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Non solo F35: le spese folli della Difesa

zona-militareTagliategli tutto, ma non le medaglie. E non quelle che premiano atti di coraggio “sopra e al di là del dovere” o l’estremo sacrificio al fronte. No, i militari italiani sembrano più affezionati alle decorazioni di San Maurizio, il “protettore delle nostre armi”, che suggellano cinquant’anni di carriera in uniforme, calcolata in modo più virtuale che virtuoso: onorificenze inventate da Carlo Alberto nel 1839 e sopravvissute indenni attraverso guerre e repubbliche. Sono realmente medaglie d’oro: quest’anno costeranno ai contribuenti oltre un milione e 200 mila euro, che si aggiungono al milione e 800 mila euro spesi nel 2013. Più di tre milioni per un riconoscimento dorato. E pensare che su eBay c’è chi le offre, di dubbio conio, a soli quindici euro.

Medaglie, cene di gala e privilegi di rango sono sempre più un’eccezione nei bilanci della Difesa. Certo, ammiragli e generali restano maestri di mimetismo e tattiche evasive, anche quando si tratta di occultare qualche lusso nelle pieghe della contabilità: gli stati maggiori conservano quasi un milione e 600 mila euro per “impieghi riservati”, che ogni tanto si trasformano in buffet, brindisi e feste di rappresentanza. Ma gli sfarzi, come i tre milioni stanziati nel 2010 per il nuovo circolo ufficiali della capitale o la pioggia di campi da tennis realizzati nelle caserme di Roma e dintorni, appartengono al passato. Il mantra del ministro Roberta Pinotti è «ripensare, rivedere, ridurre». Non a caso gli interventi per “sport, benessere e qualità della vita” dei militari hanno subito l’assalto più duro nella battaglia dei risparmi: dai 60 milioni del 2014 ai quindici previsti per il prossimo anno. Una robusta sforbiciata, ma poca cosa rispetto ai venti miliardi che si tireranno fuori per le forze armate, carabinieri inclusi.

Il problema è che questi soldi vanno quasi tutti a stipendi. Dei 14 miliardi destinati alla funzione Difesa, ossia senza l’impatto dei carabinieri, ben 9700 milioni ossia il 67 per cento servono per le paghe del personale e limare il resto diventa sempre più difficile. In questi giorni negli alti comandi si combatte a sciabolate per difendere ogni aereo, ogni nave e ogni carrarmato dal tritacarne della spending review. Il diktat di Renzi è chiaro: nel 2015 bisogna eliminare il 3 per cento dello stanziamento totale, ossia 600 milioni. Una somma lontanissima dal miliardo e mezzo sbandierato nelle slide del commissario Cottarelli che hanno illuso gli italiani sulla speranza di abbattere in fretta gli esborsi bellici.

I programmi più costosi – dai caccia Eurofighter ai sottomarini U-212 – hanno corazze a prova di taglio: annullare i contratti implica penali a nove cifre. La lista dello shopping per il 2015 comprende 1180 milioni per gli aerei, 487 milioni per gli apparati elettronici di comunicazione e controllo, 184 milioni per le navi, 162 per i missili e 158 per armamenti assortiti. Ma è un campo minato: non c’è modo di disinnescare questi ordini senza finire intrappolati in cause legali destinate a una cara sconfitta. Al massimo si può dilatare l’impegno su più anni, con la prospettiva alla fine di ritrovarsi in mano sistemi ormai obsoleti. Oppure aggrapparsi ad appigli tecnico-politici per negoziare sconti: quello che in questi giorni stanno facendo tedeschi e spagnoli, che contestano problemi strutturali agli Eurofighter per cercare di abbassarne il prezzo stratosferico. A noi italiani i 96 esemplari dell’intercettore europeo costeranno 21,1 miliardi: 219 milioni l’uno, includendo pure gli investimenti per lo sviluppo. Un record assoluto.

Dilemma supoercaccia – Certo, si può intervenire sugli F-35, le icone dello spreco militare, che vengono comprati di volta in volta. Per quest’anno l’investimento è stato congelato mentre per il 2015 sono stati ipotizzati 644 milioni. La Pinotti ha però annunciato che entro dicembre firmeremo altri due ordini. Una decisione che pare ispirata dalla volontà di salvare capra e cavoli: rallentare al massimo gli esborsi per il supercaccia senza chiudere lo stabilimento di Cameri, dove si spera che novanta imprese nazionali possano fare affari con l’assemblaggio e la manutenzione del jet. Parte degli accordi sottoscritti con gli Usa dal governo Berlusconi è ancora top secret e sembra di capire che ci siano clausole drastiche: se l’Italia prosegue nella moratoria la prospettiva di perdere le ricadute industriali diventa concreta. Ed ecco che nel racimolare i nuovi 600 milioni di tagli è inevitabile sfoltire il personale. Far scattare subito la riduzione degli organici che dovrebbero passare da 175 mila a 140 mila militari nel prossimo futuro. I primi a cadere potrebbero essere generali e ammiragli, che il ministro vuole portare da 443 a 310: l’avanguardia di una potatura dei comandi che prevede il sacrificio di 4200 ufficiali e 7000 marescialli. Come avverrà la decimazione non è chiaro: licenziare gli statali non si può, gli incentivi alle uscite hanno scarso appeal e quindi resta la mobilità volontaria con il trasferimento in altre amministrazioni.

L’avanzata dei contratti invisibili – Si cerca poi di trovare un modo per vendere una parte delle decine di caserme inutilizzate: immobili talvolta in pieno centro storico, che non trovano acquirenti. Finora, nell’impossibilità di piazzarle all’asta, si è scelta la cessione gratuita – come è accaduto a Firenze – ad altri enti pubblici. Il che comporta un risparmio, tra elettricità, tasse e manutenzione, ma nessuna nuova entrata. Un faro speciale è stato acceso sui contratti che la Difesa assegna senza fare gare, per trattativa diretta o procedura negoziata: una montagna di quattrini, spesso fuori controllo. “L’Espresso” ha esaminato gli ultimi bilanci, adesso integralmente consultabili sul sito web del ministero, dove le sorprese non mancano. Per la manutenzione degli immobili e la manovalanza “straordinaria” nel 2013 sono stati spesi 4 milioni e 285 mila euro, affidati di anno in anno sempre alle solite imprese. Il caso più clamoroso però sono i noleggi di navi e aerei per il trasporto di uomini e mezzi. La Avandero soltanto negli ultimi mesi ha incassato contratti che possono valere fino a 292 milioni di euro (vedi articolo a pagina 36): più di quanto il bilancio preveda per la logistica nel prossimo anno. Ma negli elenchi si trova di tutto. Nessuna gara per la gestione di mense e cucine, che nel 2012 è costata 153 milioni. Ben 372 mila per il noleggio di autobus da una società campana, che al momento del contratto era sotto inchiesta della magistratura, mentre le forze armate possiedono centinaia di pulmann. Gli acquisti di beni e servizi attraverso Consip – la centrale statale che dovrebbe garantire prezzi calmierati – sono un’eccezione. Non solo. Spesso negli accordi trattati direttamente con le industrie si riconosce pure “l’aumento quinto”: un ritocco extra che copre ulteriori costi del produttore in maniera pressoché automatica. Così la Beretta ha avuto due milioni e 400 mila euro in più per fucili e lanciagranate e altri 100 mila per binocoli laser, l’Aerosekur un milione e mezzo, la Rheinmetall 350 mila, l’Iveco 205 mila euro per “revisione prezzi”, la Vitrocisiet un aumento di 233 mila.

Il missile flop da 600 milioni – Accordi piccoli e grandi capaci di sfuggire ai monitoraggi. Ci sono programmi che si trascinano per decenni, fino a perdersi per strada. Come il missile anti-aereo Meads. Un ordigno invisibile: è costato già 2,7 miliardi ma non esiste nemmeno un prototipo completo. Il progetto è stato concepito assieme a Germania e Stati Uniti: l’Italia finora ci ha messo circa 600 milioni. Gli studi sono partiti alla fine negli anni Novanta e non si vede ancora il traguardo. Due anni fa Washington ha detto basta. I politici di Berlino e i generali di Roma non si sono ancora arresi – anche perché l’Aeronautica nel frattempo è rimasta senza batterie terra-aria – e cercano una maniera per rivitalizzare il missile distruggi-quattrini: l’hanno proposto invano alla Polonia, che ha declinato l’invito. Ora bisogna decidere se staccare la spina dei finanziamenti oppure proseguire nell’accanimento terapeutico a carico dei contribuenti. I tedeschi si pronunceranno il prossimo anno, mentre al momento nel nostro bilancio non si materializzano altri fondi. Quei 600 milioni rischiano di essere solo un regalo di Stato alle aziende coinvolte, prima fra tutte Finmeccanica, per fare ricerca tecnologica.

Il programma dall’origine più misteriosa è decisamente quello dell’Aermacchi M-345: un jet per la formazione dei piloti spuntato dal nulla nell’estate 2013. Non se n’era mai parlato prima, ma improvvisamente si decide di rivoluzionare le scuole di volo dell’Aeronautica adottando questa nuova creatura del gruppo Finmeccanica. L’allora ministro Mario Mauro ne è talmente innamorato da annunciare nel settembre 2013 che diventerà il prossimo velivolo delle Frecce Tricolori. Un’exploit sorprendente, soprattutto nell’era delle amputazioni di bilancio. Già si stava faticando per comprare, sempre dall’Aermacchi, un altro aereo da addestramento molto più potente e costoso, l’M-346. E gli stormi dove si insegna a pilotare non sembravano a corto di macchine.

Trenta aerei fermi a terra – In realtà, negli stessi mesi in cui nasceva il nuovo jet negli hangar dell’Aeronautica si è verificato un grosso guaio. Tutti i trenta velivoli scuola sono stati messi a terra: il motore si surriscaldava e rischiava di fermarsi in mezzo alle nuvole. I comandi saggiamente hanno scelto di non correre pericoli e bloccato i decolli. Il problema è che quei trenta aerei SF-260 EA sono semi-nuovi, consegnati sempre dall’Aermacchi tra il 2005 e il 2007. Per avere un’idea, i loro predecessori sono rimasti in servizio per trent’anni di fila e sono ancora ambiti dagli appassionati. Come è stato possibile non accorgersi dei difetti di una macchina tecnologicamente semplice e sbagliarne l’acquisto? Di fatto, gli aerei sono ancora fermi: si è corsi ai ripari facendo istruire gli allievi con vetusti monomotori per il traino di alianti e altri velivoli noleggiati dagli aeroclub. Dopo un anno i tecnici hanno trovato una soluzione per rimettere in aria i trenta aerei azzoppati, tempi e costi però restano dubbi. E nel frattempo si è inventata la necessità di un nuovo reattore.

Il governo Renzi ha finora rotto le ali all’M-345. Con l’arrivo della Pinotti al posto di Mauro, il progetto è stato escluso dalle priorità: nelle ultime previsioni triennali del ministero non viene neppure citato. Aermacchi invece continua a credere nella bontà dell’M-345: il prototipo è stato esibito due mesi fa al salone di Londra con i prestigiosi colori delle Frecce, proclamandone l’ingresso nelle file della nostra aviazione nel 2017. Chissà se alla fine non riuscirà nell’intento.

Spesso nello shopping militare la volontà dell’industria ha la meglio sulle esigenze delle forze armate, imponendo apparati di scarsa utilità o invecchiati precocemente: sistemi che difficilmente si riesce ad esportare. Non è un caso se l’unico blockbuster sui mercati esteri è il fuoristrada blindato Lince, creato in proprio dall’Iveco e venduto in mezzo mondo. D’altronde, i fondi del ministero Sviluppo Economico per armamenti nel 2014 hanno superato i due miliardi di euro. È lo Sviluppo Economico a pagare i supercaccia Eurofighter e i jet d’addestramento M-346, i blindati Freccia e le fregate Fremm. È sempre lo stesso dicastero a farsi carico di Forza Nec, il piano per digitalizzare i soldati con una spesa di 800 milioni per dotare di gadget hi-tech studiati da Selex (Finmeccanica) due sole unità di fanteria. Con il gran finale delle sovvenzioni a scatola chiusa per la flotta: 5,8 miliardi di euro con cui costruire 6 pattugliatori, una nave anfibia, un rifornitore e due vedette per gli incursori. Milioni stanziati senza nemmeno un disegno di massima degli scafi, con l’obiettivo di dare fiato a Fincantieri e garantire un futuro alla Marina: insomma, un finanziamento sulla fiducia. Tante rate, da qui al 2032, che lasceremo sulle spalle dei nostri figli.

(Gianluca Di Feo da L’Espresso)

In ogni paese

In ogni paese c’è una orrenda casa moderna. L’ha progettata un geometra, figlio del sindaco.

(Dino Risi)

A proposito di forze dell’ordine e giustizia

Ci pensavo per caso questa mattina mentre mi è capitato di parlare con alcuni di loro: sono anni che si parla di rafforzamento di organico di forze dell’ordine e dei tribunali, sulle prime tra l’altro l’allarme di carenza di mezzo e uomini è praticamente bipartisan. Sono passati anni, decenni. Centrodestra e centrosinistra al Governo. E non cambia niente. Niente. Anzi: contro la magistratura il vento è lo stesso.

– Vorrebbe far parte dell’Allegra Compagnia?

Da un po’ di tempo Bosmans ripensava a certi episodi della sua giovinezza, episodi incoerenti, tronchi, visi senza nome, incontri fugaci. Tutto ciò apparteneva a un lontano passato, ma poiché quelle brevi sequenze non erano legate al resto della sua vita, esse rimanevano in sospeso, in un eterno presente. Non avrebbe mai smesso di farsi domande in proposito, e non avrebbe mai avuto risposte. Per lui quei brandelli sarebbero stati sempre enigmatici. Aveva cominciato a compilare un elenco cercando comunque di individuare dei punti di riferimento: una data, un luogo preciso, un cognome con un’ortografia incerta. Aveva comperato un taccuino moleskine nero che teneva nella tasca interna della giacca, cosa che gli permetteva di scrivere appunti in qualunque momento della giornata, ogni volta che uno dei ricordi intermittenti gli attraversava la mente. Aveva la sensazione di dedicarsi a un rompicapo. Tuttavia, man mano che risaliva il corso del tempo, a volte provava un rimorso: perché aveva scelto quella strada e non un’altra? Perché aveva lasciato che quel viso o quella figura con in testa una strana toque di pelliccia e che teneva un cagnolino al guinzaglio si perdesse nell’ignoto? Al pensiero di ciò che sarebbe potuto essere e non era stato, veniva colto da una vertigine.

Quei frammenti di ricordi corrispondevano agli anni in cui la tua vita è disseminata di bivi, in cui ti si aprono cosí tante strade da avere l’imbarazzo della scelta. Le parole di cui riempiva il taccuino gli evocavano l’articolo inerente la «materia oscura» che aveva mandato a una rivista di astronomia. Dietro agli avvenimenti precisi e ai visi familiari avvertiva tutto ciò che era diventato materia oscura: brevi incontri, appuntamenti mancati, lettere perdute, nomi e numeri di telefono scritti su una vecchia agenda che non ricordi piú, e uomini e donne che hai incrociato senza nemmeno saperlo. Come in astronomia, la materia oscura era piú vasta rispetto alla parte visibile della tua vita. Era infinita. E lui registrava sul taccuino qualche debole scintillio in fondo all’oscurità. Scintillii tanto deboli che chiudeva gli occhi e si concentrava alla ricerca di un dettaglio evocatore che gli permettesse di ricostruire l’insieme, ma l’insieme non c’era, solo frammenti, polvere di stelle. Avrebbe voluto tuffarsi nella materia oscura, riannodare uno a uno i fili spezzati, sí, ritornare indietro per trattenere le ombre e saperne qualcosa di piú. Impossibile. Allora non restava che ritrovare i cognomi. O anche i nomi. Servivano da calamita. Facevano rinascere impressioni vaghe difficili da chiarire. Chissà se appartenevano al sogno o alla realtà?

Mérovée. Un cognome o un soprannome? Non bisognava concentrarsi troppo su quel punto, per paura che lo scintillio si spegnesse una volta per tutte. Era già tanto averlo segnato sul taccuino. Mérovée. Fare finta di pensare a qualcos’altro era l’unico modo perché il ricordo si precisasse da solo, spontaneamente, senza forzarlo. Mérovée.

Camminava lungo l’avenue de l’Opéra, verso le sette di sera. Chissà se era quella l’ora, quello il quartiere vicino ai Grands Boulevards e alla Bourse? Adesso gli appariva il viso di Mérovée. Un ragazzo con i capelli biondi e ricci che indossava un gilet. Lo vedeva persino vestito in livrea – uno di quei portieri all’entrata dei ristoranti o alla reception dei grandi alberghi, con un’aria da bambino invecchiato precocemente. Anche lui, Mérovée, aveva il viso rugoso nonostante la giovane età. Pare che ci si dimentichi le voci. Eppure sentiva ancora il timbro della sua voce – un timbro metallico, un tono prezioso per pronunciare insolenze come quelle di un Gavroche o di un dandy. E poi, di colpo, una risata da vecchio. Era dalla parti della Bourse, verso le sette di sera, all’uscita dal lavoro. Gli impiegati defluivano in gruppi compatti ed erano cosí numerosi da spingerti sul marciapiede e trascinarti nel flusso. Quel Mérovée e altre due o tre persone dello stesso gruppo uscivano dall’edificio. Un ragazzone con la pelle bianca, inseparabile da Mérovée, beveva le sue parole con aria impaurita e insieme ammirata. Un biondo con il viso ossuto portava degli occhiali scuri e un grosso anello al dito, e in genere se ne stava in silenzio. Il piú vecchio doveva avere circa trentacinque anni. Nei ricordi di Bosmans, il suo viso era ancora piú nitido di quello di Mérovée, un viso appesantito con un naso corto che, sotto i capelli bruni schiacciati all’indietro, gli dava un’aria da bouledogue. Non sorrideva mai e si dimostrava molto autoritario. A Bosmans era sembrato di capire che fosse il loro capoufficio. Parlava in tono severo, come se fosse deputato alla loro educazione, e gli altri lo ascoltavano da bravi alunni. Solo ogni tanto Mérovée si permetteva un commento insolente. Gli altri membri del gruppo, Bosmans non se li ricordava. Ombre. Il disagio, che quel nome, Mérovée, gli causava, lo aveva provato di nuovo quando gli erano tornate alla mente due parole: «L’Allegra Compagnia».

Una sera in cui Bosmans aspettava come al solito Margaret Le Coz davanti all’edificio, Mérovée, il capoufficio e il biondo con gli occhiali scuri erano usciti per primi e si erano diretti verso di lui. Il capoufficio gli aveva chiesto a bruciapelo:

– Vorrebbe far parte dell’Allegra Compagnia?

E Mérovée aveva fatto la sua risata da vecchio. Bosmans non sapeva cosa rispondere. L’Allegra Compagnia? L’altro, con il viso sempre severo, lo sguardo duro, gli aveva detto: – Siamo noi l’Allegra Compagnia, – e Bosmans aveva considerato la cosa piuttosto comica per via del tono lugubre che lui aveva assunto. Ma guardandoli bene, tutti e tre, quella sera se li era immaginati lungo i boulevard, con grossi bastoni in mano a colpire ogni tanto un passante di sorpresa. E, ogni volta, si sarebbe udita la risata stridula di Mérovée. Aveva detto loro:

– Per quanto riguarda l’Allegra Compagnia… lasciatemi un po’ di tempo per pensare.

Gli altri parevano delusi. In fondo li aveva conosciuti da poco. Era rimasto da solo con loro non piú di cinque o sei volte. Lavoravano nello stesso ufficio di Margaret Le Coz ed era stata lei a presentarglieli. Il bruno con la faccia da bouledogue era il suo superiore e Margaret doveva dimostrarsi gentile con lui. Un sabato pomeriggio li aveva incontrati sul boulevard des Capucines, Mérovée, il capoufficio e il biondo con gli occhiali scuri. Uscivano da una palestra. Mérovée aveva insistito perché andasse con loro a farsi «un bicchiere e un macaron». Si era ritrovato sull’altro lato del boulevard seduto a un tavolino della sala da tè La Marquise de Sévigné. Mérovée sembrava entusiasta di averli portati in quel locale. Si rivolgeva a una delle cameriere come un habitué e ordinava con voce perentoria «tè e macaron». Gli altri due lo consideravano con una certa indulgenza, cosa che da parte del capoufficio, solitamente cosí severo, aveva stupito Bosmans.

– Allora per la nostra Allegra Compagnia… ha preso una decisione?

Mérovée aveva rivolto la domanda a Bosmans con un tono asciutto e questi cercava una scusa per alzarsi da tavola. Dicendo loro, per esempio, che doveva andare a telefonare. Li avrebbe piantati in asso. Ma pensava a Margaret Le Coz, che era loro collega. Rischiava di incontrarli di nuovo, ogni sera, quando veniva a prenderla.

– Allora, le andrebbe di essere membro della nostra Allegra Compagnia?

Mérovée insisteva, sempre piú aggressivo, come se volesse provocare Bosmans. Sembrava che gli altri due si preparassero a seguire un incontro di boxe, il bruno con la faccia da bouledogue con un lieve sorriso, il biondo impassibile dietro gli occhiali scuri.

– Sa, – aveva dichiarato Bosmans con voce calma, – fin dai tempi del collegio e del servizio militare non mi piacciono molto le bande.

Mérovée, sconcertato dalla risposta, aveva fatto la sua risata da vecchio. Avevano parlato d’altro. Il capoufficio, con voce grave, aveva spiegato a Bosmans che frequentavano la palestra due volte a settimana. Praticavano diverse discipline, fra cui la boxe francese e il judo. E c’era perfino una sala d’armi con un professore di scherma. E di sabato ci si iscriveva per una «corsa campestre» o una «pista» al Bois de Vincennes.

– Dovrebbe venire con noi a fare un po’ di sport…

Bosmans aveva la sensazione che gli stesse dando un ordine.

– Sono sicuro che non fa abbastanza sport…

Lo fissava dritto negli occhi e Bosmans faticava a reggere il suo sguardo.

– Allora verrà con noi a fare un po’ di sport?

La sua facciona da bouledogue era illuminata da un sorriso.

– Va bene un giorno della prossima settimana? La iscrivo in rue Caumartin?

Questa volta Bosmans non sapeva piú cosa rispondere. Sí, quell’insistenza gli ricordava i tempi del collegio e del servizio militare.

– Prima mi aveva detto che non le piacevano le bande, vero? – gli chiese Mérovée con una voce acuta. – Senz’altro preferisce la compagnia di Mademoiselle Le Coz?

Gli altri due parevano a disagio per quel commento. Mérovée continuava a sorridere, tuttavia sembrava temere la reazione di Bosmans.

– Ma sí, è cosí. Ha senz’altro ragione, – aveva risposto piano Bosmans.

Li aveva lasciati sul marciapiede. Si allontanavano nella folla, il capoufficio e il biondo con gli occhiali scuri camminavano fianco a fianco. Mérovée leggermente indietro si girava e gli rivolgeva un cenno di addio. E se la memoria lo ingannasse? Forse era un’altra sera, alle sette davanti agli uffici, quando aspettava l’uscita di Margaret Le Coz.

Qualche anno dopo, verso le due di notte, attraversava in taxi l’incrocio fra rue du Colisée e avenue Franklin Roosevelt. Il tassista si fermò al semaforo. Proprio di fronte, sul bordo del marciapiede, c’era una persona immobile, rigidissima, vestita con una mantella nera, i piedi nudi in un paio di sandali alla schiava. Bosmans riconobbe Mérovée. Il viso era smagrito, i capelli tagliati corti. Stava lí, di sentinella, e al passaggio delle rare automobili abbozzava ogni volta un sorriso. O meglio un rictus. Sembrava che battesse il marciapiede per i clienti d’oltretomba. Era una notte di gennaio particolarmente fredda. Bosmans voleva raggiungerlo, parlargli, ma pensò che l’altro non lo avrebbe riconosciuto. Lo vedeva ancora attraverso il finestrino posteriore, finché l’automobile svoltò alla rotatoria. Non poteva staccare gli occhi da quella figura immobile in mantella nera, e di colpo si ricordò il ragazzone con la pelle bianca che accompagnava spesso Mérovée e sembrava ammirarlo tanto. Che fine aveva fatto?

Di fantasmi simili ne aveva decine e decine. Impossibile attribuire un nome alla maggioranza di essi. Allora si accontentava di scrivere una vaga indicazione sul taccuino. La ragazza bruna con la cicatrice che si trovava ogni giorno alla stessa ora sulla linea di metrò Porte-d’Orléans/Porte-de- Clignancourt… Il piú delle volte era una via, una stazione del metrò, un caffè ad aiutarli a riemergere dal passato. Ricordava la barbona in gabardine, la camminata di una ex modella che aveva incrociato a piú riprese in diversi quartieri: rue du Cherche- Midi, rue de l’Alboni, rue Corvisart…

Si era stupito che tra i milioni di abitanti presenti in una grande città come Parigi, ci si potesse imbattere nella stessa persona, a distanza di tanto tempo, e ogni volta in un luogo molto lontano dal precedente. Aveva chiesto un parere a un amico che faceva calcoli probabilistici, per giocare alle corse, consultando i numeri del giornale «Paris Turf» degli ultimi venti anni. No, non c’era nessuna spiegazione. Allora Bosmans aveva pensato che il destino a volte insiste. Incontri due, tre volte la stessa persona. E, se non le rivolgi la parola, allora peggio per te.

 [L’orizzonte, Einaudi, 2010 di Patrick Modiano, premio Nobel per la Letteratura del 2014 (tradotto da Emmanuelle Caillat)]

Con rispetto per Scampia

Qualche tempo fa, mentre ero ospite di una trasmissione televisiva, ricordo di avere raccolto una bella sporta di insulti da esponenti leghisti e qualche rimbrotto piddino per una mia frase: “Milano in alcune sue zone è come Scampia”. Se non ricordo male il tema della puntata era proprio la rappresentazione televisiva di quel territorio campano diventato metafora di un certo agire criminale. Con il tempo mi sono pentito di quella frase effettivamente non tanto per Milano (che mi disgusta quando si ingegna per apparire compita) quanto per Scampia che non merita di diventare termine assoluto di paragone ad uso di una situazione milanese molto più complessa e per molti versi peggiore. Ieri su Il Fatto Quotidiano Davide Milosa, giornalista puntuale poiché sganciato dall’orrido bon ton lombardo sui temi mafiosi, ha scritto un articolo che riporta con precisione la situazione criminale di alcuni quartieri milanesi in un articolo dal titolo “Milano come Scampia: mafie, racket e droga nelle case popolari” e mi ha riportato all’episodio della mia ospitata televisiva. Forse davvero dovremmo trovare linguaggi nuovi per esprimere l’allarme di un territorio che comunque ospita tra le proprie pieghe episodi che vengono colti con la solita insopportabile insufficienza. Almeno per rispetto per Scampia. Basta leggere il pezzo di Davide per rendersene conto:

Maglietta nera, jeans, capelli rasati sui lati. Guarda. È insistente. Un pit bull gli pascola attorno. Dice: “Cerchi qualcuno?”. Risposta abbozzata: “Sì, anzi no, facevo un giro”. Oltre a lui adesso sono in sei, cinque ragazzi e una ragazza. Tutti italiani. Altri passeggiano sul grande spiazzo di cemento chiuso tra quattro palazzi di sette piani. Questo è territorio off limits. “Tra noi qualcuno è di troppo”, dice lei. Ride ma mica tanto. Meglio andare. Camminata rapida verso il cancello bianco che ti sputa sullo stradone di traffico. Il passo accompagnato dai bassi di un stereo che manda ritmi tecno dalla finestra.

Benvenuti a Milano nel fortino tra viale Sarca e viale Fulvio Testi, periferia nord della città. Case popolari. Gestione Aler in capo alla Regione che fu di Roberto Formigoni e che ora è di Bobo Maroni. Impronta leghista, ma identico risultato. E mentre la politica apparecchia il banchetto dell’Expo, Milano assiste alla frantumazione del suo tessuto sociale. Perché quello degli appartamenti gestiti dall’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale è un fronte che monta ogni giorno. Con la cronaca che accatasta violenze, occupazioni abusive, voti comprati.

Dal Giambellino al Gallaratese, Aler si mostra impotente. L’azienda regionale, travolta dagli scandali, da sempre poltronificio per i partiti, in perenne rosso, controlla 72 mila alloggi. A Milano ha edificato 170 quartieri dove vivono 350 mila persone. Dal 1° dicembre, però, 28 mila alloggi torneranno sotto la gestione del Comune. “Ce ne assumiamo la responsabilità”, promette il sindaco Giuliano Pisapia. “Siamo pronti a vincere la sfida”.

Viale Sarca, comandano i clan e il voto costa 50 euro
“Il quartiere Sarca-Testi è il centro di tutto”, racconta un ex funzionario dell’Aler cacciato dall’amministrazione dopo che per qualche anno ha vigilato sui palazzoni, denunciando gli opachi rapporti tra i dirigenti pubblici e alcuni pregiudicati. Anche per questo si è fatto ben volere soprattutto dagli anziani. Non la pensa così l’azienda che gli ha fatto il vuoto attorno. “Qui rom e calabresi controllano tutto, dal racket allo spaccio”. Famiglie ben conosciute e con un pedigree criminale di tutto rispetto. Alcune di loro sono finite sotto la lente dell’antimafia.

“Qui anche i motorini dei postini vengono fatti a pezzi”, dice l’ex funzionario, “non succede la stessa cosa invece per certe fuoriserie”. In Sarca-Testi ci passa di tutto. “Anche gente di camorra legata al clan Gionta”. In questi palazzoni, poi, la politica viene spesso. “Nel 2010”, ricorda l’ex funzionario che chiede l’anonimato per timore di ritorsioni, “qui fece campagna elettorale un noto politico lombardo che entrò nella giunta Formigoni”. Non fa il nome, ma spiega: “Un voto vale 50 euro. Nel periodo pre-elettorale arrivano macchinoni e gente in giacca e cravatta. Gli accordi si prendono con i boss del clan Porcino e del clan Hudorovich. La mazzetta viene lasciata a una sola persona che ha poi l’incarico di distribuire il denaro ai vari inquilini”.

E se da un lato in questa enclave della mala politica incassa preferenze, dall’altro, funzionari Alervengono ricattati. “Qui si spaccia di giorno e di notte, e in certi casi i pusher hanno ripreso con i telefonini funzionari e impiegati dell’azienda mentre acquistano la droga, video che poi hanno utilizzato per ricattarli”. Come? “Per esempio per ottenere un cambio alloggio in tempi rapidissimi”. Il controllo del territorio è totale. “A tal punto”, spiega l’ex funzionario, “che nel 2010 qui trovò riparo un latitante, i carabinieri lo hanno cercato per settimane”. Quartieri sull’orlo di una crisi di nervi, e palazzi abbandonati. Anche questa è Aler.

E così da viale Sarca ci si sposta al civico 60 di via Adriano verso Crescenzago. Qui, qualche giorno fa, un marocchino di 30 anni, con precedenti per droga, è stato ammazzato. Lo hanno trovato su una montagnetta di rifiuti con la testa rotta. Precipitato dopo una rissa.

Guerra al Giambellino rom contro italiani
Abitava al terzo piano di uno stabile abbandonato. E come lui tanti altri disperati, gente che viene dal Nordafrica e dall’est Europa. Stabile Aler che, nei piani, doveva diventare una scuola. A testimoniarlo un cartello affisso al cancello. Si legge che “l’insegnante della prima ora deve fare l’appello e controllare le giustificazioni”. La data: 2008. Poi solo il degrado. Che si calpesta oggi metro dopo metro facendosi largo tra le erbacce e le montagne di immondizia. Ci sono finestre rotte, porte divelte e su per le scale si intravedono ombre. Dopo la morte del ragazzo nessuno parla. Si chiamava Moustafa.

Ma Aler oggi è anche corpo a corpo e lotta per la sopravvivenza. Una guerra tra poveri che infiamma il Giambellino. Succede tutto la notte del 1 ottobre scorso, quando al civico 58 arriva un camioncino. Quattro uomini entrano nel palazzo. Martellano, sfondano, occupano. Ci piazzano una ragazza con tre bimbi. I carabinieri arrivano ma non la cacciano. Il giorno dopo, in pieno pomeriggio, un gruppo di rom si presenta con sedie, tavoli, materassi. È la miccia che scatena la rivolta. “Arrivano gli zingari”, si sente urlare. La gente scende in cortile. Gli italiani fanno muro. Partono gli insulti. Si sfiora la rissa. Arrivano i carabinieri e i rom se ne vanno. “Qui non li vogliamo”.

Che fanno gli zingari? Si spostano di un chilometro verso via Odazio e piazza Tirana. Con donne, bambini e auto di lusso parcheggiate davanti al civico 4 di via Segneri. Sfilano davanti a una signora italiana con cagnolino al guinzaglio. Lei si sposta, loro tirano dritto, entrano nel cancello e scompaiono. “Ormai”, inizia la signora Rosa, “la piazza è roba loro”. Si avvicina un’altra donna. “Mi chiamo Carla e abito qua da 15 anni. Ogni giorno c’è un’aggressione, i furti sono aumentati, e poi ci sono le baby gang: ragazzi tra gli 11 e i 18 anni che fanno rapine ai passanti”.

Al Gallaratese le auto vanno a fuoco
In via Segneri la gente ha paura di protestare. Un dato comune anche in via Bolla 42, quartiere Gallaratese. Qui in una sola settimana la mafia del racket ha dato fuoco a tre macchine. Incendidolosi, non hanno dubbi gli investigatori. Ne sono certi gli inquilini che da anni protestano. Il ragionamento è questo: ora ti brucio la macchina e ti va bene così, la prossima volta, però, tocca alla tua famiglia. Da queste parti governano clan calabresi che non sfondano le porte ma i muri. “È più semplice”, dicono.

Dopodiché chi protesta, prima di essere minacciato, viene pagato. Dai 50 ai 100 euro. Tutto denaro che poi sarà recuperato con gli affitti abusivi. Succede in via Bolla come in via Asturie, non lontano da viale Sarca, dove il listino prezzi arriva fino a 3 mila euro per un appartamento di tre locali. Si occupa ovunque e Aler non pare in grado di bloccare quest’emergenza. Tanto che rispetto a cinque anni fa, gli sgomberi in flagranza sono calati del 60 per cento. In tutto questo succede anche che sulla giostra delle case popolari salgano abusivi e sbirri. Capita nei due palazzoni Aler di via San Dionigi 42 al confine con il quartiere Corvetto. Le occupazioni sono aumentate dopo la chiusura delcampo nomadi dietro via San Dionigi. La presenza di poliziotti, però, non è un deterrente. Gli abusivi non si fermano e occupano non solo gli appartamenti sfitti, ma anche quelli lasciati vuoti magari da un anziano che per qualche giorno si è ricoverato in ospedale. Il Comune di Milano, però, promette: “Sarà guerra agli abusivi e al racket”.

Da Il Fatto Quotidiano dell’8 ottobre 2014

I Casalesi a Trastevere

Non so quanto serva ma insisto:

Appartamenti a Trastevere, un immobile commerciale da 600mila euro a Formia, in provincia di Latina e più di una decina di società, tutte attive nel campo petrolifero e immobiliare. Il tesoro sequestrato dalla Guardia di Finanza di Latina – comandata dal colonnello Giovanni Reccia – all’imprenditore di Villa Literno M. P. S. mostra, ancora una volta, la capacità di espansione imprenditoriale e degli investimenti provenienti dal clan dei casalesi. Se il centro continua a rimanere saldamente radicato nella provincia di Caserta, le ramificazioni verso il Lazio appaiono sempre più salde. Una via utilizzata per ripulire i capitali, secondo gli investigatori, inondando i circuiti economici con milioni di euro.

Nell’ultima operazione della Guardia di finanza – condotta su delega della direzione distrettuale antimafia di Napoli, per un’inchiesta coordinata dall’aggiunto Giuseppe Borrelli e dal pm Giovanni Conzo – appare anche la conferma di una denuncia partita alcuni giorni fa dall’associazione Caponnetto: i clan campani stanno puntando all’acquisizione di aziende e immobili investendo nelle aste giudiziarie, approfittando dei tanti fallimenti nella zona del sud pontino. Tra gli immobili sequestrati a S. – ritenuto un imprenditore vicino al gruppo Bidognetti – c’è anche un immobile di Formia comprato qualche anno fa proprio in un’asta e oggi affittato ad un centro sanitario. L’associazione antimafia a fine settembre aveva segnalato alle forze dell’ordine la presenza di “possibili mani della camorra su alcune aziende dell’agro pontino cadute in gravi difficoltà economiche e perciò costrette a rivolgersi al sistema creditizio di banche o privati”. Operazioni che per la Caponnetto sarebbero condotte da “professionisti insospettabili che opererebbero in rete tra di essi nell’area bancaria e del recupero crediti e che svolgerebbero un’azione che tenderebbe a sottrarre ai proprietari le aziende in crisi”.

Dall’indagine condotta dalla Finanza appare ora un primo riscontro, con il sequestro di un bene in un fallimento: “Da diversi mesi stavamo lavorando sul patrimonio di questo imprenditore – commentano fonti investigative – analizzando con cura l’acquisto dell’immobile di Formia in un’asta giudiziaria”. Il sequestro – firmato dal collegio per l’applicazione delle Misure di prevenzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – ha riguardato undici società operanti tra Napoli e Caserta: la Ctp Petroli, la Ctp Immobiliare, l’ Immobiliare San Carlo di Caserta, la V. & G. Energy, la Full Petrol, la Auto Petrol, la Posillipo Petroli, la Marinara, la SA. MI. Trasporti e la Blue Energy. L’attività principale era nel settore del commercio all’ingrosso ed al dettaglio di prodotti petroliferi, la gestione di un deposito di carburanti e di tre impianti di distribuzione stradale. E’ stata infine sequestrata una società con sede a Malta, che si occupava di locazione di immobili. Complessivamente il patrimonio sottratto all’imprenditore campano ammonta a quaranta milioni di euro.

Politici ad avercene

Attenzione: è un post lungo ma ne vale la pena perché quando ho letto l’intervento del senatore (dicono ancora per poco) del Pd Walter Tocci non ho trovato una sola riga di troppo. E allora vale la pena leggerselo per intero:

La richiesta del voto di fiducia sembra una prova di forza ma è un segno di debolezza. Il governo chiede al Parlamento una delega a legiferare mentre impedisce al Parlamento di precisare i contenuti di quella stessa delega. Il potere esecutivo si impadronisce del potere legislativo per disporne a suo piacimento, senza alcun contrappeso istituzionale. Il Senato delega per sentito dire nelle televisioni, senza quei “principi e criteri direttivi” prescritti dalla Costituzione. È l’anticipazione di un metodo che diventerà normale con la revisione costituzionale in atto.

Si forzano le regole per paura di un libero dibattito parlamentare. Il Presidente del Consiglio non è in grado di presentare gli emendamenti che ha proposto come segretario del suo partito. In questo modo, la legge delega sarà priva non soltanto di alcune garanzie ampiamente condivise, ma perfino della famosa questione della cancellazione dell’articolo 18. Se ne parla sui media, ma non risulta nei testi. D’altronde, a quanto pare, non conta più cosa decide il Parlamento – sarà poi il governo tra qualche mese a scrivere i veri decreti – l’importante è ora creare l’apparenza di una grande riforma.

L’argomento è stato scelto ad arte per inscenare una contrapposizione simbolica. Ce la potevamo risparmiare questa guerra di religione sul diritto del lavoro. Non solo perché il Paese avrebbe bisogno di ritrovare coesione sociale intorno a un chiaro progetto di cambiamento. Non solo perché si dovrebbe evitare di lacerare la ferita già dolorosa della disoccupazione che segna la vita di milioni di italiani. Ma soprattutto perché non c’è alcun motivo pratico per ingaggiare l’ennesimo duello giuslavorista. E il primo ad esserne convinto sembrava proprio Matteo Renzi. Solo qualche mese fa riteneva che ridiscutere dell’articolo 18 fosse una fesseria. Si era addirittura impegnato di fronte al popolo delle primarie ad archiviare la questione. Come mai ha cambiato idea? Sarebbe doverosa una spiegazione. Altrimenti potrebbe alimentare il dubbio che la guerra di religione è ingaggiata per distrarre l’opinione pubblica, per coprire le evidenti difficoltà dell’azione di governo, per occultare gli scarsi risultati ottenuti nella trattativa europea.

Temo che si vada consolidando un metodo di governo basato sulla ricerca continua di un nemico. Può servire a creare un consenso effimero, ma non aiuta il paese a trovare una rotta; asseconda il rancore sociale ma non coagula le passioni civili per il cambiamento.
La furia distruttiva stavolta è indirizzata verso un bersaglio inesistente, un altro ceffone alle mosche. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non esiste più nella legislazione italiana, è stato cancellato da Monti due anni fa.

Si racconta ancora la bufala secondo cui nell’Italia di oggi un’impresa non può licenziare per motivi economici e disciplinari. Eppure, lo scorso anno ci sono stati circa 800 mila licenziamenti individuali, il 10% portati in tribunale e solo 0.3% annullati. Infatti,Il governo tecnico ha eliminato tutti i vincoli degli anni settanta, venendo incontro alle pressanti richieste degli imprenditori. Il reintegro è rimasto solo nel caso più estremo, quando cioè il magistrato constata la falsità della “giusta causa”. Se ora si cancella questa ultima garanzia un lavoratore potrà essere licenziato con l’accusa di aver rubato oppure con la giustificazione di una crisi aziendale, perfino se un processo dimostrasse che si tratta di falsità. In altre parole, per licenziare una persona diventa legittimo dichiarare il falso in tribunale. Non è flessibilità economica, ma barbarie giuridica che nega un principio generale del diritto: “Quod nullum est nullum effectum producit”. Una soglia mai varcata dal ministro Fornero – o forse dovrei dire dalla “compagna” Fornero, riconoscendo amaramente che il governo tecnico ha certo sbagliato sugli esodati ma ha difeso i diritti dei lavoratori meglio del governo a guida Pd.

In seguito alle nostre critiche è stato riproposto il reintegro nei casi disciplinari fasulli, ma non per le false cause economiche. Questo diventerà il canale privilegiato per ottenere i licenziamenti ingiustificati. D’altronde, per svuotare un secchio d’acqua basta un solo buco, non ne servono due.
In apparenza Renzi attacca la Camusso, ma nella realtà contesta la Fornero. Ed è curioso che l’ex-presidente del Consiglio, Mario Monti, presente in quest’aula come senatore a vita, non senta il bisogno di difendere la sua legge, che pure presentò in tutti i consessi internazionali come strumento per la crescita del Pil.

Solo in Italia può accadere che dopo due anni si scriva un’altra legge sul lavoro, senza neppure analizzare gli effetti della precedente. È un film già visto, da venti anni la legislazione è in continua mutazione senza risolvere alcun problema, aumentando solo la burocrazia. Si attacca la magistratura per la varietà di giudizi su casi similari, a volte davvero troppo ampia, dimenticando che proprio l’eccesso di legislazione ha impedito il consolidarsi della giurisdizione sui casi esemplari. Ciò che allontana davvero gli investitori stranieri è proprio il susseguirsi frenetico di nuove regole.
Se si riflette onestamente su questa anomalia italiana appare ridicola la retorica dei conservatori che hanno bloccato le riforme degli innovatori. È vero esattamente il contrario: sono state approvate troppe riforme, tutte purtroppo sbagliate. E questa proposta di legge persevera negli errori del passato:

– Si continua a far credere che abbassando l’asticella dei diritti riprenda la crescita. L’esperienza dovrebbe averci convinto che la svalutazione del lavoro ha contribuito pesantemente alla crisi della produttività totale dei fattori perché ha ridotto la capacità di innovazione.

– Si continua a contrapporre i garantiti e i non garantiti mentre è evidente che entrambi hanno perso diritti nel ventennio, come certifica ormai anche l’Ocse attribuendo all’Italia uno dei massimi indici di precarizzazione. La contrapposizione è ancora più falsa in questo disegno di legge poiché mantiene il reintegro per i lavoratori occupati e lo toglie ai giovani neoassunti.

– Si continua nella politica dei due tempi – “ora aumentiamo la precarizzazione, e poi verranno gli ammortizzatori sociali”. Fin dalle leggi Treu la promessa non è mai stata mantenuta e anche stavolta il passo indietro nei diritti è certo e immediato mentre il sussidio di disoccupazione è incerto e insufficiente.

– Si continua a denunciare il freno del sindacato, quando è evidente a tutti che non ha mai contato così poco nelle fabbriche. I politici, anche della vecchia guardia, hanno sempre polemizzato con i leader sindacali ma hanno sempre impedito l’approvazione di una legge di rappresentanza che desse voce ai lavoratori.

– Si continua nell’illusione che basti incentivare il tessuto produttivo attuale per creare lavoro. Ma la ripresa non avverrà facendo le stesse cose di prima. Non suscita alcuna riflessione il fallimento dei bonus fiscali per le assunzioni e della Garanzia giovani, né la scarsa risposta alle offerte dei prestiti della Bce. Che altro deve succedere per capire che ormai le norme e gli incentivi sono strumenti inutili se non si innova la struttura produttiva?

Nel primo annuncio del Jobs Act subito dopo le primarie tutte queste leggende sembravano abbandonate, ma ora sono tornate in auge. La forza del passato ha preso il sopravvento, riducendo l’entusiasmo della novità a stanca retorica. Il Grande Rottamatore porta a compimento i programmi dei rottamati di destra e di sinistra.
Ben due generazioni hanno creduto agli annunci di una flessibilità coniugata ai diritti e sono rimaste ferite. La promessa di uscire dal buco nero della precarietà è troppo seria per essere delusa. Stavolta alle parole devono seguire i fatti. Solo da questa preoccupazione muove la mia critica.

Sento dire che il contratto a tutele crescenti dovrebbe eliminare la sacca della precarietà. Qualcuno mi sa indicare il comma che assicura il risultato? Purtroppo non esiste, poiché il nuovo contratto si aggiunge ai precedenti, adottando quindi la soluzione Ichino contro quella Boeri. Le imprese non ricorrono al tempo indeterminato se possono continuare a gestire rapporti di lavoro meno costosi e senza futuro. Anzi, questi sono stati ulteriormente incentivati con il decreto Poletti di luglio che ha abbassato le garanzie dei contratti a tempo determinato e dell’apprendistato, e in questa delega si amplia l’uso del voucher che nega perfino il rapporto tra lavoratore e impresa.

Si è annunciata l’eliminazione del cocopro, ma è molto difficile che da questa figura parasubodinata si approdi a un vero contratto di lavoro. Più facile invece che si regredisca nel sommerso delle partite Iva. D’altro canto, anche i critici di sinistra peccano di normativismo, illudendosi che basti togliere questa o quella figura contrattuale per migliorare la qualità del lavoro.
C’è un lavoro autonomo di seconda generazione che è legato alla trasformazione tecnologica e produttiva del nostro tempo. È una figura anfibia che non si può ingabbiare negli schemi tradizionali dell’imprenditore e del lavoratore, ma va riconosciuta nella sua peculiarità e sostenuta con strumenti non convenzionali. Dovremmo saperlo soprattutto in Italia, avendo sotto gli occhi quei sei milioni di nuclei produttivi con meno di tre dipendenti che ci ostiniamo a chiamare imprese per ragioni ideologiche, mentre costituiscono una mutazione della figura del lavoratore. L’armatura giuslavoristica di questa legge delega non riesce a contenere il fenomeno e anzi rischia di soffocarlo.

Il carattere anfibio del lavoro terziario richiede l’attivazione di tutele di tipo universalistico – pensionistiche, formative, di welfare territoriale – a prescindere dalle forme contrattuali. Perfino il sostegno al reddito deve essere legato allo status di cittadinanza e non può essere limitato solo al passaggio da un’occupazione all’altra, come invece è necessario e assolutamente prioritario per il lavoro dipendente.
La complessa flessibilità è quella del lavoro autonomo, per quello subordinato sarebbe molto più facile ricondurre l’ordinamento a poche e chiare figure contrattuali che prevedano un periodo di prova e di formazione prima dell’assunzione definitiva e forme di impiego temporaneo più costoso e legato a reali esigenze produttive. Questa semplificazione è credibile solo se si attua la riforma più difficile in Italia, cioè l’obbligo di rispettare la legge.
La gran parte della precarietà nel lavoro subordinato si regge su una pratica di illegalità ed elusione. In questa proposta si delega il governo a fare tutto, tranne che a organizzare un efficiente sistema di controlli sulle condizioni di lavoro. Basterebbe rafforzare il corpo degli ispettori del lavoro e incrociare le banche dati con la lotta all’evasione fiscale e previdenziale, con l’obiettivo di sopprimere il lavoro nero e aumentare la vigilanza sulla sicurezza.

Ma a dare il buon esempio dovrebbe essere prima di tutto lo Stato. Nella stragrande maggioranza i contratti precari della pubblica amministrazione sono illegali, perché utilizzano rapporti temporanei per funzioni continuative e in alcuni casi di delicato interesse pubblico. La recente promessa di assumere 150 mila insegnanti che attualmente hanno cattedre annuali va nella giusta direzione e dovrebbe riguardare le tante figure che si trovano in condizioni simili: ricercatori e archeologi, ingegneri e architetti, informatici e operatori sociali. Non solo per rispettare la dignità di quei lavoratori, ma anche perché la valorizzazione delle loro competenze aumenterebbe la qualità delle politiche pubbliche. Anche le gare di appalto a massimo ribasso oggi contribuiscono a diffondere l’illegalità e il precariato selvaggio, mentre la committenza pubblica dovrebbe prendersi cura del rispetto dei diritti del lavoro. È curioso che questa proposta di legge si occupi del mercato privato e ignori completamente le responsabilità dello Stato come datore di lavoro diretto e indiretto.

Tra le righe si legge una sfiducia nel futuro del paese. Si ritiene che l’Italia non possa essere diversa da come è oggi, non sia in grado di modificare la sua struttura economica tradizionale ormai messa fuori gioco dalla competizione internazionale. Si pretende di risolvere il problema eliminando i diritti e riducendo i salari, già oggi i più bassi in Europa, magari utilizzando gli 80 euro e il Tfr per pareggiare il conto.

Sembra una scelta di buon senso ma è una via senza uscita. I paesi emergenti saranno sempre nelle condizioni migliori di costo per vincere la concorrenza. L’unico modo per mantenere il rango di grande paese consiste invece nel migliorare il livello tecnologico, la specializzazione del tessuto produttivo, l’accesso nell’economia della conoscenza. Ma ci vorrebbe un’agenda di governo tutta diversa; bisognerebbe puntare sulla formazione permanente per migliorare le competenze, mentre qui si promuove per legge il demansionamento dei lavoratori; si dovrebbe puntare sulle politiche industriali della green economy mentre il decreto sblocca-Italia rilancia la rendita immobiliare; si dovrebbe puntare sulla ricerca scientifica e tecnologica, che invece subirà altri tagli con la legge di stabilità; si dovrebbe puntare sull’economia digitale non a parole ma con azioni concrete che ancora non si vedono.

Non si è mai cominciato a cambiare verso. Finora si sono visti i passi indietro. Con le riforme istituzionali gli elettori contano meno di prima. Con il Job Act si intaccano le garanzie per i lavoratori. Queste scelte non erano previste nel programma elettorale del 2013 che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd. Non siamo stati eletti per indebolire i diritti.

Abbiamo aperto una Piccola Libreria

Praticamente abbiamo seguito il percorso inverso rispetto agli indici del mercato dell’editoria: una libreria a chilometro zero dall’autore al lettore, in tempo di globalizzazione. Nella nostra Piccola Libreria trovate i libri che ho scritto in questi anni e i prossimi che scriverò, per ora, e quando ci capiterà l’occasione metteremo anche qualche piccola sorpresa. Confesso che l’idea ci è venuta grazie al suggerimento di qualcuno che  mi faceva notare come fosse difficile trovare tutte le pubblicazioni e in più ho sempre pensato a questo mio blog come una casa in cui si possa mettere le mani tra le mie cose.

La Piccola Libreria la trovate qui. Aspettiamo come sempre le idee e i suggerimenti, eh. Ah: anche le critiche.

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