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Giustizia, l’indipendenza dei magistrati come ostacolo: l’Europa vuole giudici più allineati per facilitare le espulsioni dei migranti

Il 10 agosto 2025 Marc Bossuyt, ex presidente della Corte costituzionale belga, ha consegnato all’ufficio del premier Bart De Wever un parere che invita a orientare le nomine giudiziarie verso profili più conservatori e a rivedere le regole dell’asilo per facilitare i respingimenti. La notizia, rivelata da Euractiv, non ha ricevuto commenti ufficiali dal governo di Bruxelles, ma ha il peso di un documento che rende esplicito ciò che finora era rimasto sottinteso: l’idea che per ridisegnare le politiche migratorie serva anche intervenire sul sistema giudiziario.

Il caso-Belgio e il memo che svela la strategia

Non si tratta di un episodio isolato. La Commissione europea, nel Rule of Law Report 2025, ha denunciato pressioni crescenti sui giudici nei procedimenti riguardanti l’immigrazione, sottolineando come la politicizzazione del tema stia mettendo a rischio indipendenza e imparzialità. Lo stesso ha segnalato l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) nel Fundamental Rights Report 2025, avvertendo che la trasformazione della migrazione in una bandiera elettorale porta inevitabilmente a comprimere i rimedi effettivi per i richiedenti asilo.

Il quadro viene confermato anche dalla International Commission of Jurists, che nel rapporto pubblicato a gennaio 2025 con il titolo eloquente Justice Under Pressure descrive un’Europa in cui le corti sono sottoposte a tentativi di condizionamento attraverso la leva delle nomine e della disciplina. Secondo lo studio, i governi che faticano a trovare strumenti legislativi compatibili con il diritto europeo finiscono per spostare il conflitto sulle regole interne della magistratura.

La ricerca accademica ha già mostrato le conseguenze. L’analisi comparata di Natascha Zaun, pubblicata fra il 2023 e il 2024, evidenzia che nei Paesi dove l’indipendenza dei giudici è più fragile, i tassi di riconoscimento dell’asilo calano sensibilmente. Non un dettaglio statistico, ma un legame diretto tra assetti istituzionali e diritti fondamentali.

La giustizia come terreno di scontro sui diritti

Sul piano giurisprudenziale, l’estate 2025 ha segnato un passaggio cruciale. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha ribadito che l’uso delle liste di “Paesi sicuri” e delle procedure accelerate resta sottoposto a pieno controllo del giudice, imponendo un limite chiaro alla discrezionalità degli esecutivi. Nello stesso periodo, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riaffermato la validità delle misure provvisorie previste dalla Rule 39, strumento che obbliga gli Stati a sospendere espulsioni o trasferimenti quando esiste un rischio immediato di danno irreparabile. Anche in questo caso, però, diversi governi hanno chiesto di ridurne la portata, segno che il fronte politico non rinuncia a mettere in discussione il ruolo delle corti.

Il memo Bossuyt ha il merito di togliere il velo. Scrive ciò che altri governi praticano implicitamente: la strategia di influire sulle nomine giudiziarie e riscrivere le regole dell’asilo per garantire un’applicazione più allineata alla linea politica. Una linea che rischia di trasformare la giustizia da argine di legalità a strumento di governo dei flussi.

In Italia il dibattito non è meno acceso. Le sentenze che hanno imposto correzioni all’accordo con l’Albania o limitato l’uso dei “Paesi sicuri” hanno suscitato reazioni politiche dure, con accuse di «ingerenza» rivolte alla magistratura. Eppure proprio i giudici, chiamati a valutare ricorsi contro trattenimenti e respingimenti accelerati, restano l’ultimo presidio per verificare il rispetto delle norme europee. Il rapporto Aida/Ecre 2025 documenta come l’estensione delle procedure di frontiera abbia moltiplicato i contenziosi, segno che l’efficienza amministrativa non può prescindere dal controllo giurisdizionale.

La pressione politica sulla giustizia, dunque, non è un’anomalia periferica, ma uno snodo centrale per il destino dei diritti dei migranti in Europa. Dai documenti ufficiali ai rapporti indipendenti, dagli studi accademici alle sentenze, emerge lo stesso dato: l’equilibrio tra potere politico e potere giudiziario si gioca oggi sul terreno dell’asilo. Ed è proprio in quella tensione che si decide se i diritti resteranno effettivi o diventeranno solo un principio astratto.

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Trump, metastasi del nostro tempo

Trump è il cancro di questo tempo. Sì, certo, Netanyahu è un assassino. Sì, certo, Putin sta solleticando la voglia della peggiore classe dirigente che l’Unione europea abbia mai avuto. Dietro, alle spalle, ci sono i servi: i signorotti delle armi che si cibano del sangue, soprattutto degli innocenti. Quelli che lucrano sulle crisi, come avvoltoi che si nutrono di interiora. Ma Trump è il sigillo dell’epoca buia. E noi italiani qui, asserviti a una comparsa.

Donald Trump non è un capo di Stato da prendere con leggerezza o da misurare solo con critiche partitiche: è la manifestazione plastica di decadenza morale, politica, intellettuale. Non è l’errore che possiamo tappare con una firma, è il sintomo profondo di un sistema che celebra l’egoismo, la divisione, il rancore. È lui che sbandiera la “grandezza” mentre distrugge le istituzioni. È lui che invoca la pace ma arma la guerra con la propria retorica. È lui che crea muri, non solo tra nazioni, ma fra persone. Fra chi deve lottare per sopravvivere e chi si arrocca in privilegi e citazioni viralizzate.

Netanyahu, sì, ha ucciso, continua a perseguitare, è il cocchiere del genocidio. La responsabilità dei governi è quella di proteggere, non di massacrare. Però non basta indignarsi per Netanyahu: bisogna nominarlo, chiamarlo con il suo nome, ma sapere che le sue azioni sono il riflesso più estremo di ciò che gli Stati che si reputano civili già accettano in silenzio. E Putin, con il suo impero di menzogne e violenza, ha nutrito la fame di guerra della peggior classe dirigente europea — quella che con la bava alla bocca perché non vede l’ora di fare alla guerra. 

Gli affari delle armi, dei mercati geopolitici, del petrolio, del gas, del denaro che cambia mani mentre la gente muore, eccoli i mandanti invisibili. I signori delle crisi sanno benissimo che senza guerra non vendono armi, non strappano contratti, non gonfiano profitti. Sono i parassiti che prosperano quando la democrazia vacilla, quando la giustizia è piegata, quando la pietà morale diventa una finzione.

Ma Trump? Trump è il sigillo. È il marchio che sancisce che abbiamo superato il punto di non ritorno: l’arroganza istituzionalizzata, la demagogia che non serve a risvegliare coscienze, ma a soffocarne la speranza. È lui che trasforma la leadership in spettacolo, che fa della folla il suo specchio, che spegne la luce nelle stanze dove una generazione avrebbe potuto costruire altrove una speranza diversa.

Buon venerdì.

 

Foto di Rod Long su Unsplash

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #18

Le notizie che arrivano da Gaza oggi parlano di una carneficina senza tregua. Dall’alba gli attacchi israeliani hanno colpito persino nei pressi degli ospedali: almeno 83 morti in poche ore. Donne costrette a partorire per strada, operatori umanitari uccisi, ospedali sull’orlo del collasso, blackout totale di internet da due giorni.
E mentre la Striscia viene rasa al suolo, i falchi di governo israeliani e i loro partner americani già si spartiscono il bottino. Il ministro ultrà Bezalel Smotrich definisce Gaza «una miniera d’oro immobiliare» e annuncia: «La demolizione è fatta, ora dobbiamo soltanto costruire». Un banchetto sulle macerie, dove si preparano a gettarsi famelici, senza pudore e senza vergogna, trasformando il genocidio in opportunità edilizia e speculativa.

In Europa, intanto, i governi arrancano tra dichiarazioni contraddittorie e mezze condanne. Tajani definisce Gaza «una carneficina» e si dice contrario ai trasferimenti forzati. Parole, appunto. Perché mentre parla, il governo italiano continua a mantenere rapporti politici, commerciali e militari con Israele, continuando a lavarsi le mani di fronte all’evidenza di un massacro.

Eppure la storia non finisce qui. La Global Sumud Flotilla continua il suo viaggio in acque internazionali, carica di coraggio e disobbedienza civile. E a terra la ciurma non è meno decisiva. Le mobilitazioni crescono, gli scioperi si moltiplicano. Ma non basta. Bisogna unire le forze, fermare il Paese se serve, senza più disperdere l’energia. Più date fanno rumore, ma più insieme può cambiare davvero il corso delle cose. Gaza oggi non ha tempo da perdere.

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L’Italia tra i Paesi più sicuri d’Europa: i numeri smontano ancora la propaganda delle destre

Il nuovo report curato da Lorenzo Ruffino su base Eurostat, consegna una fotografia ostinata: l’Italia è tra i Paesi più sicuri del continente. La media 2021–2023 degli omicidi volontari si ferma a 0,54 ogni 100mila abitanti, seconda soltanto alla Svizzera, con una percezione di problemi di criminalità nel proprio quartiere pari al 6,4% contro il 10% dell’Unione. Numeri comparati e metodo trasparente delineano una tendenza decennale alla stabilità. È da qui che bisogna partire per giudicare proclami e ricette.

Macchina della paura

La destra di governo ha trasformato l’eccezione in regola. Ogni episodio ad alto impatto emotivo diventa un grimaldello per occupare l’agenda e «rimodellare» il codice penale. È accaduto con il decreto Caivano nel 2023 e con le strette successive: si evocano «baby gang» e «città sotto assedio», poi si annuncia l’ennesima tolleranza zero.

Nel frattempo il Viminale certifica che tra gennaio e luglio 2025 i reati complessivi sono calati di circa il 9% rispetto al 2024, con flessioni per furti, rapine e violenze sessuali. Solo gli omicidi segnano un lieve aumento nei volumi assoluti, da 178 a 184 casi, un dato usato come grimaldello per tenere alta la sirena d’allarme e oscurare il quadro generale.

Il capro espiatorio perfetto resta l’immigrazione. Matteo Salvini lo ripete da anni: «Meno immigrazione clandestina, più sicurezza». Eppure le stime della Fondazione Ismu indicano 5,76 milioni di cittadini stranieri presenti al 1° gennaio 2024, con l’area dell’irregolarità in flessione; nello stesso arco i reati calano. La correlazione invocata nella propaganda non si ritrova nei dataset pubblici. Funziona però sul piano simbolico: sposta il discorso dall’efficacia delle politiche a un Noi contro Loro che consola, polarizza e garantisce rendimenti elettorali.

Emergenza come metodo

L’altro pilastro è la normazione-simbolo. Si moltiplicano “zone rosse”, nuove fattispecie e inasprimenti di pena presentati come soluzioni totali. Il messaggio è performativo: si deve vedere l’azione, subito, anche quando la necessità non è supportata dagli indicatori. I confronti europei smentiscono la drammatizzazione: il lavoro di Ruffino ricolloca l’Italia nella parte alta per sicurezza oggettiva e nella parte bassa per insicurezza percepita. Se appena il 6,4% degli italiani segnala problemi di criminalità nel quartiere, mentre la media Ue è vicina al 10%, la narrazione dell’assedio regge solo sul volume dell’amplificazione.

C’è poi la selezione interessata delle serie temporali. Un trimestre in controtendenza diventa la prova regina; dieci anni di stabilità finiscono in nota a piè di pagina. L’eco dei talk show sostituisce i grafici dei report, la narrazione prende il posto dell’evidenza. Così la “sicurezza” diventa un rituale comunicativo: allarme, telecamere, strette annunciate. Si legifera molto e si valuta poco. Intanto l’Italia resta un outlier positivo per omicidi e per insicurezza dichiarata, la propaganda sposta attenzione su misure scenografiche, lasciando prevenzione, prossimità, mediazione dei conflitti, assistenza alle vittime.

Il punto politico è semplice. La paura è una moneta che rende: produce consenso, compatta le file, deresponsabilizza su inflazione, salari, sanità. Ma quella moneta si sbriciola accanto ai numeri. Oggi i numeri, messi in fila con rigore – Ruffino, Viminale, Eurostat – dicono che l’Italia è uno dei Paesi più sicuri d’Europa e che la percezione collettiva può essere manipolata. La scelta è tutta qui: credere alle evidenze e costruire politiche sulla realtà, oppure continuare a fabbricare emergenze per politiche che inseguono l’onda. La sicurezza esiste e si misura; il rumore, per definizione, dura un attimo. È doveroso dirlo, nero su bianco.

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Il Centro è mobile, le alleanze a geometria variabile per le Regionali lo dimostrano. E il partito di Calenda è la variabile impazzita

Alle regionali d’autunno, il cosiddetto Terzo Polo, ormai diventata galassia, conferma la sua natura sfuggente: un’orbita che non riesce a stabilizzarsi, fatta di coalizioni mutevoli, veti incrociati e alleanze a geometria variabile. Nessun baricentro, solo traiettorie provvisorie che cambiano da confine a confine, e che consegnano agli elettori un mosaico incoerente.

Marche, Calabria, Toscana: tre laboratori di instabilità

Nelle Marche, dove si voterà il 28 e 29 settembre, Italia Viva e Più Europa si schierano senza esitazioni con Matteo Ricci, candidato del Partito democratico ed ex sindaco di Pesaro. Azione invece ha scelto di restare fuori, con Carlo Calenda che ha bollato Ricci come privo dello «spessore politico e della tempra morale» per guidare la Regione, accusandolo di inseguire «le banderuole di Verdi e M5S».

In Calabria, la frattura è ancora più evidente. Il campo largo ha deciso di puntare su Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps ed eurodeputato M5S. Italia Viva lo sostiene attraverso la lista “Casa riformista”, Più Europa lo accompagna nello stesso fronte, mentre Azione si tira indietro a livello nazionale. Solo alcuni dirigenti locali hanno scelto di candidarsi comunque al fianco della coalizione, rinunciando al simbolo. Per Renzi, che fino a ieri criticava Tridico come padre del reddito di cittadinanza, il candidato è oggi «una figura indiscutibile e super partes».

La Toscana offre un copione simile. Eugenio Giani si ricandida con l’appoggio di PD e M5S. Italia Viva e Più Europa sono della partita. Azione invece si defila dopo l’accordo tra democratici e pentastellati, che Calenda ha bollato come «assurdo», provocando le dimissioni del segretario regionale Marco Remaschi. Giani, intervistato dalla stampa locale, ha liquidato la vicenda come un’operazione di «visibilità nazionale» del leader di Azione.

Veneto, Campania, Puglia: i giochi aperti

In Veneto, la data del voto non è ancora ufficiale ma arriverà entro novembre. Il centrosinistra si è schierato con Giovanni Manildo, ex sindaco di Treviso, sostenuto già da PD, AVS, M5S e Più Europa. Italia Viva e Azione restano indecise, prigioniere di calcoli che oscillano tra l’opportunità di rafforzare il fronte progressista e la paura di trovarsi in un’alleanza troppo larga.

In Campania, la coalizione ha scelto Roberto Fico, ex presidente della Camera e volto M5S. Italia Viva lo sostiene, Più Europa si dice pronta a fare altrettanto, ma Azione alza barricate: per Calenda, Fico rappresenta «quasi tutto il male di questo Paese». Non è un dettaglio secondario: dietro il veto c’è anche il termovalorizzatore di Acerra, che Fico vorrebbe chiudere. Calenda, in un crescendo polemico, non esclude nemmeno di appoggiare un candidato moderato di centrodestra.

In Puglia, invece, il “centro” si ricompone miracolosamente. Antonio Decaro, ex sindaco di Bari, è il candidato di unità del centrosinistra. Italia Viva lo definisce «il più bravo», Azione lo considera «moderato e riformista», Più Europa lo appoggia senza riserve. Qui, almeno per una volta, il centro sembra trovare una gravità comune, seppur per convenienza.

Valle d’Aosta: la frantumazione permanente

La Valle d’Aosta, laboratorio per definizione di micro-alleanze, conferma la regola. La Renaissance Valdôtaine ha rotto con il centro e si è spostata nel perimetro del centrodestra, mentre gli “Autonomisti di Centro” restano orfani di un candidato. Persino Azione si divide: alcuni dirigenti locali hanno aderito a Forza Italia, altri si sono presentati in solitaria. Nessun collante, se non la necessità di sopravvivere.

Un campo che si accende e si spegne

Il quadro che emerge è il solito: il cosiddetto “centro” è un assembramento privo di vincoli, di progetto e di un’agenda comune. Italia Viva e Più Europa scelgono quasi ovunque il campo progressista, pur tra capriole e ricuciture improvvise. Azione resta la variabile impazzita: un giorno corteggia il centrosinistra, il giorno dopo lo abbandona, talvolta strizza l’occhio al centrodestra. Ogni regione è un caso a sé, ogni candidato un’occasione per riallinearsi o sganciarsi.

In realtà, più che un’area politica, i cosiddetti liberali italiani sono un campo magnetico intermittente: si accende su dossier specifici, come i termovalorizzatori o i rapporti con i 5 Stelle, e si spegne quando il calcolo nazionale prevale sulla coerenza locale. A mancare è la “gravità permanente” di cui forse avrebbe bisogno per diventare credibile. Oppure semplicemente l’ex Terzo polo rivendica il diritto di scegliere di volta in volta quale politica dei due forni, di andreottiana memoria, voler usare. Resta quindi un dubbio: ci sono le basi per un eventuale “campo largo” nazionale da presentare alle prossime elezioni?

E l’elettore? Per ora si ritrova davanti a un’etichetta “riformista” che cambia latitudine e senso a seconda della regione. Una bussola che indica nord e sud nello stesso momento, costringendo chi osserva a chiedersi se si tratti ancora di politica o solo di navigazione a vista.

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Il bivio del centrosinistra passa da Gaza: chi tace tradisce i diritti

Gaza è la linea di frattura che decide il destino del centrosinistra. Qui crolla la comfort zone delle formule prudenti: o si riconosce che a Gaza è in corso un genocidio, con deportazioni e un disegno criminale che travolge il diritto internazionale oppure si rinuncia alla pretesa di rappresentare i diritti.
Le ultime uscite di Carlo Calenda e Matteo Renzi hanno reso evidente il bivio. Il primo insiste sulla “difesa di Israele” e sulla lotta all’antisemitismo eppure scansa la parola che pesa come un macigno. Il secondo ripete la liturgia del “due popoli, due Stati” e del cessate il fuoco, mentre evita di chiamare per nome la distruzione sistematica di un popolo.
Nel Partito Democratico, la segretaria spinge per sanzioni e riconoscimento della Palestina ma intanto a Roma il gruppo consiliare si impantana su una mozione simbolica e fotografa la vertigine tra principi e convenienze. Il risultato è un messaggio ambiguo: si condanna, ci si commuove, si rinvia. La realtà non rinvia nessuno.
Qui la questione è il primo diritto, quello alla vita. Non serve sfoggiare numerologia di piani industriali o ricette fiscali. Serve stabilire se un alleato possibile sia disposto a dire “genocidio” guardando la strage e la deportazione, senza contorsioni lessicali. Se manca questo, ogni promessa sui salari, sulla sanità, sull’ambiente resta una scenografia.
La coalizione che ambisce a governare deve scegliere adesso oggi. Questo non è un tema identitario per militanti. È prova di credibilità davanti all’elettorato che chiede coerenza con i valori proclamati. Un campo largo che scivola sul nome delle cose è un campo fragile, pronto a rompersi alla prima emergenza.
Gaza è il varco della storia. Dire che lì si consuma un genocidio non è un vezzo radicale: è il minimo etico. Chi pensa di aggirare questo passaggio costruendo alleanze tecniche prepara un palazzo senza fondamenta. La politica che difende i diritti comincia dalla difesa della vita. Il resto viene dopo.
Chi teme la chiarezza ricordi che l’ambiguità non salva voti: li disperde. La leadership si misura quando si decide. Qui e ora: chiamare le cose con il loro nome e costruire alleanze di conseguenza. Il resto è rumore.

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Quando il governo bussa in procura per alleggerire i giganti

Quando il governo entra nei corridoi della giustizia non per riferire ma per “cortesia istituzionale”, la democrazia trema. Il Manifesto racconta la visita del viceministro dell’Economia Maurizio Leo e del direttore dell’Agenzia delle Entrate Carbone ai magistrati di Milano che indagano su Amazon. Un’inchiesta che vale cifre gigantesche: la Guardia di finanza stima 3 miliardi di euro tra imposte, interessi e sanzioni; l’Agenzia propone di chiudere con circa la metà, sei­cento milioni subito e il resto dilazionato. Un ribasso che alleggerirebbe anche i profili penali, a partire dalla dichiarazione fraudolenta contestata a tre manager.

Il punto non è solo la contabilità. È la linea sottile che separa la fiscalità dalla politica. Perché se lo Stato diventa negoziatore con il soggetto indagato, se accetta che il gigante digitale si sieda al tavolo con lo sconto già servito, il principio di uguaglianza tributaria rischia di essere archiviato.

Il paradosso è che mentre in Europa si discute di tassazione delle Big Tech e Trump agita i dazi accusando Bruxelles di voler colpire le imprese americane, l’Italia sembra preferire la via della “mediazione”, quasi a garantire al colosso un salvacondotto. È la fotografia che Il Manifesto consegna: uno Stato che appare più incline ad accomodare che a pretendere giustizia fiscale.

Se la legge vale solo per i piccoli, non è più legge. È un privilegio.

Buon giovedì. 

 

Foto di ANIRUDH su Unsplash

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Pnrr a termine nei tribunali: contratto verso la scadenza per i 12mila addetti che hanno reso il Piano più veloce

Davanti ai tribunali di mezza Italia sfilano i cartelli rossi dell’Fp-Cgil: ieri gli addetti dell’Ufficio per il processo (Upp) hanno incrociato le braccia. Sono dodicimila, assunti a tempo determinato tra il 2022 e il 2024 con fondi europei per centrare gli obiettivi del Pnrr. A loro è stato chiesto di smaltire arretrati, velocizzare la minutazione dei provvedimenti, sistematizzare la ricerca giurisprudenziale, tenere in ordine i flussi informatici e sostenere le cancellerie nelle pratiche quotidiane. Hanno fatto esattamente questo. Ora però c’è una data che incombe: 1° luglio 2026, fine dei finanziamenti europei e rischio di licenziamento per la maggioranza della platea.

La fotografia è lineare. Dove gli Upp sono stati impiegati con continuità, gli indicatori ministeriali registrano meno pendenze e tempi più brevi. Gli uffici hanno cambiato metodo: bozze e ricerche pronte prima dell’udienza, fascicoli digitali aggiornati, calendario dello smaltimento dell’arretrato “storico” con priorità definite. Quella che era nata come stampella temporanea è diventata il perno della macchina. Ed è qui il paradosso: si chiede di scendere proprio a chi l’ha rimessa in moto.

La scadenza e i numeri

Il governo rivendica un primo passo: tremila stabilizzazioni coperte in legge di bilancio e, sulla carta, un impegno politico su altre tremila. Il conto però lascia fuori circa novemila persone. La formula è la solita: «Vedremo nella prossima manovra», con la promessa di un tavolo tecnico. Nel frattempo gli uffici continuano a reggersi su squadre miste in cui i funzionari Upp redigono bozze per giudici e presidenti di sezione, preparano minute, curano la ricerca giurisprudenziale, affiancano le cancellerie nel front-office e nel back-office, gestiscono i flussi digitali e gli adempimenti che sostengono l’udienza.

A chi chiede «perché stabilizzare?», i lavoratori rispondono coi numeri e con la cronaca. Nei distretti più in sofferenza gli arretrati civili e tributari si sono ridotti sensibilmente; nel penale la lavorazione di supporto ha alleggerito le cancellerie, accelerando iscrizioni a ruolo, comunicazioni e depositi. «Siamo entrati dove la macchina si inceppava», raccontano in piazza. A Brescia spiegano che senza di loro «si rompono le squadre costruite in due anni»; ad Arezzo ricordano «migliaia di fascicoli lavorati e invisibilità nei diritti»; a Venezia sintetizzano: «Stesse responsabilità, zero tutele». Le sigle sono compatte sull’obiettivo: stabilizzazione. Cambiano solo i toni sullo strumento, ma non la richiesta.

Che cosa dicono tribunali e magistrati

La magistratura associata non usa giri di parole: «Con questo organico precario non si regge», ribadisce l’Anm, definendo il contributo degli addetti Upp «indispensabile» e chiedendo un percorso strutturale. I capi degli uffici segnalano il rischio operativo immediato: senza quel personale torneranno le code in cancelleria, aumenterà il tempo di stesura dei provvedimenti, si perderà il know-how costruito a caro prezzo. I dirigenti amministrativi confermano che standardizzazione dei flussi, lavorazioni digitali e presidio dei registri hanno beneficiato in modo decisivo del lavoro Upp.

Nel giorno dello sciopero diverse strutture territoriali denunciano perfino minacce di precettazione. Per i sindacati è una conferma indiretta dell’indispensabilità di questi profili: «Se bastassero gli organici di ruolo, nessuno si affannerebbe a richiamarci mentre protestiamo». La Uilpa chiede un tavolo immediato e criteri chiari; la Cisl definisce «insufficiente» il perimetro del piano; la Fp-Cgil parla di scelta politica: «O si finanzia il passaggio a tempo indeterminato o si vanificano gli obiettivi del Pnrr». Intanto le storie personali raccontano il resto: contratti che scadono a ridosso dell’estate 2026, mutui e affitti appesi, competenze costruite e da ricominciare altrove.

La posta in gioco nella manovra

Non è una vertenza corporativa. Senza stabilizzazione, l’effetto boomerang è scritto: l’arretrato può tornare a salire, i tempi rischiano di allungarsi, i target del Pnrr diventano lettera morta proprio sul traguardo. C’è un punto che la politica evita: sostituire dodicimila persone già formate richiede anni, concorsi, tutoraggi, una curva di apprendimento che la giustizia non può più permettersi. La soluzione indicata da Anm e sindacati è chiara: profilo professionale riconosciuto, contratti a tempo indeterminato, risorse certe e calendarizzate, valorizzazione dell’esperienza maturata per evitare contenziosi e discontinuità.

Da Palazzo Chigi filtrano rassicurazioni: «Il percorso è avviato». Vero a metà. Tremila stabilizzazioni non fanno una riforma, e un «impegno» senza coperture non paga le buste paga né tiene in piedi un servizio essenziale. Senza risposte nella legge di bilancio d’autunno o in un decreto in conversione, il 1° luglio 2026 diventa un muro. Per chi compila registri, prepara bozze, aggiorna flussi e banche dati il conto alla rovescia è già iniziato. Ed è un conto che riguarda tutti: una giustizia che torna a rallentare perde credibilità, fiducia, economia.

La domanda finale non è retorica: abbiamo investito per riavviare la macchina, ora intendiamo pagare il pieno per farla andare o vogliamo spegnerla al casello?

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Genocidio a Gaza, la denuncia contro Meloni & C. sul tavolo della Corte penale internazionale a ottobre

A inizio ottobre arriverà alla Corte penale internazionale una denuncia che chiama in causa il governo italiano per complicità nel genocidio a Gaza. A presentarla sarà Fabio Marcelli, direttore dell’Istituto di Studi Giuridici sul Mediterraneo del Cnr, che individua nella premier Giorgia Meloni, nei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto e nell’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani i responsabili di condotte penalmente rilevanti. L’accusa è di avere fornito sostegno materiale e politico allo Stato israeliano anche dopo che la Corte internazionale di giustizia, il 26 gennaio 2024, ha riconosciuto «plausibile» la fattispecie di genocidio, ordinando a Israele misure immediate per prevenirlo.

I dati sulle forniture e i precedenti

Secondo le statistiche ufficiali Coeweb-Istat, nel 2024 l’Italia ha esportato verso Israele oltre 5,8 milioni di euro in armi, munizioni e accessori. Nei primi mesi del 2025 i flussi non si sono interrotti. Una parte rilevante riguarda la manutenzione e la fornitura di pezzi di ricambio dei velivoli M-346, addestratori avanzati in uso alle forze aeree israeliane dal 2014. L’azienda a controllo pubblico (il Ministero dell’Economia ne possiede circa il 30%) ha confermato la continuità delle attività di supporto tecnico, che si inseriscono in un accordo di cooperazione industriale firmato oltre dieci anni fa e tuttora operativo.

La denuncia richiama gli articoli 25 e 27 dello Statuto di Roma che sanciscono la responsabilità individuale per «aiuto o assistenza» a crimini internazionali e la non rilevanza delle immunità politiche. A supporto del quadro accusatorio ci sono anche i precedenti: la Corte penale internazionale ha già emesso mandati d’arresto per il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, riconoscendo la possibilità di perseguire condotte legate al conflitto a Gaza. Sul versante interno, la legge 185 del 1990 vieta l’export di armamenti verso Paesi impegnati in conflitti che violano i principi della Carta delle Nazioni Unite o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Una cornice che avrebbe dovuto indurre a sospendere ogni trasferimento.

Un’Italia isolata nel confronto europeo

Se altri Stati europei hanno scelto di bloccare i rapporti militari con Israele, Roma è rimasta ferma a metà. La Spagna ha cancellato nel 2025 due maxi contratti per sistemi d’artiglieria e missili Spike, avviando un decreto-legge che istituzionalizza l’embargo totale. In Belgio la Vallonia ha sospeso le licenze già nel 2024, mentre nei Paesi Bassi la Corte d’appello dell’Aja ha imposto lo stop all’export di componenti per gli F-35 destinati a Israele. In Italia, invece, le dichiarazioni ufficiali hanno oscillato tra le «azioni inaccettabili», riferite alla condotta israeliana a Gaza, e la negazione della parola genocidio, come avvenuto nell’agosto 2025 per bocca del ministro degli Esteri Tajani.

La credibilità del nostro Paese davanti alla Corte dell’Aja è ulteriormente indebolita dal caso di Osama Elmasry Njeem, cittadino libico su cui la stessa Corte ha contestato all’Italia la mancata cooperazione nella consegna. Il procuratore Karim Khan ha chiesto che Roma venga deferita all’Assemblea degli Stati Parte per inadempienza. Un precedente che rischia di pesare anche sulla valutazione della denuncia di Marcelli.

L’atto che arriverà all’Aja non è quindi un gesto isolato. È il tentativo di rendere giuridicamente responsabile un governo che, di fronte a un conflitto qualificato come plausibile genocidio dall’Onu e dalla Corte internazionale di giustizia, ha mantenuto rapporti economici, industriali e politici con lo Stato aggressore. La parola passerà ora ai giudici dell’Aja, ma la documentazione raccolta rende difficile archiviare il tutto come semplice propaganda.

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Salvini e l’abbraccio all’ambasciatore russo che brucia: la passione mai sopita per Mosca che imbarazza Meloni

L’immagine è circolata veloce: Matteo Salvini che stringe con affetto l’ambasciatore russo Alexei Paramonov al ricevimento organizzato dall’ambasciata cinese a Roma. Era la celebrazione del 76° anniversario della Repubblica Popolare Cinese e del 55° delle relazioni con l’Italia, ma la festa diplomatica si è trasformata nell’ennesimo caso politico. Un vicepremier che si fa fotografare sorridente con il rappresentante di Mosca, nel giorno in cui Putin supervisionava manovre militari con centomila uomini, non poteva passare inosservato.

Salvini ha risposto a modo suo: «Preferisco una stretta di mano a uno sguardo rabbioso», ha detto a Telelombardia, rivendicando la normalità del gesto. Ha raccontato di aver salutato «decine di ambasciatori», compresi quelli di Spagna e Italia, e di non capire lo scandalo. «Se vuoi avere buone relazioni e dialogo, saluti. È questione di educazione». Poi il solito ritornello: i militari, spiega, andrebbero usati «sui treni, sugli autobus, davanti alle scuole, non mandati a combattere in Russia».

Dal ricevimento cinese allo scandalo italiano

Le reazioni non si sono fatte attendere. Francesco Boccia, presidente dei senatori Pd, ha definito l’atteggiamento di Salvini «deferente e affettuoso» verso chi «ha attaccato duramente il nostro Paese», chiedendo a Giorgia Meloni di chiarire se sia contenta di un vicepremier che «danneggia la credibilità italiana». La senatrice Sandra Zampa ha parlato di «sconcertante abbraccio» e ha ricordato come Mosca abbia insultato il presidente Mattarella solo pochi mesi fa. Simona Malpezzi ha alzato ulteriormente i toni: «Salvini è la quinta colonna di Putin in Europa».

Riccardo Magi di +Europa ha posto la questione in termini di sicurezza nazionale: «Il problema dell’Italia non è scegliere tra il fronte est o il Mediterraneo, ma avere un vicepresidente del Consiglio che tifa apertamente per Putin». Dalla maggioranza, nessuna nota ufficiale. Silenzio di Palazzo Chigi, mentre Crosetto insiste sulla necessità di rafforzare la difesa e Tajani prova a tenere il passo con le cancellerie europee.

Le reazioni

Intanto Salvini non arretra. Continua a ripetere che «gli italiani non vanno a letto con la paura dell’invasione russa, ma dei clandestini». Una linea che mescola la sicurezza interna con la politica estera, utile per parlare al proprio elettorato più che a Bruxelles.

Eppure l’imbarazzo resta. «Il problema non è tanto la stretta di mano – ha scritto Marco Lombardo di Azione – ma il fatto che da anni Salvini vada a braccetto con la Russia di Putin mettendo in imbarazzo la sua maggioranza e il nostro Paese». I precedenti, del resto, non mancano: dai selfie con la maglietta di Putin in Piazza Rossa alle intese politiche coltivate quando la Lega sognava un’alleanza con Russia Unita.

Scivoloni e passi falsi

Non è ovviamente la prima volta che Salvini inciampa pubblicamente sulle relazioni con la Russia. Nel 2014 guidò una delegazione della Lega a Mosca e in Crimea chiedendo la revoca delle sanzioni contro il Cremlino, sostenendo che danneggiavano l’Italia e l’Europa. Nello stesso anno fece tappa a Simferopoli, incontrando autorità locali insediate da Mosca e parlando della necessità di attenuare le misure punitive occidentali. Più tardi, il caso Metropol finito al centro di un giallo internazionale e di roventi polemiche in Italia. E anche dopo l’invasione dell’Ucraina, Salvini non ha mai nascosto di ritenere “assurde” le sanzioni, arrivando persino a difendere indirettamente alcune scelte del Cremlino.

Ora, nell’Italia di Giorgia Meloni, la premier che ha scommesso sulla vittoria dell’Ucraina, quell’abbraccio è molto più di un gesto di cortesia diplomatica. È il simbolo di un fascino mai nascosto, di un amore per la Russia che nessuna guerra, nessuna invasione e nessuna strage civile sembra poter scalfire. Salvini rivendica la stretta di mano come gesto di pace. Gli alleati guardano altrove. E il Paese paga in credibilità internazionale.

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