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Gaza, medici e cronisti nel mirino: così chi cura e chi informa è diventato un bersaglio

A Gaza non si muore solo sotto le bombe: si muore per aver curato e per aver raccontato. Dal 7 ottobre 2023 a oggi, secondo il Committee to Protect Journalists, sono stati uccisi 195 reporter palestinesi: è il dato più alto in un singolo teatro di guerra degli ultimi decenni. Reporters Sans Frontières ne censisce oltre duecento; il sindacato dei giornalisti palestinesi supera 250. Molti sono stati colpiti mentre filmavano, altri con le famiglie, dentro abitazioni identificate e poi colpite dopo la comunicazione delle coordinate. Ong denunciano i «double tap» e le restrizioni all’ingresso per la stampa internazionale.

Sul fronte della sanità, il Ministero della Salute di Gaza e l’Organizzazione mondiale della sanità parlano di quasi 1.800 operatori sanitari uccisi. L’Oms registra più di 800 attacchi contro ospedali, ambulanze e cliniche: un picco inedito. Mezzaluna Rossa elenca squadre colpite in servizio, ambulanze incendiate o bloccate ai checkpoint. Il collasso della rete ospedaliera, insieme a fame e mancanza di carburante, trasforma ferite curabili in condanne a morte.

Medici e giornalisti sono i veri obiettivi

Le storie hanno nomi e date. Hamza al-Dahdouh, Al Jazeera, ucciso a gennaio 2024. Samer Abu Daqqa, cameraman, ferito a Khan Younis e lasciato morire senza soccorsi. I soccorritori della PRCS che cercavano la piccola Hind Rajab, ritrovati senza vita accanto all’ambulanza. Sono episodi-simbolo di due pratiche ricorrenti denunciate dalle ONG: colpire chi documenta e impedire i soccorsi.

Il confronto storico è netto: per i giornalisti il biennio 2023-2025 è il più mortale degli ultimi decenni; per i sanitari, nessun conflitto recente mostra una simile combinazione di attacchi ripetuti, evacuazioni forzate, e assedio agli aiuti. La Corte internazionale di giustizia, dal 26 gennaio 2024 con ordinanze seguenti, riconosce «plausibile» il rischio di genocidio e impone misure. L’Alto Commissario Onu Volker Türk parla di «war crime upon war crime».

In Italia Fnsi, Emergency e Medici Senza Frontiere chiedono protezione dei corridoi e accountability effettiva. Quando chi cura e chi racconta diventa bersaglio, la guerra diventa una macchina che spezza cure, voce e prove. Senza testimoni e senza medici, le prove vengono meno: a quel silenzio puntano i bombardamenti. Accade sotto gli occhi del mondo.

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Posizionamenti, dribbling e contorsioni: i partiti italiani davanti al genocidio di Gaza

Dal 7 ottobre 2023 a oggi, Gaza ha travolto la politica italiana. Tutti i partiti, chi più chi meno, hanno inseguito il vento. Nelle prime settimane dopo gli attacchi di Hamas, la linea era quasi unanime: «Israele ha il diritto di difendersi». Un mantra che Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e il cosiddetto Terzo polo hanno ripetuto per mesi, rifiutando la parola genocidio e riducendo il dibattito a un esercizio di equilibrio. Poi sono arrivate le immagini dei bambini senza nome, i dati Onu, i rapporti delle Ong, le piazze. E la narrazione è cambiata.

Fratelli d’Italia ha oscillato tra la fedeltà atlantica e la paura dell’opinione pubblica. Giorgia Meloni, che all’inizio rivendicava «solidarietà piena a Israele», oggi parla di «risposta sproporzionata» e apre al riconoscimento della Palestina «a determinate condizioni». Antonio Tajani, dopo aver garantito che «non sarebbe stata usata violenza» contro la Flotilla, si è trovato a giustificare l’abbordaggio, le percosse, i fermi. Il governo ha promesso lo stop alla vendita di armi, ma i dati Istat e Dogane hanno registrato spedizioni per milioni di euro anche nel 2024. E la Lega, fedele al riflesso muscolare, continua a criminalizzare le manifestazioni pro-Palestina, invocando la precettazione degli scioperi.

Riposizionamenti più che ripensamenti

Nel Terzo polo la postura è stata coerente ma perdente. Carlo Calenda e Matteo Renzi, dopo mesi di difesa a oltranza di Israele e sostegno al piano Trump-Blair, hanno scelto platee separate il giorno delle grandi piazze del 7 giugno. Azione e Italia Viva restano l’ultima trincea del “due popoli, due Stati” senza cessate il fuoco.

M5S e Avs sono stati i primi a parlare apertamente di genocidio. Mentre il Partito democratico ha cambiato rotta più volte. Prima la cautela, poi la mozione per il cessate il fuoco e infine la presenza accanto ai movimenti e ai parlamentari saliti sulla Flotilla. Ma la spaccatura resta: l’area riformista accusa Schlein di aver ceduto alla piazza, mentre la base le riconosce di aver finalmente scelto un campo.

Il governo, intanto, è prigioniero delle sue stesse parole. Ha provato a negare, poi a giustificare, poi a correggere. Ma di fronte alle piazze, ai dati e alle immagini di Gaza, anche la propaganda ha smesso di reggere. La sensazione finale è che più che ripensamenti siano andati in scena riposizionamenti, nemmeno ben riusciti. 

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Gaza, sdoganata la parola proibita: ecco come «genocidio» è diventato dicibile

Per mesi, dire «genocidio» è stato un atto di coraggio. Chi lo pronunciava veniva accusato di antisemitismo di “offendere la memoria della Shoah”, di voler ridurre la complessità. La politica lo evitava con cura i giornali lo correggevano in «tragedia umanitaria», gli opinionisti lo bollavano come parola “impropria”. Eppure, già a novembre 2023 diversi relatori delle Nazioni Unite parlavano di «grave rischio di genocidio» e chiedevano un cessate il fuoco per prevenirlo. Nelle stesse settimane, alti esponenti del governo israeliano usavano un lessico disumanizzante e proclamavano l’«assedio completo» a Gaza.

Dalla prudenza alla prova

Il 26 gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che le accuse di genocidio presentate dal Sudafrica erano “plausibili” e ha imposto a Israele obblighi immediati di prevenzione. Quel passaggio giuridico ha cambiato il perimetro del discorso pubblico: non era più una disputa semantica, ma una questione di diritto e di doveri erga omnes. Il 25 marzo la relatrice speciale Onu Francesca Albanese ha depositato «Anatomia di un genocidio», individuando atti tipici del crimine nella condotta militare e politica israeliana. A giugno 2024 la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha accertato crimini di guerra e contro l’umanità, parlando di “sterminio” e di uso della fame come arma.

Nei talk show italiani, però, la prudenza è rimasta una foglia di fico. Si è preferito parlare di “autodifesa illimitata” o di “guerra chirurgica” mentre si moltiplicavano i morti, gli sfollati, la distruzione di scuole, ospedali, luoghi di culto. Antonio Tajani ha ripetuto per mesi che «non si può parlare di genocidio», salvo riconoscere che «la guerra ha superato il limite». Giorgia Meloni ha oscillato fra il sostegno alla legittima difesa e la condanna rituale delle stragi di civili. Molte redazioni hanno dettato linee lessicali: evitare «genocidio», scegliere eufemismi, sottrarre la parola a titoli e occhielli. Quando il lessico internazionale ha alzato l’asticella, gli stessi commentatori hanno iniziato a citare la parola solo come citazione altrui, preparando il terreno al riposizionamento.

Il tabù che cade nelle piazze

Nel 2024 e poi nell’autunno 2025 le piazze italiane e mondiali si sono riempite. Manifestazioni, scioperi, blocchi portuali, reti studentesche e sindacali hanno imposto l’evidenza che la politica eludeva. Intanto gli organismi specializzati nella prevenzione dei genocidi, dal Lemkin Institute a Genocide Watch, parlavano apertamente di genocidio; e il 31 agosto 2025 l’International Association of Genocide Scholars approvava una risoluzione che qualifica la condotta israeliana a Gaza come genocidio ai sensi della Convenzione del 1948. Da quel momento, l’argine simbolico è crollato. Le stesse testate che ammonivano contro l’“uso improprio” hanno iniziato a interrogarsi sull’ipotesi genocidaria; le stesse firme che bollavano gli attivisti come estremisti oggi scrivono di «annientamento di un popolo». È la grammatica dell’ipocrisia: negare finché diventa sicuro dire.

Il punto, allora, è la responsabilità. Quando la massima corte dell’ONU afferma la plausibilità del genocidio e ordina misure di prevenzione, chi continua a zittire la parola non è prudente: è complice di un indebolimento del diritto. Quando i rapporti ONU parlano di “sterminio” e di fame come metodo di guerra, l’evitamento lessicale serve solo a proteggere la politica dal proprio fallimento. Le piazze hanno spezzato l’incantesimo perché hanno messo in fila i fatti: distruzione sistematica, spossessamento, punizione collettiva. Oggi quella parola risuona negli striscioni e nei tribunali, nelle aule universitarie e nei consigli comunali. Nessuno può più fingere di non sapere. Il ritardo con cui la politica e molti media l’hanno accettata misura la distanza fra la realtà e chi avrebbe dovuto nominarla per primo. Non è un problema di stile: è la differenza fra l’archiviazione e la prevenzione, fra l’indifferenza e il diritto.

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Gaza, due anni di distruzione totale: dall’attacco di Hamas alle accuse di genocidio ad Israele

Il 7 ottobre 2023 è diventato una data spartiacque. All’alba, Hamas lancia l’operazione «Alluvione di Al-Aqsa»: migliaia di razzi, incursioni terrestri, centinaia di civili uccisi nei kibbutz e al festival Nova. Israele risponde poche ore dopo dichiarando guerra e promettendo di «cancellare Gaza». L’«assedio totale» annunciato dal ministro della Difesa Yoav Gallant («niente cibo, niente acqua, niente carburante») segna l’inizio di una rappresaglia senza precedenti.

L’escalation e la distruzione sistematica

Dal 27 ottobre 2023 inizia l’invasione di terra. Le forze israeliane avanzano da nord, bombardando scuole, ospedali, campi profughi. Gaza City viene isolata, un milione di persone costrette a fuggire verso sud. L’ONU denuncia una «punizione collettiva» vietata dal diritto internazionale.
Nel novembre arriva un primo cessate il fuoco, durato sette giorni: 105 ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi. Il 1° dicembre le ostilità riprendono. A gennaio 2024 Israele attacca nuovamente i centri urbani, e a maggio l’assedio di Rafah provoca l’esodo di 600 mila civili nonostante gli ordini della Corte internazionale di giustizia di fermare l’offensiva.

Secondo l’Onu (settembre 2025), i morti palestinesi superano i 67 mila e i feriti sono oltre 167mila; le donne e i minori rappresentano circa il 70% delle vittime. Oltre 1,9 milioni di persone, il 90% della popolazione, sono state sfollate più volte. Le immagini satellitari UNOSAT mostrano più di 160 mila edifici distrutti o gravemente danneggiati: il 70% delle abitazioni e l’80% delle scuole. Trentaquattro dei trentasei ospedali risultano fuori uso. «Gaza è quasi inabitabile», scrivono Le Monde e Financial Times.

I cessate il fuoco violati e la diplomazia fallita

Il conflitto attraversa due tregue, entrambe fallite. Dopo quella del novembre 2023, un secondo cessate il fuoco viene negoziato nel gennaio 2025 e crolla il 18 marzo, quando Israele lancia l’operazione «Might and Sword» uccidendo oltre 400 persone in un solo giorno.
Le trattative di Doha, Il Cairo e Sharm el-Sheikh si susseguono senza risultati. Israele accetta solo pause tattiche; Hamas chiede un ritiro permanente. Nel settembre 2025 Donald Trump presenta un piano in venti punti che prevede la smilitarizzazione di Gaza e la cessione del controllo a un’amministrazione civile palestinese: il 4 ottobre, dopo la firma parziale, i bombardamenti continuano.

Durante questi due anni Israele ribadisce la linea di «nessuno Stato palestinese» e di «controllo di sicurezza su tutto il territorio a ovest del Giordano». Netanyahu conferma l’obiettivo di «eliminare Hamas» e occupa Gaza City nell’agosto 2025. Gli Stati Uniti, dopo mesi di sostegno militare, ritirano i negoziatori a luglio, accusando Hamas di ostacolare la tregua.

Gaza, laboratorio della disumanità

La fame è diventata un’arma. Il sistema Ipc ha certificato la carestia nell’agosto 2025: oltre 500 mila persone in fame catastrofica e più di un milione in emergenza alimentare. L’Oms documenta 697 attacchi a strutture sanitarie e solo 2 mila posti letto disponibili per due milioni di abitanti. Oltre 360 operatori dell’Unrwa e centinaia di medici sono stati uccisi. L’Unicef definisce Gaza «il luogo più pericoloso al mondo per un bambino»: più di 18 mila sono morti, migliaia mutilati.

La Corte internazionale di giustizia ha imposto a Israele misure per «prevenire atti di genocidio», mentre la Commissione d’inchiesta Onu parla esplicitamente di «intenti genocidari». L’86% degli studiosi dell’Olocausto consultati dall’International Association of Genocide Scholars concorda con questa definizione.

Oggi, mentre i negoziati si trascinano al Cairo, Gaza è una distesa di macerie, un esperimento di sopravvivenza sotto occupazione. Due anni dopo il 7 ottobre, la guerra non ha portato sicurezza né pace: solo un cratere di disumanità che il diritto internazionale osserva, impotente, dalle rovine.

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Il genocidio stanca, ma non il servilismo

Il nostro governo non è ancora contento di essere prono al criminale governo di Israele nei consessi internazionali. Non basta. A Giorgia Meloni e ai suoi ministri non basta nemmeno avere chinato la testa in acque internazionali, permettendo all’esercito israeliano di assaltare come pirati cittadini italiani, poi trascinati in cella, fottendosene di qualsiasi rispetto dei diritti umani. I patrioti italiani hanno deciso ora di concedere al Mossad – agenzia di intelligence dello Stato di Israele – di farsi una scampagnata a Udine insieme alla nazionale di calcio che sfiderà l’Italia il prossimo 14 ottobre, in una delle partite di calcio che rimarranno impresse nel calendario della vergogna della Figc.

Accadrà quindi che un corpo paramilitare ma interamente criminale sarà sugli spalti a Udine, ufficialmente “per garantire sicurezza”. Quale sicurezza potrebbe garantire il servizio di intelligence di uno Stato che affama, che spiana, che deliberatamente ammazza donne e bambini, non ci è dato sapere.

Direte: il ministro Piantedosi ha smentito. Ma il governo che smentisce è lo stesso governo che aveva concesso al Mossad di passeggiare sul suolo italiano durante la visita in Italia dell’ex premier israeliano Olmert. Il ministro Piantedosi è lo stesso che ha garantito protezione ai militari israeliani in vacanza di decompressione nelle Marche e in Sardegna. Del resto, il genocidio stanca.

Così il governo di coloro che avrebbero dovuto essere patrioti, giorno dopo giorno, si smutanda in un mediocre vassallo, ponte nel Mediterraneo. E insieme al diritto internazionale anche la dignità, e fino a un certo punto.

Buon martedì.

Meloni alla festa per San Francesco, foto gov

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #36

Ieri sono atterrati gli ultimi italiani della Flotilla. Li aspettano gli abbracci e le procure: cominciano a piovere gli esposti, annunciati da Arturo Scotto che mercoledì porterà le carte in Procura a Roma per i trattamenti subiti. Yassine Lafram parla di «umiliazioni, violenze, disumanizzazione», mentre i legali già depositato diffide. Quelle voci raccontano un’unghia di ciò che i palestinesi subiscono ogni giorno. E ricordano che Israele ha scelto la violenza come linguaggio politico, l’arbitrio come legge e la disumanità come metodo.

Uno Stato che si dice democratico mentre incarcera attivisti pacifici ed esercita una guerra permanente su scuole e ospedali – denunciano le agenzie internazionali – non lo è. L’Italia che resta ai suoi piedi, con la diplomazia degli inchini, e un’Unione europea rifugiata nelle iniziative simboliche, trattengono la stessa vergogna.

Nel frattempo la destra nostrana rispolvera la tiritera provinciale: mettere a confronto le piazze per Gaza e quelle per l’Ucraina. Fingono di non vedere la differenza tra uno Stato invaso, aiutato dall’Occidente, e un popolo senza Stato schiacciato dall’indifferenza e dal piombo.

A Gaza, nelle ultime ore, nuove stragi colpiscono scuole e campi profughi nel cuore della Striscia. A Sharm el-Sheikh ripartono colloqui che odorano d’inganno: il “piano di pace” in lavorazione, benedetto dagli amici di Trump e da Netanyahu, punta a legalizzare l’occupazione e a chiamarla fine del conflitto. La pace, quella vera, resta prigioniera: noi no.

Intanto Israele prova a riscrivere i fatti come “provocazione”. Ma la verità cammina con i corpi che tornano e con piazze piene: non si archivia mai, si insiste.

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«Non sappiamo cosa abbia fatto il nostro governo in quei primi mesi»

«Non sappiamo cosa abbia fatto il nostro governo in quei primi mesi».
La voce di Armanda Trentini pesa più di qualsiasi comunicato della Farnesina. Da quasi un anno suo figlio, cooperante, è detenuto in Venezuela senza accuse formali. In dieci mesi Roma ha ottenuto una telefonata e una visita consolare. Nel frattempo il governo ha scelto la “discrezione”, parola che spesso copre l’inazione.

Tra novembre e gennaio nessuna notizia, nessun contatto, nessuna spiegazione. Quando la famiglia chiedeva aggiornamenti, le risposte: «la diplomazia è al lavoro». Solo a metà gennaio, dopo due mesi di silenzio, Palazzo Chigi convoca l’incaricato d’affari venezuelano. Troppo tardi per una madre che attendeva almeno una voce.

Oggi Armanda Trentini mostra una bandiera: «Alberto Trentini libero». È il simbolo di una solitudine che pesa quanto una cella. In un Paese che si vanta di “riportare a casa gli italiani”, un cooperante dimenticato non fa notizia. Il patriottismo non vale nulla se non diventa tutela concreta dei diritti.

Chiedere è dovere: quali passi, quali date, quali nomi? Perché l’accesso consolare è arrivato dopo dieci mesi? E perché si chiede silenzio ai familiari con risultati minimi? Presidente Meloni e ministro Tajani: questa è la vostra idea di protezione dei cittadini?

La dignità di una famiglia non può essere appaltata alla ragion di Stato. Servono trasparenza, cronologia, responsabilità. Finché quel calendario non sarà pubblico la frase della madre resta l’atto d’accusa più serio: «Speravamo. Poi nessun contatto». E il silenzio dello Stato continua a fare rumore. Ora.

Buon lunedì.

Immagine dalla pagina FB “Alberto Trentini libero”

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La sicurezza non decolla più: le ombre dell’aviazione europea – Lettera43

Un report dell’Università di Gand su 6.900 piloti e assistenti di volo fotografa un settore in cui la safety è solo una variabile negoziata sotto il peso dei bilanci.

Un’indagine dell’Università di Gand su 6.900 piloti e assistenti di volo fotografa un settore in cui la sicurezza non è più un pilastro indiscutibile ma una variabile negoziata sotto il peso dei bilanci. Il taglio dei costi ha «indebolito sistematicamente» la safety, con personale stremato, turni spinti e una cultura della paura che riduce la capacità di dire “no” di fronte a ordini aziendali. È il quadro più cupo dal 2014, quando un sondaggio simile registrava livelli di autonomia decisionale ben più alti. Secondo i ricercatori, più della metà degli intervistati dichiara di non sentirsi in grado di modificare le istruzioni operative per motivi di sicurezza. Dieci anni fa, l’82 per cento dei piloti affermava il contrario. Oggi invece un comandante su tre teme conseguenze negative sulla carriera se prende decisioni conservative, e il 42 per cento del personale rileva che i turni vengono pianificati privilegiando l’efficienza operativa sulla tutela della sicurezza.

In volo a qualunque costo per il timore di ritorsioni

La fatica non è più un’eccezione ma una condizione strutturale. Circa un terzo dei piloti e quasi la metà degli assistenti di volo ammettono di esitare a dichiararsi non idonei al volo quando sono stanchi o malati, per timore di ritorsioni. A questa pressione si aggiunge il compito di vendere a bordo profumi e alcolici: un’attività che, secondo molti membri dell’equipaggio, confligge con il ruolo di safety e aumenta ulteriormente lo stress. Sul piano del benessere il quadro è desolante: il 68 per cento del personale risulta al di sotto della soglia di salute mentale positiva e il 78 per cento dice di sentirsi «disumanizzato». È la fotografia di una cultura organizzativa che, come scrivono i ricercatori, ha adottato un «management by fear», dove la leva del timore di perdere il lavoro diventa uno strumento di controllo. La metafora scelta nel report è quella del «formaggio svizzero»: ogni difesa ha i suoi buchi, e quando i buchi si allineano, basta poco per trasformare un evento ordinario in incidente.

La sicurezza non decolla più: le ombre dell’aviazione europea
L’aeroporto di Milano Malpensa (Ansa).

Il boom dei contratti atipici

Il fattore moltiplicatore è il boom di contratti atipici. Nel complesso, il 10,3 per cento del personale opera con forme contrattuali precarie: partite IVA, agenzie interinali, contratti a termine. Ma la media nasconde squilibri drammatici. Nell’Europa orientale più della metà degli equipaggi vola in condizioni atipiche, contro il 7 per cento nel resto del continente. Sono numeri che descrivono un dumping sociale intraeuropeo: giovani under-21 costretti ad accettare condizioni più deboli, con meno voce per opporsi a pratiche rischiose. La precarietà non è solo un problema di equità contrattuale. Il report mostra che chi lavora con contratti atipici è meno propenso a segnalare situazioni di fatica o di rischio, per paura di perdere l’incarico. La spirale è evidente: condizioni più fragili generano meno reporting, meno reporting significa meno correzioni, e la sicurezza diventa un concetto sulla carta, non nella pratica.

Le denunce dei sindacati e i richiami dell’ENAC

Anche in Italia le criticità non mancano. I sindacati di categoria – Filt-Cgil, Uiltrasporti, Anpac e Anpav – denunciano da anni i turni spinti e la diffusione di contratti atipici nelle compagnie low-cost, che riducono il potere dei lavoratori di opporsi a pratiche rischiose. Gli scioperi in Ryanair e Wizz Air hanno spesso avuto come oggetto proprio la gestione della fatica e la precarietà. L’ENAC, autorità nazionale per l’aviazione civile, ha più volte richiamato gli operatori all’adozione del FRMS (Fatigue Risk Management System), il sistema integrato di monitoraggio della fatica che dovrebbe far parte del Safety Management System delle compagnie. Secondo l’ente, i vettori devono non solo pianificare i turni entro i limiti di legge, ma anche raccogliere e analizzare i Fatigue Safety Report, formare i pianificatori e promuovere una cultura del reporting. La questione è quanto queste prescrizioni siano applicate in maniera sostanziale e non solo formale.

La sicurezza non decolla più: le ombre dell’aviazione europea
Una cabina di pilotaggio (foto di Benjamin Chambon, via Unsplash).

Serve un intervento su regole e condizioni di lavoro

Gli autori dello studio avvertono che, senza un intervento sulle regole e sulle condizioni di lavoro, l’aviazione europea rischia di perdere il suo vantaggio storico in termini di sicurezza. L’Associazione europea dei piloti parla apertamente di «gara al ribasso» e chiede un’inchiesta urgente a livello comunitario. Il dato più inquietante è il confronto storico: in 10 anni, da un settore in cui l’autonomia professionale era un cardine della sicurezza si è passati a un ambiente in cui la paura prevale. Se il personale navigante non si sente libero di fermare un volo per fatica o per rischio, ogni altro sistema di difesa rischia di diventare un’illusione.

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Da Meloni una lunga serie di attacchi alla Flotilla e a chi manifesta. E poi viene a parlarci d’odio

Il 15 novembre 2023 Giorgia Meloni difendeva la precettazione degli scioperi decisa dal ministro Matteo Salvini. La definiva «una decisione assolutamente condivisa» e «non una scelta politica, ma la mediazione tra diversi diritti». È la prima tappa di una linea costante: ogni volta che i lavoratori si fermano o che le piazze manifestano, la presidente del Consiglio non contesta mai le ragioni ma colpisce la legittimità stessa della protesta.

Nel novembre 2024, in videocollegamento con la chiusura della campagna elettorale in Emilia-Romagna, torna sul tema. Rivolta a Cgil e Uil, ha affermato: «Perché non lo sciopero generale quando la disoccupazione era doppia». L’argomento è chiaro: lo sciopero viene dipinto come intempestivo, incoerente, privo di fondamento. Un ribaltamento della realtà sociale: invece di discutere delle misure del governo, il capo dell’esecutivo mette sotto accusa chi sciopera.

Dalle piazze ai cortei per Gaza

Ma il salto di qualità è arriva nel settembre scorso. A Milano le immagini delle manifestazioni per Gaza diventano il bersaglio di un post della premier, rilanciato dalle agenzie: «Indegne le immagini da Milano: sedicenti “pro-pal”, “antifa”, “pacifisti”». La ripetizione del termine “sedicenti” e la successiva definizione di «teppisti» segnano un lessico preciso. Le piazze non sono spazi di dissenso ma di devianza, non portano rivendicazioni politiche ma disordine.

Il 30 settembre, mentre la Global Sumud Flotilla si avvicinava a Gaza, Meloni diffondeva una nota ufficiale: «La Flotilla dovrebbe fermarsi ora». Secondo la premier, tentare di forzare il blocco israeliano «può offrire un pretesto» e mettere a rischio il piano di pace promosso da Donald Trump. Le parole non sono neutre: di fronte a un’operazione civile di aiuti umanitari, il capo del governo italiano si allinea alla narrativa di chi considera l’intervento pericoloso e illegittimo.

Lo sciopero contro il governo

Due giorni dopo, il 2 ottobre 2025, a Copenaghen per un vertice europeo, Meloni è tornata a parlare di piazze e scioperi. Ai giornalisti che chiedono della mobilitazione nazionale indetta da sindacati e movimenti in solidarietà con la popolazione palestinese, ha risposto: «Il weekend lungo e la rivoluzione non stanno insieme». Poi aggiunge: «Tutto questo non porta benefici ai palestinesi, porterà disagi agli italiani».

Il messaggio è duplice: da una parte si minimizza la protesta, ridotta a un’occasione di vacanza; dall’altra si ribalta il nesso tra causa e conseguenza. Non più cittadini che scendono in strada contro le scelte del governo, ma cittadini messi in difficoltà dagli stessi scioperanti. È un meccanismo comunicativo già rodato: le ragioni vengono oscurate, resta solo il danno.

Una cronologia coerente

Dal 2023 a oggi, Meloni ha usato formule diverse ma una costante identica: lo sciopero è sempre «sbagliato», la manifestazione sempre «inutile», la Flotilla sempre «pericolosa». Nel 2023 la precettazione diventa atto tecnico; nel 2024 lo sciopero generale viene bollato come anacronistico; nel 2025 i cortei per Gaza sono ridotti a “sedicenti pacifisti” e la Flotilla a una minaccia di destabilizzazione.

Dietro le sfumature resta un unico impianto. Chi dissente non esercita un diritto costituzionale, ma arreca danno. Chi protesta non rappresenta una parte del Paese, ma è accusato di voler approfittare del “ponte”. Chi parte per portare cibo e medicinali a Gaza viene trasformato in un fattore di rischio per la diplomazia internazionale.

È una sequenza documentata di parole pubbliche, pronunciate in conferenze stampa, post ufficiali, interviste e note del governo. Sono parole che pesano. Perché mentre i sindacati e i movimenti invocano la Costituzione e il diritto internazionale, la presidente del Consiglio preferisce un linguaggio che isola, squalifica e riduce il dissenso a problema di ordine pubblico o di fastidio collettivo.

Nell’Italia del 2025 questo è il repertorio di un capo di governo che, alla vigilia di ogni manifestazione o sciopero, ripete sempre la stessa accusa. Poi, con altrettanta naturalezza, viene a parlare di odio.

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Flotilla, i parlamentari già rimpatriati e gli attivisti ancora agli arresti: la diplomazia a due velocità del governo

I quattro parlamentari italiani hanno lasciato ieri il carcere israeliano di Ketziot per rientrare in Italia. Marco Croatti del Movimento 5 Stelle, Annalisa Corrado ed Arturo Scotto del Partito democratico, Benedetta Scuderi di Alleanza Verdi e Sinistra hanno viaggiato su un volo di linea dopo l’intesa raggiunta nella notte tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani e l’omologo israeliano Gideon Sa’ar. La Farnesina ha parlato di “assistenza consolare” e ha ribadito la richiesta di liberare anche gli altri italiani ancora trattenuti. Nel frattempo, a Tel Aviv si studia la possibilità di un charter per gli espatri, mentre gli attivisti restano sotto identificazione e in attesa di udienza.

Il rilascio è stato presentato come un successo diplomatico. Ma l’operazione porta con sé due elementi difficili da ignorare: l’impressione che i parlamentari abbiano goduto di una corsia riservata, e il rischio che la trattativa bilaterale contribuisca a legittimare un’azione di forza avvenuta in acque internazionali e già definita da giuristi e osservatori come un atto di pirateria.

Il doppio binario della tutela consolare

La Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari stabilisce che l’assistenza a cittadini detenuti all’estero deve essere uguale per tutti. Eppure la narrazione di queste ore ha distinto nettamente i parlamentari dal resto degli italiani: i primi accolti come “salvati” da un’operazione speciale, gli altri lasciati in un limbo di udienze, decreti di espulsione e attese nei centri di detenzione.

Il messaggio implicito è chiaro: lo Stato si mobilita con urgenza se sono in gioco figure istituzionali, mentre la società civile deve affidarsi a procedure lente e incerte. Una rappresentazione che rischia di isolare chi ha scelto di imbarcarsi come attivista o giornalista, riducendo il valore politico della missione a un fatto marginale. È un effetto perverso, che contrasta con le finalità della protezione consolare.

La legittimazione implicita dell’abbordaggio

C’è poi la questione più delicata. L’intercettazione della Global Sumud Flotilla in alto mare, in nacque internazionali. Qui il diritto del mare è chiaro: la libertà di navigazione è principio cardine, limitabile solo in casi molto precisi. Israele invoca la copertura del blocco navale, ma il Manuale di San Remo prevede condizioni stringenti: proporzionalità, notifica, applicazione imparziale, tutela dei beni umanitari. Condizioni che la Flotilla rivendica di avere rispettato, caricando a bordo generi alimentari e medicinali.

Il precedente del 2010 mostra quanto la materia sia controversa: il Panel Palmer delle Nazioni Unite riconobbe in astratto la legalità del blocco, ma criticò duramente l’uso della forza; altre missioni internazionali considerarono invece illegittimo l’intero impianto. Oggi, mentre la Spagna ha annunciato un’indagine della Procura sulle intercettazioni, l’Italia sceglie la via della trattativa diretta. Se non accompagnata da una riserva formale sulla legalità dell’abbordaggio, questa scelta equivale a un riconoscimento implicito del potere di Israele di fermare navi civili in alto mare.

È il punto in cui la tutela consolare rischia di diventare complicità politica: liberare i parlamentari senza contestare l’atto che ha portato al loro fermo significa accettare di fatto la cornice israeliana, normalizzando un’operazione di forza contro imbarcazioni dirette a scopi umanitari.

Il nodo politico per il governo italiano

La trattativa Tajani–Sa’ar dimostra che la diplomazia italiana sa attivarsi rapidamente, ma espone il governo a due critiche convergenti: l’aver usato il rientro degli eletti come successo di propaganda interna e l’aver omesso di affermare la propria contrarietà a un’azione illegale.

Restano interrogativi concreti: chi pagherà i rientri degli altri italiani? Che garanzie sono state date sull’assistenza legale? Quali atti formali accompagneranno la richiesta di liberazione dei civili ancora a Ketziot? La credibilità di Roma si misura ora non sulla rapidità con cui ha liberato quattro parlamentari, ma sulla capacità di difendere il principio di libertà di navigazione e la tutela eguale dei cittadini.

L’Italia si trova davanti a un bivio: rivendicare la neutralità della protezione consolare, evitando di accreditare la giurisdizione israeliana in alto mare, oppure accettare che la vicenda passi come un incidente risolto con un’operazione diplomatica di successo. Nel primo caso difenderebbe la legalità internazionale, nel secondo si accontenterebbe di una vittoria di corto respiro che rischia di pesare sul lungo periodo.

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