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“Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”

Un bigino da stampare e da tenere in tasca per la prossima strabica rivolta in stile Tor Sapienza:

Per la “cupola” di Roma l’emergenza immigrati era una miniera d’oro: i fondi per i centri d’accoglienza sono un piatto ricco e il sodalizio criminale ipotizzato dagli inquirenti fa in modo che parte di questi finanziamenti finisca nelle tasche delle cooperative amiche. Gli inquirenti lo chiamano “Sistema Odevaine“: “La gestione dell’emergenza immigrati è stato ulteriore terreno, istituzionale ed economico, nel quale il gruppo riconducibile a Buzzi si è insinuato con metodo eminentemente corruttivo – si legge nell’ordinanza di applicazione delle misure cautelari firmata dal gip Flavia Costantini – alterando per un verso i processi decisionali dei decisori pubblici, per altro verso i meccanismi fisiologici dell’allocazione delle risorse economiche gestite dalla P.A.”.

Un sistema studiato per far arrivare i soldi pubblici ai gestori amici “che si dividono il mercato“. E il mercato dei fondi statali per i centri di accoglienza per gli immigrati è immenso. Gli inquirenti parlano della “possibilità di trarre profitti illeciti immensi (…) paragonabili a quelli degli investimenti illeciti realizzati in altri settori criminali come lo smercio di stupefacenti. Le intercettazioni parlano chiaro. Al telefono con Pierina Chiaravalle, Salvatore Buzzi, numero uno della cooperativa “29 giugno” e braccio operativo dell’organizzazione, domanda: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”.

Il centro del sistema è Luca Odevaine. Ex vice capo di gabinetto del sindaco Walter Veltroni e capo della polizia provinciale di Roma, “Odevaine è un signore che attraversa, in senso verticale e orizzontale, tutte le amministrazioni pubbliche più significative nel settore dell’emergenza immigrati”, scrivono i pm. Perché è così importante la sua figura? “La qualità pubblicistica di Odevaine risiede nell’essere appartenente al Tavolo di coordinamento nazionale insediato presso il Ministero dell’Interno – Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione” e al contempo è “esperto del presidente del C.d.A. per il Consorzio “Calatino Terra d’Accoglienza”» , ente che soprintende alla gestione del C.A.R.A. di Mineo“. Un’intercettazione in cui Odevaine parla con il suo commercialista fotografa il suo ruolo: “Avendo questa relazione continua con il Ministero – spiega l’ex vice capo segreteria di Veltroni – sono in grado un po’ di orientare i flussi che arrivano da… da giù… anche perché spesso passano per Mineo… e poi… vengono smistati in giro per l’Italia… se loro c’hanno strutture che possono essere adibite a centri per l’accoglienza da attivare subito in emergenza… senza gara… (inc.) le strutture disponibili vengono occupate… e io insomma gli faccio avere parecchio lavoro…”.

Odevaine è ben pagato, secondo Salvatore Buzzi. Parlando con Giovanni Campennì, il braccio operativo dell’organizzazione spiega: “Mò c’ho quattro… quattro cavalli che corrono… col PD, poi con la PDL ce ne ho tre e con Marchini c’è… c’ho rapporti con Luca (Odevaine, ndr) quindi va bene lo stesso… lo sai a Luca quanto gli do? Cinquemila euro al mese… ogni mese… ed io ne piglio quattromila”.

Il piatto è ghiotto anche nella sola città di Roma e la cupola è talmente potente da deviare in sede di bilancio pluriennale risorse in favore delle strutture di accoglienza. Gli inquirenti sottolineano la “capacità del sodalizio indagato, di interferire nelle decisioni dell’Assemblea Capitolina in occasione della programmazione del bilancio pluriennale 2012/2014 e relativo bilancio di assestamento di Roma Capitale, avvalendosi degli stretti rapporti stabiliti con funzionari collusi dell’amministrazione locale, al fine di ottenere l’assegnazione di fondi pubblici per rifinanziare “i campi nomadi”, la pulizia delle “aree verdi” e dei “Minori per l’emergenza Nord Africa”, tutti settori in cui operano le società cooperative di Salvatore Buzzi”.

All’epoca dei fatti alla guida del dipartimento Promozione dei Servizi Sociali e della salute del Comune di Roma (che gestisce la questione immigrati) c’era Angelo Scozzafava, con il quale la “cupola” aveva ottimi rapporti: “Le indagini hanno evidenziato l’ipotesi di una remunerazione dell’attività funzionale di costui da parte di gruppo criminale  – scrivono gli inquirenti – con la promessa dell’assegnazione di un appartamento in una cooperativa” perché “Scozzi” come lo chiamano i sodali, “si fa promotore di attività a favore del gruppo presso altri organi dell’amministrazione comunale, per spingere su finanziamenti a favore del campo nomadi“. Ma dopo le elezioni comunali del 2013 le cose cambiano: il 14 giugno 2013 Buzzi raccontava al telefono a Carminati di trovarsi al Campidoglio “in giro per i Dipartimenti a saluta’ le persone”. La decisione veniva accolta favorevolmente accolta dall’ex Nar che riteneva necessario “vendere il prodotto amico mio, eh. Bisogna vendersi come le puttane ades…adesso”. A quel punto Buzzi raccontava la difficoltà di muoversi nell’ambito della nuova situazione politica romana in quanto in quel momento “solo in quattro sanno quello che succede e sono nell’ordine Bianchini, Marino, Zingaretti e Meta“, e Carminati rispondeva in maniera eloquente: “E allora mettiti la minigonna e vai a batte co’ questi, amico mio”.

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Mentre in Italia “Palestina” si pronuncia guardinghi e sottovoce…

In Francia:

Pro palestianian gathering in ParisL’Assemblea nazionale francese ha approvato una mozione che chiede al governo di riconoscere lo Stato della Palestina, con 339 voti favorevoli, 151 contrari e 16 astensioni. Il testo non ha valore vincolante per l’esecutivo, a cui spetta la decisione sul riconoscimento, ma ha un forte impatto simbolico e di sfida al governo israeliano.

Passi analoghi sono stati compiuti di recente da Gran Bretagna, Irlanda e Spagna. Mentre dalla Svezia é già arrivato il riconoscimento formale del governo.

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La ragnatela de la mafia Capitale

massimo_carminati_notte_criminaleLa banda, la nuova banda di Roma. “La Mafia capitale”, per dirla con le parole dei magistrati. Strutturata come una piovra che asfissia la città. Ogni uomo ha un compito, ogni compito ha un prezzo. Appalti, usura, estorsioni, corruzione. Dentro il Comune di Roma, nelle istituzioni, nelle cooperative. Amministratori “a libro paga” come Franco Panzironi, ex presidente Ama, e Carlo Pucci dirigente di Eur spa. Pubblici ufficiali “a disposizione”, come Riccardo Mancini, ex presidente di Eur spa, che ha fatto da garante con l’amministrazione di Alemanno dal 2008 al 2013. La collusione con forze di polizia e servizi segreti.

LEGGI / Appalti e mafia: l’elenco dei 37 arrestati

Un luogo: il distributore di benzina di Corso Francia, gestito da Roberto Lacopo, “base logistica del sodalizio”. E tutto quest’universo criminale che ruota attorno a Massimo Carminati, l’ex nar, 56 anni. Capo, organizzatore, fornitore ai suoi sodali di schede telefoniche dedicate, reclutatore di imprenditori collusi “ai quali fornisce protezione”, l’uomo che “mantiene i rapporti con gli esponenti delle altre organizzazioni criminali operante su Roma, nonché esponenti del mondo politico istitutzionale, con esponenti delle forze dell’ordine e dei servizi”. La sua villa di Sacrofano, Carminati la intesta fittiziamente a Alessia Marini, acquistandola per 500mila euro, di cui 120 mila in contanti.

Accanto a lui c’è sempre Riccardo Brugia, col quale condivide il passato di estremista di destra. Nell’organizzazione di Carminati, armata e di stampo mafioso secondo i pm di Roma, Brugia ha il compito di gestire le estorsioni, “di coordinare le attività nei settori del recupero crediti e dell’estorsione, di custodire le armi in dotazione del sodalizio”, scrive il gip Flavia Costantini nelle 1249 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare. Brugia e Carminati, tra le altre cose, sono accusati di estorsione ai danni di Luigi Seccaroni per farsi vendere il terreno in via Cassia.

Ogni uomo ha un compito, dunque. Ad esempio Fabrizio Franco Testa, manager, e presidente di Tecnosky (Enav) e uomo di Alemanno ad Ostia. “Lui è la testa di ponte dell’organizzazione nel settore politico e istituzionale, coordina le attività corruttive dell’associazione, si occupa della nomina di persone gradite all’organizzazione in posti chiave della pubblica amministrazione”.

I NOMI ECCELLENTI / Dall’ex sindaco Alemanno a Panzironi

Oppure Salvatore Buzzi, l’uomo della rete di cooperative. Amministratore delle coop riconducibili al gruppo Eriches-29 giugno, affidatarie di appalti da parte di Eur Spa, gestisce per conto della banda Carminati le attività criminali nei settori della raccolta e smaltimento dei rifiuti, della accoglienza dei profughi e rifugiati, della manutenzione del verde pubblico, settori “oggetto delle gare pubbliche aggiudicate anche con metodo corruttivo”. Si occupa anche – secondo i pm – della contabilità occulta dell’associazione.
Sullo sfondo una pletora di imprenditori collusi, in primo piano, invece Franco Panzironi. Nel suo ruolo di componente del consiglio di amministrazione e amministratore delegato di Ama spa dal 2008 al 2011, ha del tutto “asservito la sua qualità funzionale”. Nelle carte ci sono tutti gli addebiti a suo carico: violando il segreto d’ufficio, violando il dovere di imparzialità nell’affidamento dei lavori, ha preso accordi con Buzzi “per il contenuto dei provvedimenti di assegnazione delle gare prima della loro aggiudicazione”.

Panzironi è accusato anche di averla turbata, quella gara. L’appalto è quello della raccolta delle foglie per il comune di Roma, 5 milioni di euro. Per la sua attività di “agevolazione dell’associazione mafiosa di Carminati” nel tempo ha ricevuto, per sé e per la sua fondazione Nuova Italia, 15.000 euro al mese dal 2008 al 2013, 120.000 euro in una tranche (il 2,5 per cento dell’appalto assegnato da Ama), la rasatura gratuita del prato di casa, e finanaziamenti non inferiori a 40.000 euro per la sua fondazione.

Per dire come funzionavano le cose al Campidoglio, basta leggere le accuse che vengono fatte a Claudio Turella, funzionario del Comune di Roma e responsabile della programmazione e gestione del Verde Pubblico: per compiere atti contrari ai suoi doveri di ufficio nella assegnazione dei lavori per l’emergenza maltempo, la manutenzione delle piste ciclabili e delle ville storiche, “riceveva da Buzzi, il quale agiva previo concerto con Carminati e in accordo con i suoi collaboratori, 25.000 euro per l’emergenza maltempo, la promessa di 30.000 euro per le piste ciclabili, più la promessa di altre somme di denaro”.

Nel calderone degli arresti c’è anche Luca Odevaine, ex vice capo di gabinetto di Veltroni. Nella sua qualità di appartenente al Tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza dei rifugiati, dunque pubblico ufficiale, “orientava le scelte del Tavolo al fine di creare le condizioni per l’assegnazione dei flussi di immigrati alle strutture gestite da soggetti economici riconducibilia Buzzi e Coltellacci”, “effettuava pressioni finalizzate all’apertura di centri in luoghi graditi al gruppo Buzzi”. E per questo “riceveva 5.000 euro mensili in forma diretta e indiretta da Coltellacci e Buzzi”. Con l’aggravante di aver agevolato la banda di Carminati.

Infine Gennaro Mokbel, che finisce in questa inchiesta con l’accusa di estorsione, perché “mediante violenza e minacce” voleva costringere Marco Iannilli a restituire 8 milioni di euro “comprensiva dell’attesa remunerazione, consegnatagli un anno prima per investirla nell'”operazione Digint””. E qui è intervenuto Carminati il quale, su richiesta della vittima, “la proteggeva da Mokbel”. Faceva anche questo, Carminati. Il protettore.

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”ingiustificata grave sperequazione”

A proposito di riforme e di uguaglianza e di tasse:

La Corte dei Conti bacchetta il fisco. Il funzionamento del sistema fiscale italiano ha prodotto una ingiustificata grave sperequazione tra livello di contribuzione del lavoro dipendente e di pensione e quello derivante del lavoro autonomo. La normativa fiscale è spesso contraddittoria e mal coordinata, ‘adottata sulla spinta di emergenze contingenti e quasi mai inquadrata in una strategia di lungo periodo di contrasto all’evasione’. La contaddittorietà della lotta all’evasione, sottolineano i giudici contabili, è colpa della politica. La Tax compliance non funziona, ‘serve una nuova strategia’.

Camusso: dipendenti e pensionati tartassati, progressività al contrario – La progressività del nostro sistema fiscale ”è al contrario”: le imposte sono pagate soprattutto da lavoratori dipendenti e pensionati (l’81% del totale Irpef, ndr) mentre gli autonomi grazie all’evasione usufruiscono spesso di un doppio vantaggio, meno tasse e accesso ai servizi sociali collegati al reddito. Lo dice il numero uno Cgil Susanna Camusso, in un colloquio con l’ANSA, aggiungendo: ”Quando ci raccontano che non ci sono risorse per il lavoro dovremmo inviperirci. Le risorse andrebbero trovate con una lotta vera all’evasione fiscale”.

La Corte non solo segnala una ”ingiustificata grave sperequazione” tra il livello di contribuzione del lavoro dipendente e di pensione e quello derivante dallo svolgimento di attività economiche indipendenti, ma sottolinea come i lavoratori autonomi spesso traggano vantaggio da queste dichiarazioni per avere accesso ai servizi sociali legati al reddito (come gli asili nido per esempio). La quantità di risorse evase, sottolinea Camusso, ”non è marginale”, non solo per l’Irpef ma anche per l’Irap. ”Abbiamo bisogno – ha detto – di un serio e ordinato sistema fiscale, di semplificazione sulle imposte da pagare e di progressività. Questi dati dimostrano che la progressività è al contrario. Dovrebbero dire al Governo di cambiare passo e di mettere il contrasto all’evasione al centro” del proprio operato.

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Gli imbecilli della rete

Illuminante Mantellini:

Il linguaggio d’odio quello no. L’hate speech è un tema rilevante che va affrontato con intelligenza. Non perché io creda che le parole d’odio in rete siano un problema rilevantissimo (non lo sono troppo, tranne che in alcuni casi molto particolari) ma perché le parole d’odio oltre ad essere codarde e oltraggiose saranno una scusa per fare altro domani. Da questo punto di vista credo che il contenzioso legale in rete al riguardo sia in Italia ancora troppo modesto e incentrarlo nella discussione pubblica su singoli fatti personali contribuisce a creare un cortocircuito pericoloso. Invece che portare il diffamatore davanti ad un giudice (ma ancora prima più banalmente all’attenzione di Facebook che gli chiuderà il profilo), si preferisce occuparsi del tema in senso generale con editti del tipo: ehi voi, guardate, mi hanno offeso on line. Dobbiamo fare qualcosa! (Laura Boldrini docet). Una quota di imbecilli che scrive “devi morire” in rete rimarrà sempre, ma la parte più rilevante della discussione sulle parole d’odio riguarda altre persone, la maggioranza, e meccanismi basici di controllo dell’interfaccia. Fino a quando questi verranno ignorati ci saranno due tipi di imbecilli nei commenti su Internet. Gli imbecilli imbecilli e gli imbecilli che se avessero avuto idea della propria imbecillità avrebbero fatto in modo di recuperarla prima che fosse troppo tardi.

Caso Manca: la Commissione antimafia convoca Pazienti e Petroselli

loraquotidiano.it_2014-12-01_18-33-38La Commissione nazionale antimafia ha convocato a Palazzo San Macuto il procuratore di Viterbo, Alberto Pazienti e il Pubblico ministero Renzo Petroselli, per un’audizione sull’indagine relativa alla morte di Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gozzo, trovato cadavere nel suo appartamento della cittadina laziale dove lavorava presso la clinica ”Belcolle”. L’indagine fu archiviata come l’overdose di un ”tossicodipendente’,’ e poi riaperta solo nei confronti di Monica Mileti rinviata a giudizio con l’accusa di aver ceduto lo stupefacente al giovane medico.  Ora l’Ufficio di presidenza della Commissione ha convocato i due magistrati che si sono detti disponibili ad essere ascoltati il 17 dicembre.

Secondo l’Antimafia di Palazzo San Macuto– recatasi il 27 e il 28 ottobre scorso a Messina per occuparsi delle commistioni fra Cosa nostra, politica, massoneria e servizi segreti deviati presenti soprattutto a Barcellona Pozzo di Gotto – l’audizione dei due magistrati si rende necessaria per chiarire i tanti perché di questa strana morte, avvenuta nelle ultime ore dell’11 febbraio 2004, e scoperta la mattina del 12 con il ritrovamento del cadavere. La stessa presidente dell’Antimafia, Rosi Bindi, ha dichiarato che “la morte di Attilio Manca a tutto è attribuibile tranne che a un suicidio da overdose”. Anche il vice presidente Claudio Fava ha manifestato tutti i suoi dubbi:“Non è da escludere che questo decesso sia un omicidio legato all’operazione del boss Bernardo Provenzano”.

La Commissione vuol sapere perché la Procura di Viterbo continua a parlare di “inoculazione volontaria” di eroina, se  i due buchi sono stati ritrovati sul braccio sinistro di Attilio Manca, che però era un mancino puro, perché sulle due siringhe trovate a pochi metri dal cadavere, la rilevazione delle impronte digitali è stata ordinata soltanto dopo otto anni (senza alcun risultato), e perché i magistrati continuano a parlare di decesso “volontario” se, dalle foto scattate dalla Polizia dopo il ritrovamento del corpo, si vede il volto di Attilio Manca pieno di sangue, il setto nasale deviato, le labbra tumefatte e i testicoli enormi, con una visibile ecchimosi sullo scroto. A questo va aggiunta la relazione del medico del 118, Giovanbattista Gliozzi, accorso dopo il ritrovamento, che ha messo in evidenza dei lividi ai polsi e alle caviglie.

Perché al cospetto di questi primi elementi, i magistrati hanno seguito una sola pista, senza porre le ipotesi alternative suggerite dalla famiglia, e cioè che Attilio Manca potrebbe essere stato immobilizzato con un colpo ai testicoli e in faccia (almeno uno), tenuto dai polsi e dalle caviglie, sedato con una dose di tranquillante (il primo buco?), e drogato con l’eroina (il secondo)? L’esame tossicologico ha infatti stabilito che nell’organismo del medico era presente una notevole quantità di eroina, mista a del tranquillante e dell’alcol, che, se somministrati contemporaneamente, secondo il parere dei docenti di Medicina legale, portano alla morte immediata. A parere deimagistrati di Viterbo (segnatamente la Procura e il Gip Salvatore Fanti), Attilio Manca, medico ed igienista di professione, dopo essersi bucato, avrebbe lavato il cucchiaio sciogli eroina, rimesso i tappi negli aghi delle siringhe, sarebbe sceso in strada, avrebbe buttato il laccio emostatico e l’involucro conserva-eroina, sarebbe risalito a casa, cenato e, prima di crollare rovinosamente sul letto, si sarebbe massacrato il volto e i testicoli, lasciando però a pochi metri gli oggetti più compromettenti: le siringhe. Una ricostruzione che dovrebbe essere chiarita dai magistrati, così come dovrebbe essere chiarito perché è stata sempre ignorata la pista dell’omicidio semplice o di mafia su cui i familiari e l’avvocato Fabio Repici (al quale da un anno si è aggiunto l’avvocato Antonio Ingroia), ha sempre chiesto di indagare.

I magistrati laziali dovrebbero spiegare perché di esame tricologico (l’analisi effettuata sul campione del capello della vittima, per accertare l’uso pregresso di stupefacenti) hanno parlato solo otto anni dopo, per giunta in conferenza stampa: né alla famiglia Manca, né al legale, era mai stato notificato un atto del genere. Altra spiegazione mai fornita è quella sul perché gli inquirenti colleghino la presunta “inoculazione volontaria” con l’altrettanto presunta positività dell’esame tricologico, quando il nesso fra questi due elementi non è affatto scontato, come la Procura di Viterbo vorrebbe invece fare intendere.

E poi c’è il capitolo legato al caso Provenzano, cioè all’operazione di cancro alla prostata alla quale il boss corleonese  fu sottoposto a Marsiglia nell’autunno del 2003, mentre era latitante col falso nome di Gaspare Troia. Diversi elementi portano in quella direzione, ma la Procura di Viterbo si è sempre ostinata ad insistere sulla morte per droga. L’antimafia vuole capire prchè questa pista noin è mai stata seriamente battuta dagli inquierenti. Una altro buco nero dell’indagine di Viterbo riguarda i tabulati telefonici dell’autunno del 2003 (chiesti più volte dall’avvocato Repici), mai acquisiti dalla procura laziale con un’incomprensibile omissione, dato che, secondo la famiglia, c’è una telefonata risalente all’ottobre di quell’anno in cui Attilio avrebbe detto ai genitori di trovarsi nelSud della Francia per “vedere un intervento chirurgico”. L’ennesimo interrogativo rimasto senza risposta riguarda il rapporto dell’ottobre del 2003, nel quale il capo della Squadra mobile di Viterbo Salvatore Gava scrive che nel periodo in cui Binnu Provenzano è ricoverato a Marsiglia, Attilio Manca non si è mosso dall’ospedale ”Belcolle” di Viterbo. Un anno fa, il programma televisivo “Chi l’ha visto”, mandò in onda un servizio che smentiva quel rapporto:  da un controllo dei registri delle presenze, infatti, risulta che Attilio Manca  proprio in quei giorni non era in ospedale.

La Lupa: la mafia romana, i nomi

La mani mafiose sul Campidoglio. Una immagine che si svela con un’inchiesta della Procura di Roma, battezzata Terra di Mezzo, che porta in carcere 28 persone e ha fatto finire nel registro degli indagati il nome di 37 persone tra cui quello dell’ex sindaco della Capitale, Gianni Alemanno. Che risponde di associazione di stampo mafioso. Ai 37 gli inquirenti, coordinati di Giuseppe Pignatone, contestano a vario titolo, anche estorsione, usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio e altri reati.

Al centro dell’indagine del Ros, un sodalizio da anni radicato a Roma e facente capo a Massimo Carminati, ex terrorista di estrema destra dei Nar ed ex membro della Banda della Magliana, con infiltrazioni “diffuse” nel tessuto imprenditoriale politico e istituzionale.Tra gli arrestati anche l’ex ad dell’Ente Eur, Riccardo Mancini. È in alcuni intercettazioni, Tra Mancini e Carminati, che è venuto fuori il nome dell’ex primo cittadino, dei rapporti con alcuni importanti imprenditori romani.

I carabinieri hanno perquisito gli uffici della Regione Lazio e del Campidoglio per acquisire documenti gli uffici della Presidenza dell’Assemblea Capitolina e presso alcune commissioni della Regione Lazio.Contemporaneamente la Guardia di Finanza ha eseguito un decreto di sequestro di beni riconducibili agli indagati, emesso dal tribunale di Roma, per un valore di 200 milioni di euro. Gli inquirenti, infatti, hanno documentato un sistema corruttivo finalizzato all’assegnazione di appalti e finanziamenti pubblici dal Comune di Roma e dalle aziende municipalizzate, con interessi anche nella gestione dei centri di accoglienza per gli immigrati.

In manette anche Riccardo Brugia, Roberto Lacopo, Matteo Calvio, Fabio Gaudenzi, Raffaele Bracci, Cristiano Guarnera, Giuseppe Ietto, Agostino Gaglianone, Salvatore Buzzi, Fabrizio Franco Testa, Carlo Pucci, Franco Panzironi, Sandro Coltellacci, Nadia Cerrito, Giovanni Fiscon, Claudio Caldarelli, Carlo Maria Guarany, Emanuela Bugitti, Alessandra Garrone, Paolo Di Ninno, Pierina Chiaravalle, Giuseppe Mogliani, Giovanni Lacopo, Claudio Turella, Emilio Gammuto, Giovanni De Carlo, Luca Odevaine. Il gip ha disposto gli arrestu domiciliari per Patrizia Caracuzzi, Emanuela Salvatori, Sergio Menichelli, Franco Cancelli, Marco Placidi, Raniero Lucci, Rossana Calistri, Mario Schina. Il giudice per le indagini preliminari ha invece rigettato la richiesta di misura cautelare nei confronti di Gennaro Mokbel e Salvatore Forlenza, che sono comunque indagati.

Domenica scorsa era stata perquisita la casa di Marco Iannilli, il commercialista romano, già finito in carcere e condannato in primo grado per la colossale truffa su Fastweb e Telecom Sparkle e coinvolto nel caso Enav. Domenica gli uomini del Ros hanno effettuato delle perquisizioni nella villa di Iannilli a Sacrofano, in provincia di Roma. Perquisita anche la casa di Gianni Alemanno, l’ex sindaco di Roma.

di Marco Lillo e Valeria Pacelli

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Mafia e politica: Roma bolle

Nuovo scandalo nella politica romana: martedì mattina i carabinieri dei Ros sono entrati nella sede della Regione Lazio alla Pisana ma anche in Campidoglio per effettuare una serie di perquisizioni negli uffici di alcuni consiglieri regionali e comunali, nell’ambito di un’inchiesta su un’organizzazione di stampo mafioso. Documenti sono stati acquisiti presso gli uffici della presidenza dell’Assemblea Capitolina. Perquisita anche l’abitazione dell’ex sindaco della Capitale, Gianni Alemanno. Nell’inchiesta denominata «Mafia capitale» – che sta determinando 28 arresti – Alemanno (oltre che ex primo cittadino, ex ministro del governo Berlusconi) è coinvolto come indagato del reato di associazione di stampo mafioso insieme ad altri 36 indagati, tra i quali Mirko Coratti, Eugenio Patanè e Luca Gramazio, attuale consigliere regionale del Lazio.

Appalti dirottati anche per i centri d’accoglienza

Nel mirino degli inquirenti una vera e propria «holding criminale» che spaziava dalla corruzione – per aggiudicarsi appalti – all’estorsione, all’usura e al riciclaggio. Un sodalizio radicato a Roma con a capo il redivivo ex Nar ed ex Banda Magliana Massimo Carminati, finito in manette. Gli inquirenti hanno documentato «un sistema corruttivo finalizzato all’assegnazione di appalti e finanziamenti pubblici dal Comune di Roma e dalle aziende municipalizzate, con interessi anche nella gestione dei centri di accoglienza per gli immigrati». Nell’ambito della stessa operazione, la Guardia di Finanza sta eseguendo un decreto di sequestro di beni riconducibili agli indagati, emesso dal tribunale di Roma, per un valore di 200 milioni di euro.

«Relazioni tra giunta Alemanno e gruppo criminale»

«Allo stato dell’indagine – si legge nell’ordinanza d’arresto firmata dal giudice Flavia Costantini – può essere affermato con certezza è che vi erano dinamiche relazionali precise, che si intensificavano progressivamente, tra Alemanno, sindaco di Roma, e il suo entourage politico e amministrativo, da un lato e il gruppo criminale che ruotava intorno a Buzzi e Carminati, dall’altro; dinamiche relazionali che avevano ad oggetto specifici aspetti di gestione della cosa pubblica e che certamente non possono inquadrarsi nella fisiologia di rapporti tra amministrazione comunale e stakeholders». Da ambienti giudiziari si conferma che sono in corso 28 arresti di noti protagonisti della politica romana. Alcune ordinanze di custodia cautelare sarebbero già state eseguite su ordine del Gip. L’indagine è coordinata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone – che nei giorni scorsi aveva lanciato un allarme proprio sull’emergenza infiltrazioni criminali nella politica a Roma – dall’aggiunto Michele Prestipino e dai sostituto Paolo Ielo e Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli.

In Procura Di Stefano: tangenti dai costruttori

Dopo lo scandalo di Marco Di Stefano (deputato Pd a lungo in Regione Lazio, dove fu anche assessore al Patrimonio) travolto a fine ottobre dall’inchiesta per le tangenti da due milioni di euro nel caso deli affitti pilotati alla PIsana, una nuova puntata del «Lazio gate» sembra travolgere l’istituzione oggi guidata dal governatore Nicola Zingaretti, che pure ha ricevuto nei giorni scorsi il plauso della Corte dei Conti per i notevoli progressi fatti sotto il profilo del risanamento dei conti pubblici e della trasparenza. Proprio mentre scattavano el perquisizioni, martedì Di Stefano è arrivato a Piazzale Clodio per essere interrogato nell’ambito dell’inchiesta su una presunta tangente che avrebbe ricevuto, quando era assessore alla Regione Lazio nella giunta Marazzo, dai costruttori Antonio e Daniele Pulcini. Di Stefano è indagato per corruzione e falso: per l’accusa la tangente servì per favorire la locazione di due immobili dei Pulcini alla società «Lazio service». Di Stefano sarà sentito anche come testimone sulla scomparsa del suo braccio destro Alfredo Guagnelli.

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