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Il “Libro della vergogna”: le voci dei rifugiati da Libia, Tunisia e Niger che accusano l’Agenzia Onu

ll 12 settembre a Ginevra tre collettivi guidati da rifugiati – Refugees in Libya, Refugees in Tunisia e Refugees in Niger – hanno presentato davanti alla sede centrale dell’Unhcr un volume che segna un punto di svolta: Book of Shame: How Unhcr Fails to Protect Refugees in Libya, Tunisia and Niger (Vol. 1, 2025). È la prima pubblicazione scritta e compilata interamente da rifugiati. Non un rapporto di Ong, ma un atto politico e un documento di resistenza che accusa l’Agenzia delle Nazioni Unite di aver abdicato al suo mandato, diventando strumento di contenimento delle politiche europee.

Le accuse: protezione negata e complicità nel contenimento

Il volume raccoglie testimonianze dirette dal 2024 al settembre 2025: dai centri di detenzione libici ai campi desertici di Agadez in Niger, fino ai presidi di protesta in Tunisia. I contributi denunciano violenze sistematiche, corruzione negli uffici, criteri arbitrari di vulnerabilità e una protezione che arriva solo “quando la morte è già ineludibile”.

Secondo David Yambio, rifugiato sudsudanese e fondatore del movimento Refugees in Libya, «Unhcr non ha mai agito per la libertà. Ha visto le torture, i corpi bruciati, le donne stuprate, i bambini lasciati morire. Ha distribuito coperte e biscotti, ma ha lasciato intatte le sbarre e armati i carcerieri».

Il “Libro della vergogna” documenta la trasformazione dell’Unhcr in quello che i rifugiati chiamano “Unfair – The UN Refusal Agency”: un’istituzione che decide chi vive e chi muore, chi viene evacuato e chi resta prigioniero, seguendo la logica della gestione dei flussi per conto dell’Europa.

Dalla protesta di Tripoli al manifesto collettivo

Il libro nasce dall’esperienza del sit-in di cento giorni davanti alla sede Unhcr di Tripoli nel 2021-2022, quando migliaia di rifugiati furono sgomberati e deportati nei centri di detenzione con la complicità delle milizie. Tre anni dopo, poco è cambiato: i movimenti guidati da rifugiati vengono ancora trattati come minacce, le manifestazioni represse, le voci ridotte al silenzio.

Le pagine raccontano storie precise: Shoaib, 16 anni, morto di abbandono a Tripoli nel 2021; suo fratello Yasin sopravvissuto solo grazie alla determinazione dei compagni; i bambini nati senza cittadinanza nei campi di Agadez, condannati a un futuro senza scuola né sanità; le proteste represse a Tunisi con la cooperazione dell’Unhcr. La denuncia è chiara: l’Agenzia, invece di garantire protezione, ha contribuito a “esternalizzare” le frontiere europee, sostenendo campi e sistemi che trasformano rifugiati e migranti in corpi da contenere.

Il volume si chiude con un manifesto collettivo dei movimenti di Libia, Tunisia e Niger, che rivendicano il diritto a parlare con la propria voce: «Non scriviamo per chiedere carità. Non scriviamo come vittime da salvare. Scriviamo come comunità che si organizzano, che resistono, che hanno osato nominare la macchina dell’abbandono».

L’atto politico e il futuro delle lotte

La presentazione di Ginevra è stata accompagnata dall’annuncio di una manifestazione fatta il 13 settembre davanti alla sede dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. I promotori sottolineano che questa non è un’operazione di advocacy classica: è la costruzione di un archivio di testimonianze per impedire che la sofferenza venga cancellata dalle statistiche. «Il testimone deve parlare» scrive Yambio, e il libro – curato da un collettivo di rifugiati, attivisti e ricercatori – è pensato come un atto d’accusa pubblico contro un sistema che, con il linguaggio della protezione, pratica invece la regolazione e il contenimento.

La forza del “Libro della vergogna” vuole essere nel ribaltare la prospettiva: non sono Ong occidentali o istituzioni a scrivere dei rifugiati, sono i rifugiati stessi a redigere il catalogo delle omissioni e delle complicità. Ne esce un quadro in cui l’Unhcr, in Libia come in Tunisia e Niger, appare più attento a non disturbare governi e donatori che a salvare vite umane. «Unhcr ha fallito me» si legge in una delle testimonianze, frase che diventa sintesi di un’esperienza collettiva.

Con questa iniziativa, i rifugiati dimostrano di non voler più essere relegati al ruolo di destinatari passivi di aiuti. La scelta di presentare il libro davanti alla sede centrale dell’Unhcr a Ginevra rende la denuncia ancora più diretta: il messaggio è rivolto non solo all’agenzia, ma anche ai governi europei che finanziano e sostengono la politica di esternalizzazione. Ma mentre i rifugiati hanno portato le loro denunce davanti alla sede centrale, l’Unhcr a oggi non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sul contenuto del libro né sulle accuse. Nei giorni successivi l’Agenzia ha diffuso comunicati su altre emergenze, dall’Afghanistan alle vie di ingresso regolari, senza alcun riferimento al “Libro della vergogna” e alle proteste di Ginevra. Una scelta che i movimenti leggono come ulteriore conferma del silenzio istituzionale che intendono spezzare.

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Con il caso Kirk, Trump ha trasformato l’odio in dichiarazione di intenti. E canonizzato il conflitto permanente

«Io odio i miei avversari e non voglio il meglio per loro». È con questa frase, pronunciata durante il funerale di Charlie Kirk domenica scorsa a Phoenix, che Donald Trump ha reso inutile ogni esercizio accademico sull’origine dell’ostilità politica. Nessun incidente linguistico, nessuna esasperazione della polemica: il presidente degli Stati Uniti ha trasformato l’odio in dichiarazione di intenti, in codice morale da ostentare di fronte al suo pubblico. Non un sottotesto, ma la regola del gioco.

Il dato di contesto è chiaro. Negli Stati Uniti un bambino su 31 riceve una diagnosi di disturbo dello spettro autistico: Trump ne ha fatto il pretesto per teorie senza basi scientifiche, così come ora la morte di Kirk diventa l’occasione per canonizzare il conflitto permanente. È la stessa finestra di Overton applicata al linguaggio politico: normalizzare l’inimicizia come segno di autenticità, legittimare l’aggressività come arma identitaria.

La traduzione italiana: Salvini e Meloni

In Italia, la destra di governo non ha mai nascosto di aver importato lo schema. Matteo Salvini ha fatto dell’ostilità il marchio della sua comunicazione: dalle “ruspe” per abbattere i campi rom alle campagne sui “porti chiusi”, fino al lessico contro le Ong definite “taxi del mare”. Una retorica che non rimane confinata agli slogan, ma trova riscontro in scelte politiche, decreti e processi. Nel 2023-2024 l’operazione Vannacci ha rappresentato il salto di qualità: un generale che ha costruito la propria popolarità sulla marginalizzazione delle minoranze e delle comunità LGBTQ+, trasformato dalla Lega in simbolo di “parlar chiaro”.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni alterna registri differenti ma attinge allo stesso serbatoio. Il ministro Lollobrigida ha parlato apertamente di “sostituzione etnica”, importando in Italia un tropo complottista internazionale. Quando Antonio Scurati fu escluso dal palinsesto RAI, il governo rispose rovesciando i ruoli: la censura non sarebbe stata il problema, ma la denuncia stessa. Allo stesso tempo, Meloni ripete di essere vittima di un “clima d’odio” costruito da sinistra e media. Il paradosso è evidente: si accusa l’opposizione di fomentare rancore mentre il governo alimenta un discorso pubblico fondato sulla stigmatizzazione del dissenso.

La cassa di risonanza mediatica

Il sistema informativo che gravita intorno alla destra ha contribuito a istituzionalizzare l’odio come linguaggio legittimo. Il precedente resta la prima pagina di Libero “Bastardi islamici” nel 2015, che ha segnato un confine più permissivo. Da allora, titoli, rubriche e talk hanno spesso preferito la delegittimazione morale alla critica politica, moltiplicando il repertorio di nemici: migranti, magistrati, intellettuali, attivisti. Nel frattempo, all’interno della Rai, i giornalisti hanno denunciato con scioperi e comunicati il “soffocante controllo” dell’esecutivo, segnalando un sistema in cui la voce critica si riduce e l’eco dell’aggressività diventa dominante.

La sequenza è ricorrente: un evento traumatico, la costruzione del nemico, la rivendicazione vittimistica del potere, la traduzione in atti politici o mediatici. È la stessa logica che ha trasformato il funerale di Kirk in un pulpito da cui Trump ha potuto canonizzare l’odio come virtù civica. In Italia, le sue imitazioni non mancano.

Per questo le fanfare che si sono levate nelle ore successive alla morte di Kirk suonano vuote. Trump è il modello più alto della strumentalizzazione dell’odio, ed è a quel modello che guardano le destre anche in Italia. Non c’è pacificazione da costruire: l’odio non è una deriva, ma il cemento di una propaganda che funziona solo finché riesce a produrre nemici.

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Nebbia sullo Stretto: Salvini mostra i rendering ma nasconde gli atti

Sul Ponte sullo Stretto cala la nebbia. Non quella del mare, ma quella che serve a nascondere. La Società Stretto di Messina, guidata da Pietro Ciucci, ha risposto al deputato Angelo Bonelli che la sua carica non basta per ottenere i documenti sul contratto con Eurolink. È il paradosso: un parlamentare escluso da un’opera da oltre 13,5 miliardi, come se la democrazia fosse un orpello da archiviare.

Dentro quel contratto ci sono penali feroci: un milione di euro per ogni giorno di ritardo, 650 milioni di cauzione, clausole che trasformano lo Stato in debitore perpetuo. Eppure la firma è arrivata in fretta, prima della pubblicazione in Gazzetta e senza il parere della Corte dei conti. Una scorciatoia che rivela la fretta di blindare interessi e vincoli, prima che qualcuno potesse alzare la mano.

Non è solo un affare interno. Bruxelles ha già bussato due volte, chiedendo chiarimenti su appalti e impatto ambientale. Ma qui la nebbia conviene: oscura i numeri, copre i rischi, spegne le domande. È la stessa nebbia che alimenta il mito del “grande cantiere” mentre si tagliano scuole e ospedali.

Il Ponte viene venduto come sogno d’acciaio e cemento, ma cresce come un debito opaco, custodito in una cassaforte di segreti. La nebbia lo protegge, certo. Ma ogni nebbia si alza: e allora resterà solo un viadotto di menzogne appoggiato sul nulla.

Buon martedì. 

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #22

Le piazze italiane ieri hanno parlato con numeri che non si possono cancellare: centinaia di migliaia di persone, 50mila solo a Roma, 15mila a Napoli, migliaia a Torino, Firenze, Genova, Cagliari, Bari. Dai porti alle scuole, dalle fabbriche alle università, lo sciopero generale ha bloccato pezzi interi del Paese. Non è stata una sommatoria di cortei, è stato un unico corpo che si è alzato in piedi contro il genocidio a Gaza.

Ogni bandiera palestinese appesa ai balconi, ogni presidio nelle piazze, ogni linea di produzione ferma, ogni aula occupata è stato un messaggio diretto al governo: le vostre scelte di fiancheggiamento, la complicità con la guerra, non sono la voce dell’Italia. L’Italia rifiuta lo sterminio del popolo palestinese, condanna la vendita di armi a Israele e respinge la solidarietà offerta a soldati che hanno massacrato bambini e civili. Ogni contratto di fornitura firmato in queste settimane è una ferita alla memoria di chi ha combattuto per la libertà.

Questo movimento per la pace è l’Italia che si riconosce nell’umanità e urla: «Non in nostro nome». È la promessa di una sopravvivenza collettiva che non è semplice memoria, ma scelta quotidiana di vita.

E mentre le piazze gridavano, i politici di governo balbettavano accuse di “violenza”, fingendo di non vedere la loro. Parlano di ordine pubblico quelli che pagano bombe, fiancheggiano un genocidio, ammazzano di fame e di ordigni donne e bambini. Sono gli stessi che stringono le mani insanguinate di Netanyahu. Sono gli stessi che ieri, davanti a mezzo milione di persone, hanno provato a indossare i panni delle maestrine del decoro. La vergogna è tutta loro.

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Meloni all’Onu: la premier senza mandato parlamentare che rincorre Trump

Giorgia Meloni atterra a New York per la 79ª Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il suo intervento in plenaria è previsto per il 24 settembre, ma l’Italia si presenta già in posizione di debolezza. La premier parte senza un mandato parlamentare, mentre i principali partner europei si muovono in direzione opposta: Francia, Spagna e altri Paesi intendono formalizzare il riconoscimento dello Stato di Palestina all’Onu. Un passaggio storico, che rischia di segnare l’isolamento politico dell’Italia, ferma a un’ambiguità tattica che appare sempre più come sudditanza a Donald Trump.

L’Italia in coda all’Europa

Il 12 settembre Roma ha votato a favore della “New York Declaration”, risoluzione che riafferma la soluzione a due Stati. Ma Meloni, a fine luglio, aveva definito «controproducente» un riconoscimento immediato, bloccando sul nascere l’opzione politica più attesa. Emmanuel Macron, al contrario, ha già annunciato che Parigi presenterà il riconoscimento in sede Onu, costruendo una coalizione di “volenterosi” per accelerare il processo. Madrid, Dublino e altri governi europei sono pronti a seguirlo.

L’Italia, pur avendo riconosciuto la gravità della crisi umanitaria a Gaza e sollecitato a Netanyahu il rispetto del diritto internazionale, resta su una linea attendista che la esclude dal fronte più dinamico. Una contraddizione evidente, che la priva della possibilità di giocare un ruolo centrale nella definizione della posizione europea.

Le accuse dell’opposizione

In patria la premier viene attaccata per la partenza senza una cornice politica condivisa. «Meloni va all’Onu senza passare dal Parlamento, senza un mandato chiaro e senza credibilità», accusa Riccardo Magi (+Europa), parlando di una strategia «allineata agli Usa di Trump» e incapace di prendere posizione sul riconoscimento della Palestina.

Elly Schlein ha annunciato che il Partito democratico «bloccherà i lavori finché Meloni non riferirà in Aula», chiedendo un voto parlamentare sulla linea di governo. Giuseppe Conte ha parlato di «vergogna nazionale», denunciando la “maschera caduta” del governo sulle responsabilità di Israele. Da Alleanza Verdi e Sinistra arrivano pressioni per un riconoscimento immediato, mentre anche Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni denunciano la «subalternità» italiana. L’opposizione si ritrova così unita nel denunciare il “viaggio senza mandato”, trasformandolo in un caso politico interno.

Una strategia sbagliata

La scelta di seguire la rotta tracciata da Trump è il segnale più evidente di una linea fragile. Il leader americano, tornato alla Casa Bianca, ha messo in agenda una serie di bilaterali e promette di «fare più di chiunque altro per la pace». Meloni si presenta senza uno strumento parlamentare che ne rafforzi la posizione, e così rischia di trasformare l’incontro con Washington in una dinamica a senso unico.

L’Italia non ha presentato iniziative proprie sulla riforma Onu, limitandosi a dichiarazioni di principio. Manca un testo, manca una coalizione, manca la capacità di incidere. In questo vuoto, il bilaterale annunciato con il presidente sudcoreano Lee appare come un’operazione di facciata: utile a segnalare l’impegno multilaterale, ma incapace di colmare il ritardo accumulato sui dossier più rilevanti.

Le conseguenze dell’isolamento

Il prezzo politico di questa strategia rischia di essere alto. Sul piano europeo, Francia e Spagna si candidano a guidare la coalizione mediterranea sulla Palestina, relegando Roma a un ruolo di spettatore. Nei rapporti con i Paesi arabi, la mancanza di un segnale concreto toglie credibilità all’Italia come interlocutore per il “day after” di Gaza. All’interno, l’assenza di un mandato parlamentare offre all’opposizione un’arma comunicativa potente, rafforzata dal fatto che il governo non ha voluto passare da un voto né prima né dopo la partenza.

La narrazione interna di Meloni, costruita sull’asse privilegiato con Washington, rischia così di produrre l’effetto opposto sul piano internazionale: l’immagine di un’Italia subalterna, incapace di giocare la propria partita in autonomia. Una linea che potrebbe far guadagnare consenso alla premier nella sua base, ma che all’Onu la consegna a un isolamento che altri leader europei stanno già trasformando in leadership.

Un’occasione persa

L’Assemblea generale di New York era l’occasione per rimettere al centro l’Italia come ponte tra Europa e Mediterraneo, valorizzando il peso storico e geografico del Paese. Ma senza iniziative concrete e con l’ombra di un mandato mai cercato in Parlamento, Meloni arriva con il profilo di chi ha scelto di fare il secondo di Trump.

Quando Macron salirà sul podio per annunciare il riconoscimento della Palestina, il contrasto sarà evidente. Roma resterà con un piede in due scarpe: ufficialmente a favore della soluzione a due Stati, ma contraria al passo che può renderla credibile. È in questa incoerenza che si misura la distanza tra le ambizioni proclamate e la realtà di un’Italia sempre più isolata.

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Tajani, ministro dell’impotenza

Le dichiarazioni di Antonio Tajani al Festival di Open hanno il sapore della resa. Davanti alla possibilità che la Flotilla diretta a Gaza venga intercettata da Israele, il ministro degli Esteri ha parlato di «impotenza». È una scelta politica, un calcolo: rinunciare al diritto internazionale per non incrinare i rapporti con Tel Aviv. È una resa secca. Punto.

Lo ricorda il comunicato del Global Movement to Gaza: il blocco navale imposto da Israele dal 2007 è illegale. Se le navi pacifiste venissero fermate, sarebbe un atto di pirateria e sequestro di persona. La portavoce Maria Elena Delia è chiara: «Non chiediamo protezione militare, chiediamo l’applicazione delle regole». Una richiesta elementare che il ministro capovolge difendendo anche l’inerzia dello Stato.

La domanda è: fino a che punto un Paese democratico può sacrificare la legalità internazionale sull’altare delle convenienze diplomatiche ed economiche? Per questo l’organizzazione, insieme al senatore Marco Croatti e all’europarlamentare Benedetta Scuderi, chiede una Commissione parlamentare d’inchiesta sui rapporti istituzionali ed economici tra Italia e Israele: trasparenza e responsabilità.

Il punto è qui. Ammettere «impotenza» mentre civili vengono schiacciati da un assedio illegale equivale ad abdicare; prudenza qui è un alibi. La tutela dei cittadini italiani imbarcati e il rispetto del diritto internazionale non sono favori da contrattare, sono obblighi. Se il governo non li esercita, è giusto che il Parlamento e l’opinione pubblica pretendano memoria dei fatti, controllo degli atti e un cambio di rotta.

Buon lunedì. 

In foto Greta Tumberg alla presentazione dell’iniziativa della Global Sumud Flottilla

Foto wcommons

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Milioni spesi, nessun rimpatrio: il flop del centro di Modica e Pozzallo – Lettera43

Sebbene non ospiti più nessuno da tempo, il centro costato 1,6 milioni di euro ha spese di manutenzione e vigilanza che continuano a gravare sulle casse pubbliche. Ma a differenza di Gjader, in Albania, modello rivendicato dal governo nonostante i numeri esigui, in Sicilia è calato un imbarazzante silenzio.

Milioni spesi, nessun rimpatrio: il flop del Cpr di Modica e Pozzallo

Doveva essere il laboratorio della nuova stagione dei rimpatri accelerati, un modello esportabile per gestire con rapidità i richiedenti asilo provenienti da Paesi definiti “sicuri”. A distanza di due anni, il Centro per procedure accelerate di frontiera di Modica-Pozzallo è un guscio vuoto, costato 1,6 milioni di euro, presidiato da militari e forze dell’ordine ma privo della funzione per cui era stato creato. Le prime espulsioni veloci presentate dal questore sono state rigettate dai tribunali, che hanno smontato pezzo per pezzo la tenuta giuridica del meccanismo.

Milioni spesi, nessun rimpatrio: il flop del centro di Modica e Pozzallo
Il centro di Pozzallo (Ansa).

I rimpatri respinti dai tribunali di Catania e Palermo

L’apertura nell’estate 2023 era stata accompagnata dalla promessa di «rimpatri in pochi giorni» per cittadini di Tunisia, Egitto e altri Paesi inseriti nella lista ministeriale dei “sicuri”. In realtà, i primi decreti di trattenimento sono stati stoppati. Il Tribunale di Catania, già nel settembre dello stesso anno, aveva respinto le richieste per mancanza di traduzioni adeguate, difesa effettiva e tempi non compatibili con le direttive europee. I decreti, spesso redatti con formule standard, sono stati bollati come privi di motivazione individuale. A Palermo, nell’agosto 2024, un giudice ha rifiutato la convalida di un trattenimento disposto dal questore di Agrigento per un cittadino tunisino transitato a Porto Empedocle. Anche in questo caso, i rilievi hanno riguardato la trasmissione tardiva al giudice e la violazione dei termini previsti dal diritto europeo. Ancora nel gennaio 2025, la sezione immigrazione del Tribunale di Catania ha ribadito che la procedura non regge al vaglio giuridico: traduzioni inesistenti o sommarie, assistenza legale fittizia, sproporzione delle misure rispetto alle garanzie fissate dalle direttive 2013/32 e 2013/33 dell’Unione europea.

Milioni spesi, nessun rimpatrio: il flop del Cpr di Modica e Pozzallo
Il centro di Modica-Pozzallo (da youtube).

I ricorsi contro i decreti che hanno esteso la lista dei Paesi “sicuri”

Il quadro si è aggravato con i ricorsi contro i decreti ministeriali che hanno esteso la lista dei Paesi sicuri. La Tunisia, considerata “sicura” dal Viminale, è stata indicata dalla dottrina giuridica e da più organismi indipendenti come caso limite, in cui i diritti fondamentali non sono affatto garantiti. Il Tar del Lazio è stato investito dei ricorsi, mentre la Cassazione ha rimesso questioni pregiudiziali alla Corte di giustizia Ue per chiarire la compatibilità della procedura con i trattati. Il Partito democratico ha acceso i riflettori sul fallimento. Il segretario siciliano Anthony Barbagallo ha chiesto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi di chiarire «quali iniziative intenda assumere davanti a un centro costato milioni e rimasto inutilizzato». Nello Dipasquale, deputato regionale, ha chiamato in causa il governatore Renato Schifani, invitandolo a rompere «il silenzio su un costoso fallimento che impegna forze dell’ordine senza necessità reale». Sul piano locale, la vicenda è percepita come l’ennesima “cattedrale nel deserto”: la struttura sorge nell’area industriale di Modica, composta da container blindati, con una capacità ufficiale di 83 posti, affidata in gestione a un raggruppamento di imprese sociali. Oggi non ospita nessuno, ma resta sorvegliata, con spese di manutenzione e vigilanza che continuano a gravare sulle casse pubbliche.

Milioni spesi, nessun rimpatrio: il flop del centro di Modica e Pozzallo
Anthony Barbagallo (Imagoeconomica).

A differenza dell’Albania, in Sicilia è calato il silenzio

La parabola di Modica–Pozzallo è diversa da quella di Gjader, in Albania, dove il governo ha mantenuto alta la visibilità politica dell’accordo bilaterale nonostante i numeri esigui. In Sicilia, al contrario, è calato il silenzio su un modello che si è inceppato subito. I report di ActionAid e AIDA/ECRE documentano che nessun rimpatrio effettivo è passato da qui, e che la quasi totalità dei trattenimenti è stata dichiarata illegittima. Il problema, osservano i giuristi, non è nella gestione logistica ma nell’architettura stessa delle procedure accelerate a cui si aggiunge il ricorso eccessivo alla detenzione amministrativa. Lo scenario resta aperto. Chiusura e riconversione sono le ipotesi più verosimili se il governo non riuscirà a rafforzare le garanzie legali. In alternativa, servirebbe un rilancio con standard procedurali più solidi: traduzioni garantite, assistenza legale reale, motivazioni individuali, liste di Paesi sicuri conformi agli standard europei. Per ora, però, il centro rimane vuoto ma vigilato, simbolo di una politica dei rimpatri annunciata senza basi giuridiche né operative adeguate. Il fallimento di Modica-Pozzallo racconta meglio di qualsiasi dichiarazione l’impossibilità di piegare le garanzie costituzionali ed europee a logiche di propaganda. Nel frattempo, il costo economico e politico continua a crescere.

Milioni spesi, nessun rimpatrio: il flop del Cpr di Modica e Pozzallo
Il Centro migranti Gjader a Shengjin in Albania (Ansa).

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Renzi punta su Silvia Salis: il piano dell’ex premier per rientrare nell’orbita Pd

Il laboratorio di Genova non è passato inosservato. La vittoria di Silvia Salis, con il 51,5% al primo turno e una coalizione che ha tenuto insieme Pd, M5S, Avs e la civica “Riformiamo Genova” composta da esponenti di Italia Viva, Azione, +Europa e DemoS, ha dato un precedente che i riformisti e Matteo Renzi vogliono trasformare in schema nazionale. La sindaca, ex atleta e dirigente sportiva, si è ritrovata in pochi mesi spinta sullo scenario nazionale come “icona” di un possibile riequilibrio del centrosinistra.

L’operazione ha un nome già scritto nei retroscena: la “quarta gamba riformista”, un progetto che Renzi e una parte del Pd di area Franceschini accarezzano da mesi. L’idea è creare una componente autonoma, civica e liberal, capace di garantire quei tre o quattro punti che spesso decidono le elezioni. A Genova ha funzionato: il Pd non ha perso centralità e ha beneficiato della forza trainante di un profilo civico-riformista. Ora la domanda è se quel modello sia replicabile e, soprattutto, se non nasconda l’ennesimo tentativo di Renzi di rientrare nel gioco interno al Pd con una faccia nuova.

L’investitura morbida di Renzi a Salis

Renzi, infatti, da settimane segnala Salis come “volto buono per la politica nazionale”. Non un’investitura ufficiale, ma un’investitura morbida, costruita sui media amici che raccontano la sindaca come “nuova energia” e “profilo moderno”. Un’operazione di costruzione dell’immagine che ricorda altri lanci, consumati però in poco tempo. La differenza, questa volta, è che Salis governa una città simbolo e può vantare un capitale politico fresco.

L’interessata, per ora, si schermisce: ripete di voler fare la sindaca e di non volersi mettere in contrapposizione con Schlein. Ma la sua coalizione è già di fatto il prototipo di quello che Renzi e i riformisti immaginano per il 2027. La “tenda fuori dal Pd” di cui parlava Goffredo Bettini è diventata il contenitore in cui Renzi e Franceschini si disputano la leadership di un’area che va dai liberali ai cattolici democratici, passando per amministratori come Gaetano Manfredi a Napoli e Alessandro Onorato a Roma.

I segnali sono chiari: la prossima Leopolda sarà il luogo in cui misurare il peso di questo progetto, con la presenza annunciata di amministratori e parlamentari che già orbitano nell’operazione. L’obiettivo non è dichiarato apertamente ma è evidente: costruire un’offerta riformista che possa imporsi nel campo largo come co-leadership, se non come alternativa, alla segreteria di Schlein.

Il rischio di un cavallo di Troia

Il rischio di frattura, però, è inscritto nell’operazione. Da un lato il Pd non può ignorare che i riformisti interni reclamano rappresentanza e temono di restare schiacciati da una linea considerata troppo identitaria. Dall’altro, i Cinque Stelle guardano con sospetto a un rafforzamento centrista che potrebbe sottrarre consensi nella fascia moderata. Lo schema Genova, nato come compromesso locale, rischia così di diventare un cavallo di Troia nazionale.

Il contesto elettorale fa il resto. Con il Rosatellum vigente, il leader della coalizione non compare sulla scheda e a decidere resta il partito maggiore. In uno scenario di primarie di coalizione o di riforma che preveda l’indicazione del premier, il nome di Salis potrebbe diventare competitivo. È il motivo per cui il cantiere resta in movimento: consolidare il profilo amministrativo oggi per non bruciare la carta nazionale troppo presto.

Il nodo, dunque, è politico e strategico. Se Salis diventerà davvero la bandiera dei riformisti e di Renzi, si aprirà una partita che mette in discussione la stessa tenuta del campo largo. Perché un conto è presentare un modello inclusivo che aiuta a vincere, un altro è utilizzare una sindaca appena eletta come strumento per ridefinire gli equilibri interni e riportare Renzi in posizione di influenza.

Al momento Salis si tiene lontana dalle polemiche. Ma la sua immagine corre più veloce delle sue parole. E il rischio, in un centrosinistra che spesso consuma i leader prima che diventino tali, è che anche lei finisca travolta da un’operazione che guarda più a Roma che a Genova.

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Riconoscere lo Stato di Palestina, l’Italia isolata tra i grandi Ue

Emmanuel Macron ha scelto la tv israeliana Channel 12 per spiegare la mossa che segnerà i prossimi mesi di diplomazia europea: la Francia è pronta a riconoscere uno Stato di Palestina all’Onu. «Le stragi di civili stanno distruggendo l’immagine e la credibilità di Israele», ha detto il presidente, chiarendo che non si tratta di un premio a Hamas, che «vuole uno Stato islamista e distruggere Israele». Per Macron, la prospettiva dei due Stati resta «il modo migliore per isolarlo». Un messaggio diretto a Benjamin Netanyahu, con cui pure ha detto di voler continuare a lavorare.

A Gerusalemme la reazione non si è fatta attendere: tra le opzioni allo studio ci sono la chiusura del consolato francese nella Città Vecchia e un’accelerazione delle annessioni in Cisgiordania. Una ritorsione simbolica e concreta allo stesso tempo, che trasformerebbe lo scontro con Parigi nel banco di prova dei rapporti tra Israele e l’Unione europea.

Stato di Palestina: Berlino al bivio, Madrid spinge

Sul fronte comunitario, la partita si gioca tra tariffe e sanzioni. La Commissione ha proposto il ripristino dei dazi su circa 5,8 miliardi di export israeliano e un pacchetto di misure restrittive mirate contro ministri e coloni responsabili di violenze. Qui la tecnica conta: le tariffe rientrano nella politica commerciale comune e possono passare a maggioranza qualificata, le sanzioni invece richiedono l’unanimità dei Ventisette. La differenza è cruciale.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha annunciato che scioglierà la riserva a ottobre, in vista dell’informale dei leader a Copenaghen. Dopo lo stop alle esportazioni di armi verso Israele deciso in agosto, Berlino è ora osservata speciale. Se decidesse di sostenere le tariffe, l’ago della bilancia in Consiglio si sposterebbe sensibilmente, rompendo l’equilibrio che finora ha permesso a Netanyahu di contare su una sorta di scudo europeo. La formula di Merz è chiara: «siamo con Israele», ma questo «non significa avallare ogni decisione del governo israeliano».

Intanto Madrid porta avanti la linea più dura. Pedro Sánchez chiede coerenza: condannare chi viola il diritto internazionale «a Kyiv come a Gaza». Ha consolidato l’embargo spagnolo sulle armi a Israele, attivo dall’ottobre 2023, e ha imposto divieti di transito per i carichi militari diretti a Tel Aviv. Per il premier socialista, il fronte internazionale coincide anche con il fronte interno: la fermezza contro Israele diventa ossigeno politico, utile a rinsaldare la base di sinistra e a marcare le distanze dall’opposizione.

E Roma

L’Italia rimane ferma su una linea di prudenza che, nei fatti, si traduce in immobilismo. Il governo Meloni non ha preso posizione sulle ipotesi di tariffe né sulle sanzioni, limitandosi a ribadire il «diritto di Israele a difendersi». Una postura che lascia Palazzo Chigi defilato nel dibattito europeo, mentre gli altri grandi partner muovono pedine decisive. Roma si affida così a un equilibrio fragile: da un lato l’alleanza con Washington e Tel Aviv, dall’altro la necessità di non restare esclusa da eventuali convergenze europee guidate da Parigi, Berlino o Madrid. Una scelta che rischia di tradursi in marginalità politica, proprio mentre la partita mediorientale ridisegna gli equilibri dell’Unione.

La faglia europea

Il quadro che emerge è quello di un’Europa divisa. La Francia punta a dare un segnale politico globale, sfruttando la cornice dell’Assemblea generale dell’Onu. La Spagna spinge per misure dure e immediate, anche a costo di scontentare gli alleati più prudenti. La Germania resta l’attore decisivo, sospesa tra l’alleanza storica con Israele e la crescente pressione interna ed europea per reagire alle violazioni a Gaza.

La faglia tra gli Stati membri è ormai evidente: da una parte chi ritiene che l’Europa debba usare gli strumenti coercitivi di cui dispone, dall’altra chi preferisce affidarsi alla diplomazia classica. La partita delle prossime settimane, a Bruxelles e a New York, dirà se l’Unione riuscirà a compiere un salto politico o resterà prigioniera della sua frattura.

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Delegittimazione preventiva contro la Sumud Flotilla

La Global Sumud Flotilla è salpata. Nelle acque di Portopalo erano arrivate le 24 barche provenienti dalla Tunisia, tra cui la Familia Medeira e la Alma, riparate dopo l’attacco dei droni. La flotta, che comprende 18 barche italiane, si ricongiungerà con sei barche che si trovano in Grecia per poi proseguire la navigazione verso Gaza. Israele intanto ha scelto la delegittimazione preventiva, bollando i passeggeri come «un manipolo di terroristi travestiti da pacifisti». Un messaggio che prepara l’opinione pubblica a un eventuale intervento muscolare.

È qui che la ciurma di terra diventa decisiva. Ogni missione navale è esposta alle onde del mare e alle manovre dei governi, ma quella di oggi si regge soprattutto sulla pressione che cittadini e movimenti sapranno esercitare. Lunedì scatterà il primo banco di prova: lo sciopero proclamato dai sindacati di base. Non è solo una giornata di mobilitazione, è il tentativo di costringere gli Stati a dire l’indicibile, a chiamare per nome lo sterminio in corso.

Le provocazioni non mancheranno. L’odore degli editoriali già scritti – quelli che assoceranno le piazze alla violenza, quelli che tenteranno di ribaltare il senso di una protesta – è nell’aria. È un copione noto. Da Gaza intanto arrivano notizie drammatiche: oltre ottanta morti in poche ore, bombardamenti attorno agli ospedali. L’Organizzazione mondiale della sanità avverte che le strutture sanitarie sono sull’orlo del collasso. È da queste macerie che parte il viaggio della Flotilla. Il mare non è mai stato così politico: le vele portano medicine e solidarietà, ma soprattutto la prova che esiste ancora chi rifiuta di voltarsi dall’altra parte.

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