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La verità. Da tutti.

di Carla Tocchetti (La Provincia di Varese) – 6 ottobre 2014

1Straordinaria presenza al convegno “Non c’è libertà senza legalità” tenutosi oggi all’Apollonio: difronte a quattrocento persone c’erano Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato e Antonino di Matteo, il magistrato inquirente sulla trattativa Stato-Mafia. Abbiamo chiesto a Borsellino il significato del quadro presente nel Rapporto dell’Osservatorio Universitario milanese sulla Criminalità Organizzata che definisce la Provincia di Varese ad alto indice di presenza mafiosa tuttavia non ne evidenzia connessioni a livello politico: “Il prof. Nando Della Chiesa, autore del dossier, potrebbe rispondere meglio di me ma a livello di ipotesi potrebbe essere che non si è scavato abbastanza”. Di Matteo ha sottolineato che “la verità deve essere pretesa da tutti i cittadini, è un sacrosanto diritto conoscere i dettagli delle indagini e delle sentenze. Essere indifferenti significa consegna alle mafie il potere di questo paese.” Per Giulio Cavalli, lo scrittore sotto scorta per le minacce ricevute dalla mafia: “Negli ultimi trent’anni sono purtroppo mancati gli uomini di cultura che chiedessero una decisa linea politica a fronte degli esiti giudiziari e condannassero la prevaricazione come stile di vita per raggiungere il successo”. Anna Parisi di Agende Rosse, tra gli organizzatori del convegno insieme a AntimafiaDuemila e Libera sezione provinciale di Varese, ha sottolineato tra gli applausi che “non devono essere lasciati soli i magistrati che si battono perchè la verità e la giustizia possano realizzarsi secondo il giuramento fatto alla Costituzione, e non si fanno intimidire dalle minacce traendone consapevolezza di percorrere la strada giusta” ricordando anche la figura del maresciallo Saverio Masi, caposcorta di Nino di Matteo, che lavorava all’interno del reparto investigativo fino al blocco voluto dai suoi stessi superiori e oggi rischia la destituzione per aver avuto il coraggio di denunciarli. Una sfilata di bambini delle scuole elementari che indossavano le magliette stampate con il motto del convegno “Non c’è libertà senza legalità” ha proposto al pubblico una serie di riflessioni, esprimendo disgusto e fermezza, facendo proprie le parole del giudice Paolo Borsellino: “Vogliamo vivere senza la paura, perchè ci impedisce di essere liberi”.

Il clan D’Oronzo-De Vitis-Ricciardi pronto a rinascere

La Polizia di Stato di Taranto sta eseguendo una vasta operazione antimafia, coordinata dalla DDA di Lecce, con l’arresto di decine di persone ritenute responsabili, a vario di titolo, dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, omicidio, estorsione, rapina e detenzione di armi. Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile, hanno accertato che il gruppo criminale operava su Taranto con forti articolazioni a Verona e Sassari.

Gli aggiornamenti – Sono 50 (2 ancora da eseguire) le ordinanze di custodia cautelare in carcere eseguite all’alba dagli agenti della Squadra mobile di Taranto richieste dalla Procura distrettuale antimafia. Vecchi boss condannati per mafia e recentemente scarcerati puntavano nuovamente a mettere le mani sulla città attraverso il racket delle estorsioni e la gestione di attività e cooperative.

Si cercava di ricostituire il clan D’Oronzo-De Vitis-Ricciardi – Secondo gli investigatori si cercava di ricostituire lo storico clan D’Oronzo-De Vitis-Ricciardi che negli anni ’90 imperversò a Taranto, in piena alleanza con il boss Antonio Modeo, detto il “Messicano”, scatenando una sanguinosa guerra di mala da centinaia di morti contro i tre fratelli Gianfranco Riccardo e Claudio Modeo. Facevano leva sulla fama criminale ma volevano aggiornare il loro look ed avere atteggiamenti più civili.

«Erano pronti a scatenare una nuova guerra – commenta il procuratore antimafia Cataldo Motta – e desiderosi di vendicarsi di chi negli anni della reclusione gli ha voltato le spalle e non li ha aiutati sostenendo spese legali ed aiutando i familiari, così come vuole il codice mafioso».

Nel mirino le attività imprenditoriali ed economiche più ricche della città costrette a pagare il pizzo. Nessuna ha denunciato le estorsioni subite.

Fra gli arrestati, anche un imprenditore, Fabrizio Pomes, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa ed intestazione fittizia di beni per aver creato una serie di cooperative che si aggiudicarono la gestione di un centro sportivo del Comune. Il clan aveva ripreso vecchi e nuovi collegamenti, aveva teste di ponte a Verona, gestiva il traffico di droga ed aveva ampia disponibilità di armi. Dall’inchiesta emerge che De Vitis è anche mandante dell’omicidio di Antonio Santagato, ex fedelissimo dei Modeo, ucciso a colpi di pistola dai fratelli Pascalicchio nel maggio del 2013 a Taranto.

Il capo della Polizia Alessandro Pansa ha telefonato al Questore di Taranto complimentandosi con le donne e gli uomini della Polizia impegnati nell’attività investigativa che ha portato all’esecuzione di 52 misure cautelari nei confronti di appartenenti al clan D’Oronzo-De Vitis, ringraziando anche personalmente il procuratore della Dda di Lecce Cataldo Motta. Lo fa sapere l’ufficio stampa della Polizia in una nota.

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Gli strani buchi nella sicurezza di Scarpinato

Siamo alle solite: notizie che fanno venire i brividi.

Prima è arrivata una lettera minatoria che conteneva l’invito a “rientrare nei ranghi”, recapitata direttamente sulla sua scrivania al primo piano del Palazzo di Giustizia di Palermo. Poi una scritta tracciata su una porta impolverata, proprio di fronte al suo ufficio: “accura”, scriveva la mano anonima in dialetto siciliano, ovvero “stai attento”. Adesso le misure di sicurezza del procuratore generale Roberto Scarpinato sono state potenziate: lo ha deciso venerdì il Comitato Provinciale per la Sicurezza pubblica di Palermo.

Dagli archivi del palazzo di giustizia siciliano, infatti, sono sparite le registrazioni effettuate dalle telecamere di sorveglianza negli stessi giorni in cui l’ignoto Corvo riusciva a penetrare all’interno dell’ufficio del magistrato per lasciare la missiva intimidatoria per Scarpinato. Le indagini sono affidate, per competenza, alla procura di Caltanissetta guidata da Sergio Lari: gli investigatori hanno acquisito le cassette che corrispondevano a dodici giorni di registrazione, nello stesso periodo in cui la lettera era stata presumibilmente depositata sulla scrivania di Scarpinato (ovvero la notte tra il 2 e il 3 settembre). Visionandole, però, gli inquirenti si sono accorti che le cassette contenevano soltanto cinque giorni di registrazione: e quando sono tornati nuovamente negli uffici palermitani, si sono resi conto del fatto che fosse rimasto materiale con soltanto 24 ore di registrazione. Solo un guasto nel sistema di videosorveglianza? O un furto operato da un infiltrato che ha praticamente colpito al cuore il Tribunale di Palermo? Se lo chiedono gli investigatori, che indagano nelle falle del sistema di sicurezza della procura.

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Anche in Lombardia i candidati mafiosi si fanno in casa

Spesso ci è capitato di discuterne nei nostri incontri: la mafia che, delusa dalla politica, passa alla produzione “in proprio” dei dirigenti e dei candidati è il segno di una crescita sostanziale nella radicazione sul territorio. E infatti ne scrive Cesare Giuzzi:

Il milanese ha sostituito il calabrese. Dialetto lombardo, boss e cumenda. Affiliati ai clan nati e cresciuti al Nord. Senza neppure una goccia di sangue d’Aspromonte. La ‘ndrangheta cambia, e anche a Milano – suo feudo imprenditoriale ed economico – le regole si adattano al limite del mutamento genetico. Per esempio aprendo le porte a nuovi «battezzati» che «non hanno origine calabrese» e vengono «affiliati all’interno dei vari locali della ‘ndrangheta lombarda con cariche e doti secondo gerarchie prestabilite, con cerimonie e rituali tipici». Ma non solo. Sotto la lente della squadra Mobile di Milano e della Dda guidata da Ilda Boccassini, sono finiti anche due medici. Chirurghi noti e stimati nell’ambiente sanitario lombardo oggi sospettati di «essersi messi a disposizione di affiliati e dei loro parenti» per ottenere «scarcerazioni e cure privilegiate».

Gli investigatori li hanno seguiti e fotografati durante incontri e cene con condannati per mafia o familiari di arrestati nelle ultime operazioni antimafia al Nord. Si tratta di due medici di origine calabrese che lavorano al Niguarda di Milano e al Policlinico di Monza. Con loro anche un infermiere di origini calabresi. Una conferma ulteriore dell’interesse mafioso per la sanità lombarda. Come già emerso a proposito dell’ex dirigente sanitario dell’Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, condannato in secondo grado a 12 anni. Proprio da quelle indagini è nato il fascicolo che ha permesso, alcuni mesi fa, di scoprire la presunta «cupola» che voleva spartirsi gli affari di Expo.

La capacità di adattamento delle famiglie criminali calabresi e la loro struttura «flessibile» hanno permesso di riempire i vuoti dopo i 300 arresti dell’operazione Infinito-Crimine (luglio 2010) e quelli delle inchieste successive. Tanto che, secondo la polizia, i clan a Milano si sono «immediatamente riorganizzati e hanno di fatto ricostruito e preservato la scala gerarchica che consente alla ‘ndrangheta di rimanere solidamente legata al territorio».

La fotografia scattata dalla relazione inviata alla Direzione nazionale antimafia dalla squadra Mobile di Milano è l’immagine di una mutazione in atto. Dopo aver investito sui politici – spesso con aspettative superiori rispetto ai risultati ottenuti – i clan oggi «si sono posti l’obiettivo di entrare direttamente nei gangli della vita imprenditoriale e politico-istituzionale». Come? Candidando affiliati di assoluta fiducia nelle amministrazioni locali: «Gli appartenenti alla ‘ndrangheta, dimorando al Nord ormai da più generazioni, hanno progressivamente acquisito una piena conoscenza del territorio consolidando rapporti con le comunità locali e privilegiando specifici contatti con rappresentanti della politica e delle istituzioni locali che occupano ruoli chiave nelle amministrazioni». Il tutto, come annotano gli investigatori della squadra Mobile diretti da Alessandro Giuliano, grazie alle nuove generazioni che hanno permesso alla ‘ndrangheta al Nord di «diventare col tempo un’associazione dotata di un certo grado di indipendenza rispetto a quella autoctona calabrese con la quale continua comunque a mantenere rapporti molto stretti».

Il nuovo «governo» delle ‘ndrine «si realizza con un tasso di violenza marginale, privilegiando invece forme di accordo e collaborazione con settori della politica, dell’imprenditorie e della pubblica amministrazione». Ecco la zona grigia. Così, come era emerso nel recente passato, dal traffico di cocaina l’attenzione dei boss milanesi s’è spostata sull’edilizia, sugli appalti pubblici (Expo, ma non solo), usura, frodi immobiliari, giochi, scommesse e l’acquisto di locali in centro. I clan investono all’estero: Romania, Gran Bretagna, Cipro e Svizzera. «L’ingresso di nuovi elementi ha consentito alle più solide consorterie mafiose calabresi di confermare il proprio assetto territoriale e di riaffermare il proprio ruolo di referenti locali rispetto alla casa madre».

Per quanto riguarda i medici indagati, l’inchiesta avrebbe messo in luce rapporti con boss del calibro di Pasquale Barbaro detto ‘U Nigru , originario di Platì (Reggio Calabria) e arrestato nel 2011 nell’inchiesta Minotauro della Dda di Torino, di affiliati (Molluso e Trimboli) della potente cosca Barbaro-Papalia («La sua egemonia a Milano e hinterland è assoluta») e del clan Morabito-Palamara-Bruzzaniti di Africo.

Oltre a EXPO, la ‘ndrangheta che diversifica

Ma quale Expo, quando mai, la ‘ndrangheta non ci pensa. Troppo “scrusciu” attorno, troppa attenzione. Ora poi che il governo ci ha piazzato sopra addirittura l’ex magistrato anti-casalesi Raffaele Cantone, i boss girano al largo. Il ragionamento, in fondo, è semplice semplice. “Io non è che miro là, io miro che i grossi vanno là e il resto qua resta scoperto”. Con buona pace degli allarmi lanciati dalla politica. E’ il 14 aprile 2011, quando la frase viene catturata dalle microspie della squadra Mobile di Milano. E così se il capo della procura di Milano Edmondo Bruti Liberati lancia l’idea dell’area omogenea per seguire meglio le inchieste sull’Esposizione universale, la mafia calabrese, con capi e comprimari, tira dritto ragionando giorno dopo giorno, lavorando sul territorio lombardo, sulle sue istituzioni locali, pilotando elezioni comunali, tenendo a busta paga funzionari degli uffici tecnici, consiglieri, assessori. E lo fa oggi, dopo arresti e condanne, dopo i maxi-blitz del 2010, dopo una stagione (dal 2008 al 2012) in cui l’antimafia milanese, diretta dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, ha svelato intrecci mafiosi e complicità politiche.

“Io non è che miro là”, dice Pietro Corapi, imprenditore del mattone calabro-lombardo, originario di Davoli in provincia di Catanzaro. Nel 2012 viene coinvolto nell’indagine Golden Snow. Si tratta di affari locali nel comune di Desio: roba di piccola corruzione per gli appalti della neve. Corapi finisce in carcere assieme a imprenditori dal cognome lombardissimo e ad alcuni funzionari pubblici. L’arresto, però, non ferma la polizia di Milano. Il nome di Corapi così rientra nelle carte dell’operazione Tibet che il 4 marzo 2014 porta in galera 40 persone. In carcere finisce Giuseppe Pensabene, uomo di ‘ndrangheta, che pur con un curriculum criminale di basso livello, si è infilato nel vuoto di potere creato dal blitz del 5 luglio 2010. Pensabene comanda in Brianza, tra Desio e Seveso, mettendo in piedi una banca clandestina per riciclare il denaro dell’usura e il nero degli imprenditori. Nulla di nuovo sotto il sole. Eppure quell’indagine nasce proprio attorno alla figura di Corapi che, indagato e intercettato, non finirà coinvolto negli ordini di cattura firmati dal gip di Milano Simone Luerti.

Lo spunto risale al novembre del 2010 quando il tribunale di Catanzaro ordina il sequestro di beni a Francesco Corapi, padre di Pietro. Sigilli vengono messi a terreni e ville, anche in Lombardia e in particolare nella zona di Bollate, area di influenza della famiglia. Ecco allora quanto scrive la squadra Mobile di Milano: “Pietro Corapi, insieme” a familiari e prestanome “sembra abbia costituito in questo territorio una organizzazione criminale calabrese collegata alla cosca Gallace di Guardavalle (CZ), che pone in essere su questo territorio una serie di attività illecite”. S’indaga, s’intercetta e si scopre che Pietro Corapi, classe ’73, è uomo d’impresa e di conoscenze. Suo cognato, Nicola Grillo, è vicino alla famiglia Mandalari, i boss di Bollate che dopo decenni di affari neri, sono finiti in carcere solo nel 2010. Al contrario di Corapi, Grillo è uomo di cantiere ed è a lui che i tanti padroncini calabresi si rivolgono per poter lavorare.

Ci sono affari di terra e, ipotizza la polizia, di ‘ndrangheta. Ci sono, soprattutto, conoscenze da coltivare nei vari comuni che da Bollate vanno verso Lecco e Como. Ed ecco che le intercettazioni fissano il punto, mentre chiudono il cerchio foto e riprese. Di mezzo c’è sempre Pietro Corapi pizzicato più volte al telefono con Giovanni De Michele (non indagato), ex ingegnere del comune di Solaro in provincia di Milano. Annota la polizia: “Le conversazioni tra i due lasciano presupporre l’esistenza di irregolarità nell’assegnazione dei lavori comunali che vengono assegnati o con bandi di cui Corapi riesce a conoscere le altre offerte in modo tale da presentarne una più bassa, oppure con procedure d’urgenza per scavalcare quelle ordinarie”. Corapi lavora in diversi cantieri pubblici: da Desio a Merate, da Solaro a Nova Milanese potendo contare su contatti all’interno dell’amministrazione.

Non è Expo, naturalmente. Ma è la ‘ndrangheta, ragionano gli investigatori della squadra Mobile, che striscia lenta dentro alle istituzioni locali. E così pochi giorni prima della Pasqua 2011, Corapi è al telefono con il geometra dell’ufficio tecnico del comune di Merate. Dice il funzionario pubblico: “Adesso non ho in giro altra roba, c’è quella gara lì e ti faccio sapere”. Stesso discorso per il comune di Varedo dove Corapi contatto il solito architetto con il quale l’imprenditore si mette d’accordo per un lavoro che ufficialmente costa 20mila euro ma che sarà pagato 56mila.

Rapporti e contatti creano una rete che da Bollate si estende da nord a sud. Si parte dalla famiglia Corapi e si arriva a Santo Maviglia, nato ad Africo ma residente a Monza. Classe ’73, nel 2011 la Dia di Reggio Calabria lo denuncia per associazione mafiosa. I collegamenti con i Corapi, annota la polizia, sono legati ai lavori di movimento terra. Stesso campo di gioco che lega i porta bandiera delle cosche di Guardavalle ai potenti clan di Platì storicamente residenti nei comuni di Corsico e Buccinasco. In particolare i contatti sono con i fratelli Portolesi titolari della Helving srl. Una nota del nucleo provinciale dei Carabinieri comunica che “tale società è totalmente riconducibile a Pietro Paolo Portolesi, la cui coniuge, Maria Calabria, è amministratore unico. La cugina, Elisabetta Calabria, è coniugata con Rosario Musitano, anch’egli riconducibile alle famiglie operanti all’interno delle principali cosche platiote”. Di più: “Secondo un appunto del N.o.r.m di Pavia emerge che Portolesi è stato l’autista e uomo di fiducia di Pasquale Marando (latitante) elemento di prim’ordine e anello di congiunzione della ‘Ndrangheta Calabrese per la gestione degli stupefacenti tra la Colombia e l’talia”.

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Aldo Semerari, la psichiatria al servizio dei boss

600978882005HIG_5_227X349_exactCorrado De Rosa ha scritto un bel libro sul “cattivo maestro” Aldo Semerari:

Aldo Semerari: «Era lo psichiatra dei boss», dice. «Semerari negli anni ’70 era coinvolto in tutta una serie di torbide vicende. Eseguiva delle perizie con cui i mafiosi potevano ottenere l’impunità. Garantiva ai criminali una serie di privilegi attraverso escamotage come il vizio di mente, la seminfermità, la sospensione dei processi o l’incompatibilità con il carcere».

Psichiatri che in cambio di perizie falsate ottengono favori dalla mafia. Quali?

«Semerari cercava di sfruttare la banda della Magliana. Grazie alle sue perizie lo spaccio, i sequestri e le rapine potevano continuare a condizione che parte del profitto andasse al suo movimento eversivo che si chiamava “Costruiamo l’azione”. Era uno dei teorici dell’eversione nera tra i neofascisti romani. Questo è il motivo per cui fu anche arrestato per la strage di Bologna».

In che modo quindi Cosa nostra usa la follia?

«Viene utilizzata per tre motivi: per ottenere benefici di giustizia attraverso perizie compiacenti. Per delegittimare. E infine per trattare. Per esempio quando Provenzano simulò il suicidio nel 2012, in realtà non stava tentando di ammazzarsi ma di dire allo Stato: venite a parlare con me. O quando negli anni ’80, dopo il sequestro di un assessore democristiano, i servizi segreti si rivolsero alla Camorra per negoziarne la liberazione: questo fu il paradigma della trattativa Stato-mafia. In cambio Raffaele Cutolo, boss della Camorra, chiese appalti, finanziamenti e un pacchetto di perizie psichiatriche compiacenti».

A Catania chi difende gli Ercolano?

Una bella domanda (e ben posta) di Claudio Fava:

“Chi protegge la famiglia Ercolano?” Se lo chiede l’onorevole Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia, in un’interrogazione rivolta al ministro dell’Interno Angelino Alfano, dopo aver appreso che la prefettura di Catania ha iscritto nella propria white list l’impresa Sud Trasporti di Angelo Ercolano, cugino dell’ergastolano Aldo Ercolano e nipote del defunto Pippo Ercolano che è stato il capo di una delle famiglie più irriducibili di Cosa Nostra in Sicilia.

La Sud Trasporti, ricorda Fava nella sua interrogazione, era stata colpita pochi mesi fa da un provvedimento della Procura di Catania per un giro di false fatturazioni da cinque milioni di euro e aveva subito in quell’occasione un sequestro preventivo per diversi milioni di euro.

“Come è possibile – si chiede Fava – che un’azienda legata, sia pure attraverso un nipote incensurato, a una delle più famigerate famiglie di mafia, un’azienda che ha appena subito un sequestro preventivo e che è accusata di pesantissime frodi fiscali possa essere impunemente iscritta nella white list della prefettura, con titolo per partecipare a ogni pubblica gara d’appalto?”.

“L’episodio – continua Fava – ricorda, nella sua gravità, la recente decisione, per fortuna revocata, di togliere dal regime del 41 bis il cugino di Angelo, il capomafia Aldo Ercolano, nonostante la Dia continui a ritenerlo il reggente della cosca mafiosa dei Santapaola”.

“La sensazione – afferma il vicepresidente dell’Antimafia nel suo atto ispettivo – è che una parte delle istituzioni imprenditoriali e politiche di Catania continui a manifestare una intollerabile e incomprensibile subalternità nei confronti della famiglia Ercolano che ha segnato nel sangue, è bene non dimenticarlo, la storia di Cosa Nostra in quella città”.

Dormi, Pavia, dormi

Dorme, Pavia, da anni ormai. Spaventata dalla querela facile di qualche signorotto millantatore e sempre impegnata negli appelli umanitari per lavare le condanne e le accuse. Anche lì si organizzano safari antimafia con tanta difficoltà nel guardare in casa propria. Basta leggere l’articolo di Daniele Ferro per farsene un’idea:

Lombardia è terra fertile per i «proficui rapporti» tra ‘ndrangheta e uomini dello Stato. È quanto scrivono i giudici della Corte d’Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza che conferma le condanne a quaranta imputati, arrestati il 13 luglio del 2010 durante l’operazione «Infinito », che aveva l’obiettivo di smantellare la penetrazione delle cosche nella regione.

Un Comune che ben simboleggia i «proficui rapporti» in Lombardia è Pavia, città molto pericolosa per chi ostacola i piani degli affaristi. Non a caso tra i condannati spiccano l’avvocato tributarista Giuseppe “Pino” Neri e l’ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia Carlo Chiriaco: il primo condannato a diciotto anni di carcere con l’accusa di essere un boss della ‘ndrangheta in Lombardia, l’altro a dodici anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Entrambi sono calabresi cresciuti professionalmente a Pavia.

Ma anche nei casi in cui non compaiono affiliati alla ‘ndrangheta, la sostanza dei «proficui rapporti» a Pavia è pur sempre mafiosa: lo sostiene chi, denunciandoli, ne è rimasto vittima.

«Pavia è una città omertosa. Con quello che è saltato fuori dovrebbe succedere il finimondo, invece c’è un silenzio tombale, sia da parte delle istituzioni che della società civile», dice l’attivista e giornalista freelance Giovanni Giovannetti. Il cronista si riferisce a minacce di morte nei confronti suoi e di un collega del quotidiano la Provincia pavese, Fabrizio Merli, emerse da alcune intercettazioni telefoniche rese pubbliche due settimane fa dopo la chiusura delle indagini della procura di Pavia su «Punta Est», un cantiere sequestrato all’imprenditore Dario Maestri, finito agli arresti domiciliari nel 2013. È lui a dire «questi bisogna eliminarli fisicamente», riferendosi a Giovannetti e Merli, perché infastidito dai loro articoli che denunciavano le irregolarità su cui si fondavano i suoi cantieri, avvallate da funzionari pubblici con le mani pronte a intascare denaro.

Uno di questi, secondo gli inquirenti, è Ettore Filippi, ex dirigente della Polizia di Stato, vicesindaco durante l’amministrazione di centro-sinistra di Piera Capitelli, poi passato a sostenere la giunta di Alessandro Cattaneo (Fi), infine arrestato per corruzione lo scorso marzo con l’accusa di avere ricevuto da Maestri circa 130mila euro. È con lui che l’imprenditore, nella primavera del 2012, si sfoga contro i due cronisti (che si aggiungono agli oltre 2mila giornalisti minacciati in Italia negli ultimi otto anni, come rilevato dall’osservatorio Ossigeno per l’Informazione ). Alle minacce di morte, Filippi dice a Maestri di «non scherzare», ma poi gli presenta un amico investigatore, Fabrizio Scabini di Voghera, per pedinare i giornalisti. Anche al telefono con Scabini, Maestri minaccia. Parla di Merli, che ha pubblicato quella mattina del 10 marzo 2012 un importante articolo: «Ormai non penso più alla querela ma gli spacco la faccia a quello lì», trascrivono gli inquirenti il 10 marzo del 2012.

Forti con i deboli

Confermata dalla Cassazione la condanna a 12 anni di reclusione ciascuno per i due agenti della Polfer D’Aquanno e Romitaggio, per l’omicidio del clochard Giuseppe Turrisi, avvenuto nell’ufficio della Polfer della Stazione Centrale di Milano il 6 settembre 2008. La suprema Corte ha respinto il ricorso dei due imputati. In particolare, la quinta sezione penale della Cassazione ha confermato il verdetto emesso dalla Corte di Assise di Appello di Milano il 29 gennaio 2013. In secondo grado le pene erano state aumentate: in primo grado, infatti, a Emiliano D’Aguanno erano stati inflitti 10 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale e 3 anni a Domenico Romitaggio con l’accusa di falso. In secondo grado, invece, sono stati ritenuti entrambi gli agenti della Polfer responsabili del pestaggio mortale di Turrisi.

«È stato un pestaggio debordante e selvaggio» quello che ha ucciso il clochard Giuseppe Turrisi per effetto dei calci e dei pugni sferrati dai due agenti della Polfer di Milano Emiliano D’Aguanno e Domenico Romitaggio. Lo ha detto il sostituto procuratore generale della Cassazione Pasquale Fimiani assistendo alla lettura del verdetto di condanna emesso dalla quinta sezione penale. Il pg Fimiani, nella requisitoria aveva chiesto il rigetto del ricorso dei due agenti. «C’è un fotogramma – ha ricordato Fimiani – che mostra il povero Turrisi mentre entra vivo, con i suoi piedi, nella stazione dell’ufficio della Polfer». Il clochard sarà portato via dall’ambulanza e morirà poco dopo essere arrivato in ospedale: «Ad essere stato letale è stato un calcio sferrato con gli anfibi che ha causato delle emorragie interne», ha spiegato Fimiani che ha condiviso l’impianto della sentenza di appello. Il calcio avrebbe provocato la rottura della milza. D’Aguanno e Romitaggio sono stati anche condannati a pagare le spese di giustizia e a rifondere con quattromila euro le spese dei difensori della parte civile.

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