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A Milano il docufilm “Berlinguer: a love story”

Il prossimo lunedì 29 settembre 2025, alle 18.30, l’Auditorium Testori di Palazzo Lombardia ospiterà la proiezione di Berlinguer: a love story, il docufilm scritto e diretto da Pierpaolo Farina con musiche originali di Emanuele Fasano. Un appuntamento che intreccia memoria politica e racconto civile, portando a Milano un’opera che negli ultimi mesi ha raccolto riconoscimenti internazionali, dal Los Angeles Film and Documentary Awards al Madonie Film Festival, fino al Festival del Cinema di Cefalù e al BARCIFF Barcelona Film Festival.

Il film offre uno sguardo intimo sulla figura di Enrico Berlinguer, leader del Partito comunista italiano, attraverso immagini d’archivio, testimonianze e narrazioni inedite. Non si tratta soltanto di una biografia politica: il racconto si concentra sulla dimensione etica e personale di un dirigente che ha segnato la storia italiana con la sua idea di rigore morale e con la capacità di parlare a generazioni diverse.

L’intervento di Di Marco e l’impegno del M5s lombardo

L’iniziativa è sostenuta dal Movimento 5 Stelle Lombardia. Sarà infatti Nicola Di Marco, capogruppo regionale, a introdurre la serata: «È motivo d’orgoglio partecipare alla realizzazione di questo evento – ha dichiarato – non solo perché il docufilm è un prodotto di altissima qualità, ma soprattutto perché trasmette messaggi e valori che meritano di essere tramandati». Secondo Di Marco, l’appuntamento rappresenta un’occasione di confronto anche per chi continua a coltivare interesse per la vita pubblica e per il bene comune, in un tempo in cui la politica appare sempre più distante.

Dibattito con Farina e Castellina

Alla proiezione seguirà un dibattito pubblico con la presenza del regista Pierpaolo Farina e della giornalista ed ex parlamentare Luciana Castellina, storica figura della sinistra italiana e cofondatrice del quotidiano Il Manifesto. L’incontro sarà moderato dallo scrittore e attore Giulio Cavalli, con l’obiettivo di allargare la riflessione sui lasciti di Berlinguer e sul loro significato nell’attuale panorama politico.

L’ingresso all’evento è gratuito, previa registrazione. Gli organizzatori si attendono un pubblico numeroso e trasversale, a conferma di un interesse che, a più di quarant’anni dalla scomparsa di Berlinguer, continua a rimanere vivo.

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Perché sui Fondi Ue all’agricoltura l’Italia rischia l’ennesima figuraccia – Lettera43

Se entro il 31 dicembre non avremo speso i 52,9 milioni stanziati da Bruxelles per far fronte alle calamità naturali, dovremo restituirli. Con un triplo danno: ai bilanci delle imprese, alle casse dello Stato e alla credibilità del nostro Paese in Europa.

Perché sui Fondi Ue all’agricoltura l’Italia rischia l’ennesima figuraccia

Entro il 31 dicembre 2025 l’Italia rischia di fare un regalo indesiderato a Bruxelles: 52,9 milioni di euro destinati alla gestione del rischio agricolo potrebbero dover tornare indietro perché mai spesi. Sono le risorse del Programma di sviluppo rurale nazionale 2014-2022 (PSRN) dedicate ai fondi mutualistici e allo strumento di stabilizzazione del reddito (IST), due misure pensate dal 2019 per indennizzare gli agricoltori colpiti da calamità. Un meccanismo innovativo, tra i pochi della Politica agricola comune (PAC), capace di offrire una rete contro la crescente incertezza climatica, che rischia però di evaporare tra ritardi amministrativi e inerzia politica.

Gli impegni non bastano: senza bonifici certificati la partita è chiusa

La Commissione europea è chiara: i fondi valgono solo se pagati effettivamente dagli organismi pagatori, cioè dall’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA) o dagli organismi pagatori regionali (OPR), entro il 31 dicembre 2025. Non bastano gli impegni, non bastano le pratiche avviate. Se non ci sono bonifici certificati, la partita è chiusa e i soldi rientrano a Bruxelles. Un rischio già segnalato da Fedagripesca Confcooperative, che denuncia come i fondi mutualistici abbiano anticipato rimborsi negli anni scorsi senza che la quota pubblica (il 70 per cento del totale, a fronte di un 30 per cento messo dagli agricoltori stessi) sia mai stata erogata per intero. Una falla che potrebbe trasformarsi in un disimpegno automatico da decine di milioni. Il problema si complica per ragioni di calendario: dal 31 luglio 2025 non è più possibile presentare domande intermedie di pagamento. Restano soltanto i mesi finali per istruire e certificare le pratiche già presentate, sperando che la macchina amministrativa riesca a correre più veloce di quanto abbia fatto negli ultimi anni.

Perché il mercato unico Ue in realtà non esiste: contraddizioni e ipocrisie di Bruxelles
Palazzo Berlaymont (foto di Christian Lue via Unsplash).

Oggi gli agricoltori sostengono tra il 70 e l’80 percento dei danni da eventi estremi

Tutto questo avviene mentre l’agricoltura italiana paga caro la vulnerabilità climatica. Le compagnie assicurative hanno progressivamente ridotto le coperture, lasciando scoperte intere tipologie di rischi. Il Fondo AgriCat – creato dalla legge di bilancio 2022 e operativo dal 2023 – garantisce una copertura di base solo per tre eventi catastrofali: alluvioni, gelo e siccità. Lo fa però con tetti e franchigie che riducono sensibilmente gli indennizzi. Il risultato è che, secondo l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (IVASS) e vari studi europei, gli agricoltori finiscono per sostenere direttamente tra il 70 e l’80 per cento delle perdite causate dagli eventi estremi. In questo scenario, i fondi mutualistici finanziati dal PSRN non sono un dettaglio, ma uno strumento indispensabile. Soprattutto per i comparti più esposti – dall’ortofrutta al riso, dalla viticoltura alla zootecnia – che negli ultimi anni hanno visto crescere danni e sinistrosità a fronte di rimborsi sempre più parziali.

Perché sui Fondi Ue all'agricoltura l’Italia rischia l’ennesima figuraccia
Campi allagati in Maremma (Ansa).

Il ministero dell’Agricoltura accelera ma il rischio figuraccia è dietro l’angolo

Consapevole del rischio, il ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (MASAF) ha provato a muoversi in extremis. Ad agosto e settembre sono comparsi in Gazzetta ufficiale una serie di decreti per semplificare le procedure: modifiche agli avvisi 2019-2023, integrazioni delle quote di adesione, aggiornamento dei valori-indice per il calcolo delle perdite. Interventi che hanno il sapore della corsa dell’ultimo minuto. La sostanza però non cambia: i fondi devono arrivare sui conti correnti degli agricoltori, e devono arrivarci entro fine anno. Non servono promesse, né bandi “a futura memoria”. Servono pagamenti reali. E qui si misura la capacità (o incapacità) del sistema italiano di utilizzare le risorse europee. Se i 52,9 milioni torneranno a Bruxelles, il danno sarà doppio. Per gli agricoltori significherà minori indennizzi, in un momento in cui la crisi climatica rende sempre più incerti i raccolti e sempre più costoso il credito. Per il Paese sarà una figuraccia politica: perdere fondi comunitari proprio sulla voce che dovrebbe rafforzare la resilienza del settore.

L’ultima di Lollobrigida: «Nei paesi dove non si beve vino si vive di meno»
Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura (Ansa).

In gioco c’è la credibilità delle istituzioni italiane

Secondo l’ultimo rapporto Ismea, il valore assicurato delle polizze agevolate ha raggiunto nel 2024 circa 10,3 miliardi di euro, ma restano forti squilibri territoriali e settoriali. I fondi mutualistici dovevano servire a colmare questo divario. Se non si riuscirà a spenderli, si dimostrerà che l’Italia non solo non riesce a proteggere i suoi agricoltori, ma neppure a utilizzare gli strumenti messi a disposizione dall’Unione europea. A tre mesi dalla scadenza, il quadro è chiaro: o la burocrazia italiana riesce a completare le liquidazioni e a certificare la spesa, oppure Bruxelles si riprenderà i 52,9 milioni. Non sarà un dettaglio contabile, ma un messaggio politico: l’Italia perde una delle poche leve innovative della PAC in materia di gestione del rischio, proprio mentre gli agricoltori pagano di tasca propria fino all’80 per cento delle perdite da eventi estremi. La protezione che manca non è più un concetto astratto: è fatta di vigneti distrutti dalla grandine, frutteti bruciati dalla siccità, stalle allagate. Dietro ogni pratica ancora ferma sui tavoli di AGEA c’è un’azienda che attende ristoro. Se i soldi non arriveranno, i danni non saranno solo dei bilanci agricoli. Saranno anche i conti pubblici italiani e la credibilità delle istituzioni a portare la cicatrice. E Bruxelles, a quel punto, non avrà colpe: avrà soltanto incassato l’ennesima prova dell’incapacità italiana di trasformare i fondi in strumenti reali.

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Meloni e i giornalisti, storia di un rapporto complicato: risposte in calo, fastidio in aumento

Giorgia Meloni parla sempre meno con i giornalisti. Secondo l’analisi di Pagella Politica del 26 settembre 2025, da gennaio a settembre ha risposto a 94 domande, contro le 138 dello stesso periodo del 2024: quasi un terzo in meno. Nel 2025 si è tenuta una sola conferenza stampa vera, il 9 gennaio, con 40 domande.

Per il resto, dichiarazioni lampo e punti stampa con margini stretti per i cronisti. Emblematico: quattordici risposte concentrate in appena due giorni, il 23 e 24 settembre, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu. Lo stesso monitoraggio segnala che le dichiarazioni pubbliche sono state 11 ma hanno prodotto solo 4 risposte, mentre i punti stampa sono stati 10 e hanno generato 50 risposte; nel 2024 i numeri erano 8 e 74, segno di un restringimento progressivo degli spazi di interlocuzione.

Meloni, dal fuorionda con Trump agli attacchi in Cina

Il rapporto con la stampa non è mai stato lineare. Lo scorso agosto, a margine di un incontro con Donald Trump, un fuorionda ha registrato Meloni mentre mormorava «I never want to speak with my press». La frase, diventata virale, ha certificato un fastidio già percepito nelle conferenze e nei corridoi. Gli episodi non mancano: risposte secche a domande sgradite, battute sarcastiche, richiami ai cronisti.

Nel luglio 2024, durante un viaggio in Cina, la premier accusò Repubblica, Domani e Fatto di «dipingere un’Italia falsa», scatenando la reazione dell’opposizione e della Federazione nazionale della stampa italiana. In quello stesso periodo era nato anche il contenzioso con Domani per un’inchiesta: la querela venne poi ritirata nel luglio 2024, ma il messaggio dissuasivo era arrivato. La Fnsi ha denunciato più volte il rischio di un “effetto bavaglio” e un clima professionale deteriorato, anche alla luce delle proposte di riforma della diffamazione considerate punitive.

Un modello comunicativo selettivo

I dati quantitativi aiutano a leggere il metodo. Pagella Politica distingue tre formati di interlocuzione: conferenze stampa, punti stampa e dichiarazioni. Nel 2025 prevalgono i format brevi, meno contendibili. Sul fronte delle apparizioni, tra gennaio e settembre si contano appena sette presenze televisive o live: due ai telegiornali Rai e Mediaset, una a un programma Rai, due a eventi organizzati da La Verità e Libero, una conversazione con Bruno Vespa. Nello stesso periodo del 2024 erano state 29. Le interviste alla carta stampata restano tre, come un anno fa. La selezione degli interlocutori è coerente: molte uscite in contesti amichevoli, pochissimo spazio al contraddittorio serrato.

C’è poi la distanza tra narrazione politica e verifica indipendente. La presidente del Consiglio ha rivendicato di aver risposto a “350 domande” nel 2024; il conteggio effettuato da Pagella Politica ne ha certificate 163, concentrate su pochi appuntamenti e in calo nella parte finale dell’anno. Numeri che non esauriscono il tema ma indicano una tendenza: la comunicazione istituzionale costruisce immagine, la trasparenza accetta il rischio del follow-up e il tempo necessario per rispondere davvero. Anche per questo la concentrazione delle quattordici risposte in due giorni all’Onu spicca: eccezione utile a fare titolo, ma poco risolutiva rispetto alla fisiologia di un rapporto con la stampa che, nel quotidiano, si restringe.

In gioco la democrazia

È qui la posta in gioco democratica. Non servono leggi speciali per limitare il diritto di cronaca: basta sottrarre occasioni di confronto, comprimere i tempi delle domande, screditare le testate critiche e concentrare gli accessi in contesti amici. L’articolo 21 della Costituzione tutela il diritto di informare e di essere informati: lo si onora non con i video autoprodotti ma con la disponibilità a farsi incalzare. Finché i numeri resteranno questi, la “trasparenza” rischia di abitare più i discorsi che la pratica. I dati, i casi e le cronache lo dicono con chiarezza: la premier parla, ma sempre meno con chi fa domande.

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Permesso a punti, Salvini presenta come nuova un’idea vecchia. Con profili di dubbia costituzionalità

In tv funziona: il paragone con la patente a punti è di quelli che si imprimono facilmente, soprattutto in un talk show mattutino. Matteo Salvini lo ha usato oggi su Canale 5: «Stiamo lavorando al permesso di soggiorno a punti», ha detto, immaginando un meccanismo che preveda decurtazioni per chi commette reati o infrazioni, fino alla revoca del titolo e all’espulsione. Il ministro rilancia così un’idea presentata come nuova, quando in realtà nell’ordinamento italiano un sistema di crediti per i migranti è già in vigore dal 2012.

La proposta di Salvini: un modello già esistente e quasi dimenticato

Il cosiddetto “permesso a punti” fu introdotto con il D.P.R. 179 del 2011, entrato in vigore l’anno successivo. Si tratta dell’“accordo di integrazione”, che obbliga chi richiede il primo permesso di soggiorno a sottoscrivere un patto con lo Stato: occorre raggiungere 30 crediti, seguendo corsi di lingua italiana e di educazione civica. Le Prefetture organizzano i test e monitorano i percorsi. Il sistema prevede decurtazioni per assenze, inadempienze o mancato rispetto delle regole. Se i crediti scendono a zero, il permesso è revocato.

Il modello voluto dal legislatore più di dieci anni fa puntava all’integrazione: imparare la lingua, conoscere le istituzioni, dimostrare di saper vivere e lavorare in Italia. Nel tempo, però, è rimasto in gran parte inapplicato. Molti rapporti delle associazioni hanno documentato come i corsi siano stati poco frequentati e le decurtazioni rarissime, con Prefetture spesso prive di risorse per monitorare. Nonostante questo, il meccanismo esiste ed è tuttora previsto dalla normativa.

L’ostacolo dei principi costituzionali ed europei

Il progetto evocato da Salvini sposta l’attenzione: non più obblighi formativi, ma decadenza automatica del permesso in caso di reati o infrazioni. È qui che entrano in gioco i vincoli giuridici. La Corte costituzionale, in più sentenze, ha dichiarato illegittimi gli automatismi in materia di espulsione, richiedendo valutazioni individuali e proporzionate. Anche l’Unione europea impone limiti stringenti. La direttiva 2003/109 sui soggiornanti di lungo periodo stabilisce che l’allontanamento può avvenire solo per motivi gravi e deve essere motivato, proporzionato e ricorribile. La direttiva rimpatri del 2008 prevede garanzie procedurali e tempi che non possono essere elusi. E la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, in applicazione dell’articolo 8 della Convenzione, ribadisce che la vita familiare e i legami sociali vanno tutelati anche per chi non è cittadino.

C’è poi l’equivoco sulla cittadinanza. Salvini, sempre nello stesso intervento, ha evocato la possibilità di “togliere i punti” anche ai cittadini naturalizzati. È un’ipotesi giuridicamente infondata. I cittadini italiani non sono espellibili, e la cittadinanza non è revocabile per reati comuni. Solo la legge 91 del 1992 prevede la revoca nei casi di terrorismo o gravi minacce alla sicurezza nazionale, con procedura complessa e senza automatismi.

L’introduzione di un “permesso a punti penale” comporterebbe inoltre il rischio di una doppia pena: da un lato la condanna del tribunale, dall’altro l’espulsione automatica. La Corte di giustizia dell’Ue ha già giudicato simili duplicazioni incompatibili con i principi del diritto europeo. Il risultato sarebbe una disparità di trattamento evidente tra cittadini e stranieri, con un contenzioso destinato a finire davanti alla Consulta e alla Cedu.

Un annuncio politico più che una riforma

Dal punto di vista pratico, dunque, il progetto ha scarse possibilità di tradursi in legge senza incorrere in vizi di costituzionalità. Più che uno strumento operativo, appare un annuncio politico: utile a rilanciare la retorica della Lega sull’ordine e la sicurezza, meno ad affrontare il nodo reale dell’integrazione. Gli strumenti già previsti dal legislatore non hanno mai ricevuto adeguati finanziamenti e controlli. Il richiamo al “patentino” per i migranti rischia così di aggiungere un altro slogan a un quadro normativo già complesso e poco applicato.

Il messaggio resta efficace nei talk show, ma la realtà giuridica è diversa. L’Italia ha già un permesso a punti. E l’Europa, insieme alla sua stessa Costituzione, impedisce scorciatoie che riducono a propaganda il tema dei diritti.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #26

Mattarella ha lanciato un imperativo: «consegnate gli aiuti in sicurezza», invitando la Flotilla ad accettare la mediazione del Patriarcato Latino di Gerusalemme per far arrivare il materiale a Gaza. In altri termini, consegnare a Cipro e rinunciare al mare aperto.

Ma qui sta il punto: non è questione di modalità o di sicurezza, è questione di cosa stiamo parlando. Si parla ossessivamente delle barche, come se fossero il nocciolo del problema; mai si nomina il massacro sistematico, lo sterminio di una popolazione assediata. L’ossessione diventa quella dell’attraversamento “da non rischiare”, mai quella dell’ecatombe quotidiana.

Eppure il diritto internazionale è chiarissimo: la navigazione in acque internazionali non può essere ostacolata, men che meno da attacchi armati. Pretendere che la Flotilla cambi rotta equivale ad ammettere che Israele possa violare la legge senza conseguenze, mentre chi la rispetta deve cedere. Il centro del discorso si sposta così dal genocidio all’“incertezza” del viaggio. È il solito cortocircuito: si discute delle barche per non discutere delle bombe.

Intanto a Gaza la morte non concede tregua. Nelle ultime 24 ore ottantacinque persone sono state uccise dai bombardamenti israeliani, tra cui numerosi bambini. A Gaza City un raid ha colpito una casa che ospitava sfollati: almeno diciannove vittime. Decine sono rimaste intrappolate sotto le macerie nei quartieri assediati. Così, mentre i palazzi del potere parlano delle imbarcazioni, sotto quei cieli di fuoco si consuma un massacro silenzioso, una pulizia pianificata. Nessuna esitazione: a vele spiegate, verso il genocidio, è lì che si punta.

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All’Onu parla Trump, ma con la voce di Meloni

All’Assemblea generale dell’Onu Giorgia Meloni ha recitato un copione già scritto: quello di Donald Trump. Sedici minuti di discorso in italiano, davanti a una platea semivuota, per ripetere le litanie del trumpismo tradotte in salsa tricolore. Sul genocidio a Gaza, la formula è la più comoda per Tel Aviv: Israele avrebbe «superato il limite del principio di proporzionalità». Non un crimine di guerra, ma un eccesso di difesa, così si diluisce la strage di decine di migliaia di civili in un inciampo tecnico.

Dalla guerra all’ambiente: qui Meloni diventa perfetta ventriloqua. L’“ecologismo insostenibile” colpevole di aver distrutto l’industria automobilistica europea, l’Onu inadeguata, le convenzioni sui migranti “anacronistiche” da riscrivere perché ostacolate da giudici politicizzati. Ogni concetto riprende parola per parola il lessico della Casa Bianca trumpiana. Con una costante: mai citare i diritti, sempre invocare i confini, la forza, la sovranità.

Il paradosso è che mentre invoca «pace, dialogo e diplomazia», in patria governa con l’economia di guerra e firma forniture di armi. Meloni si fa chiamare “madre cristiana” sul palco dell’Onu, ma scambia la fede con l’ideologia dei crociati contemporanei: l’Occidente assediato, i migranti come minaccia, i palestinesi ridotti a pedine sacrificabili.

Resta l’immagine: una premier che usa l’arena internazionale non per costruire ponti, ma per inseguire il suo padrino politico d’Oltreoceano. Un ventriloquo ha bisogno di un pupazzo: qui il pupazzo è l’Italia.

Buon venerdì.

Foto Gov

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Trump alza i dazi: scure su farmaci, camion e mobili. Colpiti settori strategici del Made in Italy

Dal 1° ottobre gli Stati Uniti inaugureranno una nuova stagione di tariffe. Donald Trump ha annunciato dazi del 100% sui farmaci di marca, del 25% sui camion pesanti, del 50% sui mobili per cucina e bagno e del 30% sugli imbottiti. Non si tratta di mosse marginali: colpiscono settori che incidono direttamente sulla vita quotidiana, dalla sanità alla logistica fino all’arredo della casa. La formula è sempre la stessa: “Made in Usa first”, anche a costo di scaricare il prezzo sulle famiglie americane e sugli alleati commerciali.

L’eccezione promessa ai produttori farmaceutici che “stanno costruendo” stabilimenti negli Stati Uniti conferma la logica punitiva e ricattatoria. Non è un mistero che l’industria europea, per bocca della federazione Trump alza i dazi: la scure su farmaci, camion e mobili, parli di scenario “peggiore”: aumento dei costi, catene del valore frammentate, rischio sull’accesso ai medicinali e freno alla ricerca. La Casa Bianca giustifica la scelta richiamando la Section 232 sulla “sicurezza nazionale”, lo stesso strumento con cui erano stati giustificati i dazi sull’acciaio. È un meccanismo che consente al presidente di bypassare il Congresso. Il risultato è una politica commerciale che usa l’emergenza come grimaldello permanente.

L’Europa del 15% e il paradosso della resa

La tempistica non è casuale. L’annuncio arriva a poche ore dall’entrata in vigore dell’accordo Usa-Ue che fissava al 15% la gran parte dei dazi americani sulle merci europee. Un compromesso fragile che Bruxelles aveva venduto come successo diplomatico, pur lasciando acciaio e alluminio inchiodati al 50%. Ora, con la nuova stretta settoriale, quel 15% appare un guscio vuoto. La Commissione prova a salvare il salvabile parlando di “corridoi tariffari da difendere”, ma i fatti dicono che Washington può colpire a piacimento. Bruxelles si limita a promesse di “misure di riequilibrio” che raramente diventano realtà.

Per l’Italia i rischi sono immediati. Le esportazioni di cucine e imbottiti, settori trainanti del made in Italy, si troveranno a fronteggiare dazi del 50% e del 30%: una tassa mascherata che riduce la competitività proprio in un mercato, quello statunitense, che è il primo extra-UE per molti distretti. Sui farmaci pesa la minaccia del 100%, con conseguenze per gruppi multinazionali che hanno stabilimenti e centri di ricerca in Europa. Anche la filiera dei camion, in cui l’Italia ha una posizione rilevante con Iveco, rischia ricadute indirette.

Politica cieca e consenso a comando

Negli Stati Uniti i democratici denunciano l’ennesimo regalo all’inflazione e ai monopoli interni. Ron Wyden, presidente dem della commissione Finanze del Senato, ricorda che i dazi «sono una tassa nascosta sui consumatori». I repubblicani sostengono Trump quasi in blocco, pur con imbarazzi: il senatore John Kennedy ha ammesso che i mercati hanno reagito male, ma ha comunque difeso l’obiettivo di riportare la produzione “on shore”. I mercati, intanto, hanno segnato ribassi e la Federal Reserve dovrà misurarsi con l’ennesima fiammata di inflazione dei beni, mentre gli investimenti restano sospesi nell’incertezza.

Dal lato europeo, le reazioni sono di facciata. Bruxelles promette tavoli di dialogo e contromisure, ma in realtà cerca soltanto di non far deragliare il fragile accordo firmato a fine agosto. Anche partner tradizionali degli Stati Uniti, come l’Australia, hanno definito i dazi «non l’atto di un amico». L’Unione, che per anni ha rivendicato il ruolo di “capitano globale” del libero commercio, appare oggi come spettatrice disarmata.

E in Italia Giorgia Meloni continua a presentarsi come partner privilegiata di Trump, anche di fronte a mosse che colpiscono direttamente i settori chiave dell’economia nazionale. Nessuna critica, nessuna presa di distanza, soltanto l’allineamento al nuovo ordine imposto da Washington. L’immagine è quella di un Paese che applaude mentre vede erosi i propri margini commerciali.

L’esito: i cittadini pagano due volte

I cittadini finiscono per pagare due volte: con i rincari delle merci importate e con l’impotenza delle istituzioni che dovrebbero difendere i loro interessi. Trump usa la leva dei dazi per rafforzare il consenso interno, l’Europa balbetta e l’Italia si accoda. Il risultato è un’asimmetria crescente, in cui le promesse di cooperazione transatlantica si trasformano in monologhi unilaterali.

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Crosetto in Parlamento, scontro sulla Flotilla: equilibrismi dalla maggioranza per condannare l’attacco senza irritare Israele

L’informativa urgente del ministro della Difesa Guido Crosetto sugli attacchi subiti dalla Global Sumud Flotilla ha aperto alla Camera un confronto che ha subito mostrato fratture profonde. Crosetto ha parlato di «episodio totalmente inaccettabile» e di «ferma condanna» per gli attacchi avvenuti in mare aperto contro un convoglio umanitario. Ha annunciato l’invio della fregata Fasan e della nave Alpino per «tutelare i connazionali e fornire soccorso», specificando però che «una volta uscite dalle acque internazionali, nessuno potrà garantirne la sicurezza». Un passaggio che ha acceso le polemiche: da un lato l’impegno a proteggere gli italiani, dall’altro la rinuncia dichiarata a difendere la missione nel momento più delicato.

Crosetto ha ribadito che «l’obiettivo è far arrivare gli aiuti a Gaza e che nessuno a bordo subisca danni», rilanciando la proposta della premier Giorgia Meloni di sbarcare il carico a Cipro per poi trasferirlo nell’enclave. Una proposta definita «di buon senso» dal ministro, ma che gli organizzatori hanno già respinto perché aggira il vincolo del blocco imposto da Israele. «Noi non inviamo navi da guerra per fare guerra a un Paese amico» ha sottolineato il ministro, cercando di rassicurare Tel Aviv e al tempo stesso l’Aula.

Le opposizioni: dal PD al M5S, accuse al governo

Il Partito democratico ha chiesto di voltare pagina. «La voce delle piazze italiane non può essere ignorata» ha detto la segretaria Elly Schlein, denunciando che «la Flotilla sta facendo ciò che i governi europei avrebbero dovuto fare». Schlein ha attaccato Giorgia Meloni per avere riservato «parole durissime» contro gli attivisti senza mai rivolgere la stessa severità a Benjamin Netanyahu. Ha inoltre invitato l’esecutivo a «smettere di criminalizzare il dissenso» e a convocare l’ambasciatore israeliano. Laura Boldrini ha parlato di «irresponsabilità» della premier, accusata di trasformare la vicenda «in un processo politico contro chi non si allinea».

Il Movimento 5 Stelle ha usato toni altrettanto netti. Francesco Silvestri ha parlato di «governo matrioska» con «tre posizioni diverse» tra Crosetto, Meloni e Salvini. Per i pentastellati «le acque davanti a Gaza sono palestinesi, non israeliane», e l’Italia dovrebbe sostenere il riconoscimento dello Stato di Palestina. Silvestri ha attaccato la Lega accusandola di stare «con un genocida e assassino come Netanyahu» e ha denunciato «l’ipocrisia di chi oggi si indigna e ieri ha voltato la testa».

Alleanza Verdi e Sinistra ha insistito sulla natura internazionale della Flotilla. Elisabetta Piccolotti ha ricordato che a bordo ci sono delegazioni di 44 Paesi, definendo «ridicolo» sostenere che si tratti di un’operazione contro il governo italiano. Benedetta Scuderi, attivista di Avs imbarcata sulla Morgana, ha sottolineato che «colpire una nave che batte bandiera italiana significa colpire lo Stato italiano».

La maggioranza: pragmatismo e difesa dei rapporti con Israele

Dalla maggioranza, Fratelli d’Italia ha ovviamente difeso la linea di Crosetto. Federico Mollicone ha ringraziato il ministro per «tempestività, serietà e pragmatismo», invitando gli attivisti ad accettare lo scarico a Cipro per «evitare provocazioni» e sottolineando che «la vera missione della Flotilla non può essere la guerra». Andrea Delmastro e Galeazzo Bignami hanno accusato le opposizioni di «becera propaganda» e di «strumentalizzare una tragedia per attaccare il governo».

Forza Italia ha mantenuto un profilo più prudente. Roberto Bagnasco ha condannato l’attacco «che non ha giustificazione alcuna», chiarendo però che ciò «non significa mettersi contro Tel Aviv». Una posizione che cerca di bilanciare il rapporto con Israele e la necessità di proteggere i connazionali.

Italia Viva ha espresso preoccupazione attraverso Maria Elena Boschi, che ha parlato di «una passione civica crescente nel Paese rispetto all’orrore di Gaza», chiedendo al governo di garantire l’incolumità delle persone a bordo. Dal centro, Carlo Calenda ha sollecitato l’esecutivo a «vigilare affinché gli italiani sulle imbarcazioni siano rimpatriati in sicurezza», evitando rischi aggiuntivi.

Un governo diviso e un Parlamento spaccato

Sul dibattito hanno pesato le parole pronunciate da Giorgia Meloni all’ONU, che ha definito «irresponsabile usare Gaza per colpire il governo». Una dichiarazione che ha provocato la replica di Schlein («Meloni fa la vittima da tre anni») e di altri esponenti dell’opposizione, che hanno denunciato il silenzio della premier su Netanyahu. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dal canto suo, ha ribadito la condanna dell’attacco ma ha insistito sul «diritto di Israele alla sicurezza», accentuando la distanza tra le diverse voci della stessa maggioranza.

Il risultato è un governo che condanna gli attacchi ma, di fronte a cittadini italiani sotto minaccia in acque internazionali, non offre garanzie oltre i limiti formali. Un esecutivo che propone soluzioni di ripiego come Cipro, invece di rivendicare il diritto alla protezione dei civili. E un Parlamento che, pur unanime nel giudicare «inaccettabile» l’attacco, resta diviso sulla sostanza: difendere il carattere umanitario della missione o allinearsi alle esigenze di Tel Aviv. La distanza tra dichiarazioni di principio e scelte concrete, anche questa mattina, è apparsa evidente a tutti.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #25

Le parole del governo italiano sulla Global Sumud Flotilla continuano a oscillare tra la condanna rituale e il paternalismo. Il ministro Crosetto ha detto che «nessuno può garantire sicurezza fuori dalle acque internazionali» e che gli aiuti «potrebbero essere scaricati a Cipro». Una formula che traduce in pratica l’ignavia: fingere di proteggere, mentre si accetta la riscrittura israeliana del diritto internazionale.

Dal mare arriva invece la chiarezza della Flotilla. Ieri Mandla Mandela ha ricordato che «non ci fermeremo finché il genocidio non sarà fermato e gli aiuti non fluiranno liberamente». Yasmin Al-Qadhi, giornalista e attivista yemenita, ha denunciato la fabbrica di menzogne che accompagna ogni aggressione: come nel 2010 con la Mavi Marmara, così oggi Israele diffonde accuse inventate per giustificare la violenza. E l’avvocata palestinese Lamis J. Deek ha ribadito che il blocco di Gaza «non ha alcuna base legale», e che l’intercettazione di navi civili in acque internazionali è un crimine.

Le ultime ore da Gaza raccontano l’urgenza di questa missione. Secondo il ministero della salute, i raid israeliani hanno ucciso almeno 17 persone, tra cui 10 bambini, solo nella notte scorsa. Il bilancio complessivo ha ormai superato i 65.400 morti e i 167.000 feriti, con più di 20.000 bambini uccisi dall’inizio dei bombardamenti. In una sola settimana, dal 17 al 24 settembre, si sono aggiunti 357 morti e oltre 1.400 feriti.

Il genocidio intanto continua. Il governo di Israele è un governo assassino. L’affidabilità di Israele si misura sul sangue e sulle macerie di Gaza. Queste sono le notizie su cui tenere gli occhi.

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Leadership climatica in saldo: Pechino ringrazia

L’Unione europea si è presentata al Climate Ambition Summit di New York con le mani vuote. Dopo mesi di litigi interni, la Commissione ha portato soltanto una dichiarazione d’intenti e la promessa di chiudere un accordo sul clima entro la COP30 di novembre in Brasile. L’ONU chiedeva un target al 2035, ma l’Europa non l’ha avuto. Al suo posto, una forchetta di riduzione compresa tra –66,3% e –72,5% sulle emissioni rispetto ai livelli del 1990, priva però di valore politico senza l’ok dei governi. È il segno di un ripiegamento che segna il tramonto dell’immagine Ue come “capitano” globale della transizione.

Le cause del blocco

Le ragioni di questa paralisi sono molteplici. Il caro-energia, acuito dalla guerra in Ucraina, ha gonfiato i costi della transizione e reso più difficile difendere obiettivi ambiziosi in economie già in affanno. La stagnazione industriale pesa soprattutto su Germania e Polonia, che continuano a difendere l’auto e il carbone. A frenare c’è anche la spinta alla militarizzazione: l’aumento delle spese per la difesa sottrae risorse ai fondi del Green Deal e riduce lo spazio di manovra per nuovi investimenti climatici. Infine, l’avanzata delle destre radicali, da Varsavia a Berlino, fornisce sponda politica a chi vuole rallentare.

Dentro questa cornice, la Francia di Emmanuel Macron lavora per diluire i nuovi obiettivi, mentre Germania, Polonia e Repubblica Ceca hanno alzato barriere esplicite. Il commissario europeo al clima Wopke Hoekstra ha provato a rivendere il compromesso come «un grande passo avanti», ma la formula ha imbarazzato molti partner internazionali, che si aspettavano dall’Europa la definizione di un percorso credibile verso la neutralità al 2050.

Il problema è anche di coerenza interna: Bruxelles si era costruita la reputazione di leader con il Green Deal del 2019 e la legge europea sul clima che impone il taglio del 55% delle emissioni al 2030. Oggi però, mentre si avvicina quella scadenza, gli strumenti di attuazione sono incompleti, i fondi insufficienti e i governi divisi sulla direzione da prendere. Senza obiettivi intermedi al 2035, l’intero percorso verso il 2050 rischia di trasformarsi in un annuncio senza cassetta degli attrezzi.

L’occasione di Pechino

Il prezzo geopolitico è già evidente. L’asse con i piccoli Stati insulari, storicamente alleati dell’Europa, si è rotto: diversi governi caraibici e del Pacifico guardano ora a Pechino come interlocutore più affidabile. La Cina è pronta a riempire il vuoto. Secondo i dati del ministero dell’Ecologia, le sue emissioni potrebbero raggiungere il picco già nel 2025. Dal 2022, Pechino ha investito oltre 210 miliardi di dollari in rinnovabili in giro per il mondo, rafforzando l’immagine di leader operativo mentre Bruxelles resta impantanata.

La diplomazia climatica cinese, rafforzata anche dalla Belt and Road verde, offre finanziamenti e tecnologie ai Paesi vulnerabili, creando legami politici che un tempo erano patrimonio europeo. Se la Cina dovesse tradire le aspettative, l’Ue avrebbe poca credibilità per criticarla: come può impartire lezioni chi non riesce a mettere d’accordo i propri membri su un obiettivo intermedio?

Gli analisti cinesi parlano ormai dell’Ue come di una “media potenza” climatica, declassata dal ruolo di “front wheel” del tricycle globale. Persino funzionari ONU hanno richiamato Bruxelles: «Non è il momento per l’Ue di cedere la leadership», ha detto un portavoce del segretariato UNFCCC. Ma la realtà è che senza un obiettivo intermedio al 2035 o al 2040, l’Unione non guida più il gioco. Resta formalmente impegnata alla neutralità climatica entro il 2050, ma non siede più in cabina di regia: da motore della transizione è scivolata in panchina, con la Cina pronta a occupare il campo.

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