Ognuno ha il posto suo
Mauro Biani. Ovviamente.
Mauro Biani. Ovviamente.
A Taranto è tutto transennato. A Brescia, nei parchi alla diossina ci giocano i bambini. Tra il quartiere Tamburi di Taranto – a ridosso dell’Ilva – e il sito inquinato nazionale “Caffaro” di Brescia, gravemente contaminati dai cancerogeni Pcb e diossine, la sproporzione è tutta nei dati e nelle decisioni prese dalle autorità per proteggere la popolazione.
A Taranto, ad esempio, in un giardino con 0,283 microgrammi di Pcb/kg di terra il sindaco ha vietato l’accesso a tutti gli abitanti; a Brescia invece, nei parchi con 0,400 mg/kg di Pcb possono entrare anche i bambini, con alcune limitazioni che hanno scatenato le polemiche dei comitati di genitori e ambientalisti come il “divieto di scavo e asportazione del terreno” considerato improprio e difficile da far rispettare ai più piccoli. Il confronto è ancora più allarmante per le diossine: nel quartiere Tamburi, all’ombra dell’Ilva, sono vietate le aree verdi con 24,12 ngTEQ/kg(tossicità equivalente alla diossina di Seveso); mentre a Brescia l’ordinanza del sindaco, scritta sulla base di un parere della Asl, consente l’accesso nei parchi con 80,8 ngTEQ/kg di diossine, una concentrazione quasi quattro volte superiore.
PubblicitàLo denunciano una serie di comitati ambientalisti bresciani insieme a Medicina Democratica e al comitato Sos Scuola, chiedendo al sindaco di Brescia Emilio Del Bono e alle autorità sanitarie “il rispetto della legge”. Al centro della polemica l’ordinanza emessa dal sindaco Pd a pochi giorni dall’insediamento, il 24 luglio 2013, che ha dato il via libera all’accesso in aree con concentrazioni superiori ai limiti di legge per i Pcb e le diossine, zone contaminate che prima erano formalmente interdette con ordinanza “contingibile e urgente” reiterata ogni 6 mesi, anche se il divieto spesso non veniva rispettato dai bresciani, come mostrato dalle telecamere della trasmissione di Riccardo Iacona “Presa Diretta” nel 2013.
Per l’inquinamento dei suoli la legge prevede delle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC). Per i siti ad “uso verde pubblico, privato e residenziale” – secondo quanto stabilito dal D. lgs 152/2006 – i livelli massimi di Pcb e diossine sono di 0,06 mg/kge 10 ngTEQ/kg. Soglie superate sia nel caso di Brescia che in quello di Taranto, per cui è necessaria una “analisi di rischio sanitario e ambientale” per “valutare gli effetti sulla salute umana derivanti dall’esposizione prolungata all’azione delle sostanze presenti”. Analisi di rischio che a Taranto ha portato alla chiusura delle aree verdi del quartiere Tamburi con un’ordinanza del giugno 2010 per far fronte a un “rischio sanitario non accettabile in caso di esposizione prolungata nel tempo, a seguito di contatto dermico ed ingestione accidentale”, disposizione peraltro in vigore “fino all’ultimazione dei lavori di bonifica”.
A Brescia invece, dove le concentrazioni soglia sono molto al di sopra di quelle di Taranto (la chimica Caffaro, che ha prodotto i Pcb “cancerogeni certi” per lo Iarc dal 1936 al 1984, ha inquinato terreni e rogge con il veleno “puro”) l’Asl ha deciso – senza analisi di rischio “sito-specifica” – di dividere il sito inquinato in tre aree: blu, gialla e rossa. Nella “zona rossa” l’accesso è “interdetto a qualsiasi uso” (parchi di via Nullo, Passo Gavia, via Parenzo nord, via Sorbana nord, campo Calvesi), in quella gialla è consentito “con limitazioni” (parchi di via Fura, via Livorno, via Parenzo sud, via Ercoliani, via Sorbana sud, via Cacciamali). Ma nell’area gialla, dove giocano anche i bambini, ci sono concentrazioni di Pcb e diossine da due a quattro volte superiori rispetto a quelle di Taranto e oltre ai veleni chimici, a Brescia in quei terreni sono presenti anche metalli pesanti come mercurio, arsenico e rame. “A Taranto la legge che dovrebbe valere su tutto il territorio nazionale è stata applicata, a Brescia no – denunciano i comitati – e a trasgredire in modo così clamoroso sono le istituzioni pubbliche”.
(fonte)
Per Nella Serpa, 59 anni, ritenuta a capo dell’omonima cosca di ‘ndrangheta operante a Paola è stato applicato il regime detentivo speciale del 41 bis. Il provvedimento rientra nell’ambito dell’attività di contrasto che la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro ed i carabinieri stanno conducendo per limitare l’autonomia decisionale e sottrarre alla criminalità i beni accumulati illecitamente attraverso l’applicazione di provvedimenti cautelari personali e patrimoniali più severi. Nella Serpa, già detenuta nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), è stata trasferita nella casa circondariale dell’Aquila.
Il preciso articolo di Claudio Forleo:
40 arresti tra Lombardia, Veneto e Sicilia, un filmato del ROS sulla cerimonia di affiliazione alla Santa, la zona d’elite dove la ‘ndrangheta incontra i poteri forti che l’hanno aiutata a diventare grande nell’ultimo mezzo secolo, abbandonando per sempre l’etichetta di ‘mafia stracciona’. L’interesse verso la criminalità organizzata, soprattutto calabrese, procede per ondate.
Per giro d’affari oggi la ‘ndrangheta sarebbe la quinta azienda italiana. La scorsa primavera l’istituto Demoskopika stimava un fatturato pari a 53 miliardi di euro (66 miliardi di dollari). Nel nostro paese ci sono solo quattro società che possono reggere il confronto: ENI, ENEL, Exor e Generali. La ‘Ndrangheta SPA non conosce crisi se è vero che nel 2007, prima dei subprime, del tracollo di Lehmann Brothers e di tutti gli effetti che si sono rovesciati sull’economia reale, il suo giro d’affari era stimato in 44 miliardi di euro. Le ‘ndrine durante la crisi hanno aumento il fatturato del 20%. Quale altra ‘società’ operante in Italia può lontanamente avvicinarsi a questi risultati?
Eppure, solo fino ad una manciata di anni fa, esistevano ministri e prefetti che negavano la penetrazione al Nord delle ‘ndrine. Ignoranza o malafede? Qualunque sia la risposta uno dei risultati è il gap di conoscenza dell’opinione pubblica su come è avvenuta questa scalata. Vent’anni fa il pericolo si chiamava Cosa nostra, dieci anni fa libri di successo hanno fatto riscoprire all’opinione pubblica la potenza e la ferocia della Camorra. La ‘ndrangheta invece non ha conosciuto la stessa pubblicità. Un silenzio che le ha permesso prima di prosperare con il traffico degli stupefacenti, poi di infiltrarsi nell’economia reale avvelenandone i pozzi.
La quinta azienda italiana conta almeno 60mila affiliati, ma sbaglieremmo se limitassimo il numero degli ‘iscritti’. Il bacino delle connivenze è molto più esteso, nel mondo della politica, dell’imprenditoria e della finanza. E travalica i confini nazionali ed europei. Quando nel 2007 la faida di San Luca produsse la strage di Duisburg, i tedeschi dovettero rendersi conto di essere stati colonizzati. La ‘ndrangheta aveva iniziato ad acquistare immobili e attività commerciali in Germania un minuto dopo la caduta del Muro di Berlino. L’intelligence tedesca sapeva che le ‘ndrine operavano alla Borsa di Francoforte ed erano entrate in possesso di azioni Gazprom, il colosso russo del gas che verrà poi presieduto dall’ex cancelliere Schroeder.
In Italia ancora si vedono volti smarriti nell’apprendere che non esiste regione dove la ‘ndrangheta non ha messo radici. Non oggi, non ieri, ma 30-40 anni fa. Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia, Toscana… i clan calabresi operano dappertutto, da decenni.
Prendiamo come esempio la Liguria, oggi al centro di polemiche per il dissesto idrogeologico. “In Liguria la ‘ndrangheta è arrivata negli anni Sessanta. C’era tutto: il porto, utile accesso per le rotte della droga, il casinò, ma soprattutto la Francia, con le sue coste a due passi da Ventimiglia” scrivono Antonio Nicaso e Nicola Gratteri nel libro Fratelli di sangue. Ventimiglia, porta verso la Francia e la Costa Azzurra, dove vengono arrestati i boss Paolo De Stefano, Domenico Libri e Luigi Facchineri. E’ anche se non soprattutto in Liguria che la ‘ndrangheta ricicla i suoi introiti illegali, nella terra in cui (dati Istat) dal 1990 al 2005 il territorio non cementificato è passato da 249mila a 135.570 ettari. Ventimiglia e Bordighera sono due amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose nel 2012. Non le prime al Nord, precedute da Bardonecchia (1995) in Piemonte. Qui, a dominare la scena fin dagli anni Ottanta, fu Rocco Piscioneri, sostituito poi dai clan Ursino – Macrì – Belfiore, originari di Gioiosa Ionica. Nel 1993 Domenico Belfiore venne condannato con sentenza definitiva per l’assassinio del Procuratore di Torino Bruno Caccia, freddato il 26 giugno 1983. E potremmo andare avanti, regione per regione.
Come si diceva l’Italia si è presto trasfromata in un giardino troppo stretto per le ambizioni delle ‘ndrine. Sono diventati padroni del traffico di cocaina in Europa, grazie al rapporto privilegiato con i narcos colombiani (anche perché, a differenza di Cosa nostra, la ‘ndrangheta è stata solo sfiorata dal pentitismo). Secondo gli esperti la ‘ndrangheta è l’unica mafia davvero globalizzata, operante in tutti i Continenti, da decenni (leggi il nostro articolo dello scorso 12 febbraio). In Spagna, ventre molle dell’Europa per l’accesso degli stupefacenti provenienti dal Sudamerica, nell’Europa dell’Est, dove le ‘ndrine hanno investito una volta caduta la cortina di ferro, in Olanda, nel Regno Unito, in Svizzera e Austria.
In Libano le ‘ndrine di Siderno commerciavano eroina già negli anni Ottanta, per lo stesso motivo in Turchia le cosche di Platì si interfacciavano con i Lupi Grigi, dove militava Ali Agca, protagonista dell’attentato a Giovanni Paolo II. In Africa i regimi corrotti in Ghana, Liberia e Guinea-Bissau sono stati luogo di transito ideali per immense partite di cocaina. In Canada Rocco Perri fece affari d’oro negli anni del proibizionismo con Al Capone e Joseph Kennedy (sì, il padre di JFK), In Australia le ‘ndrine fanno sparire per sempre l’attivista Donald Mackay, che osò sfidare i capibastone della zona (Trimboli, Scarfò, Sergi).
“Confiscati Bene” è un progetto partecipativo per l’apertura dei dati sui beni confiscati, nato da un’idea della comunità Spaghetti Open Data e sviluppato da Dataninja.it, in collaborazione con Monithon.it e Twinbit.it.
Il gruppo di lavoro ha estratto, “ripulito” ed analizzato i dati ufficiali sparsi sul sito dell’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati (Anbsc) e in altri dataset istituzionali, raccogliendoli inunico catalogo dati raggiungibile dal portale www.confiscatibene.it liberamente scaricabile e riutilizzabile. Sul sito del progetto i dati sono navigabili su mappa open source. Lo scorso settembre i Dataninja, in collaborazione con le testate locali del gruppo Repubblica-l’Espresso, hanno coordinato un’inchiesta di datajournalism per presentare i dati sui beni confiscati in dieci Regioni italiane.
Con 645 beni confiscati censiti dall’Anbsc, il Lazio è la sesta Regione italiana per presenza di beni sottratti alla criminalità organizzata. Sale quinta nel ranking nazionale, superando Sicilia, Campania, Lombardia e Calabria, se si considera il numero di aziende confiscate, 140: oltre l’8% delle aziende italianesottratte ai boss è qui.
Una presenza sistematica e capillare sul territorio: dal sud pontino nel basso Lazio, lungo il litorale tirrenico, fino all’area metropolitana della capitale e più a nord, nel Lazio settentrionale. In queste zone Cosa nostra, ‘ndrine calabresi, clan camorristici e gruppi “autoctoni” (tra cui le “rimanenze” della banda della Magliana), si spartiscono affari milionari in maniera più o meno cooperativa, a seconda della convenienza del momento. Penetrano nel tessuto economico della regione, grazie alla copertura della cosiddetta area grigia dei colletti bianchi, rimettendo in circuito nell’economia legale gli ingenti capitali accumulati dalle attività illecite, legate in primis al traffico di stupefacenti e all’usura.
I dati della Dia relativi al numero di procedimenti di confiscaconfermano la tendenza: sono 85 nel biennio 2012-2013, erano 32 nel biennio precedente (+53), un dato che fa del Lazio la quinta regione per procedimenti dopo le quattro regioni del sud, storicamente interessate dal fenomeno mafioso. A livello di distretti giudiziari, nel 2013 sono 69 i nuovi procedimenti a Roma, che sale in classifica seconda dopo Palermo (e il dato è parziale: aggiornato al 30 settembre 2013).
Il Lazio sotto assedio: i dati dell’Anbsc Provincia per Provincia
In ambito nazionale Roma è la settima provincia, con 479 beni confiscati, di cui 118 sono aziende: quasi l’85% delle imprese confiscate in Lazio è nella sola provincia capitolina. Simbolo di come la metropoli, cuore politico ed economico del Paese, sia da decenni crocevia di investimenti e interessi criminali. La maggior parte dei beni (335, il 52% del totale regionale) è concentrata a Roma, che nella classifica dei comuni italiani sale al terzo posto dopo Milano e Palermo, e nei comuni dell’hinterland, la zona dei Castelli Romani. Qui lo Stato ha sottratto immobili un tempo nella disponibilità di cosche calabresi, clan camorristici e boss della banda della Magliana.
Ad Ardea e ad Anzio sono state confiscate due lussuose ville ad Enrico Nicoletti, ex cassiere della banda della Magliana, mentre a Grottaferrata, il terzo comune dei Castelli più interessato dalle confische, dopo Monterotondo e Pomezia, i beni appartenevano per la maggior parte all’ex re delle bische clandestine, Aldo de Benedettis. Un solo bene risulta confiscato a Nettuno, il primo ed unico comune del Lazio sciolto per infiltrazioni da parte della ‘ndrangheta nel 2005. A Roma le confische più significative colpiscono ristoranti, alberghi e caffè dai nomi prestigiosi, “lavanderie” intestate a prestanome che le mafie utilizzano come copertura per ripulire ingenti capitali illeciti. È il caso del celebre Café de Paris, storico simbolo della dolce vita felliniana: il bar era controllato dalla famiglia calabrese degli Alvaro di Cosoleto. Così come il noto ristorante George’s, sempre nella disponibilità degli Alvaro, o l’antico Caffè Chigi, confiscato in via definitiva ad un’altra famiglia ‘ndranghetista. L’elenco purtroppo è sconfinato, destinato a crescere: recentissima è la confisca del Caffè Fiume, a due passi da via Vittorio Veneto, eseguita dalla Dia di Roma.
La presenza delle mafie, e della camorra in particolare, risulta più strutturata e consolidata nella zona del sud pontino: Latina, con 93 beni, è la seconda provincia laziale per beni confiscati. Gaeta e Fondi (il primo consiglio comunale “non sciolto” per mafia, nonostante il pesante condizionamento da parte della ‘ndrangheta sull’attività amministrativa fosse stato dimostrato dal processo “Damasco 2”) sono i comuni più interessati dalle confische: a Fondi c’è uno dei più grandi mercati ortofrutticoli d’Europa, centro di grandi interessi commerciali e di lucrosi affari mafiosi. Gaeta detiene un piccolo record: qui, secondo l’Anbsc, il 100% dei beni risulta destinato e consegnato. Recentemente una confisca disposta dal Tribunale di Latina ha sottratto a clan camorristici operanti tra Napoli e Latina beni per un ammontare di quasi 50 milioni di euro.
Spostandoci nel Frusinate, terza provincia laziale per beni confiscati con 67 immobili e aziende, sono le note località di Anagni e Fiuggi (la città delle terme, eletta dal boss Cutolo a rifugio per la sua latitanza), ad essere più colpite dalle confische. La provincia è terra soprattutto di riciclaggio dei proventi illeciti in mano alla camorra, derivanti in gran parte dal traffico illegale dei rifiuti. Resta Viterbo, con soli 6 beni confiscati, la Provincia meno interessata dalle confische. Questo dato, purtroppo, non è garanzia di “immunità” dalle infiltrazioni mafiose: secondo le indagini il viterbese è infatti frontiera delle ecomafie.
Ancora poche le destinazioni
Nel Lazio sono 264 i beni destinati e consegnati agli enti, solo il 41% del totale, a fronte di una media nazionale del 54%. Beni, tuttavia, spesso lasciati all’incuria e all’abbandono, o gestiti con finalità che appaiono lontane dal riuso a fini sociali: la destinazione, infatti, non sempre è sinonimo di riutilizzo.Una problematica che la stessa Agenzia conosce direttamente: solo recentemente, dopo anni e molte fatiche, la sezione romana dell’Agenzia è stata trasferita nella sua attuale sede, in un grande appartamento confiscato in via definitiva. L’immobile era stato occupato abusivamente da un avvocato e da un centro benessere, costringendo l’Agenzia a versare per anni quasi 295.000 euro l’anno d’affitto per la vecchia sede, di proprietà della Provincia. Una beffa tutta italiana.
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Eurojust, organismo Ue per la cooperazione giudiziaria, rivela che la mafia e i gruppi della criminalità organizzata sono responsabili della criminalità ambientale transfrontaliera. E paradossalmente, nonostante si stimino profitti illegali tra i 30 ed i 70 miliardi di euro l’anno (fonte Oecd), le statistiche mostrano che i crimini contro l’ambiente sono raramente perseguiti dalle autorità nazionali. Nonostante la necessità di un approccio transnazionale, il numero dei casi riferiti ad Eurojust è molto basso. Ma i delitti contro l’ambiente riguardano la società nel suo complesso: dalla salute dell’uomo e degli animali alla qualità dell’aria, del suolo e dell’acqua. La lunga lista dei reati ambientali comprende: rifiuti pericolosi esportati da Italia e Irlanda verso Stati terzi; l’inquinamento delle acque in Ungheria e Svezia; l’export illecito di lupi, scimmie e uova di uccelli.
Questo primo rapporto sui crimini contro l’ambiente si concentra su tre argomenti: traffico di specie in via d’estinzione; traffico illegale di rifiuti e acque inquinate. La relazione prende in esame le strutture nazionali di controllo, l’accesso alle competenze, così come le possibili soluzioni per affrontare queste sfide. Secondo quanto emerge a livello europeo: i proventi dei reati ambientali sono molto elevati, ma le sanzioni basse. Non si indaga abbastanza sul traffico illegale di rifiuti. Vi è un vuoto nel coordinamento delle autorità competenti sia a livello nazionale che internazionale. In larga misura, le autorità nazionali non riescono ad affrontare i casi in modo transnazionale. L’attuazione della normativa Ue a livello nazionale è diversa da uno Stato all’altro, fattore che ostacola un approccio transnazionale armonizzato. Alcuni Stati non hanno neppure strutture organizzative adeguate.
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Ventitré arresti e cinquanta milioni di euro sequestrati sono le cifre dell’operazione “Caronte” condotta dai Ros di Catania sotto il coordinamento dei magistrati Agata Santonocito e Antonino Fanara sul connubio tra mafia, politica e imprenditoria nel settore dei trasporti in Sicilia. In manette è finito il noto imprenditore catanese Vincenzo Ercolano titolare della ‘Geotrans Srl’ ed ex presidente della Federazione Autotrasportatori Italiana nella provincia etnea, che solo alle pendici dell’Etna conta circa 1500 addetti. Ercolano fa parte di una famiglia legata al mondo dei trasporti e nello stesso tempo a Cosa Nostra, il padre Giuseppe, detto anche “Zu Pippu”, era considerato da molti ‘il re degli ortofrutticoli’ e più volte coinvolto in inchieste di mafia, mentre il fratello Aldo e lo zio Benedetto Santapaola sono ormai da anni al 41bis, condannati all’ergastolo come capi di Cosa Nostra etnea. Nell’ordinanza di custudia cautelare emessa dal Gip anche i fratelli Vincenzo Aiello, già detenuto e condannato in primo grado nel processo “Iblis” a 22 anni per mafia, e Alfio Aiello, condannato in appello per associazione mafiosa.
Secondo gli inquirenti, l’asse Ercolano-Aiello operava nel settore logistico avvalendosi degli “imprenditori-affiliati” Francesco Caruso e Giuseppe Scuto, titolari di alcune ditte di trasporti, fornendo loro il sostegno negli affari avendone un notevole tornaconto. Tra gli interessi finiti sotto la lente della Procura di Catania guidata da Giovanni Salvi, anche il contratto stipulato, tra il 2005 e il 2006, dalla ‘Servizi Autostrade del Mare’ di Caruso con la ‘Amadeus Spa’, società riconducibile ad Amadeo Matacena, parlamentare Pdl e imprenditore calabrese attualmente latitante a Dubai già condannato in via definitiva a cinque anni di reclusione, più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, per concorso esterno in associazione mafiosa, vicenda nella quale è stato coinvolto anche l’ex ministro Scajola, arrestato dalla Dia di Reggio Calabria, accusato di aver favorito la sua fuga all’estero. Matacena avrebbe fornito l’affitto di tre navi per permettere il transito dei tir e favorire il collegamento tra la Sicilia e la Calabria, per un costo complessivo stimato intorno a 120 mila euro al mese. Nonostante l’attività avesse ottenuto risultati notevoli, dopo circa 90 giorni il contratto venne interrotto e le parti si divisero.
Ercolano, qualche anno più tardi, proverà nuovamente ad usufruire degli ‘ecobonus’ europei per autotrasportatori che usano gli spostamenti marittmi, facendo il suo ingresso nel ‘Consorzio Ruote sul Mare’, senza però riuscirci in quando la società era già in fase di liquidazione. L’interesse verso gli ‘ecobonus’, aggiunge il Gip, aveva spinto la coppia Caruso-Scuto a prendere contatti anche con “esponenti politici di alto livello” che potessero in qualche modo aiutarli ad “accellerare le pratiche amministrative”. Nel 2008 fondano quindi il Partito Nazionale degli Autotrasportatori, con l’interesse di tutelare l’intera categoria della logistica e tramite l’ex deputato regionale Giovanni Cristaudo, condannato in appello a cinque anni per concorso esterno, sostengono alle elezioni europee del 2009 l’ex presidente della Regione Sicilia e leader del Movimento per le Autonomie Raffalele Lombardo, recentemente condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi per mafia nel processo Iblis. Durante la campagna elettorale vennero utilizzati i camion dell’PNA per pubblicizzare il logo del partito e l’immagine di Lombardo.
Nella lista degli affari della famiglia Santapaola-Ercolano c’era pure la fornitura della carne per la grande distribuzione. I tagli che finivano sui banconi degli hard discount Forté ed Eurospin Sicilia venivano controllati, secondo gli inquirenti, da Cosa nostra catanese tramite due imprenditori compiacenti.
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Quando non servono parole, basta la penna:
Devo confessare di provare una grande soddisfazione nel leggere degli arresti per l’ultima inchiesta che riguarda pediatri e informatori impegnati a convincere le madri ad usare il latte in polvere in cambio di alcune regalìe. Da anni sappiamo che l’industria del latte in polvere stritola per interessi economici un mercato che non si accontenta di coloro che davvero ne hanno bisogno e ancora una volta la salute diventa il campo di un mercato con l’etica ridotta in polvere. Anche lei. Logica scientifica prostituita al commercio.
Inducevano le mamme a utilizzare latte artificiale al posto di quello materno mentre stavano allattando i propri bambini al seno. E questo non per motivi di salute, ma per favorire alcune aziende di note ditte produttrici. In cambio, ricevevano i più svariati “regali”, da smartphone a computer, ma anche condizionatori, televisori e viaggi all’estero. Per un giro di mazzette per centinaia di migliaia di euro. Agli arresti domiciliari sono finiti 18 persone: 12 pediatri (tra cui due primari), 5 informatori scientifici e un dirigente d’azienda di alimenti per l’infanzia. L’accusa, al momento, è quella di corruzione. Disposti anche 26 decreti di perquisizioni in Toscana, Lombardia, Marche e Liguria.
Tra i 18 arrestati, secondo Il Tirreno, ci sono otto medici di Pisa, uno del Livornese, uno di Piombino, uno di Lido di Camaiore, un primario di La Spezia (residente a Pisa) e uno di Empoli (residente a Pisa). “Siamo completamente all’oscuro di quanto accaduto e ignoravamo il comportamento dei pediatri – fanno sapere dall’Ausl 5 di Pisa – Sono una decina quelli dell’azienda Usl 5 coinvolti, circa il 30% degli specialisti di libera scelta in forza nell’azienda sanitaria. Il direttore generale sta valutando la situazione”. L’azienda sanitaria sta provvedendo in queste ore a fare il quadro della situazione, per capire come evitare problemi nell’assistenza pediatrica alle famiglie che erano seguiti dai medici coinvolti.
Sempre per Il Tirreno tra coloro che sono stati arrestati perché accettavano viaggi e smartphone in cambio di convincere le madri ad usare latte artificiale ci sono Michele Masini, dirigente 50 anni residente a Limbiate (MB), Dario Boldrini, informatore, 33 anni, di Pisa, Valter Gandini, 70 anni, informatore, di Pisa. Vincenzo Ruotolo, 64 anni, informatore, di Grottammare (AP), Gianni Panessa, 59 anni, informatore di Livorno, Giuliano Biagi, 35 anni, informatore di Massa,Maurizio Petri, 64 anni, medico pediatra di Cascina, Fabio Moretti, 61 anni, di Chianni (ambulatorio a Pontedera), Marco Granchi, 61 anni, medico pediatra di Pontedera (ambulatorio a Ponsacco), Claudio Ghionzoli, 63 anni, residente a Pisa (ambulatorio a Cascina), Renato Domenico Cicchiello, 66 anni, di Livorno, medico pediatra, Stefano Parmigiani, 57 anni, residente a Parma, medico pediatra del presidio ospedaliero del Levante ligure (La Spezia), Roberto Bernardini, 57 anni, medico pediatra residente a Calcinaia, ufficio ospedale San Giuseppe, Asl 11, Empoli, Gian Piero Cassano, 65 anni, residente a Lido di Camaiore medico pediatra, ambulatorio a Viareggio, Marco Marsili, 59 anni, medico pediatra di Piombino, Roberto Rossi, 62 anni, residente a Palaia, medico pediatra con ambulatorio a Capannoli, Eros Panizzi, 61 anni, residente a Peccioli medico pediatra, Luca Burchi, 59 anni, medico pediatra residente a Volterra. Altri arresti sono stati eseguiti nelle Marche, in Lombardia e in Liguria.
Miei concittadini americani, questa sera, vorrei parlare con voi di immigrazione.
Per più di 200 anni, la nostra tradizione di accoglienza a immigrati provenienti da tutto il mondo ci ha garantito un enorme vantaggio sulle altre nazioni. E ci ha tenuti giovani, dinamici e dalla mentalità imprenditoriale. Ha formato il nostro carattere come popolo con possibilità illimitate – un popolo non intrappolato nel passato, ma in grado di rimodellare se stesso come noi crediamo.
Però, oggi, il nostro sistema di immigrazione non funziona più – e tutti lo sanno.
Le famiglie che entrano nel nostro Paese nel modo giusto e si comportano secondo le regole vedono altri non rispettare le regole. Proprietari di aziende che offrono ai loro lavoratori buoni salari e benefici vedono la concorrenza sfruttare gli immigrati senza documenti, pagando molto meno di loro. Tutti noi ci indigniamo di fronte a chi raccoglie i frutti della vita in America senza assumersi le responsabilità della vita in America. E gli immigrati privi di documenti che disperatamente vogliono abbracciare queste responsabilità vedono altra scelta che rimanere nell’ombra, o il rischio di vedere lacerate le loro famiglie.
E andata così per decenni. E per decenni, non abbiamo fatto molto a riguardo.
Quando ho assunto l’incarico, mi sono impegnato a rimettere in sesto il malfuzionante sistema di immigrazione. E ho cominciato facendo quello che ho potuto, per proteggere i nostri confini. Oggi, utilizziamo più agenti e tecnologia per garantire il nostro confine meridionale che in qualsiasi altro momento della nostra storia. E nel corso degli ultimi sei anni, gli attraversamenti di frontiera illegali sono stati ridotti di oltre la metà. Anche se questa estate si è verificato un breve picco di minori non accompagnati fermati al nostro confine, il numero di questi bambini è ora effettivamente inferiore a quello che è stato in quasi due anni. Nel complesso, il numero di persone che cercano di attraversare illegalmente il nostro confine è al suo livello più basso dal 1970. Questi sono i fatti.
Nel frattempo, ho lavorato con il Congresso su una completa riforma, e l’anno scorso, 68 democratici, repubblicani e indipendenti si sono riuniti per approvare una legge bipartisan al Senato. Non è stato un accordo perfetto. E ‘stato un compromesso. Ma rifletteva il senso comune. Sarebbe raddoppiato il numero di agenti di pattugliamento delle frontiere dando agli immigrati clandestini un percorso alla cittadinanza se avessero pagato una multa, cominciando a pagare le tasse, e ricominciando daccapo. E gli esperti indipendenti hanno detto che avrebbe fatto crescere la nostra economia e ridurre il nostro deficit.
Qualora la Camera dei Rappresentanti avesse concesso questo tipo di disegno di legge un semplice voto sì-o-no, sarebbe passato con il supporto di entrambe le parti, e oggi sarebbe legge. Ma per un anno e mezzo ormai, leader repubblicani alla Camera hanno rifiutato di permettere quel semplice voto.
Ora, io continuo a credere che il modo migliore per risolvere questo problema sia quello di lavorare insieme per superare questo tipo di diritto del senso comune. Ma finché questo non accade, ci sono azioni che ho l’autorità legale di prendere come presidente – lo stesso tipo di azioni intraprese da presidenti democratici e repubblicani prima di me – che contribuiranno a rendere il nostro sistema di immigrazione più equo e più giusto.
Stasera, annuncio quelle azioni.
In primo luogo, noi continueremo a costruire il nostro progresso al confine con risorse aggiuntive per le nostre forze dell’ordine in modo che possano arginare il flusso di attraversamenti illegali, e accelerare il ritorno di coloro che attraversano.
In secondo luogo, per gli immigrati altamente qualificati, laureati e imprenditori renderò più semplice e veloce la possibilità di rimanere e contribuire alla nostra economia, come tanti imprenditori hanno proposto.
In terzo luogo, prenderemo provvedimenti per affrontare in modo responsabile il tema dei milioni di immigrati clandestini che già vivono nel nostro paese.
Voglio dire di più su questo terzo numero, perché genera più passione e polemiche. Anche se siamo una nazione di immigrati, siamo anche una nazione di leggi. Lavoratori privi di documenti hanno violato le nostre leggi sull’immigrazione, e credo che vadano essere ritenuti responsabili – in particolare quelli che possono essere pericolosi. Ecco perché, nel corso degli ultimi sei anni, deportazioni di criminali arrivano all’80 per cento. Ed è per questo che abbiamo intenzione di continuare a concentrare le risorse di polizia sulle minacce reali alla nostra sicurezza. Criminali, non le famiglie. I criminali, non i bambini. Membri delle gang, non una mamma che sta lavorando duramente per mantenere i suoi figli. La renderemo la priorità, così come l’applicazione della legge fa ogni giorno.
Ma anche se ci concentriamo su deportare i criminali, il fatto è che milioni di immigrati in ogni stato, di ogni razza e nazionalità vivono ancora qui illegalmente. E siamo onesti – rintracciare, arrotondando per eccesso, e deportando milioni di persone non è realistico. Chi suggerisce il contrario non è sincero con voi. Neanche rispecchia ciò che siamo in quanto americani. Dopo tutto, la maggior parte di questi immigrati vivono qui da molto tempo. Lavorano duro, spesso in posti di lavoro difficili e a bassa retribuzione. Sostengono le loro famiglie. Pregano nelle nostre chiese. Molti dei loro figli sono nati in America o hanno speso la maggior parte della vita qui, e le loro speranze, i sogni, e il patriottismo sono proprio come il nostro. Come il mio predecessore, il presidente Bush, una volta disse: “Sono una parte della vita americana.”
Dunque, ecco quanto: ci aspettiamo che le persone che vivono in questo paese si comportino secondo le regole. Ci aspettiamo che chi hanno passato il segno, non vengano ingiustamente premiati. Quindi, arriviamo a offrire il seguente accordo: se siete stati in America per più di cinque anni; se si hanno bambini che sono cittadini americani o residenti legali; se vi registrate, passate un controllo dei precedenti penali, e siete disposti a pagare la giusta quota di tasse – sarete in grado di applicare a rimanere in questo paese in modo temporaneo, senza timore di essere espulsi. È possibile uscire dall’ombra e mettersi a posto con la legge. Questa è la base dell’accordo.
Ora, cerchiamo di essere chiari su ciò che questo accordo non comprende. Questo accordo non si applica a chi è venuto in questo paese di recente. Non si applica a chiunque possa venire in America illegalmente in futuro. Esso non concede la cittadinanza, o il diritto di stare qui in modo permanente, o gli stessi vantaggi che i cittadini ricevano – solo il Congresso può farlo. Tutto quello che stiamo dicendo è che non abbiamo intenzione di rimandarvi indietro.
So che alcuni dei critici di questa azione la chiamino amnistia. Beh, non lo è. Amnistia è il sistema di immigrazione che abbiamo oggi – milioni di persone che vivono qui senza pagare le tasse o senza comportarsi secondo le regole, mentre i politici usano la questione per spaventare la gente e montare voti al momento delle elezioni.
Questo è il vero condono – lasciando questo sistema danneggiato così com’è. Un’amnistia di massa sarebbe ingiusta. Le espulsioni di massa sarebbero impossibili e contrarie al nostro carattere. Quello che sto descrivendo è la responsabilità – un buon senso, una via di mezzo: se soddisferai i criteri, potrai uscire dall’ombra e metterti a posto con la legge. Se sei un criminale, verrai espulso. Se avete intenzione di entrare negli Stati Uniti illegalmente, le vostre probabilità di essere scoperti e rispediti indietro sono aumentate.
Le azioni che sto prendendo non solo lecite, sono il tipo di azioni intraprese da ogni singolo presidente repubblicano e ogni presidente democratico per mezzo secolo. E a quei membri del Congresso che mettono in dubbio la mia autorità per rendere il nostro sistema di immigrazione più efficiente, oppure si interrogano sulla mia saggezza che agisce dove il Congresso non è riuscito, ho una risposta: approvate un disegno di legge.
Voglio lavorare con entrambe le parti a passare una soluzione legislativa più duratura. E il giorno in cui firmerò per tramutare quel disegno in legge, le azioni che prendo oggi non saranno più necessarie. Nel frattempo, non lasciate che un visioni diverse su una singola questione compromettano l’accordo nella sua totalità. Non è così che funziona la nostra democrazia, e il Congresso di certo non dovrebbe bloccare di nuovo il nostro governo solo perché non siamo d’accordo su questo. Gli americani sono stanchi dello stallo. Ciò che il nostro paese ha bisogno di noi in questo momento è uno scopo comune – uno scopo più alto.
La maggior parte degli americani sostengono il genere di riforme di cui ho parlato questa sera. Ma capisco il disaccordo di molti di voi a casa. Milioni di noi, me compreso, possono tornare indietro per generazioni in questo paese, con gli antenati che hanno messo nel lavoro scrupoloso di diventare cittadini. Quindi, non ci piace l’idea che chiunque possa ottenere un pass gratuito per la cittadinanza americana.
So che alcuni temono l’immigrazione cambierà il tessuto stesso di ciò che siamo, o ci farà perdere i nostri posti di lavoro, o un farlo pesare sulle famiglie della classe media in un momento in cui già si sentono di aver subito ingiustizie per oltre un decennio. Comprendo queste preoccupazioni. Ma non è quanto questi passi realizzeranno. La nostra storia ed i fatti dimostrano che gli immigrati sono un vantaggio per la nostra economia e la nostra società. E credo che sia importante che tutti noi abbiamo questo dibattito senza impugnare il personaggio di qualcun altro.
Perché per tutto l’andirivieni da Washington, dobbiamo ricordare che questo dibattito riguarda qualcosa di più grande. Si tratta di ciò che siamo come paese, e che vogliamo essere per le generazioni future.
Siamo una nazione che tollera l’ipocrisia di un sistema in cui i lavoratori che raccolgono la nostra frutta e rammendano i nostri letti non hanno la possibilità di mettersi a posto con la legge? O siamo una nazione che dà loro la possibilità di mettersi in regola, di assumersi le responsabilità, e dare ai loro figli un futuro migliore?
Siamo una nazione che accetta la crudeltà di strappare i bambini dalle braccia dei loro genitori? O siamo una nazione che valorizza le famiglie, e lavora insieme per tenerli insieme?
Siamo una nazione che educa i migliori e più brillanti del mondo nelle nostre università, solo per rimandarli a casa per creare imprese nei paesi che competono con noi? O siamo una nazione che li incoraggia a rimanere e creare posti di lavoro qui, creare imprese qui, creare industrie proprio qui in America?
Questo è tutto ciò che riguarda questo dibattito. Abbiamo bisogno di più di politica come al solito quando si tratta di immigrazione. Abbiamo bisogno di un motivato, premuroso, compassionevole dibattito che si concentri sulle nostre speranze, non le nostre paure. So che la politica di questo problema sono duri. Ma lasciate che vi dica il motivo per cui sono arrivato a convincermi così fortemente su di esso.
Nel corso degli ultimi anni, ho visto la determinazione dei padri immigrati che hanno lavorato due o tre posti di lavoro senza prendere un centesimo da parte del governo, e a rischio ogni momento di perdere tutto, solo per costruire una vita migliore per i propri figli. Ho visto il cuore spezzato e l’ansia dei bambini le cui madri potrebbero essere portate via da loro solo perché non possiedono le giuste carte. Ho visto il coraggio di studenti che, fatta eccezione per le circostanze della loro nascita, sono americani come Malia e Sasha; gli studenti che coraggiosamente escono allo scoperto senza documenti, nella speranza di poter fare la differenza nel paese che amano.
Queste persone – i nostri vicini, i nostri compagni di classe, i nostri amici – che non sono venuti qui in cerca di un giro gratis, o una vita facile. Sono venuti a lavorare, e studiare, e servire nel nostro esercito, e, soprattutto, a contribuire al successo degli Stati Uniti.
Domani, mi recherò a Las Vegas e incontrare alcuni di questi studenti, tra cui una giovane donna di nome Astrid Silva. Astrid è stata portata in America quando aveva quattro anni. I suoi unici beni erano una crocifisso, la sua bambola, e il vestito variopinto che aveva indosso. Quando ha iniziato la scuola, lei non parlava inglese. Si è legata ad altri ragazzi leggendo i giornali e guardando PBS, e divenne un bravo studente. Suo padre lavorava nel giardinaggio. Sua madre puliva case di altri. Non avrebbero lasciato Astrid fare domanda per una scuola di tecnologia dei magneti, non perché non l’amassero, ma perché avevano paura che gli impiegati dell’ufficio li avrebbero la avrebbero denunciata come immigrato senza documenti. Così ha applicato in segreto, riuscendo a entrare. Quindi, lei ha per lo più vissuto nell’ombra – finché sua nonna, che visitava ogni anno dal Messico, morì, e lei non poteva recarsi al funerale senza il rischio di essere scoperta ed espulsa. E ‘stato in quel periodo in cui prese la decisione di iniziare a difendere se stessa e gli altri come lei, e oggi, Astrid Silva è uno studente di college al lavoro per la sua terza laurea.
Siamo una nazione che butta fuori determinati, fiduciosi immigrati come Astrid, o siamo una nazione che trova il modo di accoglierla? La Scrittura ci dice che non dobbiamo opprimere un estraneo, perché conosciamo la vita del forestiero – anche noi eravamo stranieri, una volta.
Miei concittadini americani, siamo e saremo sempre una nazione di immigrati. Eravamo stranieri anche noi, un tempo. E se i nostri antenati erano forestieri che hanno attraversato l’Atlantico o il Pacifico, o il Rio Grande, siamo qui solo perché questo paese li ha accolti, insegnando loro che essere americano è di qualcosa di più di quello che sembriamo, o ciò che sono i nostri cognomi, o del modo in cui preghiamo. Ciò che rende noi americani è il nostro impegno comune per un ideale – che tutti noi siamo creati uguali, e tutti noi abbiamo la possibilità di fare della nostra vita ciò che vogliamo.
Questo è il paese che i nostri genitori e nonni e le generazioni prima di loro hanno costruito per noi. Questa è la tradizione che dobbiamo difendere. Questa è l’eredità che dobbiamo lasciare per coloro che verranno.
Grazie. Dio vi benedica. E Dio benedica questo paese che amiamo.