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Occhi su Gaza, diario di bordo #42

Oggi, a Sharm el-Sheikh, andrà in scena la liturgia della “pace”: tavolo lucido, bandiere allineate, firme che scivolano sul foglio. È un cessate il fuoco vestito da trattato, senza una riga sulla giustizia. Chi sale sul palco ha parlato di camion, cantieri, governance; nessuno ha chiesto tribunali, prove, responsabilità.
Donald Trump rivendica una «nuova Gaza» fatta di infrastrutture e «600 camion al giorno» di aiuti. Abdel Fattah al-Sisi insiste sulla «stabilizzazione» e sulla ricostruzione immediata con una presenza internazionale. Giorgia Meloni ringrazia Trump e annuncia che l’Italia «è pronta a contribuire a stabilizzazione, ricostruzione e sviluppo». Keir Starmer parla di «implementare senza ritardi» e di far entrare gli aiuti. Emmanuel Macron evoca una «forza di stabilizzazione» e una Autorità Palestinese riformata. Tutti dicono “prima i lavori”. Nessuno dice: prima i processi.
Sul tavolo non c’è l’accertamento dei crimini di guerra, non c’è la cooperazione con la Corte penale internazionale, non c’è il nome dei responsabili. C’è un manuale di project management: rimozione macerie, corridoi logistici, porti e aeroporto, il lessico delle grandi opere che arriva sempre un minuto prima della verità.
Gaza intanto conta i morti, i mutilati, le case spianate, i campi bruciati. Il ritorno dei profughi avviene tra cumuli e promesse. La «pace» presentata oggi non restituisce le vite, non ripara le colpe, non riconosce la vittima. È un condono politico ed economico calato dall’alto su un popolo a cui si chiede di ripartire senza giustizia. Finché la giustizia resta fuori dalla sala, quella firma resta una scenografia. Tutti gli occhi su Gaza.

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Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica – Lettera43

Dopo l’inchiesta per corruzione, il parlamento europeo aveva tagliato i rapporti col colosso cinese. Che però è rientrato dalla finestra e ha continuato a influenzare il settore del fotovoltaico. Così Bruxelles evidenzia un problema di autonomia industriale e strategica.

A marzo 2025 la polizia federale belga aveva perquisito 21 sedi e arrestato tre persone in un’inchiesta per corruzione legata alle attività di lobbying di Huawei, colosso cinese delle telecomunicazioni, a Bruxelles (indagine che ha sfiorato anche un eurodeputato italiano). Pochi giorni dopo il parlamento europeo revocava i badge d’accesso ai rappresentanti dell’azienda, e la Commissione Ue sospendeva qualsiasi incontro con Huawei o con associazioni che la rappresentano. Sembrava la fine di un’epoca di influenza, e invece è stato solo un intermezzo.

Huawei e la possibilità di pagare una quota da sponsor

SolarPower Europe (Spe), la più potente lobby del fotovoltaico europeo, aveva espulso Huawei il 28 aprile 2025, in un gesto definito «senza precedenti». Ma nei verbali interni dell’associazione — confermati da più fonti del settore — il colosso cinese sarebbe stato riammesso a settembre con lo status di “membro passivo”: nessun diritto di voto, nessuna partecipazione ai gruppi di lavoro o al comitato advocacy, ma con la possibilità di pagare una quota da sponsor e di comparire come sostenitore agli eventi del settore.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Huawei coinvolta in un’inchiesta per corruzione a Bruxelles (foto Ansa).

Nel lessico delle lobby europee, “passivo” non significa invisibile. Con 60 mila euro l’anno, un’azienda può comunque accedere a spazi di sponsorizzazione, documenti, minute e momenti di networking che contano più di qualsiasi tavolo ufficiale. Spe nega condizionamenti, ma la decisione è arrivata a ridosso della riunione del 29 settembre, quando il board ha deciso di non adottare un position paper esterno che chiedeva alla Commissione di replicare per il fotovoltaico la “toolbox 5G” — cioè un set di barriere contro fornitori considerati a rischio.

Una prudenza che sembra più diplomatica che tecnica

In parallelo, nel rapporto interno “Solutions for Pv Cyber Risks to Grid Stability” — pubblicato in aprile e curato dalla società norvegese Dnv — i riferimenti alla Cina e agli accessi remoti sono scomparsi dall’executive summary. La versione finale raccomanda «standard di settore e limitazioni agli accessi esterni», ma senza indicare chi debba essere limitato. Anche qui, la prudenza sembra più diplomatica che tecnica.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Il parlamento europeo (foto Ansa).

Nove dei 10 principali produttori globali del “cervello” del fotovoltaico sono cinesi

Il vero nodo è la dipendenza industriale. Secondo Wood Mackenzie, azienda di consulenza e analisi specializzata in dati, insight e ricerche sui settori dell’energia, nove dei 10 principali produttori globali di inverter — il “cervello” dei sistemi fotovoltaici — sono cinesi. Huawei è il primo. In Europa i produttori cinesi controllano circa il 65 per cento della capacità installata. Gli inverter gestiscono flussi di energia e dati, regolano la tensione e comunicano con la Rete: un accesso remoto malevolo, un firmware manipolato o un aggiornamento pilotato da server esterni possono spegnere intere porzioni del sistema elettrico.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Inverter e altri prodotti Huawei.

Da mesi viene chiesto un protocollo vincolante per la filiera energetica

Il rapporto Dnv avverte che la vulnerabilità degli inverter è già oggi il principale rischio per la stabilità delle Reti. Nel documento si parla di «catene di fornitura non trasparenti» e della necessità di «un controllo europeo della cybersecurity». È lo stesso allarme rilanciato da vari centri di ricerca, da Entso-E all’Agenzia europea per la cybersicurezza (Enisa), che chiedono da mesi un protocollo vincolante per la filiera energetica. Ma la Commissione continua a rinviare la “toolbox” per il solare, lasciando che il vuoto normativo si riempia di scelte opache.

L’Europa proclama autonomia strategica, ma nei fatti non è così

La Commissione afferma di voler «ridurre i rischi nella catena di fornitura» e di «non allentare la vigilanza» verso le aziende sotto indagine. Ma accetta di fatto che la principale lobby del settore tenga dentro — seppure “a bordo spento” — l’attore più controverso della filiera. L’effetto è politico: l’Europa proclama autonomia strategica e contemporaneamente dipende da un fornitore che controlla il cuore digitale della transizione.

Sicurezza affidata alla buona volontà delle aziende

Nel board di SolarPower Europe siedono gruppi con partnership attive in Cina e interessi incrociati nella produzione di celle, moduli e componentistica. È lo stesso cortocircuito che ha segnato la politica industriale europea negli ultimi anni: sovranità proclamata, filiere delocalizzate e un perimetro di sicurezza affidato alla buona volontà delle aziende.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Pannelli fotovoltaici (foto Ansa).

La domanda resta: il “passivo” basta davvero a schermare l’influenza quando rimangono aperti canali di sponsorizzazione, accesso ai documenti, relazioni commerciali e rapporti con i distributori? Oppure è solo una formula di comodo per riportare Huawei nel giro che contava prima dello scandalo?

L’Ue non ha ancora un modello di mitigazione per gli inverter

Oggi il divieto formale di contatti non si accompagna a un dispositivo tecnico che protegga la Rete. L’Ue non ha ancora un modello di mitigazione per gli inverter, e la “toolbox 5G” resta confinata al settore delle telecomunicazioni. Nel frattempo la dipendenza cresce, e il mercato europeo continua a essere alimentato da forniture e aggiornamenti gestiti da cloud esterni.

La transizione verde europea passa dalle decisioni delle lobby

La storia del rientro di Huawei in SolarPower Europe, anche se ridotta a un ruolo marginale, mette a nudo questa contraddizione: Bruxelles vieta le porte d’ingresso ma lascia aperte quelle laterali, proprio nel settore che più dovrebbe incarnare l’indipendenza energetica. La transizione verde europea passa da inverter cinesi e da decisioni prese nei board delle lobby. È lì, non nei comunicati ufficiali, che si misura la sovranità reale dell’Unione.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #40

I bambini di Gaza sono tornati bambini. Gli stessi che fino a ieri i giornali occidentali chiamavano «terroristi» e oggi mostrano sorridenti in prima pagina, per usare le loro fotografie come strumenti di propaganda della pace. Bastano quelle immagini per misurare l’ipocrisia di chi racconta la guerra a giorni alterni, scegliendo di vedere l’infanzia solo quando serve a ripulire le coscienze. Nelle ore successive all’annuncio del cessate il fuoco, decine di migliaia di palestinesi hanno iniziato a rientrare a piedi nel nord e a Gaza City, tra colonne di sabbia e macerie. La Croce Rossa ha parlato di «accesso umanitario urgente» e del recupero di 35 corpi. 

Da Roma, il presidente Sergio Mattarella ha chiesto che «gli aiuti arrivino in modo immediato e massiccio» e che il piano di pace «preveda pieno accesso umanitario e coinvolga l’Onu». Parole che valgono come un’ammissione implicita: fino a ieri, gli aiuti non arrivavano davvero, contrariamente a quanto hanno ripetuto Israele, Meloni e molti altri. Mattarella ha aggiunto che «la pace dovrà coinvolgere i giovani palestinesi» che però non ci sono nel cosiddetto piano di pace. Ha ricordato anche che «una pace vera esiste solo con due popoli e due Stati», lo stesso impegno che Meloni aveva promesso “subito dopo la liberazione degli ostaggi”. Attendiamo, dunque, la prossima settimana per il suo decreto.

Intanto gli italiani della Freedom Flotilla sono rientrati nel Paese: parte dell’equipaggio è stata liberata e ha lasciato il Negev. Le umiliazioni e le violenze sono sempre le stesse.  Questa pace inflitta conterà sul condono delle responsabilità del genocidio. Per questo tutti gli occhi devono restare su Gaza.

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Nobel per la Pace, Oslo sceglie Machado: cala il sipario sul teatrino di Trump, ma sul riconoscimento alla venezuelana non mancano le ombre

Quando il Comitato norvegese per il Nobel ha annunciato che il Premio per la Pace 2025 andava a María Corina Machado, l’attivista che da oltre vent’anni sfida il regime di Maduro con metodi nonviolenti, a Washington e a Tel Aviv qualcuno è rimasto senza parole. Donald Trump, che reclamava il premio come coronamento della sua «tregua» a Gaza, ha perso anche questa battaglia: quella per la narrazione. La destra mondiale — e la sua succursale italiana — aveva costruito una campagna sguaiata: Salvini parlava di «Nobel a Trump», Tajani lo definiva «non scandaloso», mentre l’entourage di Netanyahu spingeva apertamente sul nome del presidente americano. A Oslo però il nome era già deciso: i criteri restano la democrazia e i diritti, non il clamore mediatico.

La realtà dei fatti

Machado è stata premiata per aver unito un’opposizione frammentata, per la mobilitazione civile e per la scelta di restare in Venezuela nonostante minacce e inabilitazioni. È il riconoscimento a una resistenza nonviolenta in un sistema illiberale. Secondo l’Istituto Nobel e l’agenzia Associated Press, rappresenta «uno dei più straordinari esempi di coraggio civile in America Latina».

Le criticità che vanno dette

Il profilo di Machado non è privo di ombre politiche. Sul versante internazionale ha coltivato un rapporto stretto con Israele: nel 2019 ringraziò pubblicamente Benjamin Netanyahu per il riconoscimento di Juan Guaidó e parlò di «nemici comuni» con lo Stato ebraico; l’anno successivo il suo partito, Vente Venezuela, siglò un’intesa con il Likud su cooperazione politica e sicurezza. È per questo che molti osservatori in America Latina la definiscono da tempo «filoisraeliana».

Sul piano economico, Machado è una convinta sostenitrice delle politiche di mercato. Le sue dichiarazioni pubbliche e i programmi del suo movimento indicano una linea di ampie privatizzazioni, deregolamentazione e apertura agli investimenti esteri, compresa la cessione parziale della compagnia petrolifera statale PDVSA. È un orientamento ultraliberista che la avvicina agli ambienti economici statunitensi e che le ha garantito il sostegno di think tank conservatori a Washington.

I rapporti con gli Stati Uniti

C’è poi la lunga controversia sui rapporti con gli Stati Uniti. La Ong Súmate, da lei co-fondata nel 2002, ricevette fondi dal National Endowment for Democracy, un fatto rivendicato apertamente negli Stati Uniti ma usato dal governo venezuelano come prova di «ingerenza straniera». Nel 2005 la questione sfociò in un procedimento giudiziario e in un incidente diplomatico, dopo un suo incontro con George W. Bush alla Casa Bianca.

A ciò si aggiunge la sua firma al decreto Carmona del 2002, documento che accompagnò il tentativo di colpo di Stato contro Hugo Chávez: un episodio che ancora oggi i detrattori le contestano come macchia indelebile del suo percorso politico.

Infine, la sua vicinanza all’agenda di Washington resta evidente. Machado ha più volte definito «necessarie» le pressioni statunitensi sul regime di Maduro e ha sostenuto che la linea dura della Casa Bianca rappresentasse «la migliore occasione per una transizione pacifica». È una posizione che le ha procurato forti critiche, anche in ambienti democratici sudamericani, che la accusano di dipendere troppo dalla protezione americana.

La caricatura della pace di Trump

Sul fronte opposto resta la farsa trumpiana. Il pressing per un «Nobel a Trump» ha scambiato la cronaca per la procedura: nomine tardive, risoluzioni parlamentari simboliche e slogan sulla «pace mondiale». Persino un ministro maltese aveva ammesso di aver presentato la candidatura il giorno prima dell’annuncio, ignorando che le iscrizioni si chiudono a gennaio.

In Israele, il premier Netanyahu aveva attaccato Oslo per la scelta su Machado, ma la decisione era già presa da giorni. La “campagna per la pace” di Trump si è rivelata un’operazione di propaganda personale, condotta a suon di post, comizi e frasi roboanti sulle «otto guerre risolte in otto mesi».

La lezione di Oslo

Il Nobel 2025 è un messaggio netto contro il mito dell’“uomo forte pacificatore”. Premia chi costruisce diritti in un contesto di oppressione, non chi li negozia come moneta di scambio geopolitica. Ma impone anche a Machado una responsabilità: dimostrare che la pace democratica che incarna non sia solo quella dei mercati o degli alleati forti. Perché la pace vera — quella che Oslo ha voluto riconoscere — resta tale solo se non diventa il paravento di nuove disuguaglianze o di nuove dominazioni.

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Due morti in dodici ore a San Vittore: il carcere che muore di carcere

Due detenuti morti in dodici ore. A San Vittore, dove ogni metro quadro è una resa quotidiana, il carcere ha inghiottito altri due uomini. Il primo, un cinquantunenne marocchino, è deceduto al Policlinico di Milano dopo un forte malore. Il secondo, peruviano, è crollato in cella all’alba di ieri, intorno alle 7.30: sospetta emorragia gastrica, tentativi di rianimazione inutili. Entrambi erano rinchiusi in reparti diversi. Le autopsie chiariranno le cause, ma la cronaca si somma a una statistica che non sorprende più nessuno.

Nei giorni precedenti altri due detenuti si erano sentiti male. Per prudenza la direzione ha limitato l’accesso degli operatori esterni. Una misura che racconta la paura di una contaminazione, ma anche la fragilità di una struttura in cui il malessere, fisico o mentale, è la regola.

San Vittore, un carcere col 220 per cento di affollamento

Secondo il rapporto Senza Respiro di Antigone (aprile 2025), San Vittore è il carcere più affollato d’Italia: 220 detenuti ogni 100 posti. In Lombardia, i dati del Dap registrano 8.992 presenze a fronte di 6.148 posti regolamentari. Significa brande accostate, ore d’aria ridotte, celle senza privacy né assistenza. La sanità penitenziaria regionale è in ginocchio: mancano psichiatri, infermieri, medici, persino farmaci di base.

Il 29 per cento dei detenuti in Italia è tossicodipendente. In alcune aree del Nord, la quota sale al 40 per cento. Un sistema che non cura ma sedativa, dove l’abuso di metadone, benzodiazepine e psicofarmaci è prassi quotidiana. Nel 2024 i suicidi in carcere sono stati 83, i morti complessivi 246. Nel 2025, a metà agosto, erano già 55 i suicidi e più di 100 le morti totali. Una persona ristretta si toglie la vita 25 volte più facilmente di chi è fuori.

Promesse, ritardi, ipocrisie

Il governo ha promesso 10.676 nuovi posti entro il 2027. Ma l’appalto per i moduli prefabbricati, presentato come “soluzione immediata”, è stato revocato: costi saliti da 32 a 45 milioni di euro, tempi dilatati, zero nuovi spazi. Nel frattempo i posti realmente disponibili diminuiscono per inagibilità e carenze di personale.

Il decreto “Carcere sicuro” del 2024 ha introdotto piccole modifiche – telefonate più lunghe, qualche passo verso la digitalizzazione – ma nessuna misura deflattiva. Anzi, i nuovi decreti sicurezza e il reato di rivolta penitenziaria hanno reso più difficile alleggerire le celle. La promessa di “umanizzare la pena” è rimasta un titolo da conferenza stampa.

Intanto la Polizia penitenziaria lavora sotto organico: mancano fino a ventimila agenti rispetto alla pianta teorica. I turni si allungano, il rischio aumenta, il burnout è una condizione costante. Negli ospedali, invece, le guardie giurate presidiano i detenuti malati perché il personale sanitario penitenziario non basta.

Un sistema che produce morte

San Vittore è un termometro. Le morti di queste ore non sono un incidente, ma la temperatura di un sistema che implode. Il carcere non è più un luogo di espiazione: è diventato un deposito sociale per poveri, malati, tossicodipendenti e migranti. Più della metà dei detenuti italiani è di origine straniera.

Il sovraffollamento, le dipendenze, l’assenza di cure, l’abbandono amministrativo: tutto converge verso lo stesso esito, la morte. Una morte lenta, silenziosa, che passa inosservata finché un corpo non cade in una cella. Poi si parla di “autopsia”, “accertamenti”, “cause da chiarire”. Ma le cause, in realtà, sono già chiarissime.

Le morti di San Vittore non sono due casi isolati: sono la sintesi di un fallimento istituzionale e politico. Un Paese che non riesce a garantire la vita a chi ha perso la libertà si è già condannato da solo.

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Regionali, la partita del centrodestra: Salvini cede la Lombardia, la Lega si ribella

Quando la nota di Salvini è uscita alle 20:07 di martedì sera, nei gruppi interni della Lega lombarda si è scatenato il caos. Il segretario aveva appena firmato, con Giorgia Meloni e Antonio Tajani, l’accordo che definisce le candidature per il mini-election day di novembre – Stefani in Veneto, Cirielli in Campania, Lobuono in Puglia – e che, tra le righe, assegna a Fratelli d’Italia il diritto di rivendicare la Lombardia alle prossime elezioni regionali.

La formula, cesellata a Palazzo Chigi dopo ore di trattativa, è burocratica ma inequivocabile: il candidato presidente «sarà annunciato al momento opportuno, riconoscendo il diritto al partito con il più recente maggior peso elettorale in Lombardia». In pratica, FdI. Alle Europee 2024 il partito di Meloni ha raccolto il 31,7% in regione contro il 13,1% della Lega. Il dato che chiude il cerchio e certifica la resa del Carroccio nella sua terra madre.

La rivolta del Nord

Il primo a reagire è stato Massimiliano Romeo, capogruppo leghista al Senato e vero dominus del partito in Lombardia. «Mai la Lombardia a Meloni» avrebbe detto ai suoi, rifiutando di firmare la dichiarazione congiunta e denunciando un cedimento “senza contropartite”. Fontana, che da giorni predicava calma («si vota nel 2028»), ha dovuto ammettere che la partita è ormai aperta. Tra i militanti lombardi si parla di “tradimento”, di un Salvini pronto a barattare il Pirellone in cambio del Veneto, dove la Lega manterrà la guida con Alberto Stefani, e di assessorati pesanti promessi a FdI per evitare la rottura.

Il clima nel partito è incandescente. Nei circoli del Nord si moltiplicano i messaggi ai dirigenti nazionali: «State regalando la nostra identità». Nelle chat dei consiglieri lombardi si cita Pontida, la roccaforte simbolica dove tutto era cominciato, come luogo “da riconquistare”. È il segnale di una base che non vuole consegnarsi a FdI senza combattere.

La mossa di Meloni

Dall’altra parte, Meloni gioca una partita perfetta. Senza nomi ufficiali ma con la forza dei numeri, incassa la formula che le spiana la strada al Pirellone. Nei corridoi di Palazzo Chigi circola già un nome: Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, figura civica e politicamente spendibile nel campo della destra. In estate aveva smentito ogni ambizione, ma ora il suo profilo torna nei colloqui tra Meloni e Lollobrigida. È la carta che potrebbe garantire una candidatura “di sistema”, capace di attrarre l’elettorato produttivo del Nord e rassicurare i moderati.

FdI, nel frattempo, si consolida in Veneto con un pacchetto di assessorati chiave – sanità e bilancio – o con la presidenza del Consiglio regionale, secondo i diversi scenari trapelati. Una compensazione che completa lo scambio politico: la Lega tiene il Veneto, Meloni si prende la Lombardia. 

La strategia e le crepe

Salvini prova a minimizzare: «Il Veneto non coinvolge la Lombardia», ha dichiarato, insistendo che la scelta del candidato avverrà “al momento opportuno”. Ma la formula che ha firmato sembra dire il contrario: se i rapporti di forza resteranno quelli, la Lombardia passerà a FdI senza discussione. Nella Lega qualcuno ricorda che il segretario aveva promesso di non cedere “nessuna roccaforte”, e che oggi la trattativa ha cancellato anni di narrativa sul “Nord produttivo contro Roma”.

L’ipotesi di anticipare il voto al 2027, accorpandolo alle politiche, è già sul tavolo. FdI la considera un’opzione tattica: votare prima significherebbe cogliere la Lega in piena crisi di consensi. In via Bellerio, invece, si teme il collasso organizzativo e si pensa a un rilancio sui temi identitari – autonomia, sanità territoriale, sicurezza – per contenere l’emorragia.

La posta in gioco

La Lombardia resta la regione più ricca e simbolica del Paese. Per la Lega rappresenta l’ultimo baluardo dell’identità padana, per FdI il sigillo dell’egemonia nazionale. Cederla significa ridisegnare la geografia del potere nel centrodestra e sancire la fine di una stagione politica.

Salvini oggi si trova tra due fuochi: Meloni che incassa il dividendo del suo consenso e la base lombarda che lo accusa di aver svenduto il Nord. A Pontida, la prossima volta, dovrà spiegare come si fa a difendere “le radici” mentre si firma la clausola che le estirpa.

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Spese militari, il Documento pluriennale conferma l’impennata: l’Italia entra nei Paesi Nato di fascia alta

Il nuovo Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025–2027 è arrivato alle Camere con un contenuto che segna un passo deciso verso l’opacità. L’Italia, secondo il documento, avrebbe già raggiunto nel 2025 la soglia del 2% del Pil in spesa militare, obiettivo fissato dalla Nato e poi innalzato nel vertice dell’estate 2025. Ma il DPP non spiega come sia stato calcolato quel traguardo: le voci aggiuntive non vengono indicate e mancano le consuete tabelle sui conteggi inviati a OSCE e SIPRI, i principali istituti di monitoraggio internazionale.

L’Osservatorio Mil€x parla di un “taglio netto della trasparenza” rispetto ai precedenti documenti, in cui era possibile seguire l’evoluzione pluriennale dei programmi d’investimento e verificarne l’impatto economico. Ora quei dati non ci sono più: sono spariti i costi pregressi dei sistemi d’arma, impedendo un confronto con gli anni passati. La spesa cresce, ma le informazioni diminuiscono.

130 miliardi di euro per nuovi armamenti

Mil€x è riuscito comunque a ricostruire il quadro complessivo. Nei prossimi quindici anni l’Italia investirà oltre 130 miliardi di euro in nuovi sistemi d’arma, più 9 miliardi per infrastrutture militari. Di questi, 35 miliardi sono già stati stanziati e consolidati nelle leggi di bilancio precedenti. I settori che assorbiranno le maggiori risorse sono quello aereo e quello terrestre, seguiti da navi, munizioni e programmi di manutenzione. È un piano di lungo periodo, che impegna la spesa pubblica per decenni e sottrae margini alle politiche civili.

La nuova pianificazione avviene “a legislazione vigente”, cioè senza includere gli ulteriori 23 miliardi di aumento per la Difesa previsti dal Documento di Finanza Pubblica. Sommando queste cifre, il quadro del riarmo italiano diventa ancora più chiaro: un’espansione costante, non temporanea, con livelli di investimento che si proiettano ben oltre l’attuale legislatura.

Meno controllo democratico, più spesa militare

La progressiva riduzione della trasparenza nei DPP è una costante che accompagna la crescita della spesa. Nel 2018 il Ministero della Difesa pubblicava documenti di oltre 600 pagine con dettagli su programmi, fornitori, cronoprogrammi e cifre aggiornate. Nel 2025 il DPP si limita a un riepilogo sintetico senza riferimenti comparabili. I parlamentari ricevono un testo che non consente un controllo effettivo, e la società civile deve ricorrere a stime indipendenti come quelle di Mil€x.

L’Italia entra così nella fascia alta dei Paesi Nato per impegno finanziario, ma nella fascia bassa per trasparenza. Le scelte strategiche restano nelle mani del Ministero e dei vertici militari, mentre l’opinione pubblica non può valutare a quali obiettivi concreti servano quegli investimenti.

Un riarmo strutturale fuori dal dibattito

Il DPP 2025 conferma una tendenza ormai consolidata: l’Italia sta costruendo un riarmo strutturale. Gli stanziamenti pluriennali vincolano le risorse pubbliche ben oltre i mandati elettorali, mentre il dibattito politico resta marginale o assente. La spesa militare italiana era al 1,5% del Pil nei documenti precedenti: mezzo punto di Pil in più significa circa 10 miliardi di euro l’anno. Un aumento che non ha mai ricevuto una discussione parlamentare proporzionata.

Il rischio, spiega Mil€x, è “un sistema di spesa fuori controllo democratico, in cui la crescita diventa automatica e il controllo si riduce a un atto formale”. La corsa agli armamenti procede silenziosa, dentro le pieghe dei bilanci e delle tabelle cancellate. E mentre si moltiplicano le crisi internazionali che richiederebbero diplomazia, l’Italia investe sul futuro delle armi.

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Meloni, Salvini e Tajani: festa grande sulla pelle di Gaza

Poiché il circo è una cosa seria, non va usato questo paragone. Nel nostro caso gli acrobati sono goffi, cascano senza rete, anzi capitombolano sulle schiene dei cittadini italiani. Per questo non si fanno mai male. I membri del governo – Meloni, Tajani e Salvini in testa – da ieri hanno iniziato un week-end lungo festeggiando da sbronzi una pace confezionata da Donald Trump e Netanyahu su Gaza.

Lo so, suona strano che la pace non venga siglata dalle parti in causa ma dal carnefice e dal suo amico del cuore, ma del resto è il vecchio trucco occidentale: prima il colonialismo si chiamava esportazione di democrazia, oggi si chiama pace. Sofismi letterari di poco conto.

Allo scampanellio dell’intervallo chiamato pace, Meloni, Salvini e Tajani si sono lanciati folli per i corridoi della scuola attribuendosi il merito di essere stati fondamentali nell’impresa. Sono gli stessi che non sono riusciti a evitare ai loro parlamentari di beccarsi gli sputi dell’esercito israeliano. Sono gli stessi che contano come il due di picche quando c’è da difendere cittadini italiani umiliati (anche adesso, mentre ne scrivo) e illegalmente incarcerati da Israele. Ci dicono di fidarsi: è tutto merito loro.

Salvini festeggia attaccando i suoi avversari politici (che uomo di pace), Meloni festeggia insabbiando i favori fatti a un torturatore libico e Tajani festeggia condividendo sui suoi social un video storpiato dall’intelligenza artificiale: era contro il governo italiano e lui lo rivende al mercato della propaganda come video di ringraziamento.

E questo è tutto quello che c’è da dire di questa combriccola suonata.

Buon venerdì.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #39

A Gaza oggi si respira un sollievo fragile. La notizia del cessate il fuoco annunciato da Trump ha portato un attimo di respiro a una popolazione allo stremo, ma la speranza è attraversata da troppi dubbi. Come raccontano i corrispondenti di Al Jazeera, mentre qualcuno festeggia l’accordo, altri non possono nemmeno tornare alle proprie case: l’esercito israeliano blocca ancora la strada costiera e spara. A Khan Younis, nelle stesse ore dell’annuncio, un bombardamento ha ucciso almeno una persona e ne ha ferite altre.

Il piano prevede una tregua di 72 ore e uno scambio di prigionieri, ma Israele continuerà a controllare più della metà della Striscia. Nella lista degli scarcerati non c’è Marwan Barghouti, il leader politico palestinese che avrebbe potuto segnare l’inizio di un nuovo percorso di rappresentanza. La sua esclusione racconta tutto: la pace che si vuole costruire è una pace senza voce palestinese.

Intanto, nelle carceri israeliane restano anche le persone della Freedom Flotilla e Thousand Madleens che sono in condizioni di detenzione illegali nella prigione di Ketziot, dove – secondo testimonianze dirette – i prigionieri subiscono umiliazioni, schiaffi, violenze fisiche e psicologiche.

Il mondo applaude al “cessate il fuoco”, ma le armi non tacciono e i detenuti civili non vengono liberati. È il paradosso di un accordo che promette la pace continuando a occupare, che si firma sopra le macerie di Gaza.

In attesa del cessate il fuoco con l’ombra di un’occupazione legalizzata, di una mangiatoia d’affari per i governi occidentali e con l’onta di un riconoscimento di un genocidio che non può passare in secondo piano. Non esiste pace se non esiste giustizia per gli orrori commessi. Non esiste pace per un popolo se non esiste il suo Stato. Tutti gli occhi su Gaza.

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Un cessate il fuoco bugiardo

Ovviamente ci speriamo tutti. Un cessate il fuoco è una boccata di ossigeno per un popolo martoriato da un genocidio e l’idea di una pace futura sarebbe un enorme risultato umanitario, prima che politico. Ma bisogna essere onesti, non bisogna fingere di non vedere.

Il piano di pace annunciato da Donald Trump nasce come accordo bilaterale tra Stati Uniti e Israele, con Hamas davanti a un ultimatum: ostaggi da consegnare in 72 ore in cambio di 1.950 detenuti palestinesi. Prevede venti punti, ritiro dell’Idf in tre fasi e riapertura di valichi, porto e aeroporto. Nel testo i tempi sono vaghi, le verifiche assenti, le sanzioni inesistenti: lo spazio aereo e le acque restano in mano israeliana.

La governance è il cuore del problema. La ricostruzione viene consegnata a un “Consiglio della Pace” guidato da Tony Blair e da figure esterne, senza reali rappresentanti palestinesi. Un fondo da quaranta miliardi, finanziato da Usa, Ue e Paesi del Golfo, trasforma Gaza in una zona economica speciale amministrata dall’alto. È la pace del business: contratti e appalti prima dei diritti, tecnocrati prima dei cittadini, custodi armati a vigilare i confini.

Nel documento non c’è alcun meccanismo di giustizia. Nessuna indagine sui crimini di guerra, nessuna responsabilità, nessuna verità sul numero reale delle vittime. Diversi rapporti stimano oltre trecentomila vittime in due anni. E intanto, mentre i comunicati celebrano la svolta, le operazioni militari proseguono: dall’annuncio si contano altre vittime.

In Israele il piano divide: il presidente Herzog lo benedice, l’estrema destra lo osteggia, l’opposizione accusa Netanyahu di rinviare il giudizio interno. A Gaza prevale una sola parola: diffidenza. Si può respirare, ma si resta sotto tutela. E finché i confini, l’aria e il mare dipenderanno dalla volontà dell’occupante, la tregua sarà un intermezzo, non un approdo.

Allora sì, cessate il fuoco. Ma una pace che non restituisce sovranità e giustizia è solo una pausa della guerra. È questo che oggi viene chiesto di applaudire: il silenzio organizzato sopra le macerie, con i vivi conteggiati come una variabile del progetto. Per Gaza la speranza esiste, purché abbia la forma della libertà e del diritto. Tutto il resto è amministrazione del dolore.

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