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Flotilla, Crosetto allude alle acque israeliane, ma quelle davanti a Gaza sono territorio palestinese: lo dicono le convenzioni e le risoluzioni Onu

Guido Crosetto oggi, parlando alla Camera, ha dichiarato che l’Italia non potrà garantire la sicurezza della Global Sumud Flotilla se entrerà «nelle acque di un altro Stato, che considera questa operazione quasi un atto ostile». L’altro Stato in questione è, ovviamente, Israele. Una frase detta con l’aria di chi mette un punto fermo, e che invece rivela la disinvoltura con cui questo governo ribalta il diritto internazionale per coprire la strategia di Israele. Perché quelle acque, davanti a Gaza, non sono israeliane. Non lo sono mai state e nessuna risoluzione delle Nazioni Unite ha mai riconosciuto tale status.

La Convenzione Onu sul diritto del mare del 1982 stabilisce che ogni territorio costiero possiede dodici miglia nautiche di mare territoriale. Gaza, pur privata della possibilità di esercitare una piena sovranità a causa dell’occupazione militare, resta territorio palestinese riconosciuto dalle Nazioni Unite e, dunque, ha diritto a quel tratto di mare. Subito oltre cominciano le acque internazionali, delle quali nessuno Stato può appropriarsi. Considerarle acque israeliane significa riscrivere le carte geografiche e pretendere che la forza sostituisca il diritto.

Le sentenze dimenticate e la propaganda del governo

Il blocco navale imposto da Israele è stato più volte condannato. La risoluzione 1860 del Consiglio di Sicurezza nel 2009 ne ha chiesto la fine. Dopo l’assalto alla Mavi Marmara nel 2010, in cui furono uccisi attivisti in acque internazionali, la missione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani qualificò l’intervento come illegale. Nel 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato a Israele di garantire il libero accesso degli aiuti umanitari a Gaza. Queste decisioni non sono dettagli secondari, ma definiscono il perimetro che separa la legalità dall’arbitrio.

Giorgia Meloni, a New York per l’Assemblea generale dell’Onu, ha definito la Flotilla «un’iniziativa irresponsabile», mentre Antonio Tajani prova a mascherarsi da mediatore, chiedendo a Israele di assicurare l’incolumità degli italiani imbarcati. Nessuno dei due ha usato l’espressione “acque israeliane”. È Crosetto a spingersi oltre, a fare da interprete zelante del linguaggio di Tel Aviv. Che le sue parole siano una svista Di sicuro, legittimano il blocco e trasferiscono nel linguaggio diplomatico l’idea che Gaza sia mare chiuso e che Israele abbia il diritto di respingere chiunque vi si avvicini.

Una resa preventiva spacciata per diplomazia

Intanto il governo annuncia l’invio di un’altra fregata, l’Alpino, che si aggiungerà alla Fasan. Ma la missione non ha lo scopo di garantire il passaggio degli aiuti: il compito delle navi italiane è limitarsi a proteggere e ad assistere i cittadini italiani a bordo.

La realtà resta semplice. Le navi umanitarie navigano in acque internazionali, con destinazione un territorio che ha diritto al suo mare. Non violano alcuna legge. Chi le attacca commette un atto di guerra. Considerare quelle acque israeliane significa riprodurre la propaganda di uno Stato che usa la forza per trasformare l’occupazione – della terra e del mare – in sovranità.

E ogni volta che un rappresentante del governo italiano lascia intendere che quelle acque siano israeliane, un pezzo della nostra credibilità internazionale affoga.

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Global Sumud Flotilla. La prudenza italiana che fa comodo a Israele

L’Italia sceglie ancora la linea della prudenza, che in diplomazia spesso è solo un altro nome per subalternità. A Parigi e Londra si è deciso di riconoscere la Palestina, assumendosi il rischio di incrinare i rapporti con Israele. Roma, invece, ha scelto la via condizionata: lo farà solo se Hamas scomparirà dalla scena. Una formula che ripete parola per parola l’impostazione di Washington, molto più che quella di Bruxelles.

La fregata inviata a sud di Creta per “soccorrere” la Flotilla sembra più un gesto simbolico che un atto politico. Un avvertimento a Gerusalemme, certo, ma calibrato con la cura di chi non vuole mai davvero rompere. Il messaggio è chiaro: l’Italia non intende seguire fino in fondo la scelta francese, né assumere il peso politico di un riconoscimento unilaterale. Preferisce muoversi sotto l’ombrello americano, anche a costo di apparire isolata nel Mediterraneo che pure la riguarda più di altri.

L’argomento usato da Giorgia Meloni – «prima la liberazione degli ostaggi» – suona come la clausola perfetta per rimandare sine die qualsiasi decisione. Una prudenza che non è neutrale: di fatto rafforza la linea di chi vuole congelare ogni ipotesi di Stato palestinese. Così Roma si ritrova a metà del guado, costretta a gestire piazze sempre più infuocate e la pressione di capitali europee che hanno già rotto gli indugi.

Il governo italiano rivendica autonomia. In realtà la sua bussola resta a Washington. E mentre il Mediterraneo brucia, l’Italia continua a guardare oltreoceano in attesa che qualcuno le dica da che parte stare.

Buon giovedì.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #24

Nella notte, a sud di Creta, la flotta è stata circondata e colpita da droni: esplosioni in serie, interferenze radio, polveri urticanti. Almeno undici imbarcazioni danneggiate, nessun ferito grave, equipaggi in assetto di sicurezza. È il terzo attacco in poche settimane: la Spectre ha registrato un bagliore netto in mare alle 1.43. La missione ribadisce che proseguirà la rotta verso Gaza.

La politica italiana, travolta dai fatti, ha dovuto finalmente esporsi. Guido Crosetto, dopo essersi coordinato con lo Stato Maggiore, ha ordinato alla Marina di dirottare la fregata Fasan nell’area: «assistenza ai cittadini italiani», «condanna più dura» per gli attacchi. È una svolta rispetto ai giorni delle cautele e dei “vedremo”: quando la cronaca bussa con il metallo dei droni, l’ambiguità non regge.

Antonio Tajani ha chiesto a Israele «tutela» e «rispetto del diritto internazionale» per chi è a bordo. Giorgia Meloni, che fin qui aveva bollato la traversata come inutile e simbolica, è costretta a inseguire: parla di responsabilità altrui, ma la sola irresponsabilità oggi è quella di chi continua a finanziare e coprire un genocidio. La Flotilla non è una bravata: è un promemoria di legalità sul mare aperto.

Intanto, a Gaza, il conto delle ultime 24 ore è l’ennesima ferita aperta: almeno 37 morti aggiunti alla cifra mostruosa che ha superato i 65 mila, ospedali al collasso, corridoi trasformati in reparti. Il mondo discute, le cancellerie sfumano, ma nelle corsie restano bambini senza analgesici e feriti senza ossigeno. È a loro che guardano le barche colpite stanotte. Ed è su di loro che si misurano verità e menzogne della politica.

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Visti ai disperati di Gaza, ignorate le decisioni del Tribunale: rischio di “violazioni irreparabili” dei diritti fondamentali

Il Tribunale di Roma ha ordinato, tra il 6 e il 10 agosto e poi il 9–10 settembre 2025, di rilasciare entro sette giorni visti d’ingresso a famiglie palestinesi bloccate nella Striscia. Al 24 settembre non risulta alcun visto effettivamente rilasciato. Per le ordinanze di agosto il ritardo ha toccato fino a quarantuno giorni oltre il termine; per quelle di settembre siamo tra sette e otto giorni oltre la scadenza. In mezzo a questo scarto, la protezione promessa rimane sulla carta.

Le ordinanze qualificano l’urgenza richiamando il rischio di «violazioni irreparabili» dei diritti fondamentali: vita, salute, unità familiare. I giudici hanno riconosciuto un diritto rafforzato all’ingresso per cinque nuclei, circa quaranta persone, con molti minori, anziani e malati, e parenti di cittadini italiani. In un’area assediata, con ospedali al collasso e accesso intermittente a beni essenziali, ogni giorno accumula pericolo.

Ordini esecutivi, termini scaduti

La pubblica amministrazione non può scegliere se eseguire: deve farlo, e in fretta. Gli ordini sono immediatamente esecutivi e non lasciano margini sul “se”, solo sul “come” organizzare i passaggi. Eppure nulla è visibile. Mancano i dati minimi: quanti visti di lungo soggiorno siano stati stampati, quando siano partite le richieste ai varchi, quali risposte siano arrivate da Israele e Giordania.

Senza trasparenza la tesi dei «lasciapassare esterni» resta un alibi non verificabile. Il governo rivendica di aver snellito le procedure per studenti e ricongiungimenti e ricorda la necessità dei permessi di transito. Ma il punto logico è un altro: il rilascio del visto è una competenza italiana e costituisce il presupposto per ogni successivo passaggio. Finché non si vede il primo atto, il resto è ipotesi. Gli avvocati parlano di un’amministrazione che mantiene i provvedimenti «sulla carta», mentre i giorni corrono oltre i termini fissati dai giudici.

Studenti bloccati, atenei in allarme

La stessa criticità grava su circa centocinquanta studenti palestinesi dei programmi Iupals e Crui, selezionati e finanziati da Italia e Unione europea. I corsi dovevano iniziare a settembre: senza visti e senza canali di uscita, la finestra accademica si chiude e le borse rischiano di evaporare. Rettori e docenti hanno lanciato appelli, in Parlamento interrogazioni: finora non c’è traccia di ingressi né di un piano operativo. Nel frattempo lo Stato finanzia talenti che non può far entrare e disperde capitale umano che chiede solo di poter studiare in sicurezza. Anche qui serve verificabilità: numeri sui visti, date delle richieste, risposte dai varchi, responsabilità per ogni passaggio.

Davanti a ordini giudiziari inascoltati e a un calendario universitario che non aspetta, le associazioni indicano tre priorità misurabili: esecuzione immediata delle ordinanze con rilascio dei visti ai beneficiari; attivazione di corridoi e coordinamento con i partner internazionali; pubblicazione periodica dei dati su visti emessi, richieste di transito, esiti. Non slogan, ma atti: firme, timbri, responsabilità. Qui non si discute di preferenze politiche: si tratta di ottemperare a decisioni giudiziarie e proteggere vite vulnerabili.

Al 24 settembre 2025 il quadro resta fermo: ordini esecutivi disattesi da sei a quarantuno giorni; nessun visto D risulta consegnato ai ricorrenti; nessuna evidenza pubblica di transiti autorizzati. Nel mezzo stanno cinque famiglie e circa centocinquanta studenti in attesa di uscire da Gaza. Tra diritto sancito e pratica amministrativa si è aperto un vuoto che non si colma con comunicati. Si colma con decisioni che lasciano tracce: protocolli, date, ingressi. E con una scelta politica limpida: far prevalere la legge sui calcoli. Ogni ora senza risposta pesa su malattie da curare, su famiglie da ricongiungere, su studenti che hanno già vinto una chance. Il resto sono scuse. Le famiglie aspettano lo Stato, non promesse. Ora.

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Trump all’Onu: il bullo che mente più di quanto minacci

New York, 24 settembre. Donald Trump ha trasformato l’Assemblea generale dell’Onu nel palco di un comizio. Per 57 minuti ha ripetuto il suo repertorio: Europa «invasa» dai migranti, rinnovabili «barzellette», il clima «la più grande truffa», Nazioni unite inutili. La platea però non era un’arena elettorale: era il podio che regge l’architettura del diritto internazionale.
La novità sta tutta qui. Dalla massima tribuna globale ha teorizzato Trumplandia: frontiere chiuse, dazi come arma, idrocarburi come destino, diritti condizionati da censo e appartenenza. Uno stato d’eccezione permanente che pretende obbedienza e archivia il multilateralismo come debolezza.
Trump non intimidisce: inganna. È più ballista che bullo. Elenca successi immaginari («ho fermato sette guerre»), ammicca al «clean beautiful coal», finge di non sapere che la crisi climatica significa esondazioni e siccità, e propone all’Europa la scorciatoia dei fossili americani spacciandola per salvezza. Intanto trasforma i migranti in nemico interno, collante di paure e scudo per concentrare potere.
Lo schema è collaudato: gonfiare un’emergenza, indicare un colpevole, promettere ordine a colpi di decreti e dazi. Il green diventa capro espiatorio, i profughi una minaccia totale, la diplomazia un intralcio al business. Così le bugie non servono solo a convincere: servono a governare, spostano risorse, ridisegnano priorità, autorizzano abusi.
Rancori privati diventano dottrina. Dalla ristrutturazione mancata del Palazzo di Vetro ai «teleprompter rotti», ogni dettaglio diventa prova dell’inefficienza altrui. Il messaggio è programmatico: «seguitemi, o andate all’inferno». Sull’Ucraina, poco più di un cenno autocelebrativo; sull’Onu, l’ennesimo ultimatum mascherato da pragmatismo.
Le parole hanno conseguenze. Dazi «molto forti», via libera alle trivelle, criminalizzazione dei migranti, delegittimazione delle istituzioni comuni: è un’agenda che arretra su clima e asilo, normalizza l’eccezione, monetizza il futuro. Quando il presidente degli Stati Uniti chiama «bufala» il riscaldamento globale, la menzogna si incolla alle politiche.
Per questo oggi il punto non è replicare agli insulti. È rigenerare la responsabilità: fatti verificati, regole condivise, alleanze sociali e politiche che non barattano la verità con l’applauso. Il bullo si nutre di paura; il ballista di credulità. A entrambi si risponde smontando, con pazienza e dati, la favola che vendono. Tutto il resto è rumore.

Buon mercoledì

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Global Sumud Flotilla sotto attacco, la portavoce italiana Delia: “Quattro barche sono state danneggiate, ma non ci faremo fermare”

La notte tra il 23 e il 24 settembre la Global Sumud Flotilla è stata colpita da un attacco con droni in acque internazionali al largo di Creta. Per tre ore le imbarcazioni civili dirette a Gaza sono state bersagliate da velivoli senza pilota che hanno danneggiato quattro barche, costringendo un equipaggio a valutare l’evacuazione. Nessun ferito, ma il clima a bordo è cambiato. Maria Elena Delia, portavoce italiana della missione, racconta cosa è accaduto e perché la Flotilla non intende fermarsi.

«Noi stiamo fisicamente tutti bene, non ci sono stati feriti di alcun genere», esordisce Delia. «Psicologicamente però un po’ meno. Siamo in navigazione, continuiamo a essere motivati ad andare avanti verso Gaza, ma l’episodio di questa notte ci ha molto preoccupato. Se ieri il morale era altissimo, oggi è alto con riserva».

I danni subiti sono rilevanti: «Quattro delle nostre barche sono state danneggiate. La barca su cui mi trovo ha avuto la randa completamente compromessa, e senza randa non si può navigare a vela. Siamo costretti a usare solo il motore. Una delle imbarcazioni è stata colpita in modo grave, tanto che forse quell’equipaggio dovrà essere evacuato». Nonostante questo, Delia sottolinea che «la Flotilla è rimasta compatta e stiamo navigando lungo la rotta che ci eravamo prefissati».

L’idea di tornare indietro non è mai stata presa in considerazione. «Non abbiamo mai pensato di interrompere la navigazione», spiega Delia. «Forse dovremo rallentare per questioni meccaniche, ma non di tornare indietro. Dal punto di vista della legge, dell’etica e della morale non ne vediamo la ragione. Perché dovremmo tornare indietro? Sono coloro che ci hanno attaccato con i droni che dovrebbero smetterla di compiere atti criminali».

Alla domanda se l’attacco fosse stato previsto, la risposta è netta: «In realtà no. Nella situazione in cui ci troviamo, con equipaggi di nove o dieci persone su barche di dieci-dodici metri, è impossibile elaborare vere strategie. L’unica cosa che puoi fare quando senti il drone vicino è mettere il giubbotto salvagente, abbassare la testa tra le braccia e sperare di non farti male. Non possiamo scappare da nessuna parte».

Delia riconosce che un rischio del genere era stato comunque messo in conto: «Forse lo avevamo previsto, perché probabilmente l’obiettivo è ridurre il numero di barche, così da non far arrivare cinquanta unità a Gaza ma molte di meno, più facili da gestire con gli arrembaggi».

Il timore è che non si tratti di un episodio isolato: «Temiamo che possa essere il primo di una serie. Se l’obiettivo era ridurre la Flotilla e non ci sono riusciti, penso che possano riprovarci. A meno che non ci sia una pressione politica seria ed efficace che li dissuada. Noi siamo dalla parte della legalità, chiunque abbia mandato quei droni non lo è. La pressione dovrebbe servire a far tornare indietro loro, non noi».

Sul piano dei rapporti con l’Italia, Delia spiega che ci sono contatti quotidiani con l’Unità di crisi della Farnesina, ma non con il governo in prima persona. «Quello che ci è stato detto è che il governo italiano può muoversi solo entro i limiti imposti dalla legge israeliana. Se in mezzo al mare, pur in acque internazionali, ci attaccano con i droni, non è possibile darci protezione». Una posizione che Delia giudica paradossale: «In acque internazionali è possibile essere attaccati da uno Stato, ma non è possibile essere difesi. Mi chiedo: se invece della Flotilla ci fossero dieci barche di amici italiani in vacanza e venissero attaccati con i droni, cosa farebbe il nostro governo? Io penso che interverrebbe».

Infine, la portavoce lancia un appello a chi, da terra, chiede come aiutare. «Quello che le persone possono fare è mobilitarsi. Si può, ad esempio, presentare una denuncia contro ignoti alla Procura di Roma, alla Polizia o ai Carabinieri per gli attacchi subiti questa notte dai nostri cittadini. Qualcosa di configurabile come un reato è avvenuto. Non sappiamo da parte di chi, non ci possiamo difendere, bene: denunciamolo. Iniziamo a mettere nero su bianco che è accaduto».

Per Delia la missione non è solo un viaggio simbolico, ma una prova di legalità internazionale. «Noi stiamo navigando nel pieno rispetto del diritto. Se oggi si accetta che imbarcazioni civili possano essere bombardate in acque internazionali, domani chiunque potrà farlo di nuovo. Ecco perché non torniamo indietro».

Leggi anche: Attacchi alla Global Sumud Flotilla: tre ore di droni, esplosioni e interferenze

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Guerini sogna il ribaltone nel Pd: partito il cantiere per la nascita di una nuova corrente riformista

Nel Partito democratico le correnti non chiudono mai bottega: cambiano insegna, ma restano l’infrastruttura reale del potere interno. L’ultima è quella costruita da Lorenzo Guerini, che il 20 settembre ha sancito l’archiviazione dell’asse con Stefano Bonaccini e ha messo in cantiere un nuovo polo riformista. Ufficialmente per “organizzare un pensiero” leale con la segreteria Schlein. Nella pratica, un dispositivo che si attrezza per il dopo: quando i numeri in assemblea e nei gruppi parlamentari consentiranno di aprire la partita sulla guida del partito.

La scelta del tempo racconta la strategia. A ridosso delle regionali, con una Direzione contestata nei metodi e rinviata nei contenuti, la corrente gueriniana prende forma senza clamori di piazza, con la consueta liturgia delle riunioni riservate. Non è l’annuncio di una battaglia sui temi, è l’avvio di un lavoro di posizionamento: mappe dei delegati, dialoghi con amministratori, sguardo attento ai mondi cattolici e liberali che chiedono una postura più accomodante verso destra, in Parlamento e nei territori.

Correnti per il dopo-Schlein

Il quadro che si compone è fatto di tasselli compatibili: “Comunità Democratica” di Graziano Delrio, la “Rete Civica Solidale” di Paolo Ciani con Marco Tarquinio e Stefania Proietti, e ora l’area gueriniana che si propone europeista e atlantica, con frequenti richiami all’“interesse nazionale”. L’agenda richiamata è classica: lavoro, transizioni industriali, welfare territoriale. Pochi conflitti scoperti, molta manutenzione del perimetro. È la grammatica di chi deve tenere insieme sensibilità diverse in vista di un tornante: non spaccare oggi per poter capitalizzare domani.

In controluce emerge il vero banco di prova: non una proposta che sposti l’asse del Pd nel Paese, ma la costruzione di una maggioranza interna pronta a contestare la leadership quando la finestra si aprirà. Qui la frattura diventa politica: il mandato espresso da iscritti ed elettori nelle primarie che hanno eletto Schlein scivola sullo sfondo, trattato come un orpello cerimoniale rispetto alla geografia dei gruppi. Si lavora a un “congresso di fatto” senza proclamarlo, con mozioni soft, ordini del giorno neutri, appelli all’unità che preparano la conta. L’obiettivo è predisporre un approdo: una segreteria più dialogante verso il centro-destra sociale e istituzionale, capace di rassicurare i poteri amministrativi e i mondi economici che mal sopportano l’impronta attuale.

Il metodo è coerente con la biografia politica di Guerini: nessuna rottura urlata, diplomazia telefonica, dossier curati, promesse di affidabilità. È l’opposizione che piace ai palazzi: ordinata, leggibile, con margini di trattativa su ogni dossier. Un’opposizione così può ribaltare una guida senza mai sporcarsi con il conflitto a cielo aperto, perché sposta i pesi dove contano davvero: nelle commissioni, nelle direzioni, nelle liste.

L’opposizione più trasparente

La corrente che nasce si definisce per sottrazione. Non mobilita vertenze, non sfida sui grandi nodi – precarietà, salari, scuola, sanità, politiche industriali – e non apre fronti reali sulla politica estera. Preferisce calibrare il lessico, evitare le parole che dividono, offrire mediazioni. È un’omeopatia politica che lenisce i malumori senza intaccarne le cause. L’idea di alternativa è rimandata alla prossima curva: quando i numeri diranno che si può chiedere un cambio al timone, allora si chiamerà “responsabilità”.

Intanto il Paese scivola tra inflazione dei redditi bassi, deserti industriali e conflitti che impattano su bilanci e diritti. In questo scenario, la nuova corrente misura la propria utilità sulla stabilità interna più che sulla capacità di egemonia sociale. È un’opposizione trasparente: non disturba l’ordine del giorno, non sposta la narrazione, ma lavora per la resa dei conti. Se accadrà, si dirà che lo chiedeva la “governabilità”. E il voto delle primarie, con gli elettori convocati a indicare una direzione, resterà sul tavolo come un soprammobile: rispettato nelle formule, aggirato nelle pratiche.

Il Pd conosce bene questa meccanica. Correnti che promettono un partito più largo e finiscono per regolare conti interni; richiami al riformismo che non diventano progetto; rally di amministratori che si trasformano in pesi per congressi futuri. La novità di oggi, nella sostanza, è la chiarezza del disegno: preparare il cambio di segreteria senza dirlo, facendo della discrezione una forza. È politica di precisione, efficiente nelle stanze dove si decide. Ma resta da capire se possa ancora parlare a chi, fuori da quelle stanze, chiede un partito che scelga e che rischi.

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Attacchi alla Global Sumud Flotilla: tre ore di droni, esplosioni e interferenze

Tra l’una e le quattro del mattino del 24 settembre, in acque internazionali a sud di Creta, la Global Sumud Flotilla è stata bersaglio di un’azione continuata: sorvoli ripetuti di droni ogni dieci minuti, interferenze sulle radio VHF, esplosioni a ridosso degli scafi. La missione umanitaria — che trasporta aiuti per Gaza con equipaggi civili e delegazioni da decine di Paesi — ha contato almeno tredici esplosioni o deflagrazioni nelle immediate vicinanze e oggetti sganciati su non meno di dieci barche.

Nessun ferito, danni materiali su più unità e un rischio per l’incolumità dei partecipanti tale da spingere gli organizzatori a parlare di “operazioni psicologiche” finalizzate a intimidire. I precedenti di settembre (un sabotaggio denunciato in Tunisia e successivi sorvoli in alto mare) compongono una sequenza che fa sistema. Lo dicono i dispacci della notte e la nota ufficiale della spedizione, che quantifica droni e impatti e chiede protezione agli Stati che hanno cittadini a bordo.

Le prove della notte e i danni dichiarati

Le comunicazioni diffuse dalla Flotilla documentano: droni non identificati, disturbo delle radio, esplosioni registrate da più imbarcazioni. In una comunicazione social citata dalle agenzie si legge che il limite a cui «si è disposti a spingersi» per prolungare l’assedio è “disgustoso”, ma «non ci faremo intimidire: continueremo a navigare»; cronologia e modalità coincidono con il quadro tracciato dalle fonti di stampa nelle ore successive.

L’impatto più grave è stato descritto a bordo della Zefiro, con lo strallo di prua distrutto da una deflagrazione; altre barche hanno segnalato vele principali strappate e avarie al rigging. Il conto delle esplosioni sale a tredici secondo la stessa missione.

La politica a bordo e le prime voci da dentro la Flotilla

La presenza di rappresentanti eletti ha reso l’attacco un caso politico immediato. L’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Benedetta Scuderi, in collegamento dall’imbarcazione, ha riferito tre impatti di oggetti «che possono fare danni materiali», uno dei quali ha colpito l’albero rompendo la vela principale: «Eravamo in acque internazionali».

Il senatore M5S Marco Croatti — anch’egli imbarcato — ha messo a confronto la protezione diplomatica assicurata da Madrid alla Flotilla con il silenzio di Roma, legando la divergenza alla scelta sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Le sue parole confermano il punto politico: quando le navi sono civili e battono bandiere europee, la tutela non è un atto discrezionale ma un dovere.

Le reazioni italiane: l’intervento di Tajani e ciò che resta scoperto

Alle 7:28 di stamattina la Farnesina ha formalizzato la linea: il ministro Antonio Tajani, a New York per l’Assemblea generale Onu, «ha chiesto all’ambasciata a Tel Aviv di assumere informazioni e di rinnovare la richiesta […] di garantire la assoluta tutela del personale imbarcato», ricordando che la Flotilla «incrocia in acque internazionali» e che a bordo ci sono «cittadini italiani, assieme a parlamentari ed europarlamentari». È un passaggio importante perché riconosce contesto giuridico e natura civile delle navi. Resta però l’assenza di una condanna esplicita degli attacchi con droni e, soprattutto, di misure concrete di protezione in mare.

Dall’opposizione arrivano richieste puntuali. Elly Schlein ha chiesto al governo italiano e all’Ue di «proteggere gli attivisti della flottiglia» e di smettere di «criminalizzare ogni piazza e ogni forma di dissenso», collegando le mobilitazioni in Italia al dovere di tutela dei civili in mare. AVS, con Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, ha definito gli eventi «attacchi militari a tutti gli effetti», ricordando che alcune imbarcazioni battono bandiera italiana e chiedendo «iniziative concrete» del governo.

“È un attacco indegno, inaccettabile. Mi sono messo in contatto con il nostro senatore Marco Croatti a bordo delle imbarcazioni della Flotilla verso Gaza e mi ha aggiornato sugli attacchi di stanotte alle barche, sui danni, sulle vele distrutte, evidentemente per sabotare questa missione umanitaria che ha la spinta di tutti coloro che non si girano dall’altra parte rispetto al genocidio del criminale governo Netanyahu a Gaza. Attacchi avvenuti in acque internazionali, nei pressi di Creta” scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte.

Le opposizioni – Pd, M5s, Avs – hanno chiesto a inizio seduta la convocazione urgente di una capigruppo della Camera per discutere di quanto avvenuto questa notte. Decisa la protesta dei 5 stelle che con Ascari prima e Ricciardi dopo hanno annunciato che avrebbero bloccato “con ogni mezzo” i lavori parlamentari sia in Aula che nelle Commissioni. Il presidente di turno, Giorgio Mulè, ha riferito di aver avuto disponibilità da parte del presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ad anticipare la capigruppo già convocata per questo pomeriggio, al termine dei lavori mattutini dell’Aula.

Sul piano internazionale, la relatrice speciale Onu Francesca Albanese ha rilanciato l’appello a proteggere la Flotilla; Amnesty Italia ha scritto «Giù le mani dalla Global Sumud Flotilla: i governi la proteggano». Nel frattempo, da Israele sono arrivate dichiarazioni che accusano la Flotilla di connessioni con Hamas, tesi utile a giustificare il blocco ma non suffragata da atti giudiziari resi pubblici. Il dato nuovo è politico: la Francia ha riconosciuto lo Stato di Palestina; la Spagna ha chiesto «di fermare il massacro» e di ammettere la Palestina all’Onu; più Paesi hanno invitato a un cessate il fuoco e a una protezione internazionale. In Italia, la stessa Farnesina ha ribadito ieri «il sogno dei palestinesi di avere uno Stato», senza però sciogliere il nodo operativo della tutela delle navi civili aggredite in alto mare.

Diritto del mare e responsabilità

Le norme sono chiare: in acque internazionali le navi civili non possono essere colpite o intimidite; le interferenze alle comunicazioni e l’uso di ordigni o oggetti dall’alto configurano atti ostili, tanto più se ripetuti e coordinati. La stessa nota della missione richiama la qualificazione penale: «qualsiasi attacco […] costituirebbe un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità». È il punto di frizione tra legalità e forza che questa crisi mette a nudo: se gli Stati che hanno cittadini a bordo — Italia compresa — non attivano strumenti di tutela, l’impunità diventa prassi.

Cosa resta da fare, adesso

I fatti della notte a sud di Creta sono l’ennesimo tassello di una strategia di interdizione extragiudiziale contro una missione umanitaria. La protezione diplomatica dichiarata non basta se non è accompagnata da azioni verificabili: richiesta di inchiesta internazionale, missione di pattugliamento civile sotto egida Onu o Ue, pressione politica sui responsabili.

Finché la Flotilla resterà in mare, la credibilità del diritto — e dell’Europa che lo invoca — si misurerà su una domanda semplice: i civili possono navigare in sicurezza in acque internazionali? O la notte dei droni diventerà la nuova normalità del Mediterraneo?

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Da Roma a Bruxelles, Ursula copia Giorgia: a von der Leyen piace l’intervista senza contraddittorio

Un’intervista senza domande. O meglio, a domande concordate. È quella che Ursula von der Leyen ha concesso ai quotidiani del gruppo Lena (Leading European Newspaper Alliance). Niente confronto, niente rilanci, niente possibilità di incalzare: le redazioni hanno dovuto inviare le domande per iscritto e hanno ricevuto risposte già confezionate. Un format imposto dai servizi della Commissione europea, trasformando il lavoro giornalistico in un esercizio di copia e incolla. Il quotidiano spagnolo El País ha rifiutato di prestarsi, denunciando il metodo, mentre il belga Le Soir ha scelto di rendere pubblico le procedure imposte. Il risultato è un prodotto che somiglia più a un comunicato ufficiale che a un’intervista, con la stampa ridotta a canale distributivo del messaggio politico.

Le interviste scritte e le conferenze rare

Non è un episodio isolato. Le conferenze stampa della Presidente della Commissione Ue sono sempre più rare, dominate da formule preparate dai consiglieri e recitate a memoria. Quando c’è da affrontare la stampa libera, Ursula von der Leyen appare a disagio. Quando invece incontra i grandi editori, lontano dagli occhi del pubblico, la disponibilità cambia. Mercoledì scorso ha ricevuto a Bruxelles i dirigenti del gruppo Lena per discutere di intelligenza artificiale e fake news, in un incontro che non è stato nemmeno registrato nell’agenda ufficiale della Commissione. Anche l’Associazione della stampa internazionale di Bruxelles ha formalizzato a luglio una protesta contro il Berlaymont, parlando di «violazioni dell’accordo» sull’accesso alle informazioni.

La gestione selettiva dell’informazione ha già avuto riscontri giudiziari. Lo scorso maggio il Tribunale dell’Unione europea ha annullato la decisione della Commissione di negare l’accesso ai messaggi tra von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer, giudicando inaccettabile la spiegazione secondo cui gli sms non sarebbero reperibili. Un colpo alla credibilità di una presidenza già accusata di scarsa trasparenza.

Il parallelo con l’Italia

Il format senza contraddittorio richiama un modello sperimentato da Giorgia Meloni in Italia. Le conferenze stampa della premier sono sempre meno frequenti, sostituite da video autoprodotti e spazi amichevoli. Un fact-checking di Pagella Politica ha mostrato che nel 2024, su dieci dichiarazioni ufficiali, solo in due occasioni Meloni ha accettato domande dei giornalisti. Emblematico anche l’episodio della Casa Bianca, quando in un fuori onda Meloni disse di «non voler mai parlare con la stampa italiana». Lo schema è lo stesso: sterilizzare le domande, ridurre i rischi del contraddittorio, preferire messaggi unidirezionali.

In entrambi i casi, il potere sceglie di comunicare senza mediazioni scomode, limitando il ruolo dei cronisti e selezionando accuratamente i contesti. La differenza è che in Europa la presidente della Commissione rappresenta tutti i cittadini dell’Unione, ed è chiamata a un livello di accountability che mal si concilia con interviste senza giornalisti e incontri fuori agenda.

Libertà di stampa a rischio

Le organizzazioni per la libertà di stampa hanno già lanciato l’allarme. Nel 2024 il rapporto dell’European Broadcasting Union segnalava la tendenza crescente dei leader politici a trasformare le interviste in messaggi blindati, mentre l’European Centre for Press and Media Freedom denunciava la normalizzazione di comunicazioni verticalizzate. Il rischio è che questa pratica diventi la regola: conferenze stampa ridotte, accesso alla Presidente concesso solo ai grandi editori, incontri non tracciati ufficialmente, interviste trasformate in semplici trasmissioni di comunicati.

In un momento in cui l’Unione europea affronta crisi economiche, conflitti alle porte e tensioni interne, la scelta di limitare la trasparenza e il confronto diretto con i giornalisti mostra un segnale preciso: il potere preferisce la sicurezza della comunicazione controllata al rischio delle domande. Per la democrazia europea, è un prezzo che rischia di diventare troppo alto.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #23

Il comunicato diffuso il 23 settembre dalla Global Sumud Flotilla risponde all’ennesimo tentativo di Israele di piegare il diritto internazionale ai propri interessi. La richiesta di “attraccare e trasferire” gli aiuti umanitari al porto di Ashkelon non è una misura logistica, ma parte integrante del blocco illegale. Amnesty e Human Rights Watch hanno condannato pratiche simili come violazioni del diritto umanitario e strumenti per ritardare e negare l’assistenza. Parlare di “sicurezza” è un pretesto per esercitare controllo e trasformare soccorsi civili in merce di scambio. Etichettare la flotta come minaccia significa legittimare l’uso della forza contro chi porta aiuti.

Mentre Israele fabbrica cavilli, Gaza continua a contare i morti. Nella notte almeno 37 persone sono state uccise nei raid, altre 17 all’alba, e dodici strutture dell’Unrwa sono state colpite a Gaza City. Gli ospedali senza carburante parlano di “morte certa”. Numeri che non sono statistiche ma volti cancellati: bambini, donne, uomini privati di acqua, cure, cibo. E mentre a Roma si tace, a Madrid il premier Sanchez chiede all’Onu misure immediate per proteggere i civili palestinesi, dimostrando che la responsabilità politica non è un optional.

In Italia la voce resta quella delle piazze: 20mila a Padova, migliaia ad Ancona, Milano, Bergamo. Una società civile che ricorda al governo che il silenzio è complicità. La flottiglia naviga, e a terra una rete di mani tiene la rotta. La ciurma di terra protegge. Ricordarselo sempre. Gli occhi sono su Gaza.

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