L’umido e il secco
“Vogliamo lavorare alla costruzione di un nuovo centrosinistra, per questo alle primarie dell’8 dicembre chiediamo ai nostri iscritti di votare Renzi”
Antonio Di Pietro
“Vogliamo lavorare alla costruzione di un nuovo centrosinistra, per questo alle primarie dell’8 dicembre chiediamo ai nostri iscritti di votare Renzi”
Antonio Di Pietro
Il solito, puntuale, Davide Milosa:
“Lui voleva prendersi il giro”. L’intercettazione è breve ma decisiva per comprendere il movente di tre omicidi che tra il 27 e il 31 ottobre 2013 hanno riportato il quartiere milanese di Quarto Oggiaro agli anni Ottanta, quando le cosche regolavano i propri conti per strada. E così, poco dopo le due del pomeriggio di oggi, gli uomini della squadra Mobile coordinati da Alessandro Giuliano hanno arrestato l’autore materiale di tutte e tre le esecuzioni, incastrato dalle testimonianze e dal suo cellulare. Nell’ambiente criminale lo chiamano Nino Palermo, per l’anagrafe è Antonino Benfante nato nel capoluogo siciliano nel 1963. Lui ha sparato agli orti di via Vialaba uccidendo primaPaolo Simone e poi Emanuele Tatone. Ed è sempre Benfante che tre giorni dopo gira in scooter le strade del quartiere alla caccia di Pasquale Tatone. Lo troverà poco dopo le dieci e trenta di un mercoledì di campionato fermo con la sua auto all’angolo tra via Trilussa e via Pascarella. Tre colpi di fucile e il secondo dei quattro fratelli Tatone muore sul colpo.
L’INTERCETTAZIONE DECISIVA DALLA FAMIGLIA TATONE
Quaranta giorni dopo, l’arresto. Gli agenti oggi hanno bussato al suo appartamento in via Lessona 1. In casa c’era solo lui. Nino Palermo non ha opposto resistenza. Si è fatto una doccia. Solo si è limitato a dire: “Quando uscirò di galera, qualcuno la pagherà”. Quindi si è chiuso in un ostinato mutismo. Lo stesso tenuto davanti al dottor Giuliano, il giorno dopo l’omicidio di Pasquale Tatone, quando viene accompagnato in questura e sentito a sommarie informazioni. In quel frangente dice di non conoscere i Tatone. Il nome di Benfante inizia a circolare già domenica 27 ottobre. Da poche ore una pistola a tamburo calibro 38 ha già ucciso nella boscaglia degli orti. Il primo a essere colpito è Paolo Simone, un piccolo pregiudicato della Comasina, quindi tocca a Emanuele Tatone, freddato con un colpo alla testa dentro ai rovi del boschetto. Solo il tempo di rimettere assieme i pezzi dell’esecuzione, e mercoledì 31 ottobre muore Pasquale Tatone. S’inizia a parlare di faida. Ma il termine, si è capitato oggi, risulta improprio. L’obiettivo di Benfante era uno solo: prendersi la piazza di spaccio.
LA SFIDA ALLA POLIZIA E IL CONTROLLO DELLO SPACCIO
All’alba di giovedì primo novembre (a poche ore dal terzo omicidio) Nino Palermo viene portato prima in Questura e poi in Procura. Sarà interrogato per dodici ore e sottoposto al guanto di paraffina per individuare tracce di polvere da sparo. Tutto inutile. In serata Benfante rientra nella sua casa di Quarto Oggiaro e qui resta fino a oggi pomeriggio. Cosa fa? Conduce la vita di sempre. Gira per il quartiere in scooter e quando va a piedi si accompagna sempre con il figlioletto di tre anni. Sa di essere intercettato e pedinato. Si diverte anche. Ferma le volanti e dice: “Se volete interrogarmi io sono sempre qua”. E ancora: “E’ inutile che seguite la mia macchina, l’ho venduta quattro giorni fa”. Fa di più: torna in piazza e inizia ad arruolare i cavalli dei Tatone. “Da oggi – dice – tu stai sotto di me”.
I LEGAMI CON LA ‘NDRANGHETA DEL CLAN FLACHI
Nel frattempo, le indagini corrono veloci. Il timore, infatti, è di ritrovarsi con un quarto morto per strada. Tanto più che Palermo ha uno spessore criminale di tutto rispetto: nel 1994 viene arrestato per traffico di droga nell’inchiesta dell’antimafia milanese. L’indagine Terra bruciata fotografa gli interessi del superboss Biagio Crisafulli, alias dentino, proprio a Quarto Oggiaro. Benfante è un suo luogotenente. In via Pascarella gestisce i soldi dell’eroina. In quegli anni, poi, viene accusato di tentato omicidio. Proverà a uccidere proprio Pasquale Tatone, che, pur ferito, si salverà. Nel 2012, poi, finisce indagato per una tentata estorsione a un imprenditore di Novate Milanese. Benfante fa batteria con gli uomini dei Flachi, potente cosca della ‘ndrangheta.
CIMICI IN CARCERE: IL COLLOQUIO TRA I DUE FRATELLI
Le ambientali messe in casa di Benfante però non danno risultati. Si registrano commenti neutri del tipo “ti ha chiamato la polizia”. Qualcosa si intuisce ma è ancora troppo poco. Si ottiene di più ascoltando i familiari dei Tatone. E’ da loro che arriva l’indicazione diretta su Benfante e sul motivo degli omicidi. Le cimici vengono messe anche in carcere dove Nicola Tatone deve scontare molti anni per droga. Subito dopo il duplice omicidio, Pasquale lo va a trovare. I due, però, bisbigliano. Non si capisce granché.
IL RACCONTO DELLA COMPAGNA TRASFERITA IN LOCALITA’ PROTETTA
L’accelerazione che ha prodotto l’ordinanza d’arresto firmata dal giudice Andrea Salemme, arriva solo dieci giorni fa, quando la squadra Mobile aiutata dagli uomini del commissariato di Quarto Oggiaro, mettono in fila dichiarazioni e confidenze del quartiere. Tra queste quella ritenuta decisiva viene messa a verbale dalla sua compagna subito trasferita in una località protetta assieme al figlio. Radio quartiere racconta altro: poche ore dopo il duplice omicidio, Benfante incontra Pasquale Tatone che in quel momento ancora non sa della morte del fratello. Nino Palermo gli racconta che Emanuele è venuto da lui per chiedergli una pistola, ma che lui ha negato. Quindi aggiunge: “Emanuele aveva un occhio nero”. In questo modo Benfante fa filtrare l’idea che l’omicidio sia legato a una banale lite. Non sarà così, perché i familiari all’obitorio si accorgono che di quell’occhio pesto non c’è traccia. Cosa ha raccontato allora Benfante?
IL CELLULARE DEL KILLER SUL LUOGO DEL DUPLICE OMICIDIO
Parole e racconti che la polizia raccoglie con estrema difficoltà. Chi sa non vuole comparire. Alla fine, però, gli investigatori ricostruiscono le ore precedenti il duplice omicidio che avviene verso le 11 e 30 di mattina. Un’ora prima Benfante si trova in un bar di via Lopez assieme a Emanuele Tatone e Paolo Simone. I tre, poi, escono. Palermo in scooter e gli altri in auto. Le telecamere li riprendono mentre vanno verso gli orti. Durante il primo interrogatorio, il presunto killer sosterrà di essere tornato a casa verso le 10 e 45. In realtà il suo cellulare a quell’ora aggancia la cella degli orti di via Vialba tra Quarto Oggiaro e Novate milanese. E poi c’è il racconto della madre dei Tatone che conferma il rapporto quotidiano tra Benfante e Tatone. Del resto già nel settembre 2013, il killer viene controllato in auto con Pasquale Tatone. Il fermo gli vale un mese di galera. Il 23 ottobre la scarcerazione, quattro giorni dopo i primi due morti. L’analisi delle telecamere risulta decisiva sul terzo omicidio. A fornire indizi importanti è quella del comune posta all’angolo tra via De Roberto e via Pascarella. I fotogrammi riprendono uno scooter che fa inversione di marcia e punta verso l’auto parcheggiata di Pasquale Tatone.
LE INDAGINI: ALTRE DUE PERSONE NEL MIRINO
Tutto finito, dunque? Non ancora. Le indagini, infatti, proseguono. Nel mirino degli investigatori ci sono altre due persone che in qualche modo avrebbero dato appoggio a Benfante. In serata, poi, gli agenti del commissariato di Quarto Oggiaro con l’aiuto dei pompieri hanno scavato per ore attorno agli orti di via Vilaba alla ricerca delle armi usate da Nino Palermo.
La nuova puntata di RadioMafiopoli, il riassunto della settimana:
Sta sul blog di Luigi Castaldi:
Palazzo. Interno, giorno. Saggi discutono attorno a un tavolo – tavolo bellissimo – di legge elettorale. Tramestio, si spalanca la porta, entra la canaglia e fa carneficina. Qualcuno si lascia andare ad atti di cannibalismo…
Vale la pena leggere anche i problemi di produzione, qui.
Un’opinione e un suggerimento arriva dalla bella intervista di Andrea Purgatori a Sergio Lari, procuratore capo di Caltanissetta su HP:
Secondo voi le esternazioni di Riina sono solo uno sfogo nel chiuso di un carcere di massima sicurezza o sono state raccolte come una precisa indicazione anche all’esterno, da Cosa Nostra?
“Mah, il paradosso è stato proprio rendere pubbliche quelle frasi che Riina ha rivolto a un detenuto pugliese con cui stava passeggiando nel cortile del carcere, con una terminologia e una modalità che ci fanno chiaramente pensare che non sapesse di essere intercettato. Infatti, nei colloqui coi familiari è completamente un’altra persona e si guarda bene dal fare dichiarazioni confessorie come quelle registrate in quell’ora d’aria in cui si accredita la responsabilità delle stragi del ’92, dice come le ha fatte e si vanta di essere il numero uno in quanto a stragi commesse. Averle pubblicate ha reso noto anche al popolo di Cosa Nostra quello che pensa e farebbe Totò Riina”.Lei che conosce bene la sua psicologia, crede davvero che mentre diceva quelle cose si sentisse al riparo da una possibile intercettazione?
“Guardi, io l’ho interrogato due volte e credo di essermi fatto un’idea molto chiara della sua personalità. Riina ha un’alta considerazione di se stesso. Ma le frasi che ha pronunciato, le sue vanterie, soprattutto con un detenuto che non fa parte dell’organizzazione, sinceramente devo dire che non rientrano nei canoni comportamentali di un Capo dei capi di Cosa Nostra”.Quindi, è lecito porsi qualunque domanda sul perché le abbia dette.
“Esattamente. E’ lecito porsi qualunque domanda. Ma bisogna anche considerare che da vent’anni è rinchiuso in regime di carcere duro e ci risulta che consideri quel detenuto come una persona di cui si può fidare. Ci sta che dopo vent’anni anche uno come lui abbia avuto un cedimento e si sia lasciato andare come mai avrebbe fatto prima”.
Mi ero ripromesso di non parlarne più ma disattendo la promessa per una piccola (per niente) nota di servizio.
Le indagini sulle dichiarazioni del pentito di Luigi Bonaventura sono tutt’ora in corso e non mi sembra opportuno parlarne, certo, se non per le persone che in questa indagine sono coinvolte. I testi ascoltati in questi ultimi mesi (che si sono allargati anche ad altri collaboratori di giustizia) stanno rilasciando dichiarazioni che inevitabilmente determineranno anche il loro futuro: se verranno riconosciuti credibili e riscontrati avranno il peso di essersi esposti su un campo politico mafioso di proporzioni importanti e invece se saranno riconosciuti bugiardi inevitabilmente avranno ripercussioni nel loro programma di protezione. Comunque la si voglia vedere c’è poco da scherzare (e filosofeggiare, eh) sugli esiti dell’indagine.
Luigi Bonaventura, al momento, è in una località protetta che tutti conoscono, celato dietro un falso nome a cui non corrispondono tutti i documenti necessari e con la propria famiglia che deve percorrere curve di minacce e intoppi burocratici.
La sua sicurezza in questo momento è indispensabile, per lui e per chi vicino a lui è chiamato a testimoniare. Su questo non posso fare silenzio. Sul resto, invece, a indagini concluse avrò molto da dire. Molto.
Sarà che sono uno sporco comunista ma quando ho letto del “decreto per la Terra dei Fuochi” sui roghi in Campania ho subito pensato alla brutta aria che tira quando il decisionismo di Governo diventa più che altro una legittimazione di uno stato d’emergenza continuo e una militarizzazione del territorio. Ho anche pensato che dovrei essere più propositivo e ottimista. Oggi, leggendo le riflessioni degli amici di A Sud leggo che anche i comitati sono abbastanza preoccupati:
Coordinamento comitati fuochi: “C’è un problema di democrazia in quanto questo decreto non è stato prodotto, come richiesto, con strumenti di partecipazione popolare. Non ne conosciamo quindi i contenuti. Abbiamo chiarito che se prevede l’uso dell’esercito non siamo d’accordo. Sull’inasprimento delle pene per i reati ambientali ci auguriamo che vada a punire i mandanti e non solo gli esecutori materiali. Lo studieremo e lo vaglieremo nel merito con i nostri tecnici”.
Rete Commons: “Riteniamo questo decreto privo della legittimità popolare che il 16 novembre in piazza ha espresso la chiara necessità di un processo democratico per intervenire sulla questione senza decreti e senza leggi speciali. Siamo contro un provvedimento che prevede l’invio dell’esercito, la militarizzazione del territorio – già vista negli anni dell’emergenza rifiuti con pessimi risultati – , siamo contro un decreto che non entra nel merito del ritiro del bando dell’inceneritore di Giugliano, siamo contro un decreto che non prevede il controllo dei comitati sulle bonifiche, siamo contro un decreto che non tutela l’agricoltura di qualità e lascia i contadini dei terreni inquinati al ricatto delle ecomafie senza sostenerli”. Venerdì prossimo 6 dicembre si terrà in Campania una ulteriore mobilitazione delle rete “Stop Biocidio”,contro l’ipotesi di impiego dell’esercito in Campania, per rafforzare la vertenza e rilanciare la piattaforma programmatica uscita dalla manifestazione del 16.
Del resto le parole della piattaforma del 16 Novembre, #fiumeinpiena, www.fiumeinpiena.it, sono abbastanza chiare:
“[…] – No a leggi speciali. No alla militarizzazione del territorio
Le leggi speciali sono state l’arma impropria del sistema politico-affaristico-criminale. Le leggi speciali e i commissariamenti hanno consentito l’aggiramento, con protezione militare, delle leggi ordinarie. Carenti che fossero, erano comunque leggi, perciò erano d’intralcio al sistema criminale. Arbitrii inconcepibili contro le leggi ordinarie sono staticommessi in nome delle leggi speciali. Per questo rifiutiamo la proroga del commissariamento, inserita nel Decreto del Fare, a tempo indeterminato della Campania e delle situazioni in emergenza. Discariche, finte bonifiche, impianti di depurazione, nel loro insieme costituiscono uno dei più gravi crimini di Stato, di cui lo Stato sarà chiamato a dar conto.
Sta montando un nuovo clima emergenziale, con toni allarmistici, questi sì, da parte di chi fino a ieri non sapeva e non vedeva. In nome di una nuova emergenza, con leggi speciali, le bonifiche finirebbero nelle stesse mani che hanno prodotto il disastro, questa volta con la casacca dei bonificatori.
Non vogliamo altre gestioni emergenziali come quelle messe in campo per far fronte all’ultima “crisi rifiuti napoletana” e al terremoto dell’80. Siamo contrari fortemente alle ipotesi di ulteriori commissariamenti ad acta, che già in questi 20 anni si sono dimostrati tra i veri responsabili del disastro ambientale in Campania. Vogliamo una legge nazionale onesta e concreta, con un fondo nazionale che finanzi il risanamento strutturale del territorio.
NON DEVONO ESISTERE ZONE INVALICABILI PER I CITTADINI. Abbiamo sperimentato in questi anni la militarizzazione dei nostri territori. Si è impedito ai diretti danneggiati, i cittadini, di monitorare, consentendo alle imprese criminali di fare quello che volevano, senza rendicontare a nessuno; sono, invece, state represse le legittime proteste. In sintesi, controllo militare = NESSUN CONTROLLO”.
Andare oltre ai proclami, almeno.