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Bobo Maroni premia il manager inquisito

Io non riesco ad immaginare un abbassamento dell’etica peggiore di questo tempo lombardo:

La Regione Lombardia ha assegnato il premio di risultato nella sanità, tra gli altri, a Paolo Moroni, direttore dell’ospedale Melegnano e coinvolto in un’indagine giudiziaria.
Il caso era scoppiato lo scorso maggio, quando i vertici dell’azienda ospedaliera di Melegnano erano stati coinvolti in un’inchiesta relativa ad Expo 2015 e a presunti reati di corruzione nel settore delle forniture sanitarie. A seguito della vicenda il manager era stato sospeso.
La cifra del premio è superiore ai 25mila euro.

(fonte)

Buongiorno maestro: insegna il sindaco del comune sciolto per mafia

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Aldredo Celeste incontra una straordinaria personalità dell’intellighenzia politica lombarda.

Di Alfredo Celeste mi è capitato spesso di scriverne. Ne ha scritto benissimo (e continua a farlo) la brava Esther Castano che insieme ad Ersilio Mattioni (autore dell’articolo per L’Espresso che riporto qui sotto) l’ha marcato ad uomo ricevendone spesso insulti e reazioni scomposte (oltre a sconvenienti avvisi di vigili esageratamente ligi). Ora il buon Celeste continua tranquillamente ad insegnare presso il liceo europeo di Arconate e ovviamente qualcuno storce il naso. Più di qualcuno. Curia esclusa. E allora si ripropone il vecchio dovere dell’opportunità che in questo Paese (profondo nord incluso) sembra così difficile da esercitare. Leggere per credere:

Lo scontro è impari, una piccola scuola di provincia contro la Curia di Milano. Il motivo è assai serio: la nomina a insegnante di religione di Alfredo Celeste, l’ex sindaco del primo comune in Lombardia sciolto per mafia. Che oggi è imputato per corruzione in un processo sui rapporti tra la politica e la ‘ndrangheta ed è sottoposto alla richiesta di “sorveglianza speciale per tre anni con obbligo di soggiorno, in quanto soggetto socialmente pericoloso”, misura voluta dalla Direzione distrettuale antimafia. Tutto questo perché Celeste ha per anni frequentato persone accusate di appartenenza o vicinanza con i clan calabresi.

Una brutta tegola sulla testa di Ermanno Puricelli, preside del liceo europeo di Arconate, comune di 6 mila abitanti in provincia di Milano. Che reagisce: “La scuola è stata messa in una situazione inaccettabile. Qui c’è un problema di grande rilievo: non si tratta di una lite di condominio, ma del primo comune lombardo sciolto per infiltrazioni mafiose. La Curia torni sui suoi passi. C’è un confine culturale che merita di essere presidiato: Insegniamo la legalità, ai nostri studenti dobbiamo garantire docenti che siamo al di sopra di ogni sospetto. Nel caso del professor Celeste questa condizione non è data”.

Il primo round, però, è stato vinto dell’imputato. La Curia ha fatto orecchie da mercante e il professore è già tornato in classe, fra l’imbarazzo di studenti e genitori, “perché i fatti contestati – spiega il preside Puricelli – non sono accaduti su Marte, bensì nel nostro territorio, a Sedriano, a pochi passi da qui. Mandare Celeste in questa scuola è stato un errore evidente”. Alla diocesi di Milano, invece, sembrano cadere dalle nuvole e l’ufficio comunicazioni sociali rende un’unica stringata dichiarazione: “Stiamo raccogliendo informazioni a proposito di quanto ci segnale. Vi contatteremo presto. Cordiali saluti”. Eppure la presidenza del liceo aveva già messo tutto nero su bianco, inviando alla Curia una lettera dai toni netti e ipotizzando per il docente l’incompatibilità ambientale: “Abbiamo espresso il nostro disagio, ricordando la vicenda e la storia di questo insegnante. Dalle informazioni finora disponibili e dalle prove raccolte è chiaro che stiamo mandando in classe una persona non totalmente credibile. Abbiamo interpellato la Curia già due volte. Attendiamo risposte”.

E’ difficile pensare che la diocesi sia all’oscuro di tutto. Il 10 ottobre 2012, quando Celeste fu arresto nell’ambito dell’inchiesta sui rapporti politica-mafia, la Curia lo sospese dall’insegnamento. Ma se all’epoca il professore era un semplice indagato, ora è un imputato, gli sono piovuti addosso altri due procedimenti giudiziari e il ‘suo’ comune, il 16 ottobre 2013, è stato sciolto per mafia.

Come se non bastasse, settimana scorsa, il capo del settore finanziario di Sedriano, Albertina Grassi, ha reso in tribunale a Milano (nell’ambito del procedimento sulla richiesta di sorveglianza speciale) una testimonianza importante sulle pressioni ricevute dall’ex sindaco per favorire un imprenditore locale attivo nel campo dei vivai, la cui azienda navigava in cattive acque avendo contratto ingenti debiti sia con il comune sia con l’erario. Si tratta di Aldo De Lorenzis, imparentato con i Musitano, definiti dai magistrati di Milano “una famiglia mafiosa dominante nei comuni dell’hinterland”.

Celeste, tra il 2009 e il 2012, ha intrattenuto rapporti amichevoli con altre due persone sospettate di vicinanza alla ‘ndrangheta. Uno è Eugenio Costantino (la cui giovane figlia, Teresa, fu consigliere Pdl a Sedriano), in carcere con l’accusa di essere un ‘boss’ della mafia calabrese: avrebbe procurato 4 mila voti all’ex assessore regionale Domenico Zambetti al prezzo di 200 mila euro. Per Costantino – che fu ‘reclutato’ nel servizio d’ordine a tutela di Nicole Minetti, invitata dall’ex sindaco come “madrina della creatività femminile” – Celeste organizzò pure una festa di compleanno, affittando un salone dell’oratorio. L’altro è Marco Scalambra, chirurgo della Humanitas e marito dell’ex capogruppo Pdl a Sedriano, accusato di essere stato il collettore di voti per le cosche alle elezioni comunali di Rho nel 2011, arrestato e adesso imputato a piede libero. Famoso un suo sms, inviato a un candidato: “Fammi sapere entro domani se ti interessano i voti delle lobby calabresi”.

Celeste, nel frattempo, ostenta sicurezza: ha liquidato con un’alzata di spalle i timori del preside del liceo, ha fatto ricorso al Tar del Lazio contro lo scioglimento per mafia di Sedriano e si gode i tempi lunghi dei tribunali italiani. A causa di un errore tecnico in un capo d’imputazione il suo processo più delicato, quello per corruzione, non è ancora cominciato a due anni dall’arresto.

La sentenza di primo grado appare lontana, mentre la prescrizione (ridotta a sette anni e mezzo da una legge del governo Berlusconi nel 2005) è un’ipotesi plausibile. Non contento, Celeste annuncia la sua ricandidatura a sindaco. Dopo la spaccatura del Pdl ha scelto di stare con Silvio. Dice di provare “vergogna per la giustizia” e di confidare “solo nel buon Dio”.

Adesso aspetta il via libera di Forza Italia, anche se Mariastella Gelmini, coordinatrice dei berlusconiani in terra lombarda, ignora chi sia: “L’ex sindaco di Sedriano? E chi è?” Poi, fatta mente locale, chiosa: “Non è un problema nostro, Celeste è esponente del Nuovo Centrodestra, vicino al consigliere regionale Alessandro Colucci”. Peccato che il professore di religione prestato alla politica abbia aperto, qualche mese fa, un club ‘Forza Silvio’. I conti non tornano.

Hanno scelto l’ignoranza

Scienziati di diversi paesi europei descrivono in questa lettera che, nonostante una marcata eterogeneità nella situazione della ricerca scientifica nei rispettivi paesi, ci sono forti somiglianze nelle politiche distruttive che vengono seguite. Quest’analisi critica, pubblicata contemporaneamente in diversi quotidiani in Europa, vuole suonare un campanello d’allarme per i responsabili politici perché correggano la rotta, e per i ricercatori e i cittadini perché si attivino per difendere il ruolo essenziale della scienza nella società.

I responsabili delle politiche nazionali di un numero crescente di Stati membri dell’UE hanno completamente perso contatto con la reale situazione della ricerca scientifica in Europa.

Hanno scelto di ignorare il contributo decisivo che un forte settore della ricerca può dare all’economia, contributo particolarmente necessario nei paesi più duramente colpiti dalla crisi economica. Al contrario, essi hanno imposto rilevanti tagli di bilancio alla spesa per Ricerca e Sviluppo (R&S), rendendo questi paesi più vulnerabili nel medio e lungo termine a future crisi economiche. Tutto ciò è accaduto sotto lo sguardo compiacente delle istituzioni europee, più preoccupate del rispetto delle misure di austerità da parte degli Stati membri che del mantenimento e del miglioramento di un’infrastruttura di R&S, che possa servire a trasformare il modello produttivo esistente in uno, più robusto, basato sulla produzione di conoscenza.

Hanno scelto di ignorare che la ricerca non segue cicli politici; che a lungo termine, l’investimento sostenibile in R&S è fondamentale perché la scienza è una gara sulla lunga distanza; che alcuni dei suoi frutti potrebbero essere raccolti ora, ma altri possono richiedere generazioni per maturare; che, se non seminiamo oggi, i nostri figli non potranno avere gli strumenti per affrontare le sfide di domani. Invece, hanno seguito politiche cicliche d’investimento in R&S con un unico obiettivo in mente: abbassare il deficit annuo a un valore artificiosamente imposto dalle istituzioni europee e finanziarie, ignorando completamente i devastanti effetti che queste politiche stanno avendo sulla scienza e sul potenziale d’innovazione dei singoli Stati membri e di tutta l’Europa.

Hanno scelto di ignorare che l’investimento pubblico in R&S è un attrattore d’investimenti privati; che in uno “Stato innovatore” come gli Stati Uniti più della metà della crescita economica è avvenuta grazie all’innovazione, che ha radici nella ricerca di base finanziata dal governo federale. Invece, essi mantengono l’irrealistica aspettativa che l’aumento della spesa in R&S necessaria per raggiungere l’obiettivo della Strategia di Lisbona del 3% del PIL sarà raggiunto grazie al solo settore privato, mentre l’investimento pubblico in R&S viene ridotto. Una scelta in netto contrasto con il significativo calo del numero di aziende innovative in alcuni di questi paesi e con la prevalenza di aziende a dimensione familiare, tra le piccole e medie imprese, con senza alcuna capacità d’innovazione.

Hanno scelto di ignorare il tempo e le risorse necessarie per formare ricercatori. Al contrario, facendosi schermo della direttiva europea mirante la riduzione del personale nel settore pubblico, hanno imposto agli istituti di ricerca e alle università pubbliche drastici tagli nel reclutamento che, insieme alla mancanza di opportunità nel settore privato, stanno innescando una “fuga di cervelli” dal Sud al Nord dell’Europa e al di fuori del continente stesso. Questo si traduce in un’irreversibile perdita d’investimenti e aggrava il divario in R&S tra gli Stati membri. Scoraggiati dalla mancanza di opportunità e dall’incertezza derivante dalla concatenazione di contratti a breve termine, molti scienziati stanno pensando di abbandonare la ricerca, incamminandosi lungo quella che, per sua natura, è una via senza ritorno. Invece di diminuire il deficit, questo esodo contribuisce a crearne uno nuovo: un deficit nella tecnologia, nell’innovazione e nella scoperta scientifica a livello europeo.

Hanno scelto di ignorare che la ricerca applicata non è altro che l’applicazione della ricerca di base e non è limitata a quelle ricerche con un impatto di mercato a breve termine, come alcuni politici sembrano credere. Invece, a livello nazionale ed europeo c’è una forte pressione per concentrarsi sui prodotti commercializzabili che non sono altro che i frutti che pendono dai rami più bassi dell’ intricato albero della ricerca: anche se alcuni dei suoi semi possono germinare in nuove scoperte fondamentali, affossando la ricerca di base si stanno lentamente uccidendone le radici.

Hanno scelto di ignorare come funziona il processo scientifico; che la ricerca richiede sperimentazione e che non tutti gli esperimenti avranno successo; che l’eccellenza è la punta di un iceberg che galleggia solo grazie alla gran massa di ghiaccio sommerso. Invece, la politica scientifica a livello nazionale ed europeo si è spostata verso il finanziamento di un numero sempre più limitato di gruppi di ricerca ben affermati, rendendo impossibile la diversificazione di cui avremmo bisogno per affrontare le sfide della società di domani. Inoltre, questo approccio basato sull’eccellenza sta aumentando il divario nella R&S tra gli Stati membri, poiché un piccolo numero di istituti di ricerca ben finanziati sta sistematicamente reclutando questo piccolo e selezionato gruppo di vincitori di finanziamenti.

Hanno scelto di ignorare la sinergia critica tra ricerca e istruzione. Anzi, hanno reciso il finanziamento della ricerca per le università pubbliche, abbassandone la qualità complessiva e minacciandone il ruolo di soggetti atti a favorire lo sviluppo di pari opportunità. E soprattutto, hanno scelto di ignorare il fatto che la ricerca non ha solo il compito di essere funzionale all’economia, ma anche di incrementare la conoscenza e il benessere sociale, anche per coloro che non hanno le risorse per pagarlo.

Hanno scelto di ignorare tutto questo, ma noi siamo determinati a ricordarglielo perché la loro ignoranza può costare il nostro futuro. Come ricercatori e come cittadini, formiamo una rete internazionale per promuovere lo scambio d’informazioni e di proposte. Ci stiamo impegnando in una serie d’iniziative a livello nazionale ed europeo per opporci fermamente alla distruzione sistematica delle infrastrutture di R&S nazionali e per contribuire alla costruzione di un’Europa sociale costruita dal basso. Sollecitiamo gli scienziati e tutti i cittadini a difendere questa posizione con noi. Non c’è altra possibilità. Lo dobbiamo ai nostri figli, e ai figli dei nostri figli.

Amaya Moro-Martín, Astrophysicist; Space Telescope Science Institute, Baltimore (USA); EuroScience, Strasbourg; spokesperson of Investigación Digna (for Spain).
Gilles Mirambeau, HIV virologist; Sorbonne Universités, UPMC Univ. Paris VI (France); IDIBAPS, Barcelona (Spain); EuroScience Strasbourg.
Rosario Mauritti, Sociologist; ISCTE, CIES-IUL, Lisbon (Portugal).
Sebastian Raupach, Physicist; initiator of “Perspektive statt Befristung” (Germany).
Jennifer Rohn, Cell biologist; Division of Medicine, University College London, London (UK); Chair of Science is Vital.
Francesco Sylos Labini, Physicist; Enrico Fermi Center, Institute for Complex Systems (ISC-CNR), Rome (Italy); editor of Roars.it.
Varvara Trachana, Cell biologist; Faculty of Medicine, School of Health Sciences, University of Thessaly, Larissa (Greece).
Alain Trautmann, Cancer immunologist; CNRS, Institut Cochin, Paris (France); former spokesman of “Sauvons la Recherche”.
Patrick Lemaire, Embryologist; CNRS, Centre de Recherche de Biochimie Macromoléculaire, Universités of Montpellier; initiator and spokesman of “Sciences en Marche” (France).Disclaimer: The views expressed by the signatories are not necessarily those of their employers.

Potete firmare qui.

Il rumore là fuori

1393775838_TECH_rumoreRispondendo ad un utente sulla propria pagina Facebook Bono degli U2 parlando della promozione del loro ultimo disco ha scritto: “c’è un sacco di rumore là fuori. Penso che sia necessario fare un po’ di casino per superarlo”. Sto scrivendo L’amico degli eroi, lo spettacolo e libro sulla vicenda inumana di Marcello dell’Utri e i suoi poco onorevoli compari di vita e sono rimasto incastrato dal silenzio qui dentro e anch’io dal rumore là fuori. Dopo lo spettacolo su Giulio Andreotti ho avuto grandi difficoltà a scrivere e produrre, non lo nascondo, per motivi che probabilmente non mi sono ancora del tutto chiari: mettici la paura, la stanchezza, mettici la malattia nera che hai sempre il sospetto di non avere superato del tutto e mettici l’indolenza che mi ha lasciato addosso. Abbiamo inventato qualcosa, sì, messo in scena giullarate, scritto articoli ma tutti questi ultimi anni si sono svolti con una dinamica granulosa e molle che ha perso la spinta dei primi anni di produzione. Con poca speranza, forse, principalmente faticando ad accendere quella vecchia energia. Ecco: il “rumore là fuori” comincia a farti paura quando hai paura di avere perso quell’equilibrio che avevi, ti salvava e non hai mai capito bene come ricrearlo quasi se ti fosse arrivato sempre un po’ per caso oppure perché non ci hai dedicato abbastanza tempo per carpirne gli ingredienti. Solo un pensiero. Tutto qui. Torno a scrivere, eh.

Expo e il canale di scolo

Il sogno delle vie d’acqua di Milano per attraversare in barca la città come ai tempi di Leonardo è quasi naufragato. A mettere la parola fine gli arresti domicilari di Antonio Acerbo, che nei giorni scorsi si era dimesso da sub-commissario e da responsabile del Padiglione Italia dell’Expo. Un provvedimento firmato dal giudice Fabio Antezza che ipotizza i reati di corruzione e turbativa d’asta nell’appalto per le Vie d’Acqua.

E sul contestato progetto è intervenuto anche Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anti corruzione. Il commissariamento dell’appalto appare «assai probabile», dice Cantone, che ha acquisito l’ordinanza di custodia cautelare firmata dai pm milanesi. La certezza sull’appalto «si avrà solo dopo attenta lettura dell’ordinanza», spiega l’ex magistrato, che giovedì prossimo sarà nella sede Expo per la consueta riunione con i vertici della società.

L’APPALTO IN CAMBIO DI CONTRATTI

Da quanto emerge dal provvedimento, i pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio ipotizzano che Acerbo abbia favorito l’Ati, associazione temporanea di imprese capeggiata dalla società vicentina Maltauro, nella gara relativa al progetto per collegare il centro di Milano al sito espositivo di Rho. In cambio, secondo la Procura avrebbe ottenuto due contratti per il figlio Livio Acerbo, socio di alcune società di consulenza nel campo informatico.

Sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti un contratto da 36 mila euro, pagato nell’aprile 2012 dall’imprenditore Enrico Maltauro, legato al piano di riqualificazione, voluto dalla giunta Moratti, dell’area ex Scuderie De Montel di proprietà del Comune in zona San Siro. Un secondo contratto, solo «promesso», non è mai andato in porto.

Si tratta dell’ennesimo capitolo nella saga “appalti&corruzione”, emersa a margine dei lavori per l’Esposizione universale, che coinvolge l’imprenditore Enrico Maltauro. La sua impresa si è aggiudicata la costruzione dei padiglioni di servizio e, soprattutto, il canale navigabile per 42 milioni di euro. Tutte opere finite al centro delle ricostruzioni della Procura di Milano.

IL TRAVAGLIATO PROGETTO

Le vie d’acqua, presentata per aggiudicarsi la kermesse internazionale è, fin da subito, una storia travagliata.
Un’idea ambiziosa lanciata in pompa magna come cardine del dossier che ha sbaragliato la concorrenza della sfidante turca, la città di Smirne.

Era novembre 2010 e la metropoli lombarda formato Amsterdam sembrava un sogno ad occhi aperti.
Per l’esposizione è necessario un canale navigabile neo leonardesco che porta acqua dai padiglioni di Rho al vecchio porto della Darsena, nel cuore di Milano.

Abbandonato ben presto il sogno di arrivare in barca fino in centro, ecco che il progetto si trasforma in poco più di un torrente: prendere l’acqua direttamente dal canale Villoresi, nella pianura a Nord della metropoli, passare dai nuovi padiglioni e arrivare fino al Naviglio Grande.

Lo scopo? Alimentare la coreografia dell’esposizione, a partire dal lago costruito su misura, e realizzare ex novo un canale di 20 chilometri per «ricucire il legame storico di Milano con l’acqua», spiegano gli organizzatori, e allo stesso tempo portare acqua pulita per alimentare le coltivazioni della campagna.

La portata è minima – 2 metri cubi al secondo – e la larghezza massima arriva a nove metri tra sponde in erba e cemento con tanto di percorso pedonale.

Passando dai quartieri della zona Nord Ovest il canale stravolge con i tagli di centinaia di alberi le aree verdi del Parco delle Cave, Trenno, Boscoincittà. Per questo gli operai della Maltauro quando arrivano nei parchi, lo scorso dicembre, vengono bloccati e il progetto si ferma per trovare una soluzione a ridotto impatto ambientale.

Dopo un braccio di ferro con il Comune e con i tempi ristretti si è passati al piano B: fino a giugno l’acqua che alimenta il lago e i fossati artificiali intorno ai padiglioni finirà direttamente nel fiume Olona. Poi ci sarà una deviazione interrata. Ora con il progetto su un binario morto le vie d’acqua si sono trasformate in un misero canale di scolo.

Cosca Bellocco e sindaco, vicesindaco incluso

Rilascio di licenze e autorizzazioni per negozi nella disponibilità della cosca Bellocco. Con l’accusa di concorso esterno alla ‘Ndrangheta è finito agli arresti domiciliari il sindaco di San Ferdinando (Reggio Calabria) Domenico Madafferi, che due anni fa aveva aderito al Pd. I carabinieri, su ordine della Dda, hanno fermato anche il vice sindaco Santo Celi, espressione di una lista civica, ed un consigliere comunale di minoranza, Giovanni Pantano della lista civica Futuro migliore e tra i fondatori del meet up del Movimento 5 Stelle di San Ferdinando.

Lo scorso anno i carabinieri avevano arrestato il comandante ed un agente della polizia municipale di San Ferdinando perché avrebbero agevolato la cosca Bellocco nell’intestazione fittizia di un bar. Ventisei i decreti di fermo emessi dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria a carico di appartenenti alla cosca di ‘ndrangheta dei Bellocco operativa a San Ferdinando, centro sulla costa tirrenica reggina. Le accuse, a vario titolo, sono associazione mafiosa, traffico di droga, estorsioni, danneggiamenti, intimidazioni. Sequestrate anche aziende tra le quali ristoranti, negozi e attività imprenditoriali.

Madafferi è l’amministratore che nei mesi scorsi si era reso molto attivo nella protesta contro l’arrivo delle armi chimiche siriane al porto di Gioia Tauro. Aveva organizzato incontri sul territorio, insieme agli altri amministratori locali e ai cittadini, lamentando lo scarso coinvolgimento delle amministrazioni nelle operazioni di trasbordo avvenute a luglio sulla banchina del porto che ricade nel suo comune. Madafferi è stato molto attivo anche nell’ambito delle politiche favorevoli ai migranti impegnati nella stagione della raccolta di agrumi, proprio questa mattina è previsto lo smantellamento della tendopoli allestita a San Ferdinando in un’attività coordinata dalla Prefettura di Reggio Calabria.

(fonte)

La grigie “white lists” a Catania

Tutto si può dire di Claudio Fava tranne che sia timido a denunciare con nomi e cognomi.

Una gestione ‘distratta e leggera’ quella della white list a Catania. Non usa mezzi termini Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia alla Camera dei Deputati che con il collega Davide Mattiello componente della Commissione hanno illustrato, in conferenza stampa, le ‘criticità’ della gestione della ‘white list’.

Nell’interrogazione presentata alla Camera Fava si chiede come sia stato possibile inserire due società legate a famiglie che da 30 anni a questa parte gestiscono gli affari a Catania.

“Esprimo molti dubbi e una forte preoccupazione per quello che sta accadendo a Catania perché il tema della gestione dei beni confiscati – ha detto Fava – soprattutto in una terra avara di lavoro come la Sicilia e in questa provincia, la gestione della white list è un tema di estrema e dovuta sensibilità. La prima ragione di preoccupazione è che noi pensiamo che ci sia una gestione un po’ distratta, un po’ disinvolta della white list in questa città e lo dico affiancando a questo il mio apprezzamento per quello che sta facendo la Procura della Repubblica che per al prima volta a Catania ha posto un tema che per noi è fondamentale preservare i posti di lavoro nelle aziende confiscate. E’ un tema a cui sta dedicando tempo, lavoro, passione e se si arriverà ad un risultato positivo ad esempio con l’azienda Riela lo dovremo al modo in cui anche la Procura di Catania ha saputo intestarsi questa battaglia di buonsenso più che di civiltà giuridica”.

LA JUDICA ALLA FINE ESCLUSA DALLA WHITE LIST – “I casi Basilotta ed Ercolano sono casi che raccontano una città forse non del tutto perlustrata, non del tutto conosciuta. La vicenda Basilotta che adesso si conclude in modo positivo dal nostro punto di vista con il fatto che la Prefettura sia tornata sulle sue decisioni e abbia deciso di escludere dalla white list la Judica, la ditta intestata a Luigi Basilotta. Ci preoccupa per molte ragioni, Vincenzo Basilotta, condannato in appello per concorso in associazione mafiosa, giudizio poi cancellato dalla cassazione, rappresenta un punto di incontro importante e significativo tra diversi livelli affaristici e criminali. Basilotta che è rappresentante manifesto, nelle intercettazioni che sono state raccolte nel clan La Rocca: che vuol dire le famiglie Ercolano e Santapaola. Vincenzo Basilotta è tutto questo: e nel 2010 Basilotta decide di liberarsi di tutte le proprietà, le quote che possedeva cedendole ai fratelli che sono stati considerati, riteniamo anche giustamente, in questi anni dalla Procura della Repubblica e dal tribunale, dei prestanome. In questo modo si è arrivati alla confisca del 66% della Incoter e del 30% della Judica. A noi sembra abbastanza paradossale che la judica che ha formalmente come ad Luigi Basilotta, fratello di Vincenzo che risulta avere avuto la funzione di prestanome del fratello, possa iscrivere serenamente nella white list la propria azienda, un terzo della quale è confiscata, una quota non sufficiente per nominare un amministratore giudiziario, ragione per cui amministratore di questa azienda ha continuato ad essere dal 31 luglio dell’anno scorso Luigi Basilotta. Ci sembra una cosa grave anche per la giustificazione che noi abbiamo letto nelle dichiarazioni del portavoce della Prefettura che hanno parlato di un ‘rapporto parentale irrilevante’. Ora, se è irrilevante il rapporto parentale tra due fratelli, uno dei quali è di fatto, prestanome dell’altro fratello che è condannato per associazione mafiosa e che rappresenta nell’inchiesta in corso uno snodo fondamentale degli equilibri e delle geografie mafiose in questa provincia, questa giustificazione a noi preoccupa perché rivela un preoccupante eccesso di formalismo”.

“Anche perché – ha chiarito Fava – il decreto che prevede l’istituzione della white list che è cosa diversa dalla certificazione antimafia, prevede che la richiesta venga fatta dall’impresa, ma naturalmente è una scelta della Prefettura accettare nella white list un imprenditore che ne fa richiesta e il decreto parla della necessità di garantire l’assoluta impermeabilità di quell’azienda che ne ha chiesto l’inserimento. Che questo rapporto tra i due fratelli sia totalmente bonificato da qualsiasi rischio è una cosa della quale noi siamo assai poco convinti”.

LA SUD TRASPORTI DI ANGELO ERCOLANO – ”Un altro passaggio fondamentale è quello di revocare dalla white list la sud Trasporti di Angelo Ercolano. La famiglia Ercolano è l’autobiografia di questa città ed è un’autobiografia di cui in parte questa città ha ancora pudore o si vergogna o nasconde a se stessa cosa abbia rappresentato e cosa rappresenti ancora questa famiglia. Aldo Ercolano, all’ergastolo, rimesso nel circuito carcerario normale in modo inspiegabile, adesso affidato di nuovo al 41bis. Enzo Ercolano, al quale anche se era prestanome del padre Pippo, viene sequestrata la Geotrans qualche mese fa, che è tra coloro che hanno lavorato alla Coop collegato alla Pizzarotti come sub appalto per la realizzazione della Siracusa-Catania. La Pizzarotti chiese, presentando l’elenco dei propri sub appaltatari, informazioni alla Prefettura se i fornitori fossero tutti in regola. La Prefettura in quel caso arrivò con otto mesi di ritardo con la Coop che aveva ampiamente cominciato a lavorare. Successivamente Enzo Ercolano ha chiesto alla Prefettura se ci fossero elementi ostativi per continuare a lavorare negli appalti pubblici e la risposta è stato un nulla osta che è stato trasmesso nel maggio del 2008″.

“Angelo Ercolano subisce una confisca perché c’è un procedimento penale in corso per un’evasione fiscale di più di 5 milioni di euro. Siamo di fronte al cugino di Aldo Ercolano, nipote di Pippo Ercolano, dentro ad una famiglia che ha gestito in questi anni come core business della propria attività e in passato con la capacità di riciclaggio delle attività criminali, il settore dei trasporti. Angelo Ercolano, oggi sottoposto ad un procedimento penale per un reato particolarmente insidioso, con l’azienda sottoposta a confisca, si ritrova inserito ed accolto nella white list. Noi lo consideriamo un fatto grave, come consideriamo un fatto grave che non ci sia la possibilità anche da parte del circuito imprenditoriale sano di questa città di assumere l’urgenza di separare destini, livelli di responsabilità e di fare in modo che chi oggi lavora onestamente nel mercato degli appalti pubblici sai in condizioni di poterlo fare senza dovere subire la concorrenza di chi si trascina dietro l’ombra familiare e non solo di rapporti indicibili. A noi tutto questo sembra la testimonianza di una preoccupante leggerezza. Noi siamo qui perché su queste vicende ci sia un’ampia assunzione di responsabilità da parte di tutti i livelli istituzionali. Pensiamo che la ‘Sud Trasporti’ debba essere esclusa dalla white list e ci auguriamo che ci sia in questi mesi una vigilanza estrema su queste vicende che ci sia una linea di demarcazione chiara, netta e responsabile così come si sta costruendo ad esempio a Milano”.

(fonte)

Prima che la notte. Venerdì. A Milano.

libro_fava17 ottobre 2014, ore 18

Presentazione libro: “PRIMA CHE LA NOTTE” di Claudio Fava e Michele Gambino

Venerdì 17 ottobre, ore 18, le Civiche Raccolte Storiche di Palazzo Moriggia | Museo del Risorgimento in collaborazione con Istituto Lombardo di Storia Contemporanea e Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano | Comitato di Milano, presentano il libro di Claudio Fava e Michele Gambino, Prima che la notte (Baldini & Castoldi, 2014).

Dialoga con l’autore Giulio Cavalli, attore, regista e scrittore;
coordina Diego Dejaco, Istituto Lombardo di Storia Contemporanea.

invito

INGRESSO LIBERO fino a esaurimento posti disponibili

INFO
Polo Musei Storici e Musei Archeologici
servizio Musei Storici | Ufficio Comunicazione
via Borgonuovo 23, Milano
+39 02 884 62330 / 45924 | c.museorisorgimento(at)comune.milano.it

c.museorisorgimento(at)comune.milano.it

#lamicodeglieroi Vittorio

41779_138782349468245_240_nPer l’occasione Vittorio ha deciso di indossare la cravatta. La masseria verso cui si dirigono con questa macchina calda e scassata sta appena fuori Palermo e il sole rende questo abito inusuale ancora più scomodo e unto. Vittorio ama l’aria, la salsedine, le canotte e i pantaloni larghi e leggeri. Così si sente un imbecille, “devo sembrare ‘nu scemo”. Però per l’occasione ha deciso di tagliarsi anche la barba; di solito la tiene incolta per aggiungere maturità alle minacce di violenza: la barba rende più burberi anche i burberi e da quando gli sono comparsi i primi peli deboli e biondi quasi trasparenti ha sempre voluto tenerne almeno un velo per invecchiarsi. E infatti adesso con la barba tagliata le guance gli bruciano di dopobarba e sono lisce come il culo di un bambino. Non gli piacciono per niente. Suda come sudano gli assicuratori d’estate a Palermo. E teme di puzzare, anche. Ma come tiene fissa la faccia da padrino Vittorio non la sa tenere nessuno e infatti anche adesso nella macchina che sfila veloce e scassata tiene una faccia ferma che sembra una paresi.

(L’amico egli eroi, inizio della terza scena, in scrittura)

Como, in provincia di ‘ndrangheta

Fino Mornasco, Como, Lombardia. Oggi parla la ‘ndrangheta: “Il passato bisogna ricordarlo compà! (…) Perché per imparare qualcosa devi ricordarti il passato, se no non impari mai”. La tradizione prima di tutto. Dopodiché gli affari: “Tu ancora devi pensare a domani, no a ieri. A ieri non ci devi pensare più (…) Quello che hai fatto ormai, di qua a la sei arrivato. Ti devi preoccupare da qui a li”. Passo dopo passo insomma. Come in Calabria anche qui nell’alta Brianza tra Fino, Appiano Gentile, Cadorago, Bulgorello e Cirimido, i boss seguono lo spartito criminale che impone un basso profilo per tutelare il business e intavolare rapporti con la politica locale, con le imprese, con la massoneria. Saggezza criminale da tramandare a figli e nipoti. Di nuovo in presa diretta. “Io dovevo essere destinato a prendere il suo posto, sicuramente a lavorare insieme a lui (…) e guarda che lui è uscito a luglio dell’anno scorso, è venuto e ha cominciato il discorso, ha preso il giro lungo: no perché sai, qua e là, tu hai il mio nome, tutto quanto, già la credibilità è diversa”.

POLITICA, MAFIA E PREFERENZE
“QUESTO CI PROCURA VOTI CERTI”
Questo il quadro di un territorio per nulla toccato dalle ultime grandi inchieste dell’antimafia milanese e che, negli anni, ha visto tornare in libertà boss di primissimo piano. L’istantanea emerge dalle carte di un’indagine della Dda su cui, però, pende una richiesta di archiviazione. E nonostante questo le intercettazioni e le annotazioni dei carabinieri di Como fotografano un territorio a tal punto infiltrato dalla ‘ndrangheta che un noto consigliere comunale di Fino Mornasco, già assessore nello stesso comune può permettersi di salutare un pregiudicato legato al clan locale con l’appellativo di “cumpà”. E sempre lo stesso, perorando la licenza commerciale di Luciano Nocera, pregiudicato, trafficante in stretti rapporti con i boss, parla così con un notissimo ex consigliere regionale del Pdl: “Guarda abbiamo fatto un affare perché se il problema glielo risolviamo questo qua è uno che mo smette di lavorare e va in giro e ci procura voti certi”.

ONORE E SANGUE, L’OMICIDIO DEL CORRIERE
DELLA COCA E LA RUSPA IN CASA DEL SUPERBOSS
A volte, però, qualcosa s’inceppa. Perché nel mondo mafioso onore, rispetto, denaro sono pilastri attorno ai quali ruota tutto. Muore per questo Ernesto Albanese, 33enne di Polistena (Reggio Calabria), residente a Fino Mornasco. Muore con un colpo di pistola alla testa e finisce in una buca di tre metri dentro a un cantiere abbandonato a Guanzate. Il suo corpo viene ritrovato il 2 ottobre 2014 dalla squadra Mobile di Como. Gli investigatori ci arrivano seguendo le indicazioni di un nuovo collaboratore di giustizia il cui nome, ad ora, viene tenuto riservato. Il corpo di Albanese sarà poi identificato il giorno dopo. La scientifica che lavora sul posto si avvale anche di esperti di scavi archeologici. Si studiano le stratificazioni del terreno. Di più: i tecnici riescono a fare un calco in gesso della benna che ha scavato la buca. Un calco, che secondo fonti qualificate, corrisponde a una ruspa trovata ad Appiano Gentile nella villa di un noto pregiudicato della zona, coinvolto negli anni Novanta nell’operazione La notte dei fiori di San Vito. Si tratta della prima inchiesta che svelò la capillare presenze delle ‘ndrine in territorio lombardo. I pentiti dell’epoca raccontarono dei suoi traffici di droga. L’indagine lo descrisse come capo società di una locale di ‘ndrangheta in un comune del Comasco. Quando lo arrestarono gli investigatori trovarono nel suo appartamento diverse formule di affiliazione.

NARCOTRAFFICANTI E BOSS
COCAINA, PISTOLE, AFFARI 
E che l’omicidio di Ernesto Albanese, già arrestato nel 2008 perché trovato con un due chili di cocaina, sia di matrice mafiosa lo racconta la recente inchiesta del pm di Milano Marcello Musso che nel luglio 2014 ha chiuso l’operazione Pavone 4 su diversi gruppi di narcotrafficanti legati al crimine organizzato. Negli ordini di cattura, eseguiti dal Ros di Milano, c’era anche Ernesto Albanese descritto come un corriere della droga per conto di Luciano Nocera, quello dei “voti certi”, legato da un lato alla ‘ndrangheta di Fino Mornasco e dall’altro fornitore di cocaina per conto di un’altra cosca, già coinvolta nell’operazione Infinito del 2010.

Nel 2008 Albanese viene fermato proprio mentre sta portando un carico ai boss calabresi. Nell’estate 2014, però, la vittima sfugge agli arresti. Il Ros di Milano non lo trova. E del resto, secondo la ricostruzione della Mobile di Como, le tracce del “corriere della coca” si perdono nel giugno 2014, mese in cui presumibilmente viene ucciso. Nello stesso periodo qualcuno spara tre colpi di calibro 9 contro alcune case nel comune di Bulgorello. Finiscono nell’appartamento di due coniugi del tutto estranei alla vicenda. Il 9 ottobre 2014 per quel fatto viene fermato Francesco Virgato detto Frank, 44enne di Mariano Comense. Virgato, ad oggi, non è accusato dell’omicidio. Il suo nome però compare nelle annotazioni dei carabinieri di Como che hanno indagato sui traffici di droga di Nocera. I due, secondo i militari sono legati. Di più: Virgato più volte è stato visto entrare e uscire dalla casa del boss locale.

SCONTATA LA PENA I CAPI TORNANO LIBERI E SI RIPRENDONO
IL TERRITORIO: LA CONNECTION CON L’AMMINISTRAZIONE
Insomma, la vicenda di Ernesto Albanese, che poteva finire archiviata come un caso di lupara bianca, alza il velo su uno spaccato criminale che in questa zona mette insieme boss di ‘ndrangheta certificati da condanne definitive e ora tornati in libertà, insospettabili mai sfiorati dalle indagini e politici un po’ troppo spregiudicati nei loro rapporti. Una fotografia impietosa scattata dall’inchiesta Arcobaleno condotta dalla Dda di Milano e sulla quale pende una richiesta di archiviazione da parte del pubblico ministero Mario Venditti. Nelle carte dell’indagine, però, il ragionamento dei carabinieri di Como è chiaro. “Siamo in presenza – si legge – di un assalto finanziario all’intera area canturina (…). Sono ormai consolidate sul territorio lariano alcune presenze che costituiscono il terminale delle attività economico finanziarie delle ‘ndrine del Reggino”.

L’attenzione della magistratura così si fissa su un preciso gruppo criminale che dimostra di avere “influenza anche per quanto concerne l’infiltrazione nella pubblica amministrazione che riguarda i comuni di Cadorago, Appiano Gentile e Guanzate”. Ancora i carabinieri: “Esempio classico di tale capillare condizionamento è l’attivismo evidenziato per le elezioni regionali del marzo 2010, attraverso la promozione di un candidato tra politici, imprenditori e pregiudicati locali, convocati in appositi e segreti vertici per il controllo del voto elettorale finalizzato appunto alla vittoria del candidato amico”. Lo stesso candidato, rieletto al Pirellone nel 2010, che, a proposito del sostegno elettorale, ragiona in questo modo: “Preferisco sedermi col peggior delinquente di questo mondo ma di parola”.

PAROLE IN LIBERTA’, IL VICESINDACO: “LE PISTOLE
LE TROVIAMO IN OGNI ANGOLO DEL MONDO”
E se l’obiettivo è quello di racimolare voti, ecco la posizione di un sindaco della zona: “Perché – si legge nel brogliaccio – c’è chi fa il lavoro sporco dietro (…) è andare poi casa per casa a raccogliere voti e in questo ti posso garantire che abbiamo un’organizzazione capillare…”. Prosegue l’ex vice sindaco: “Fa invidia ai migliori investigatori di tutto il mondo”. Aggiunge: “Perché tu sai qual è la mia provenienza? Le pistole le troviamo in ogni angolo del mondo”. E ancora: “Tu devi pensare che hai di fronte anche delle famiglie meridionali”.

Se il boss, visto le sue condanne definitive, sta dietro le quinte, i rapporti con impresa e politica vengono tenuti da suoi fiduciari che magari hanno condanne per droga ma non per mafia. Le intercettazioni fissano il punto. E’ il gennaio 2010 e, ricostruiscono i carabinieri, la ‘ndrangheta di Fino Mornasco lavora pancia a terra per sostenere il proprio candidato alle regionali. Ne parlano un ex assessore di Cadorago e un pregiudicato legato ai boss nonché presidente di una squadra di calcio locale. “Si evince – annotano gli investigatori – l’interessamento per la campagna elettorale in vista delle consultazioni elettorali regionali”. Dice l’uomo dei boss: “Non bisogna dormire”. Risponde l’assessore: “Io mi fido solo di te e del mio cane”. Quindi chiude la chiamata: “Va bene comunque dai ci troviamo e parliamo anche un attimino a voce che è meglio”.

Non c’è, poi, solo il comune, ma anche la provincia di Como. Emerge così la figura di un consigliere eletto nel 2009 grazie ai voti della malavita. Ancora le intercettazioni colgono l’oggettività delle conversazione tra il “collaboratore del boss” e il politico. Dice il secondo: “Ti faccio gli auguri di buon Natale, sono il consigliere provinciale, mi hai fatto la campagna elettorale, a Cadorago ho vinto per te”. Risposta: “Mi sono impegnato”.

L’UOMO D’AFFARI, L’ONOREVOLE DELL’UDC
E IL FRATELLO DI UN EX GOVERNATORE DEL SUD 
Boss, politici e uomini d’affari, rispettati, insospettabili, capaci di tessere rapporti ben oltre le amministrazioni locali. E’ il caso di un personaggio nato in Calabria ma residente a Cadorago “che – annotano i carabinieri – costituisce elemento di raccordo tra alti esponenti della ‘ndrangheta lombarda e alcuni esponenti politici di rilievo”. Dai tabulati e dai servizi di osservazione spunta anche un ex onorevole dell’Udc, nonché il fratello di un importante politico calabrese.

Questo il contesto che emerge dalle intercettazioni. Un contesto, va ricordato, che ad oggi resta estromesso dal campo penale. C’è la ‘ndrangheta , ma non c’è reato. Paradossale. Soprattutto se si rilegge la storia recente di questa zona. Storia fatta di attentati e di omicidi. Tanto per capire tra il settembre 2000 e il gennaio 2001 in questa zona si registrano sei attentati intimidatori. Per sei volte ignoti sparano contro le saracinesche di locali che gestiscono macchinette videopoker. Il far west, però, passa sotto traccia. Addirittura nella notte del 4 marzo 2001, vengono colpiti contemporaneamente quattro locali. In quello stesso periodo, fanno notare i carabinieri, il boss di Fino Mornasco, attraverso l’interfaccia della moglie, apre una società che, guarda caso, gestisce videopoker.

Nel 2008, poi, si spara e si uccide. Ecco un breve stralcio dell’annotazione dei carabinieri: “In data 8 Agosto 2008 alle ore 17.25 circa, in Cadorago (CO), frazione Bulgorello, presso il bar Arcobaleno in via Monte Rosa n. 8, veniva ucciso con tipiche modalità di agguato mafioso Franco Mancuso”. L’omicidio ad oggi resta irrisolto. La pista iniziale puntò dritta negli ambienti della ‘ndrangheta locale. Di più: una lettera anonima indicò nel mandante dell’omicidio un noto pregiudicato già condannato per mafia e indicato capo società di una ‘ndrina locale. Lo stesso che in casa teneva la ruspa utilizzata per seppellire Ernesto Albanese. Nulla si fece. Vinse l’omertà. La storia oggi rischia di ripetersi.

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