, per impedirlo. Ed è esattamente la facoltà che a questa destra manca dalla nascita: si vergogna soltanto di perdere.

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La nemesi di Vannacci, da eroe a reietto sulla stampa di destra: vittima dello stesso metodo che ha contribuito a normalizzare

Roberto Vannacci sta imparando dal vivo il mestiere che ha contribuito a rendere normale in questo Paese, quello in cui l’avversario politico smette di essere un avversario e diventa un bersaglio da inseguire fino a casa. Il 3 febbraio 2026, il giorno dopo l’addio alla Lega, i quotidiani amici del governo lo battezzavano “Disertore” sul Giornale e “Alto tradimento” su Libero, mentre il Tempo gli pronosticava che dietro la collina il generale avrebbe trovato il nulla. Tre testate, tre coltellate. Un editore solo.

Quell’editore è Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e deputato della Lega, che attraverso le sue società controlla il Giornale, il Tempo e Libero. Il generale aveva appena lasciato il partito nelle cui liste siede il suo editore, e la mattina dopo si è ritrovato in prima pagina su tre giornali su tre. Una coincidenza La sostanza è la stessa, a cambiare è soltanto la testata in alto a sinistra.

L’archivio che nessuno rilegge

Vale la pena rileggerli, gli archivi di quelle redazioni. L’8 luglio 2024, sul Giornale, Vittorio Feltri dedicava la sua rubrica a difendere il generale dai suoi odiatori, ricordando che le accuse contro di lui erano state tutte archiviate e che a votarlo era stato oltre mezzo milione di italiani. Diciannove mesi più tardi, sulle stesse pagine, quel perseguitato per le sue opinioni è diventato un disertore, e nelle idee di Vannacci intanto era rimasto tutto identico, parola per parola, perché a cambiare era stata soltanto la tessera.

Il metodo, però, va oltre i titoloni di prima pagina. Il 9 agosto 2026 il Giornale ha dedicato a Futuro Nazionale un’inchiesta sul caos organizzativo, con i 1.914 comitati e i 130mila tesserati descritti come un’anarchia in cui gerarchia e ordine, cioè i due principi che il generale rivendica dal mondo militare, sono diventati i punti più deboli del suo partito. Il 25 agosto è toccato a Libero aprire il fronte interno, dando spazio ai dirigenti vannacciani che contestano la svolta del programma su aborto e famiglia, cioè il programma del loro stesso partito.

L’aritmetica che cancella gli insulti

Poi c’è il fronte politico. Giorgia Meloni, sul settimanale Chi in edicola dal 12 agosto, ha liquidato il generale come “un’operazione costruita per favorire la sinistra”. Il 26 agosto, dal Meeting di Rimini, Fratelli d’Italia ha escluso ogni apertura a un partito che “sta dando una mano ai nostri avversari”, e nello stesso pomeriggio Antonio Tajani ha bollato il passaggio di un consigliere regionale calabrese a Futuro Nazionale come “un tentativo maldestro di aiutare la sinistra”. La ministra Eugenia Roccella ha aggiunto sul Foglio che il programma vannacciano è “un testo fortemente ideologico” e che dietro le proposte sulla famiglia c’è soltanto la caccia al consenso. Quattro voci, una frase sola, sempre la stessa frase: il generale lavora per il nemico.

Poi però c’è l’aritmetica, che è una brutta bestia e ha una memoria peggiore. La Supermedia YouTrend/AGI del 30 luglio dà Futuro Nazionale al 7,1 per cento, Fratelli d’Italia al 26,7, il centrodestra senza il generale fermo al 41,6 e il campo largo avanti al 44,3. Con questi numeri, alle politiche del 2027, la stessa coalizione che oggi lo chiama disertore dovrà sedersi al tavolo con lui, contrattare i collegi e sorridere per la foto di gruppo. Quel giorno i titoli del 3 febbraio saranno spariti negli archivi e Vannacci verrà presentato come una risorsa della nazione. Servirebbe un minimo di vergogna, per impedirlo. Ed è esattamente la facoltà che a questa destra manca dalla nascita: si vergogna soltanto di perdere.

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Al porto di Bari la fotografia dell’Europa armata fino ai denti

Un concetto facile facile: le armi si fabbricano per essere usate, e lo sanno meglio di tutti quelli che le fabbricano. Al porto di Bari un furgone con targa francese scende dal traghetto di Patrasso, la Guardia di finanza apre i cinque contenitori per sistemi anticarro che ci trova e in tre ci sono i missili Akeron, che per la perizia dell’Esercito sono armi da guerra. Sui tubi c’erano le bande…

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La guerra a Gaza non risparmia neppure la scuola

“Oggi facciamo la storia. Questa mattina cominciamo il lavoro per rimuovere l’Unrwa da Kafr Aqab”, ha scritto su Telegram il 25 agosto il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, arrivato al centro di formazione dell’Unrwa a Qalandiya, Gerusalemme est. Il centro sta a Kafr Aqab dal 1952, per un accordo col governo giordano che l’Unrwa dice ancora in vigore, e ogni anno forma 340 studenti rifugiati della Cisgiordania. All’arrivo della polizia le iscrizioni per l’anno scolastico che comincia il 1° settembre erano aperte.

Nel pomeriggio Benjamin Netanyahu ha rivendicato l’ordine: “In conformità con la mia direttiva e in applicazione della legge che abbiamo approvato, oggi è cominciato lo sgombero del complesso dell’Unrwa”.

António Guterres, nella nota del portavoce Stéphane Dujarric, ha fatto il conto: quinto ingresso non autorizzato nello stesso edificio da maggio, dopo il sequestro e la demolizione del complesso Unrwa di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, e ha ricordato che il parere della Corte internazionale di giustizia del 22 ottobre 2025 obbliga Israele a rispettare l’inviolabilità dei locali ONU nei territori occupati. Il coordinatore ONU ad interim Ramiz Alakbarov ha scritto che il sequestro priva quei 340 studenti del diritto all’istruzione.

Sullo stesso terreno, che il ministero degli Esteri israeliano dice del Fondo nazionale ebraico dal 1937, il Comune di Gerusalemme ha aperto il cantiere di un complesso di scuole e servizi da oltre 40 milioni di shekel. Il Jerusalem Post scrive che la prima tappa è una scuola superiore maschile del Comune, che apre la settimana prossima col programma israeliano. “Mentre l’Unrwa fa politica, il Comune di Gerusalemme migliora la vita quotidiana di tutti i suoi residenti, ebrei e arabi”, chiude la nota. Stesso anno scolastico, altri studenti.

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Un pieno da 1,8 miliardi

Quindi ieri è arrivata a Bruxelles una lettera partita da Roma: l’Italia chiede 8,9 miliardi di prestiti del Safe, il fondo europeo per gli acquisti militari, sui 14,9 prenotati e tenuti in sospeso un anno fra tremolanti annunci e sbiadite smentite. Lo stesso giorno, mentre a Roma si contavano i miliardi, sull’A22 del Brennero il Codacons rilevava una pompa che vendeva il gasolio servito a 3,159 euro al litro. Supreme, si chiama, supreme anche nel prezzo.

Un caso isolato, certo, perché la media nazionale del self sta a 2,137: solo che il termometro segna fin lì e la febbre ce l’abbiamo tutti. L’ultimo rapporto dell’Istat conta quasi undici milioni di persone a rischio di povertà, il 18,6 per cento, 5,7 milioni in povertà assoluta e 5,4 milioni che dichiarano di non potersi permettere un pasto proteico ogni due giorni, mentre la povertà energetica è salita dal 7,7 al 9,1 per cento fra il 2022 e il 2024. Il pieno di luglio e agosto è costato 1,8 miliardi più dell’anno scorso, calcola Confesercenti. Nove miliardi di debito per le armi invece si trovano con uno schiocco di dita.

Del resto dentro la maggioranza ormai si litiga su tutto e su tutto si rinvia. Sempre ieri, al Meeting di Rimini, il vicepremier Antonio Tajani ha bocciato la tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere: «Quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria», e comunque quella parola lì a lui sa di Unione Sovietica, povero ragazzotto ipersensibile. La Lega, che una tassa la vorrebbe eccome ma sulle banche, ha risposto entro sera, mentre il senatore Claudio Borghi il Safe lo chiama “il Pnrr del razzo” da un anno. Anzi si rinvia pure il rinvio: lo sconto sull’accisa del gasolio è stato prorogato di due giorni il 23 agosto e di nuovo col decreto portato ieri sera in Consiglio dei ministri, in attesa di quell’intervento strutturale che prima o poi arriverà.

I conti veri li ha fatti Transport & Environment: dallo scoppio della guerra in Iran le compagnie ricavano 46 centesimi in più su ogni litro di gasolio, mentre lo Stato dall’accisa ne toglie 17,1. Insomma, il margine ai petrolieri e a noi le briciole, per giunta pagate con soldi nostri. E questi sulle briciole litigano.

Agli sgoccioli ci sono loro, si vede a occhio nudo. Il guaio è che il serbatoio è uno solo e agli sgoccioli ci sono anche gli italiani.

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Fondi Safe, l’Italia scende a 8,9 miliardi per le armi

«ReArm Europe è un nome fuorviante per i cittadini», disse Giorgia Meloni al Senato il 18 marzo 2025, e quel pomeriggio la risoluzione della maggioranza passò con 109 voti evitando ogni riferimento esplicito al piano ReArm. Ieri il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier ha comunicato che l’Italia userà “una larga maggioranza” dei 14,9 miliardi assegnati con il programma SAFE, la linea di credito europea da 150 miliardi per le armi. In mezzo ci sono diciassette mesi e una fila di rassicurazioni che oggi stanno in piedi male.

Spese militari, le carte che nessuno doveva vedere

Guardate la cronologia con calma. Il 5 agosto 2025, mostrano i documenti ottenuti da Lavialibera, Roma comunicava a Bruxelles i quattro delegati italiani nel gruppo incaricato di far funzionare lo strumento, il 9 settembre la Commissione assegnava all’Italia 14,9 miliardi su una quota concordata col governo, ed entro il 30 novembre il piano nazionale di investimenti in armamenti era già depositato con l’Italia fra i 19 Stati che l’avevano consegnato. Nessuna esitazione.

A gennaio 2026 quel piano incassava il via libera europeo e lo stesso mese, il 23, il ministero della Difesa negava a Lavialibera di consultarlo per evitare “un pregiudizio concreto alla tutela degli interessi pubblici”, che è poi la prova della sua esistenza: il documento c’era, scritto nero su bianco esattamente mentre i ministri ripetevano che nulla era stato deciso.

La scelta puramente tecnica

Il 28 luglio Antonio Tajani ha annunciato in audizione la richiesta da 14,9 miliardi, e poche ore dopo ha derubricato tutto a “tempesta in un bicchier d’acqua” promettendo che se ne sarebbe usato meno. Nella stessa seduta Guido Crosetto spiegava che il programma è “uno strumento di finanziamento della spesa militare, non aggiuntivo di quella prevista a bilancio”, un’”alternativa ai BoT” da pesare sulla convenienza finanziaria, e quantificava a braccio fra cinque e otto miliardi. Una scelta puramente tecnica, dice. La Lega da parte sua faceva filtrare che l’ultima parola spettava alle Camere. Stessa giornata, tre partiti, tre versioni.

Otto giorni dopo Giancarlo Giorgetti è arrivato alla Camera e la scelta puramente tecnica ha cambiato faccia, perché il ministro dell’Economia ha annunciato l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale: 0,9% del Pil per la difesa e 0,6% per la sicurezza energetica nel triennio 2026-2028, cioè fino a 21,7 miliardi di maggiore spesa militare e 14,4 per l’energia. La Camera ha approvato la risoluzione di maggioranza. Il ministro leghista, mentre il suo governo giurava ancora che i prestiti europei non avrebbero aggiunto un euro alle spese militari, chiedeva a Bruxelles di poter sforare il bilancio per aggiungerne ventuno.

I numeri del resto sono l’unica parte del dossier che non ha avuto bisogno di annunci: l’Osservatorio Mil€x calcola per il 2026 una spesa militare italiana diretta di 33.948 milioni, record storico cresciuto del 45% dal 2017. E c’è un dettaglio che pesa più di un’audizione intera, sempre secondo Mil€x: nel 2025 gli stanziamenti definitivi della Difesa sono saliti dai 31.295 milioni previsti in legge di bilancio a 35.519, il 13,5% in più. Ogni autunno il Parlamento vota una fotografia che il consuntivo smentisce.

La cifra è arrivata stamattina, e non dal Parlamento: al Meeting di Rimini il ministro Tajani dice di averne prenotati 8,9, meno di due terzi di quanto Bruxelles dava per certo ieri. Conviene però guardare l’indirizzo delle comunicazioni prima degli importi: la prenotazione, il piano di investimenti, la clausola di salvaguardia e la rassicurazione di ieri sono arrivate tutte a Bruxelles. In Aula sono arrivate le smentite. È il metodo di un esecutivo che ha imparato a decidere altrove e a raccontarlo qui, e ha un nome: si chiama riarmo, e ha smesso da un pezzo di essere fuorviante.

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Vigili del fuoco, la gratitudine non finisce in busta paga: scontro di cifre sugli aumenti tra governo e Cgil

Un vigile del fuoco versa mezza bottiglietta d’acqua sulla nuova polo d’ordinanza e il tessuto si spacca in due: il video, diffuso il 5 agosto da un sindacalista Uilpa, ha girato il Paese, perché l’immagine era troppo esatta per una maglietta. Il Dipartimento dei vigili del fuoco ha replicato che il difetto era noto dai primi di luglio e che i capi sostituiti erano circa 300, un numero esiguo sul totale. Pratica chiusa. La divisa di chi entra nel fuoco si scioglie con l’acqua, ed è archiviata come intoppo di magazzino.

Sotto la maglietta c’è tutto il resto. Nel comunicato del 24 agosto ripreso da Collettiva, firmato dal coordinatore nazionale Mauro Giulianella, la Fp Cgil conta oltre mille interventi fra Lombardia, Liguria e Toscana, parla di “circa 5.000 unità mancanti rispetto alle esigenze del Corpo” e ricorda che “il soccorso non è una catena di montaggio”. Il maltempo è arrivato addosso a un organico che l’estate aveva già consumato.

Il prezzo di un turno raddoppiato

Il 22 luglio, a San Cataldo, il caporeparto Alessandro Marchì, 59 anni, si è accasciato su un fronte di incendio ed è morto poco dopo, mentre un collega finiva in ospedale per il caldo. Sul sito del Corpo nazionale le due righe stanno vicine: dal 18 luglio in Sicilia si erano superati i 1.400 interventi e tutti i comandi lavoravano “con il raddoppio dei turni di servizio”. Il ministro Matteo Piantedosi ha espresso “profondo dolore”, la Uil Fp ha chiesto un’inchiesta ispettiva.

Sui soldi il conto è doppio. Sugli accordi 2022-2024 il Ministero dell’Interno presentava aumenti “di circa 186 euro medi lordi mensili”, pari al 6,74%, mentre la Fp Cgil, unica sigla che non ha firmato, calcolava un taglio reale “di oltre 280 euro medi”, con incrementi fermi al 5,78% quando l’inflazione del periodo superava il 16%. Mai, ha scritto il sindacato, un contratto del Corpo era stato firmato a quelle condizioni.

Le divise le difende solo il codice penale

Il 23 luglio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare, su proposta di Piantedosi, il decreto legislativo che riscrive il rapporto di impiego del Corpo, in attuazione della legge 42/2025, e la Fp Cgil contesta il modello gerarchico costruito sul merito comparativo e si dice contraria “a una valorizzazione che possa trasformarsi in uno strumento di condizionamento”. Si riscrive l’avanzamento proprio lì dove il dissenso comincia a costare. Due giorni dopo, il 25 luglio dalle 15 alle 18, il personale ha incrociato le braccia in tutto il Paese per lo sciopero della Uil Fp, mentre il Conapo, il sindacato autonomo dei vigili del fuoco, teneva aperto lo stato di agitazione in Abruzzo e in Veneto. Un Corpo che si ferma d’estate, mentre il Paese brucia, ha finito le lettere da scrivere.

E non finisce qui. Il 18 luglio a Roma hanno sfilato insieme, per la prima volta, le sigle di Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di finanza, e hanno precisato che non era uno sciopero, perché ai militari lo sciopero resta vietato: hanno usato la forma massima consentita. Sul contratto 2025-2027 della Polizia di Stato il sindacato conta 171,31 euro medi mensili dal 2027, meno dell’ultimo rinnovo, e liquida il piano di potenziamenti come “pareggio contabile”.

Galeazzo Bignami (FdI) a gennaio rivendicava 35.206 assunzioni nel triennio e accusava la sinistra di aver fatto fatica “a schierarsi dalla parte delle forze dell’ordine”. Dalla parte delle divise il governo ci ha messo il decreto sicurezza, il dl 48/2025: fino a 10.000 euro di spese legali per ogni fase del procedimento, aggravanti più dure per chi resiste. Sta tutto lì il senso della frase: le divise le difendono nel codice penale. Meno nella busta paga.

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La spesa obbligata si mangia il 41,7% dello stipendio: la crescita di cui parla il governo se ne va per sopravvivere

Un capolavoro, davvero: comprare meno cibo e chiamarlo record. Nel 2026 la spesa reale pro capite delle famiglie italiane ha toccato i 23.261 euro e ha superato perfino il picco del 2007: il massimo storico dei consumi, calcolato da Confcommercio. Solo che nello stesso trentennio la spesa per l’alimentazione domestica è scesa del 3,5 per cento e quella per l’energia domestica del 37,4. Si mangia meno e ci si scalda meno. E intanto si batte il primato.

Il resto del conto è arrivato stamattina, con la nota di Confcommercio sulle spese obbligate: casa, bollette, sanità, trasporti e assicurazioni si prendono il 41,7 per cento di tutto quello che una famiglia spende, cioè 9.693 euro a testa. Sempre Confcommercio dà l’abitazione a 5.335 euro e assicurazioni e carburanti a 2.310, ed è proprio lì dove nessuno può scegliere niente che l’esborso risulta già deciso prima che lo stipendio arrivi sul conto.

Il conto che arriva prima dello stipendio

E la forbice ha un motore preciso, perché i prezzi delle voci incomprimibili corrono da trent’anni a una velocità loro: Confcommercio li dà cresciuti del 140 per cento dal 1995 contro il 57 dei beni che si possono lasciare sullo scaffale, con energia gas e carburanti a un impressionante 211 per cento e la spesa libera destinata ai beni scesa nel frattempo del 7,6 per cento. Chi vende scarpe o mobili lo sa da un pezzo che quel che avanza dopo le bollette è tutto il suo mercato, e si restringe.

I dati Istat sul commercio al dettaglio dicono la stessa cosa da un’altra angolatura. A giugno 2026 le vendite di beni alimentari sono cresciute dell’1,9 per cento in valore e sono rimaste ferme in volume mentre i non alimentari salivano del 4,0 in valore e del 3,1 in volume. Tradotto: il carrello costa di più e contiene le stesse cose di un anno fa, e la crescita che si festeggia sta tutta nei beni che si comprano dopo aver pagato la casa, la luce e il pieno. Sopra c’è tutto il resto.

Sull’altro versante l’Ocse ha scritto a luglio nella scheda italiana dell’Employment Outlook che nel primo trimestre le retribuzioni reali erano ancora inferiori del 6,1 per cento rispetto al primo trimestre del 2021, il divario più ampio fra le grandi economie dell’area, e che nel 2026 scenderanno di un altro 0,9 prima di recuperare 0,2 l’anno prossimo. Il +1,3 per cento del trimestre lo hanno prodotto i prezzi bassi. Le buste paga stanno ferme.

L’aritmetica di Palazzo Chigi

Giorgia Meloni il 14 agosto ha spiegato a Milano Finanza che «il pil pro-capite è cresciuto, rispetto al 2022, di quasi 4.500 euro» e che quell’indicatore «rispecchia l’effettiva ricchezza dei cittadini». Sono euro correnti, e Pagella Politica lo ha ricostruito sui dati Eurostat portandolo da 33.860 a 38.310 euro: dentro quella crescita c’è per intero l’inflazione che nel frattempo ha gonfiato le spese di cui sopra. L’Istat intanto misura il potere d’acquisto del primo trimestre a +0,8 per cento e la pressione fiscale al 37,6 per cento del pil.

Poi ci sono i carburanti, la voce su cui lo Stato può intervenire domani mattina. Confesercenti ha stimato in 1,8 miliardi di euro l’aggravio dei pieni di luglio e agosto sul 2025, con la rilevazione Mimit del 23 agosto a 2,010 euro al litro per la benzina. La risposta del governo sono 17 centesimi al litro reintrodotti il 28 luglio e riservati al solo diesel, e sempre Confesercenti li quantifica in 300 milioni restituiti a fronte dei 780 milioni bruciati dalla sola risalita estiva, mentre la benzina nel perimetro dell’intervento non è mai entrata.

Restano 9.693 euro l’anno che nessuno sceglie e un residuo che si assottiglia, ed è su quel residuo che si decide se una famiglia va al ristorante o rinvia la visita specialistica. Il governo conta e racconta un’altra Italia, quella dei quasi 4.500 euro in più a testa. Il primato dei consumi è la fattura, non il premio.

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Soccorso migranti in mare: 41 navi ferme e 1.075 giorni di stop. Il decreto che nessuno nomina

“Quarantacinque giorni di fermo e 7.500 euro di multa per la Sea Watch 5“, ha scritto sul suo profilo X il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, precisando che le attività di soccorso in mare “devono essere gestite e coordinate dagli Stati competenti, non dalle ong”. Il soccorso contestato è del 13 agosto: sei persone raccolte in acque internazionali, avviso all’Italia e ai Paesi europei limitrofi, silenzio verso il sedicente centro di coordinamento libico, che poco dopo l’intervento, racconta l’organizzazione, ha mandato uomini armati a intimare all’equipaggio di allontanarsi dal “loro territorio”. La nave batte bandiera tedesca.

Il conto complessivo, quello che non entra in nessun post, lo tiene la Justice Fleet, alleanza di tredici organizzazioni di ricerca e salvataggio: dall’entrata in vigore della norma, il 2 gennaio 2023, le autorità italiane hanno emesso ordini di fermo contro 41 navi di soccorso, per 1.075 giorni complessivi. Quasi tre anni di banchina. Nello stesso periodo, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel Mediterraneo centrale sono annegate o scomparse oltre 6.490 persone, e il 2026 corre peggio: solo nel primo semestre i morti e i dispersi sono stati più di 1.330, l’avvio d’anno più letale da quando l’agenzia ha cominciato a contarli, come ha scritto il Progetto Melting Pot.

Il decreto che nessuno chiama per nome

Lo strumento è il decreto-legge 1/2023. Il cosiddetto decreto Cutro è il 20/2023, arrivato il 10 marzo con il Consiglio dei ministri in trasferta e le telecamere accese. Il decreto Piantedosi invece è del 2 gennaio 2023, poi convertito nella legge 15/2023 e si è limitato a innestare un comma, il 2-sexies, dentro il decreto 130/2020 del governo precedente. Funziona proprio per questo. Una norma senza un nome che scotti si applica quarantuno volte e la conta non arriva mai in prima pagina.
Nell’ottobre 2024 il decreto 145/2024, convertito nella legge 187/2024, ha rimodulato la sanzione: fermo da dieci a venti giorni, da trenta a sessanta in caso di reiterazione, confisca della nave alla violazione successiva.

I quarantacinque giorni inflitti alla Sea Watch 5 stanno nella fascia della reiterazione. Solo che la stessa norma chiama reiterazione la violazione commessa da chi, nel quinquennio precedente, si sia già visto accertare una violazione anteriore “con provvedimento esecutivo”. Lucia Gennari, avvocata dello Studio legale Antartide e legale di Sea Watch, ha spiegato a Collettiva che il governo «usa male la stessa legge che ha prodotto»: gli accertamenti precedenti sono appesi ai ricorsi, e aggravare oggi una sanzione su una base che domani può cadere è un controsenso.

Quello che ha già scritto la Consulta

L’8 luglio 2025 la Corte costituzionale, con la sentenza 101/2025, ha respinto le questioni del Tribunale di Brindisi e per strada ha messo agli atti due cose. Il fermo ha natura sostanzialmente penale e “vocazione marcatamente dissuasiva” rispetto al soccorso, e un ordine che possa mettere a repentaglio la vita umana non vincola nessun comandante, né se ne può punire l’inosservanza. Sta agli atti da un anno. I fermi però proseguono e i giudici li smontano a valle, uno per uno: nel maggio scorso il tribunale di Chieti ha annullato fermo e sanzione all’Ocean Viking di Sos Méditerranée. 

Intanto il governo prepara il giro successivo, e la Justice Fleet segnala l’intenzione di vietare l’ingresso nelle acque italiane alle navi ritenute “grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale”. A settembre Piantedosi siederà davanti al ministro tedesco Alexander Dobrindt per discutere dei richiedenti asilo che Berlino vuole rimandare in Italia e ci andrà con una nave tedesca legata a una banchina italiana. Quarantacinque giorni valgono un punto in più al tavolo. È l’unica contabilità che a questo governo torna sempre.

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