“Tu non puoi permetterti di chiamarmi politico”
Alla fine forse anche la Taverna capisce che a pisciare su tutto si finisce pisciati.
Alla fine forse anche la Taverna capisce che a pisciare su tutto si finisce pisciati.
Gli arresti dell’operazione “Insubria“. Le persone arrestate oggi, quasi tutte residenti in Lombardia, per associazione di tipo mafioso, estorsione, detenzione e porto abusivo di armi sono:
CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE (35):
1. Puglisi Giuseppe, inteso “Melangiana”, 53 anni, nato a Messina e residente a Cermenate (CO), operaio, già coinvolto, sebbene poi assolto, nell’indagine del 1994 sulla ‘ndrangheta in Lombardia nota come “Fiori della notte di San Vito”. Nell’ambito della presente indagine, Puglisi Giuseppe è emerso quale “capo” del “locale di Cermenate”, in possesso della “dote” di “Quartino”.
2. Mercuri Antonino, inteso “Pizzicaferro”, 64 anni, nato a Giffone (RC) residente a Airuno (LC). Nell’ambito della presente indagine, Mercuri Antonino è emerso quale “capo” del “locale di Calolziocorte”, in possesso della “dote” di “Padrino”.
3. Mandaglio Antonio, inteso “Occhiazzi”, 60 anni, nato a Giffone (RC), residente a Carenno (LC), pensionato, già coinvolto, sebbene poi assolto, nell’indagine del 1994 sulla ‘ndrangheta in Lombardia nota come “Fiori della notte di San Vito”. Nell’ambito della presente indagine, Mandaglio Antonio è emerso quale “capo società” del “locale di Calolziocorte”, in possesso di “dote” pari o superiore a “trequartino”.
4. Chindamo Michelangelo, 61 anni, nato a Palmi (RC), residente a Cadorago (CO), già condannato per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti nell’indagine del 1994 sulla ‘ndrangheta in Lombardia “Fiori della notte di San Vito”. Nell’ambito della presente indagine, Chindamo Michelangelo è emerso quale “capo” del “locale di Fino Mornasco”, in possesso della “dote” di “trequartino”.
5. Adducci Angiolino, 63 anni, nato a Grisolia (CS), residente a Lentate sul Seveso (MB), imprenditore, già condannato ad anni 3 di reclusione a seguito dell’indagine del 1996 sulla ‘ndrangheta in Lombardia nota come “Fiori della notte di San Vito 2”. Nell’ambito della presente indagine Adducci Angiolino è emerso quale “affiliato” al “locale di Cermenate”, in possesso della “dote” di “sgarro”.
6. Ambresi Pasquale, 55 anni, nato a Oppido Mamertina (RC), residente a Cadorago (CO), camionista. Nell’ambito della presente indagine Ambresi Pasquale è emerso quale “affiliato” al “locale di Cermenate”, in possesso della dote di “camorrista di sgarro”.
7. Monteleone Giuseppe, 25 anni, inteso “Baciulo”, nato a Cinquefrondi (RC), residente a Bregnano (CO), operaio. Nell’ambito della presente indagine Monteleone Giuseppe è emerso quale “affiliato” al “locale di Cermenate”, in possesso della dote di “camorra”.
8. Paviglianiti Marco, 30 anni, nato a Cantù (CO), residente a Lomazzo (CO). Nell’ambito della presente indagine Paviglianiti Marco è emerso quale “affiliato” al “locale di Cermenate”, in possesso di una dote allo stato non determinata.
9. Puglisi Giovanni, 20 anni, nato a Cantù (CO), residente a Cermenate (CO), figlio dell’indagato Puglisi Giuseppe, “capo” del “locale di Cermenate”. Nell’ambito della presente indagine PUGLISI Giovanni è emerso quale “affiliato” al “locale di Cermenate”, in possesso della “dote” di “sgarro”.
10. Scali Giuseppe Salvatore, 78 anni, inteso “Tarzan”, nato a Grotteria (RC), residente a Cantù (CO), pensionato, già condannato ad anni 18 di reclusione per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, a seguito dell’indagine del 1994 sulla ‘ndrangheta in Lombardia nota come “I fiori della notte di San Vito”. Nell’ambito della presente indagine, Scali Giuseppe Salvatore è emerso quale “affiliato” al “locale di Cermenate”, in possesso della “dote” di “trequartino”.
11. Sciacca Filippo, 51 anni, nato a Giffone (RC), residente a Cadorago (CO), operaio. Nell’ambito della presente indagine Sciacca Filippo è emerso quale “affiliato” al “locale di Cermenate”, in possesso di una dote pari o superiore alla “Santa”.
12. Valente Ivano Bartolomeo, 25 anni, nato a Cinquefrondi (RC), residente a Guanzate (CO), operaio, nipote dell’indagato Puglisi Giuseppe, “capo” del “Locale di Cermenate”. Nell’ambito della presente indagine Valente Ivano Bartolomeo è emerso quale “affiliato” al “locale di Cermenate”, in possesso della dote della “Santa”.
13. Condò Marco, 43 anni, nato a Lecco (LC), residente a Sotto il Monte Giovanni XXIII (BG), operaio, fratello degli indagati Condò Ivan e Condò Antonio, entrambi affiliati al “locale di Calolziocorte”. Nell’ambito della presente indagine, Condò Marco è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte” con funzioni di “Mastro di Giornata”, in possesso della “dote” di “Vangelo”.
14. Buttà Giovanni, 52 anni, nato a Caronia (ME), residente a Calolziocorte (LC), già condannato per omicidio in concorso, operaio. Nell’ambito della presente indagine, Buttà Giovanni è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso di “dote” della “Santa”.
15. Condò Antonio, 44 anni, nato a Lecco (LC), residente a Torre de’ Busi (LC), camionista, fratello degli indagati Condò Ivan e Condò Marco, entrambi affiliati al “locale di Calolziocorte”. Nell’ambito della presente indagine, CONDÒ Antonio è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso della “dote” pari o superiore al “Vangelo”.
16. Condò Ivan, 39 anni, nato a Lecco (LC), residente a Calolziocorte (LC), camionista, fratello degli indagati Condò Antonio e Condò Marco, entrambi affiliati al “locale di Calolziocorte”. Nell’ambito della presente indagine, Condò Ivan è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso di una “dote” allo stato non determinata.
17. Gozzo Rosario, 50 anni, nato a Giffone (RC), residente a Carenno (LC), operaio. Nell’ambito della presente indagine, Gozzo Rosario è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso della “dote” di “Vangelo”.
18. Lamanna Domenico, 64 anni, nato a Laureana di Borrello (RC), residente a Calolziocorte (LC), elettricista, già coinvolto, sebbene poi assolto, per i reati di associazione mafiosa e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti nell’indagine del 1996 sulla ‘ndrangheta in Lombardia nota come “I Fiori della notte di San Vito 2”. Nell’ambito della presente indagine, Lamanna Domenico è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso di “dote” pari o superiore alla “Santa”.
19. Mandaglio Bartolomeo, 56 anni, nato a Giffone (RC), residente a Vercurago (LC), imprenditore edile, cugino dell’indagato Valente Salvatore Pietro. Nell’ambito della presente indagine, Mandaglio Bartolomeo è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso della “dote” di “Vangelo”.
20. Mandaglio Luca, 30 anni, nato a Lecco, residente a Olgiate Comasco (CO), cameriere, figlio dell’indagatoMandaglio Antonio, “capo società” del “locale di Calolziocorte”. Nell’ambito della presente indagine MANDAGLIO Luca è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso della dote della “Santa”.
21. Marinaro Giovanni, 54 anni, nato a Caronia (ME), residente a Calolziocorte (LC), imbianchino, già condannato per i reati di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti nell’indagine sulla ‘ndrangheta in Lombardia nota come “Wall Street”. Nell’ambito della presente indagine, Marinaro Giovanni è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso della “dote” di “Vangelo”.
22. Montagnese Nicholas, 22 anni, nato a Lecco, residente a Torre de’ Busi (LC), rispettivamente nipote e pronipote degli indagati Valente Salvatore Pietro e Mandaglio Bartolomeo, entrambi affiliati al “locale di Calolziocorte”. Nell’ambito della presente indagine Montagnese Nicholas è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso della dote di “picciotto”.
23. Panuccio Albano, 33 anni, nato a Oggiono (LC), residente a Dolzago (LC), operaio, rispettivamente figlio, nipote e cugino degli indagati Panuccio Albano, Panuccio Antonino e Gozzo Rosario, tutti ”affiliati” al “locale di Calolziocorte”. Nell’ambito della presente indagine Panuccio Albano è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso della “dote” di “Sgarro”.
24. Panuccio Antonino, 57 anni, nato a Giffone (LC), residente a Dolzago (LC), operaio, rispettivamente fratello e zio degli indagati Panuccio Michelangelo e Panuccio Albano, entrambi ”affiliati” al “locale di Calolziocorte”. Nell’ambito della presente indagine Panuccio Antonino è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso della “dote” di “Vangelo”.
25. Petrolo Francesco, 56 anni, nato a Giffone (RC), residente a Torre de’ Busi (LC). Nell’ambito della presente indagine, Petrolo Francesco è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso della “dote” di “trequartino”.
26. Valente Salvatore Pietro, 48 anni, nato a Taurianova (RC), residente a Torre de’ Busi (LC), operaio, cugino dell’indagato Puglisi Giuseppe “capo” del “locale di Cermenate”, e dell’indagato Mandaglio Bartolomeo ”affiliato” al “locale di Calolziocorte”; padre dell’indagato minorenne Valente Manuel Bartolo e zio dell’indagato Montagnese Nicholas, entrambi affiliati al “locale di Calolziocorte”; Nell’ambito della presente indagine Valente Salvatore Pietro è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso della “dote” di “Vangelo”.
27. Varrone Vittorio, 41 anni, nato a Belcastro (CZ), residente a Lecco (LC), operaio. Nell’ambito della presente indagine, Varrone Vittorio è emerso quale “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso della “dote” della “Santa”.
28. Gallo Fortunato, 62 anni, nato a Giffone (RC), residente a Carimate (CO), pensionato, già condannato ad anni 4 di reclusione a seguito dell’indagine del 1996 sulla ‘ndrangheta in Lombardia nota come “I fiori della notte di San Vito 2”. Nell’ambito della presente indagine Gallo Fortunato è emerso quale “affiliato” del “locale di Fino Mornasco”, in possesso della “dote” di “trequartino”.
29. Gentile Antonio, 38 anni, nato a Cittanova (RC), ivi residente, pizzaiolo, già condannato per reati in materia di stupefacenti, armi e rapina. Nell’ambito della presente indagine, Gentile Antonio è emerso quale “affiliato” del “locale di Fino Mornasco”, in possesso di una “dote” allo stato non determinata.
30. Greco Giuseppe, 31 anni, nato a Como, residente a Bregnano (CO), commerciante, già condannato per reati contro la persona. Nell’ambito della presente indagine, Greco Giuseppe è emerso quale “affiliato” del “locale di Fino Mornasco”, in possesso di una “dote” pari o superiore a “camorrista di sgarro”.
31. Iacopetta Salvatore, 39 anni, nato a Locri (RC), residente a Bulgarograsso (CO), camionista. Nell’ambito della presente indagine Iacopetta Salvatore è emerso quale “affiliato” del “locale di Fino Mornasco”, in possesso di una dote allo stato non determinata.
32. Larosa Michelangelo, 43 anni, inteso “Bocconcino”, nato a Giffone (RC), di fatto domiciliato a Milano, cognato dell’indagato Larosa Giuseppe (Polistena, RC, 20/07/1965), “capo” del “locale di Giffone”. Nell’ambito della presente indagine Larosa Michelangelo è emerso quale “affiliato” del “locale di Fino Mornasco”, in possesso di dote pari o superiore al “Vangelo”.
33. Mercuri Bruno, 62 anni, nato a Giffone (RC), residente a Bulgarograsso (CO), già coinvolto, sebbene poi assolto, per i reati di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti nell’indagine del 1996 sulla ‘ndrangheta in Lombardia “I Fiori della notte di San Vito 2”. Nell’ambito della presente indagine, Mercuri Bruno è emerso quale “affiliato” del “locale di Fino Mornasco”, in possesso della “dote” della “Santa”.
34. Rullo Alfredo, 59 anni, nato a Giffone (RC), residente a Cadorago (CO). Nell’ambito della presente indagine Rullo Alfredo è emerso quale “affiliato” del “locale di Fino Mornasco”, in possesso della dote della “Santa”.
35. Rullo Luciano, 47 anni, nato a Como, residente a Fino Mornasco (CO), cugino dell’indagato Larosa Salvatore, affiliato al “locale di Fino Mornasco”. Nell’ambito della presente indagine Rullo Luciano è emerso quale “affiliato” del “locale di Fino Mornasco”, in possesso della “dote” di “Vangelo”.
36. Massimo Iacopetta, 36 anni, nato a Locri (RC) e residente a Vertemate con Minoprio, nella cui abitazione è stata rinvenuta e sequestrata una pistola . Iacopetta era indagato in stato di libertà e destinatario solo di una perquisizione, poichè dalle intercettazioni effettuate durante le indagini erano emersi indizi circa il possesso da parte sua di armi illegalmente detenute; Iacopetta è stato arrestato in flagranza, per il possesso illegale di una pistola,
IN CUSTODIA CAUTELARE AGLI ARRESTI DOMICILIARI (3):
37. Bersani Giuseppe, 49 anni, nato a Carate Brianza (MB), residente a Gudo (Svizzera), imprenditore metallurgico.
38. Mirandi Renato, 46 anni, nato a Como, residente a Olgiate Comasco (CO), imprenditore.
39. Panuccio Michelangelo, 61 anni, nato a Giffone (RC), residente a Dolzago (LC), “affiliato” al “locale di Calolziocorte”, in possesso di “dote” pari o superiore al “vangelo”.
Eccoci. In tanti chiedono (giustamente) le fonti dei dati che smentiscono questo incipiente razzismo italico tutto di pancia e allora vale la pena recuperare il puntuale lavoro di Angelo Cioeta. Queste sono le prime due parti:
(I parte)
Costruire una società migliore, basata sull’uguaglianza sostanziale (e non solo formale), sulla solidarietà tra le persone (concreta e non solo a parole), deve avere un punto di partenza imprescindibile: l’abbattimento dell’ignoranza di cui molte persone nutrono la loro pancia, facendo lievitare il consenso di politici la cui unica qualità è quella di saper urlare insulti od essere presenti in TV quasi come fosse casa loro. Si dirà che ciò è dovuto alla disperazione, alla fame, alla difficoltà di arrivare alla fine del mese etc. Evitiamo di non abusare di queste giustificazioni: non siamo la prima generazione che affronta questi problemi. Anzi, chi ci ha preceduto ha saputo molto spesso trasformare le sofferenze in benzina per le rivoluzioni, per conquistare diritti fondamentali (la nostra Repubblica è figlia delle macerie che il fascismo, molto gentilmente, ci ha lasciato) etc. Ma in passato c’era un senso di collettività molto più forte, la partecipazione politica non si riduceva al mero voto periodico per eleggere rappresentanti nelle istituzioni. Ora invece si tende a restare alla finestra, aspettare che passi sotto il primo problema e spendere quante più parole possibili per risolverlo (nella nostra testa però, non nella realtà). E poi, altra cruda realtà: la televisione, principale mezzo di comunicazione di massa, ha trasformato la società in un gruppo di persone il cui aspetto individuale è nettamente prevalente rispetto invece a quello di comunità. Peccato, perchè la TV inizialmente si era caratterizzata per un carattere educativo (il maestro Manzi, per chi ne può parlare, è un esempio eccezionale di ciò). Inoltre, ha standardizzato notevolmente le opinioni: basta che un politico furbo decida di monopolizzare l’etere ed ecco fatto che, nel giro di pochissimo tempo, ciò che dice diventa Vangelo. Poi, nessuno si preoccuperà di capire se tale Vangelo racconta verità o bugie (e quei pochi che lo fanno vengono subito emarginati). Così, ed eccoci arrivare al succo del post, gli immigrati diventano gli artefici dei nostri problemi socio – economici. Diventano una nuova Kasta che si ciba di soldi dei contribuenti pubblici senza far nulla (le famose storie dei 30, 40, 50… euro al giorno in hotel a 5 stelle etc.). Ok, se 25 anni fa i tedeschi si preoccuparono di abbattere il Muro di Berlino, a noi oggi spetta distruggerne uno più pericoloso: quello composto da mattoni di ignoranza e razzismo. A queste ultime due parole bisogna però aggiungerne un’altra: l’incoerenza del nostro popolo. Dunque, leggendo qualsiasi libro di storia si potrà comprendere che l’Italia è un Paese unito ed indipendente dal dominio straniero dal 17 marzo 1861, quindi da 153 anni. I valori risorgimentali della cacciata dello straniero, dell’indipendenza e, soprattutto dell’autodeterminazione dei popoli, in poco tempo sono evaporati, sostituiti da quelli prodotti dalla politica del colonialismo. Insomma, noi che più di tutti abbiamo sofferto l’occupazione straniera, decidiamo ad un certo punto di andare a colonizzare i Paesi africani, considerati inferiori rispetto all’Europa industriale e civile. In poche parole: non venite a casa nostra, però noi veniamo da voi anche senza permesso. Coerenza portami via. Certo, potrei anche ricordare esempi di superiorità italica clamorosi come Adua ma, lasciamo perdere, onde evitare di urtare le sensibilità patriottiche di qualcuno.
Prima ho utilizzato il termine Vangelo. Ovviamente, quando si dice tale parola, subito viene in mente la religione cattolica. Facendo una rapida ricerca, si comprenderà che l’Italia è un Paese con una netta prevalenza della religione cattolica (come potrebbe essere altrimenti, in quanto la Chiesa da sempre, nella nostra penisola, ha esercitato un’influenza notevolissima?). Il mio è un cattolicesimo molto flebile, ma da quel poco che ricordo, esistono comandamenti che dicono di amare il prossimo tuo come te stesso, parabole come quella del Buon Samaritano (di cui spesso si tende ad impersonare la parte del menfreghista e non di chi aiuta). Bene, sarebbe quindi utile raddrizzare le nostre contraddizioni storiche. Ora che ci penso, aggiungo un’altra notizia interessante. Nel lontano ‘500 in Francia si diffuse l’espressione machiavellico: era colui che si rendeva colpevole di diffondere nel Paese transalpino pratiche fino ad allora sconosciute, come la congiura, la truffa etc. Termine che ebbe origine in Niccolò Machiavelli e che fece degli italiani i principali bersagli di colpevolezza (d’altronde, in Francia, durante il ‘500 la Corte ebbe tra le sue fila alcuni nostri connazionali).
Abbiamo fatto una lunga premessa, un lungo lavoro di preparazione per realizzare l’abbattimento del muro. Adesso, immergendoci nella nostra attualità, provvederemo alle operazioni di distruzione dell’impianto, tappa dopo tappa, mattone dopo mattone.
(II parte)
Dunque, ci siamo lasciati dopo aver fatto una lunga copertina riguardo incomprensioni italiche che, in diversi modi, ci aiutano a comprendere che noi siamo un popolo che spesso ha cercato solidarietà all’estero (ma è restio a fare l’inverso), che ha nella sua storia e nella sua cultura elementi che dovrebbero favorire il processo di integrazione (invece si tende a dimenticare il nostro passato). Inoltre, abbiamo evidenziato come la politica per molti si è ridotta al mero voto periodico e a quanto passa la televisione, causando una standardizzazione dei propri pensieri. Ecco, conviene partire proprio da tale punto: gli effetti della comunicazione proveniente dai mezzi di informazione di massa. A partire dal 1994, anno della prima vittoria di Silvio Berlusconi, soprattutto la televisione è diventata un formidabile catalizzatore di voti, un mezzo che per vincere va assolutamente utilizzato. Ma, la politica è confronto, approfondimento, è arte del governare, è studio etc. E senza tali requisiti, forse occupare gli scranni delle istituzioni non conviene, se proprio si vuol bene alla collettività. Nell’ambito dell’immigrazione capita spesso che a parlare in tv sono politici che assolutamente nulla conoscono del fenomeno, facendolo passare per quello che non è. Sarebbe dunque più giusto far parlare gli esperti, coloro che, nel silenzio, sono a contatto tutti i giorni con la tematica interessata. Siate sinceri: quanti di voi hanno sentito parlare un rappresentate di un centro per rifugiati, un esponente dell’ UNAR (Unione Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) etc.? Ben pochi. Ecco, se ci si impegnasse di più ad informarsi presso gli organi competenti le cose andrebbero meglio per tutti. Detto questo, andiamo a smontare i tanti, troppi, tristi luoghi comuni sugli immigrati.
- #FERMIAMOLINVASIONE
Nell’aria si percepisce una presenza di immigrati talmente elevata da poter dar vita ad una occupazione dello Stato italiano, ad una cacciata dei «nativi» da «casa loro». Stiamo tranquilli, stando al rapporto DossierImmigrazione2014 (Fonti: http://www.dossierimmigrazione.it/ / http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/30/immigrati-meno-reati-di-italiani.html / http://www.unar.it ), attualmente in Italia sono presenti 5 milioni 364 mila persone su un totale di 60 milioni circa di anime presenti nella penisola. Nel giro di un anno si sono registrati circa 178mila nuovi arrivi.
- #RUBANOILLAVOROAGLIITALIANI
Innanzitutto, diciamo subito una cosa: chi viene in Italia lo fa non per rubare, bensì per cercare lavoro. Un po’ come fanno i nostri connazionali all’estero. C’è anche da dire che, in buona parte dei casi, gli immigrati decidono di aprire attività inerenti i loro costumi, le loro tradizioni, la cultura che si portano dietro etc. Dunque, ecco fiorire ristoranti indiani, egiziani etc. Ci sarebbe poi un lungo discorso sulle persone che sfruttano la manodopera straniera, riducendola anche in schiavitù giusto per fare un esempio: http://www.uil.it/immigrazione/NewsSX.asp?ID_News=3370 ). Passiamo ora ad alcuni numeri: nel 2013 i visti per motivi di lavoro sono stati 25683 per il lavoro subordinato e 1810 per quello autonomo. Mentre ben 76164 sono stati rilasciati per “ricongiungimento familiare”. In sostanza, gli stranieri che ultimamente entrano in modo regolare in Italia hanno già un nucleo familiare radicato nel nostro Paese. L’Italia è una meta sempre meno ambita. Anche perchè gli stranieri sono pagati meno (la loro retribuzione media è di 959 euro contro i 1313 dei lavoratori italiani), perdono con più facilità il lavoro ed hanno difficoltà a trovarlo. Benchè i lavoratori stranieri occupati siano circa due milioni e 400mila (il 10 per cento del totale degli occupati), il loro tasso di disoccupazione ha superato il 17 per cento, contro l’11 per cento degli italiani. (Fonte: http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/30/immigrati-meno-reati-di-italiani.html ).
- #RESPINGIAMOLI
Giustamente, quando c’è un’invasione, questa deve essere respinta. E’ da capire con quali armi e con quale esercito, visto che stiamo parlando di persone normalissime che, nella stragrande maggioranza dei casi, entrano con regolare documentazione e, solo in minima parte hanno la fedina penale sporca. Dunque, respingere persone che rispettano la legge sarebbe abbastanza contraddittorio. C’è però la questione dei barconi provenienti dalle coste africane: questa è la situazione accusata di “invasione”. Ora, se delle carrette scassate, che (purtroppo) spesso finiscono il loro viaggio prima di arrivare a destinazione, sono motivo di pericolo, tanto vale evitare di definirci orgogliosi italiani (vabbè che poi noi soffriamo della sindrome di Adua). Di nuovo, la matematica interviene in nostro aiuto: dal 2008 al 2013 il numero dei migranti respinti dall’Europa si è quasi dimezzato (da 634975 a 327255). E le frontiere dove si è registrata la maggior pressione non sono state quelle marittime (dove si è registrato il 2,2 per cento dei casi), ma quelle terrestri (84,3 per cento) e gli aeroporti (13,5 per cento) (fonte: http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/30/immigrati-meno-reati-di-italiani.html ). Altro sostegno ci viene dal diritto: “Allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti.” (dlgs 286, art. 2, c. 1). Dunque: diritto alla vita e alla salute, del diritto di asilo, del diritto alla libertà di manifestazione del pensiero, alla protezione della maternità, della famiglia e dell’infanzia etc. Ci sarebbero poi articoli della nostra Costituzione, del Trattato di Lisbona e tanto altro, ma fermiamoci qui. Aggiungo solo un’altra cosa: la legge del mare impone alle persone in difficoltà di essere portate in salvo, non di abbandonarle in braccio alla morte.
Due o tre cose che sentivo di dover scrivere su Nino Di Matteo, sui silenzi istituzionali e su tutta questa tiepidezza codarda in giro: potete leggerle qui.
Questa mattina vale la pena leggere Luca Bottura:
Quando Marco Biagi fu trucidato dalle Brigate Rosse, era in corso uno scontro importante sulla riforma del Lavoro. Conosciamo i colpevoli: i terroristi, e chi, nelle istituzioni, trattò Biagi come un mitomane.
Nonostante queste responsabilità chiarissime, l’attenzione post-attentato si concentrò principalmente su Sergio Cofferati. E sulla Cgil, che sarebbe scesa in piazza (tre milioni o uno, non importa) col lutto nel cuore e l’infamante accusa di esserne la causa.
Non era vero allora. Non è vero adesso.
Criticare le riforme del Governo Renzi, quindi anche il lavoro del professor Taddei, è un esercizio tipico della democrazia. Scioperare pure. Fa parte della dialettica tra classi sociali – sì: ci sono ancora le classi sociali – di un Paese civile. Alzare il livello dello scontro è altro.
Lo sa perfettamente chi vuole sovrapporre la violenza verbale (vagheggiando quella fisica) alla protesta legittima, con lo scopo tra gli altri di mettere i sindacati in un angolo. Tutto già visto.
Intanto però la tentazione di lucrare su queste vicende titilla il Palazzo. Sarebbe facile usare strumentalmente la deriva eversiva come fece, ai tempi, Roberto Maroni, mettendo il cappello (Legge Biagi, invece che Legge 30) su una riforma che snaturava le idee del professore ucciso, mantenendo l’impianto liberista senza attivare le tutele sociali più profonde che Biagi aveva saggiamente previsto.
Sarebbe invece bello e utile se al Governo capissero da subito che una controparte democratica è una garanzia per tutti e che andrebbe legittimata, invece di smontarla a suon di hashtag e battute sui Ponti. In modo da combattere, insieme, i nemici veri.
I nemici di Taddei, della dialettica democratica, di chi ancora interpreta l’informazione come esercizio critico del potere. Perché a furia di disintermediare, l’impalcatura della libertà vien giù.
E ci finiamo sotto tutti.
Dopo l’inchiesta per corruzione, il deputato dem Marco Di Stefano, viene scaricato dal suo partito. Non solo il Pd lo lascia senza tavolo alla cena romana di finanziamento di Matteo Renzi del 7 novembre, invitandolo il giorno dopo, a sospendersi dal gruppo parlamentare di Montecitorio per evitare imbarazzi, ma anche il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, decide di mantenere le distanze da Di Stefano. La Regione si costituirà parte civile in caso di processo sulla presunta tangente di 1,8 milioni versata al parlamentare per l’affitto degli immobili a Lazio Service.
Da poliziotto a deputato, la carriera di Di Stefano colleziona veloci cambi di casacca e molti incarichi. Prima di cadere nell’oblio, ha fatto giusto in tempo a partecipare all’ultima Leopolda del 25 ottobre, coordinando un tavolo di lavoro sui pagamenti digitali. E’ stato invitato dallo staff organizzativo del ministro per le riforme e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, madrina dell’evento renziano. Considerato un “mister preferenze”, fu fondamentale per la vittoria di Pietro Marrazzo alla presidenza della regione Lazio.
Portò in dote, in quell’occasione, 14mila voti. Ora però, il parlamentare, trasmigrato dall’Udc al centro sinistra, grazie alla regia di Walter Veltroni, è più isolato che mai, perché deve fare i conti con la giustizia: secondo la procura di Roma avrebbe intascato una maxi tangente da un milione e 800 mila euro dai costruttori romani della famiglia Pulcini. L’indagine riguarda la vendita degli immobili dell’Enpam a una società riconducibile agli imprenditori romani, con una plusvalenza di 53 milioni di euro, il 50 per cento del reale valore. I magistrati romani contestano a Di Stefano una mazzetta presa quando era assessore al Demanio, Patrimonio e Personale della giunta Marrazzo, per l’affitto a Lazio Service, società controllata della Regione, di due edifici di proprietà dei Pulcini al prezzo di oltre 7 milioni di euro l’anno.
Il giallo del collaboratore – Antonio e Daniele Pulcini, secondo l’accusa, avrebbero versato una tangente di 300 mila euro anche al braccio destro di Di Stefano, Alfredo Guagnelli, di cui si sono perse le tracce dal 2009. Di Guagnelli si occupò nel 2011 la trasmissione Chi l’ha visto? e si scoprì che il giorno della sua scomparsa s’incontrò con Di Stefano nei pressi della Regione Lazio. Da qui si aggiungono nuovi particolari alla vicenda. Un testimone racconta al quotidiano Libero che l’uomo di fiducia di Di Stefano, prima di sparire nel nulla, sarebbe partito per Montecarlo per recuperare una somma di denaro in contanti: banconote da 500 euro per un totale di 2 milioni. Cifra che si avvicina alla tangente contestata al parlamentare del partito democratico. Proprio da Montecarlo, secondo gli investigatori, i Pulcini avrebbero condotto in Italiadocumenti e “valuta”. Guagnelli – continua il testimone – viaggiava molto, amava la bella vita, offriva viaggi e forniva donne e auto a politici tra cui Di Stefano.
L’ex poliziotto – Ex poliziotto, cresciuto nel quartiere Aurelio di Roma, inizia la sua carriera politica come consigliere comunali della Capitale nel ’97 in sella al Ccd (Centro cristiano democratico). Riconfermato nel 2001, si occupa di trasporti e ambiente. Nel 2003 diventa segretario provinciale dell’appena nato Udc di Pierferdinando Casini. Da qui in poi, Di Stefano cambia diverse volte partito. Nel 2005, prima di candidarsi alla Regione Lazio, dopo un’operazione di scouting, il cui regista era l’allora sindaco Walter Vetroni, lascia l’Udc per approdare al centrosinistra: viene eletto con la lista civica per Marrazzo con oltre 14mila preferenze. Un pacchetto di voti, ritenuti fondamentali per la vittoria di Marrazzo che, lo nomina assessore al Demanio e Patrimonio. Nel 2007 Di Stefano cambia nuovamente casacca ed entra nell’Udeur- popolari di Clemente Mastella. Ma un anno dopo, nel 2008, ci ripensa e rientra nei ranghi del Pd.
Mister 16mila voti – Con lui si assiste all’assunzione, senza concorso, di 900 precari di Lazio Service, società regionale creata nel 2005 dall’ex governatore Francesco Storace. Nel 2010 si ricandida in Regione, raccogliendo questa volta 16mila voti. Nonostante la sua presenza fosse guardata con sospetto dagli esponenti del Pd della prima ora, per i suoi numerosi salti della quaglia, è l’uomo giusto per il partito per guidare la Commissionespecialefederalismo fiscale e Roma Capitale. Un organismo considerato inutile e costoso che, infatti, viene sciolto in seguito allo scandalo Fiorito sui rimborsi regionali.
Primarie e imbrogli – Nel 2013 partecipa alle primarie per la Camera dei deputati. È il primo dei non eletti. Ed è proprio poco dopo le primarie, in un’intercettazione telefonica di gennaio riportata dal Messaggero, che annuncia “la guerra nucleare a partire da Zingaretti, li tiro dentro tutti. Sono dei maiali. (…) Ho fatto le primarie con gli imbrogli, no? Non è che so’ imbrogli finti….” E poi la minaccia: “Se imbarcamo tutti, ricominciamo dai fondi dei gruppi regionali. Sansone con tutti i filistei, casco io, ma pure gli altri”. Le ire di Di Stefano si placano solo ad agosto di quest’anno quando Marta Leonori viene nominata assessore dal sindaco di Roma Ignazio Marino, liberando il posto alla Camera. Da maggio per Di Stefano è scattato anche il vitalizio.
(fonte)
Un paese senza cultura facilmente si innamora dei briganti, convinto com’è che la prepotenza sia l’unica strada percorribile per affrontare tutte quelle dinamiche sociali che hanno la “lotta” come unica chiave di lettura. E così le bugie ripetute all’infinito alla fine diventano non solo vere ma addirittura veri e propri allarmi.
Andrea Colasuonno per Esse smonta le 9 balle più ascoltate sull’immigrazione:
1) “Vengono tutti in Italia” Gli stranieri in Italia sono poco più di 5 milioni e mezzo, ossia l’8% della popolazione. Solo 300 mila sono gli irregolari. Il Regno Unito è il paese europeo al primo posto per numero di nuovi immigrati con circa 560.000 arrivi ogni anno. Seguono la Germania, la Spagna e poi l’Italia. La Germania è invece il paese Ue con il maggior numero di stranieri residenti con 7,4 milioni di persone. Segue la Spagna e poi l’Italia. Siamo sesti inoltre per numero di richieste d’asilo (27.800). Da notare che il paese col più alto numero di immigrati è anche l’unico che in questo momento sta crescendo economicamente.
2) “Li manteniamo con i nostri soldi” Gli stranieri con il loro lavoro contribuisco al Pil italiano per l’11% , mentre per loro lo stato stanzia meno del 3% dell’intera spesa sociale. Inoltre gli immigrati ci pagano letteralmente le pensioni. L’età media dei lavoratori non italiani è 31 anni, mentre quella degli italiani 44 anni. Bisognerà aspettare il 2025 perché gli stranieri pensionati siano uno ogni 25, mentre gli italiani pensionati sono oggi 1 su 3. Ecco che i contributi versati dagli stranieri (circa 9 miliardi) oggi servono a pagare le pensioni degli italiani.
3) “Ci rubano il lavoro” “La crescita della presenza straniera non si è riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani”, è la Banca d’Italia a parlare. Il lavoro straniero in Italia ha colmato un vuoto provocato da fattori demografici. Prendiamo il Veneto. Fra il 2004 e il 2008 ci sono stati 65.000 nuovi assunti all’anno, 43.000 giovani italiani e 22.000 giovani stranieri. Nel periodo in cui i nuovi assunti sono presumibilmente nati, negli anni dal 1979 al 1983, la natalità è stata di 43.000 unità all’anno. È facile vedere allora che se non ci fossero stati gli immigrati, 22.000 posti di lavoro sarebbero rimasti vacanti. Questo al Centro-Nord. La situazione è un po’ più problematica al Sud, perché in un’economia fragile e meno strutturata spesso gli stranieri accettano paghe più basse e condizioni lavorative massacranti, rubando qualche posto agli italiani. A livello nazionale, ad ogni modo, il fenomeno non è apprezzabile.
4) “Non rispettano le leggi” Negli ultimi 20 anni la presenza di stranieri in Italia è aumentata vertiginosamente, fra il 1998 e 2008 del 246% dice l’Istat. Eppure la delinquenza non è aumentata, ha avuto solo trascurabili variazioni: nel 2007 il numero dei reati è stato simile al 1991. Di solito si ha una percezione distorta del fenomeno perché si considerano fra i reati degli stranieri quelli degli irregolari che all’87% sono accusati di reato di clandestinità il quale consiste semplicemente nell’aver messo piede su territorio italiano.
5) “Portano l’Ebola” L’Africa è un continente enorme, non una nazione. Le zone in cui l’Ebola ha maggiormente colpito sono Liberia e Sierra Leone. Da queste zone non giungono immigrati in Italia dove invece arrivano da Libia, Eritrea, Egitto e Somalia. I sintomi dell’Ebola poi si manifestano in 3 o 4 giorni e un migrante contagiato non potrebbe mai viaggiare per settimane giungendo fino a noi. Infine il caso ebola è scoppiato ad aprile 2014, nei primi 8 mesi del 2014 in Italia sono arrivati circa 100 mila immigrati e neanche uno che ci abbia trasmesso l’Ebola.
6) “Aiutiamoli a casa loro” È la frase con cui i razzisti di solito si autoassolvono, come se aiutarli a casa loro non abbia dei costi e dei rischi, e come se i nostri governi non abbiano già lavorato per affossare questa possibilità. Nel 2011 il governo italiano ha operato un taglio del 45% ai fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, stanziando effettivamente 179 milioni di euro, la cifra più bassa degli ultimi 20 anni. Destiniamo a questo ambito lo 0,2 del Pil collocandoci agli ultimi posti per stanziamenti fra i paesi occidentali. Nel 2013 il Servizio Civile ha messo a disposizione 16.373 posti di cui solo 502 all’estero, in sostanza il 19% di posti finanziati in meno rispetto al bando del 2011.
7) “Sono avvantaggiati nelle graduatorie per la casa” Ovviamente fra i criteri per l’assegnazione delle case popolari non compare la nazionalità. I parametri di cui si tiene conto sono il reddito, numero di componenti della famiglia se superiore a 5 unità, l’età, eventuali disabilità. Gli immigrati di solito sono svantaggiati perché giovani, in buona salute e con piccoli gruppi famigliari (poiché non ricongiunti). Nel bando del 2009 indetto dal comune di Torino il 45% dei richiedenti era straniero, solo il 10% di essi si è visto assegnare una casa. Nel comune di Genova, su 185 abitazioni messe a disposizione, solo 9 sono andate ad immigrati. A Monza su 100 assegnazioni solo 22 agli stranieri. A Bologna su 12.458 alloggi popolari assegnati, 1.122 agli stranieri.
8) “Prova a costruire una chiesa in un paese islamico” È l’argomento che molti usano perché non si costruiscano moschee in Occidente o perché si lasci il crocifisso nei luoghi pubblici. È un argomento davvero bislacco: per quale motivo se gli altri sono incivili dovremmo esserlo anche noi? E comunque gli altri non sono incivili. In Marocco i cattolici sono meno dello 0,1% della popolazione eppure ci sono 3 cattedrali e 78 chiese. Si contano 32 cattedrali in Indonesia, 1 cattedrale in Tunisia, 7 cattedrali in Senegal, 5 cattedrali in Egitto, 4 cattedrali e 2 basiliche in Turchia, 4 cattedrali in Bosnia, 1 cattedrale negli Emirati Arabi Uniti, 3 monasteri in Siria, 7 cattedrali in Pakistan e così via.
9) “I musulmani ci stanno invadendo” Al primo posto fra gli stranieri presenti in Italia ci sono i rumeni che sono oltre un milione. I rumeni per la maggior parte sono ortodossi. In seconda posizione ci sono gli albanesi, quasi 600 mila, per il 70% non praticanti (lascito della dominazione sovietica) e, fra i rimanenti, al 60% musulmani e al 20% ortodossi. Seguono i marocchini, quasi 500 mila, quasi totalmente musulmani, e ancora i cinesi, circa 200 mila, quasi tutti atei. Dunque in larga parte gli stranieri in Italia sono cristiani, oppure atei, solo in piccola parte professanti l’Islam.
Un articolo di Daniele Vicari:
L’ultima volta che sono venuto a Tor Sapienza è stato per sbaglio pochi mesi fa. Ero diretto alla prima comunione di Maria, figlia di un caro amico, alla Rustica, quartiere cuscinetto tra Tor Sapienza e l’autostrada Roma-L’Aquila. Distrazione al telefono e mi ritrovo nell’anello di via Morandi. Faccio il giro degli enormi palazzi un paio di volte, senza trovare la via d’uscita, e come succede nei film mi ritrovo nel passato, quando con un gruppo di pazzi all’inizio dei ’90 animammo l’estate per i bimbi proprio su questa via: giostrine, clown, musica, proiezioni. «Meno male che conosco le strade» dico a mia figlia seduta accanto per tranquillizzarla. Esco dall’anello e raggiungo facilmente via Longoni, dritto per la Rustica. Ma mi ritrovo in un posto sconosciuto, con decine di trans in pieno giorno che colorano la via, mia figlia è immersa nel suoi Ipod e non mi fa domande…
Ho vissuto 25 anni a ridosso di questa zona di Roma, a Pietralata, nella parte opposta dell’autostrada, ma quando l’altra notte le tv hanno trasmesso l’ormai famigerato raid contro il centro di accoglienza, mi sono svegliato vagando per il quartiere con la testa. E al mattino ho twittato la mia angoscia: #TorSapienza torna alle cronache. Il quartiere abbandonato da tutte le amministrazioni, la “discarica umana”. Allora? Aspettiamo il #morto?
Sarà per questo quasi inspiegabile attaccamento a un quartiere che ho frequentato per anni, che ora ci cammino in mezzo, non me la sono sentita di risolvere il mio personale rapporto con questo mondo semplicemente con un twitt. Anche perché nella semplificazione giornalistica mi sono ritrovato a dire: «perché quei centri non li mettono ai Parioli?». Che come provocazione magari funziona, ma non è esattamente il mio pensiero. Le chiacchiere stanno a zero, questa è una zona sotto assedio: polizia ce n’è un bel po’; tanti capannelli di persone; grida sconclusionate di donna che dice «Basta!» a ripetizione. Non la vedo, ma le sue grida interpretano questa atmosfera alla perfezione. Ora che questo luogo è diventato tristemente famoso nel mondo per il raid contro la cooperativa sociale «Un sorriso», tutto è più difficile, tutto è maledettamente scivoloso. Qui le ragioni e i torti si mescolano fino a essere irriconoscibili. L’unica cosa certa: troppi problemi che si sovrappongono.
E’ legittimo chiedersi come si sia mai potuto pensare di innestare in un quartiere come questo l’ennesima forma di disagio sociale. Ma chi le pensa queste cose? Chi si prende certe responsabilità? Magari, invece, chi ha deciso questa cosa avrà avuto le sue ragioni, l’edilizia pubblica viene utilizzata per scopi sociali e magari ai Parioli non ci sono case pubbliche… Le strade ad anello sono senza scampo e gira gira mi ritrovo davanti al centro di accoglienza «Un sorriso». C’è la polizia, ci sono i militanti dei movimenti che proteggono l’uscio. Dall’altra parte della strada musi lunghi che dicono no. Passo in mezzo come un fantasma. Nessuno si accorge di me. Provo un brivido freddo, un serpentello mi scorre lungo la spina dorsale: oltre quelle vetrate ci sono ragazzi che vengono da zone di guerra vere, dove la vita vale meno di zero. E sono stati ripescati in mare come tonni. Per loro quei musi lunghi sono l’Italia che non li vuole. E io sono italiano, sono coinvolto. Ma se la mia famiglia fosse lassù, dietro quei panni stesi al terzo piano? Asserragliata in casa per paura?
Qualche mese fa rimasi imbottigliato nel traffico in via Collatina, a un chilometro da qui. Tentando di capire dalla radio cosa stesse succedendo, scoprii che era in corso una protesta dei cittadini del quartiere, sentii quel gran pezzo di sindaco che fu Alemanno chiedere isterico: «Marino dov’è?». Si era presentato alla manifestazione e le televisioni locali non mancarono di immortalarlo in mezzo alle mamme con le carrozzine e le maschere contro la diossina mentre diceva nevroticamente: «Marino dov’è?». La “destra sociale”, quella che sa vincere le elezioni cavalcando il disagio popolare senza peli sullo stomaco, e che quando governa demolisce pezzo per pezzo il welfare, Alemanno, era li in mezzo alla gente del quartiere. Le mamme e i bimbi protestavano per oggettive condizioni inaccettabili di vita. Non ricordo altri politici di rango presenti. Con disastri di questo tipo, ipermediatizzati, come il terribile stupro e l’uccisione della signora Reggiani, si vincono e si perdono le elezioni o peggio si inaugurano cicli politici. I cittadini protestavano per i roghi tossici su via Salviati, appiccati dai rom. Ho visto spesso il fumo venire su passando dall’autostrada. A via Salviati c’è un campo nomadi dove si dice risiedano migliaia di persone anziché le 300 previste. Recentemente è stato fatto uno sgombero molto contestato del campo, ma un gran numero di Rom pare sia ancora li. A questa presenza difficile si aggiungono alcuni centri di accoglienza in zona, uno di questi è quello di Via Morandi preso di mira l’altra notte, e me lo sono appena lasciato alle spalle. Mi fermo per scrivere, mi nascondo come un ladro dietro un pilone di cemento.
Giro ancora in tondo e passo davanti alla sede di Antropos. Una associazione capace di sviluppare una quantità di attività sociali incredibile. 13 anni fa vi feci i provini per il mio primo film: «Velocità Massima». Vi trovai il protagonista e alcuni dei ragazzi di Tor Sapienza fecero le comparse nel film. Mi sembra chiuso il centro, non sono nemmeno sicuro di riconoscerlo. Non mi va di parlare con nessuno, tiro dritto.
Bisogna dire che passarci a piedi si capisce molta della rabbia dei cittadini. E’ sporco, ma come fanno i bambini a giocare qui in mezzo? Marciapiedi che improvvisamente finiscono nel nulla. Lampioni piantati al centro degli scivoli per disabili. Monnezza. Penso che se il posto in cui stai fa schifo, prima di prendertela con l’ultimo dei rifugiati, dovresti prendertela con te stesso che ci abiti e fai poco o nulla per migliorare la situazione, e magari pisci anche tu in quel cespuglio dove al mattino va a giocare a nascondino tuo figlio. Mi do ragione da solo, ovviamente, come tutti i benpensanti, ma c’è sempre il piccolo dettaglio che io non abito qui. Non abito nemmeno più a Pietralata che rispetto a questo posto è un luccicante quartiere residenziale, e me ne sono andato qualche anno fa perché spesso si fulminavano i lampioni, e passavo le serate buie alla finestra per essere sicuro che la mia compagna parcheggiasse e tornasse a casa senza rotture. Ora sono su un altro pianeta, quasi in centro a San Giovanni.
Pensieri in libertà e mi ritrovo a leggere il nome della strada: via Luigi Nono! Provo un momento di entusiasmo, è un genio della musica del novecento, un uomo impegnato politicamente, autore tra l’altro de «Il canto sospeso» musica lancinante e testi dalle «Lettere dei condannati a morte della resistenza»… solo ora mi rendo conto che il teatro di questo dramma sociale è una via intitolata al più isolato e mite tra i pittori italiani: Giorgio Morandi. Me lo ripeto ad alta voce, perché il nome suona strano a guardami attorno, lui è stato uno dei geni della pittura del XX secolo, con le immortali nature morte dipinte nella sua stanzetta bolognese. Qui le strade portano nomi di grandi personalità dell’arte contemporanea, involontariamente a suggellare la misera sconfitta di una idea di civiltà e di politica appiccicata con lo sputo sulla pelle di una società che sotto un velo sottile di retorica fard nasconde purulenze mai sanate. Ecco.
A sprazzi mi andrebbe di parlare con qualcuno, anche per uscire da questo soliloquio, ma mi freno, perché i media hanno già vampirizzato le peggiori nefandezze e irripetibili minacce che «i residenti» indirizzano ai rifugiati. Se ne potrebbe fare un catalogo che non sfigurerebbe nel dizionario del perfetto fascioleghista. Infatti si parla di «infiltrati» di gruppi politici di estrema destra o cose simili. Infiltrati? Certamente gente che getta benzina sul fuoco ce n’è. Credo che i raid razzisti vadano non solo criticati a parole, ma fermati senza tentennamenti, perché sono un crimine contro l’umanità, e mai come in questi casi va invocato lo stato di diritto (se esiste). Va bene tutto, ma in questa vicenda c’è un ma: MA perché qui vengono concentrate tutte le contraddizioni del mondo, senza risolverne nemmeno una?
Qui, nelle case dell’Ater (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale), trenta e più anni fa arrivarono migliaia di persone cariche di storie difficili, vi furono concentrate situazioni spesso ai limiti. Quando arrivarono «questi qui» delle case popolari che ora fanno i raid contro i rifugiati, gli abitanti delle borgate limitrofe, come la Rustica, protestarono. Lo ricordo con esattezza, perché alla Rustica ci vivono molte persone originarie del paese in cui sono cresciuto, le case se le sono costruite negli anni ‘50 e ’60 con le loro mani, e su quelle case due o tre generazioni hanno buttato tutte le risorse familiari disponibili. Quelle stesse case, abusive e poi sanate, sono diventate un capestro per i loro proprietari a causa di Ici o Tasi varie, ma sono pur sempre case private, «dignitose», non case popolari prese «a sbafo», come si diceva degli inquilini di via Morandi: «Io lavoro, sudo e quelli si prendono la casa a gratis e poi vanno in giro con la mercedes», così si diceva. Ora la ruota gira, e quelli che furono protestati trent’anni fa protestano gli ultimi arrivati, che «mangiano a sbafo con i soldi nostri e buttano nei secchi dell’immondizia il cibo…». E’ un assurdo esperimento psico-sociale quello realizzato in questa assurda periferia, lontana dalle le zone «bene» della città, che si sono sempre sentite al riparo da ogni conseguenza diretta dai casini dei «borgatari». Però, come succede nei film catastrofici, da questo esperimento il virus potrebbe sfuggire e ora lo sappiamo tutti, siamo tutti avvertiti, le molotov contro il centro di accoglienza «Un sorriso» parlano chiaro.
E la politica? Mistero… l’unica cosa evidente è che c’è chi ha molto fiuto per queste situazioni, come Salvini. S’è visto bene a Bologna, è un ragazzo intelligente che piace tanto ai salotti televisivi, ma tanto tanto. Si dice che dreni i voti in libera uscita da Forza Italia, quindi è utile… L’attivismo razzistoide della Lega ha già imposto per venti anni campagne elettorali su «legge e ordine» e contro «lo straniero». Lo ricordiamo tutti, spero, che la Lega nacque a ridosso dell’arrivo degli albanesi sulle coste pugliesi nel 1991? Persino la sinistra «di governo» ha dato il suo bel contributo a quella tendenza con l’invenzione dei Cie.
Fa il suo, Salvini, bisogna dargliene atto: egli fa politica. Ma a parte alcuni «amici» di twitter che danno del fascista agli abitanti di un intero quartiere, e a parte qualche personalità della sinistra non di primissimo piano, cosa fa il resto della politica per sciogliere questo garbuglio?
E senza accorgermene i miei pensieri fluidificati dalla rabbia mi hanno teletrasportato al Lory Bar. Mi prendo il caffè che non è nemmeno accio. Devo ammettere che è la prima volta che provo disagio nella «mia» periferia. Guardo le persone che mi guardano, qui non passo inosservato. Sento dire che sta arrivando o è arrivata la Meloni, che i rifugiati li hanno già trasferiti in parte stamattina. Viktoria! Voglio andare via subito, a me certe «vittorie» danno ai nervi, non vorrei che si rivelassero delle immense débâcle.
Un po’ me lo merito con i miei misterici Ray-ban di essere un «osservato speciale». Uso la tazzina del caffè come scudo, mi proteggo dallo sguardo limpido di una ragazzina bionda seduta sul muretto, giovanissima. Io farei crescere qui mia figlia?
Due anziani discutono degli accadimenti ultimi, uno dei due dice guardando me: «Qua a Tor Sapienza sémo ventimila abitanti ar massimo in tutta l’ottava zona dell’Agropontino, ma come fai tra rifugiati, sbandati e Rom, a mettecene dentro n’antri due o tremila?». Perché l’ha detto a me? La cosa mi brucia. L’altro risponde solo «’nfatti», fumando una sigaretta elettronica. Mentre penso che il vecchio non ha tutti i torti anche se il suo discorso somiglia inevitabilmente a: «Non sono razzista ma…», mi do anche la risposta: «no, non ci farei crescere mia figlia qui»… non ci vivrei nemmeno io, piuttosto me ne andrei da Roma, forse tornerei a Collegiove, dove sono cresciuto, dove mia madre gestisce l’unico bar del paese. Ma improvvisamente mi viene da ridere, non riesco a trattenermi e credo di rischiare una coltellata da un tipo con il giubbottone di pelle nera che mi fissa, come faccio a spiegargli che rido perché a Collegiove, un paese di un centinaio di abitanti, in provincia di Rieti a 1.000 metri d’altezza, da qualche mese ci sono 30 rifugiati nell’albergo chiuso da sempre e aperto per l’occasione? 30 su 100. E come faccio a spiegargli che sono clienti di mia madre, che sono gentilissimi, brave persone con neonati al seguito scappate dalla Siria, e che pagano i loro piccoli debiti, che non la chiamano Gabriella, ma la chiamano MAMMA, esattamente come la chiamo io? E che quando me l’ha detto qualche giorno fa per telefono, mi sono pure un po’ ingelosito? Ma forse il giubbottone nero ha ragione, c’è poco da ridere, almeno qui a Tor Sapienza.
(Per inciso, io la conosco proprio bene Tor Sapienza, sì, e conosco romani con il cuore negro di bile e romani emigrati già da un pezzo dall’isola dell’etica. Tor Sapienza è quel posto dove i consumatori di droga, appena passa l’effetto, manifestano contro lo spaccio. Per dire. Non tutti, certo, prima che si inizi con la solita solfa.)
Non sempre sono d’accordo con lui e nemmeno lui con me, credo. Ma di giornalisti così se ne sente tanto bisogno, soprattutto quando mettono le mani in pasta in una criminalità così difficilmente decifrabile come quella romana. L’ultimo episodio è preoccupante, davvero.