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Il debito cresce, la vergogna invece l’hanno estinta in anticipo

Io lo so che a parlare di debito pubblico sembra di ripiombare nella Prima Repubblica, quando quello era un fardello scaricato sui figli e sui nipoti e ce ne vergognavamo. Poi la vergogna è passata e il debito è rimasto. Anzi, si è fatto adulto, si irrobustisce ogni anno e sparisce dai radar di un dibattito infestato dalle vannacciate del programma di Roberto Vannacci, più pasdaran lui di quelli…

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Amatrice, dieci anni dopo il terremoto: l’ospedale che riapre ogni anno ancora non c’è

Sta scritto in una tabella che ActionAid ha dovuto chiedere con un’istanza di accesso agli atti, perché dieci anni dopo il sisma i numeri della ricostruzione pubblica non si trovano in nessun luogo consultabile: al 30 aprile 2026 nei territori del cratere di Amatrice risultano programmati 3.667 interventi per oltre 4,85 miliardi di euro e il 66,3% delle opere si trova ancora nelle fasi che precedono l’apertura del cantiere. In fase esecutiva o conclusiva sono il 33,6%. Ieri pomeriggio Giorgia Meloni è arriva ad Amatrice per la cerimonia, e il rendiconto che l’aspettava è questo.

Nei 44 comuni all’epicentro il quadro peggiora, perché lì si concentrano 1.544 interventi per circa 2,1 miliardi e di quelle opere 1.031 sono ferme prima dei lavori, mentre alle fasi di fine lavori o collaudo è arrivato il 18,4%. Ad Amatrice 136 progetti su 172 non hanno ancora visto una gru. Ad Accumoli 64 su 86. Il decennale cade esattamente lì dove il terremoto ha ucciso 299 persone e dove il conto è rimasto più bianco che altrove.

L’ospedale che riapre ogni anno

Poi ci sono i servizi, che decidono se una famiglia resta o trasloca: sui 767 interventi per scuole, palestre, municipi e presidi sanitari ne sono partiti 235, il 30,6%, e al collaudo sono arrivati 77, il 10%. L’ospedale Grifoni di Amatrice è il modello in vitro: Sergio Pirozzi, che era sindaco la notte della scossa, ha elencato al Giornale Popolare le scadenze annunciate una dopo l’altra, il 2024, poi il 2025, poi il 2026: adesso l’apertura è indicata nel 2027. L’importo intanto è salito dai 29 milioni iniziali ai 42,3 comunicati dalla Regione Lazio nel luglio 2025, più 4,61 milioni deliberati un mese dopo e altri 1,47 a maggio. Il presidio costa la metà in più e apre tre anni dopo: chiamarlo cambio di passo richiede una faccia notevole.
Sonia Santarelli, presidente del Comitato civico 3e36, ha riassunto all’Ansa il decennio con cinque commissari e un unico servizio restituito, la scuola, e ha fatto sapere che al decennale il comitato non ci sarà. Pirozzi da parte sua ricorda all’Adnkronos che gli edifici pubblici oggi in piedi ad Amatrice sono in prevalenza frutto di donazioni private e che senza gli italiani e il mondo «non ci sarebbe stato niente».

Il cantiere più grande d’Europa

Il governo dal canto suo tiene una contabilità parallela e nella prefazione al volume “Le pietre della rinascita” presentato al Meeting di Rimini, Meloni scrive che il cratere è “il cantiere più grande d’Europa” e rivendica per il suo governo, dopo “troppi rinvii e false partenze”, una “decisa accelerazione”. Il commissario Guido Castelli (FdI) si dice a metà del lavoro e sceglie come metro di paragone il Friuli ricostruito in 19 anni, spiegando al Messaggero che gli basterebbe eguagliare quel record. Tradotto in calendario, il traguardo dichiarato per l’Appennino centrale sta nel 2035.

Le scadenze, del resto, si spostano meglio dei cantieri. Il programma Next Appennino, 1,78 miliardi del Fondo complementare al Pnrr, doveva chiudersi entro la fine del 2026, e a maggio la cabina di regia guidata da Castelli ha portato il termine unico al quarto trimestre del 2029, cioè tre anni più tardi. Il 31 dicembre 2026 si chiude lo stato di emergenza mentre la struttura commissariale resta in piedi altri tre anni, e il ministro Nello Musumeci spiega che stiamo uscendo dall’emergenza e che l’obiettivo esclude la ricerca di responsabilità nel passato. Comodo.

Il numero che chiude il decennale lo pubblica la struttura commissariale: i nuclei familiari ancora assistiti sono 8.759. Dieci anni, 12,59 miliardi di contributi concessi alla ricostruzione privata e ottomilasettecentocinquantanove famiglie che aspettano una casa. L’orologio della torre civica di Amatrice segna le 3.36 da quella notte ed è l’unico cronoprogramma del cratere che nessuno abbia ancora rimodulato.

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A Gaza pure gli aquiloni diventano un atto di guerra

Un aquilone di carta è atterrato venerdì 21 agosto in un campo di avocado del kibbutz Nahal Oz, a meno di un chilometro dalla Striscia, e il giorno dopo ne sono stati raccolti altri tre, poi un quinto a Kfar Aza. Almeno sette in pochi giorni. Il portavoce dell’esercito israeliano ha messo per iscritto che sugli oggetti “non sono stati individuati reperti sospetti” e che in nessun momento la popolazione ha corso un pericolo.

Domenica 23 agosto il ministro della Difesa Israel Katz ha diffuso un comunicato che scavalca la perizia dei suoi militari: ogni lancio è “un atto di guerra sotto ogni punto di vista”, un pallone equivale a un aquilone e l’aquilone a un drone, con o senza esplosivo dentro, e vanno preparati gli sfollamenti dei quartieri da cui partono i lanci. Alle 18 e 40, dopo la riunione con il premier Benjamin Netanyahu e il capo di Stato maggiore, l’ufficio del primo ministro ha annunciato che l’esercito procederà “all’evacuazione della popolazione dalle aree da cui avvengono i lanci”, e ha dato tre giorni di tempo. Settantadue ore. Il portavoce di Hamas Hazem Qassem parla di giocattoli dei bambini dei campi profughi, mentre nelle stesse ore un raid israeliano uccide a Zawaida Mohammed Taha, quattro anni, e il ministero della Salute di Gaza conta 1.286 palestinesi uccisi e 4.257 feriti dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025.

L’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra vieta le pene collettive contro le persone protette e “ogni misura d’intimidazione o di terrorismo”, e il titolo giuridico dello sfollamento annunciato resta un aquilone che, per certificazione scritta dell’esercito chiamato a eseguirlo, non conteneva niente.

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Il doppio standard di Meloni: generatori a Kiev, 85 milioni di armi da Israele

Nove mesi. Sono passati nove mesi dall’ultimo pacchetto italiano di armi per Kiev, il dodicesimo, in Gazzetta Ufficiale il 1° dicembre 2025, mentre fra il nono pacchetto e il dodicesimo erano bastati cinque o sei mesi. Ieri, per i trentacinque anni dell’indipendenza ucraina, Giorgia Meloni si è collegata alla Coalizione dei volenterosi e ha volenterosamente confermato l’impegno italiano verso Kiev per l’inverno: l’invio di “ulteriori generatori”, scrive Palazzo Chigi. Generatori, avete letto bene. Quintali di miliardi nei prossimi bilanci e intanto inviamo materiale da campeggio.  Nel giorno in cui la Commissione europea sblocca 6,1 miliardi per difesa aerea e missili, l’Italia porta le prese di corrente.

Del resto sostegno a Kiev va esibito ai tavoli dove si pesa l’affidabilità e poi si può tenere leggerissimo a casa, dove l’elettorato non lo vuole e dove Roberto Vannacci ci ha costruito sopra un partito. A febbraio i tre deputati di Futuro Nazionale hanno votato la fiducia al governo e contro il decreto Ucraina nello stesso pomeriggio, e sono ancora in maggioranza, mentre il tredicesimo pacchetto, pronto da fine luglio aspetterà settembre. Con l’Ucraina, del resto, conta la postura: proni al bellicismo, accordati con i desiderata di Bruxelles, accondiscendenti con la fame americana. E nella liturgia del conformismo è prevista ovviamente anche la faccia di bronzo del doppio standard.

Perché mentre l’Italia inscena aiuti all’Ucraina mangiata da Putin, Israele si mangia la Palestina con gli aiuti di chi quegli aiuti li firma. Il 20 agosto Roma ha firmato con Francia, Germania e Regno Unito una nota che definisce “inaccettabile” la decisione israeliana di pubblicare i bandi per E1, le circa 3.400 case che spaccherebbero in due la Cisgiordania. Parole, parole, parole. Sotto le parole, i numeri: nel 2025, secondo l’analisi della Rete italiana pace e disarmo sulla Relazione della legge 185/90, verso Israele sono stati movimentati 22,6 milioni di euro di materiali militari su licenze vecchie, e il governo ha autorizzato imprese italiane a comprare armi da Israele per 85 milioni. Le nuove licenze restano sospese dall’ottobre 2023, questo sì.

Una volta il detto era che c’è un invaso e un invasore. Adesso va aggiornato: c’è invasore e invasore, e a distinguerli, dalle parti di Palazzo Chigi, è chi le armi te le vende.

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Scuola, stangata da 1.300 euro a figlio: il Codacons fa i conti mentre il fondo statale fermo al 2013

Tornati dalle vacanze, se ve le siete potute permettere, preparate il portafoglio. Milletrecento euro a figlio: li ha contati il Codacons il 23 agosto, sommando un corredo scolastico che rincara fra il 2 e il 4 per cento e libri di testo saliti dell’1,8. È la cifra dell’anno scorso. E di quello prima. Percentuali modeste, che però si posano su una base già spinta in alto da quattro anni di aumenti mai riassorbiti, e questo spiega perché la stangata di settembre abbia smesso di essere una notizia per diventare l’aritmetica ordinaria dell’anno.

L’Istat a luglio ha misurato i prezzi al consumo in crescita del 2,9 per cento su base annua, con il “carrello della spesa” in frenata all’1, che nei comunicati suona bene. Poi si guarda dentro. Gli energetici regolamentati corrono al 14,8 per cento e la voce abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili pesa da sola per 0,878 punti sull’inflazione generale. Rallenta quello che si può rimandare e accelera quello che arriva in casa comunque.

Non solo la scuola: il sorpasso che nessuno ha annunciato

Il 29 luglio l’Istat ha pubblicato le retribuzioni contrattuali del secondo trimestre: nel privato crescono del 2,3 per cento, nella pubblica amministrazione del 2,7, e da gennaio a giugno la retribuzione oraria media sale del 2,6 contro un’inflazione che a giugno stava al 3. Dopo dieci trimestri in cui erano rimasti davanti ai prezzi, i salari sono tornati dietro. I 25 contratti collettivi scaduti riguardano 3,9 milioni di dipendenti, 2,8 milioni dei quali nella pubblica amministrazione, dove al 30 giugno non era in vigore un solo contratto per la parte economica. L’attesa media di rinnovo è scesa a 17,9 mesi: il comunicato la presenta come un miglioramento, e sono un anno e mezzo di busta paga ferma mentre la bolletta si aggiorna ogni tre mesi.

Il 26 maggio Palazzo Chigi aveva diffuso la simulazione del Dipartimento per il programma di governo, fino a 11.600 euro in più all’anno rispetto al 2022 per una madre lavoratrice con due figli, e tredici giorni prima, in Senato, la presidente del Consiglio aveva messo agli atti che «i salari hanno ripreso gradualmente a crescere più dell’inflazione». Il Rapporto annuale dell’Istat, del resto, aveva appena messo in fila prezzi saliti del 23 per cento fra il 2019 e la fine del 2025, mentre le retribuzioni contrattuali si fermavano al 13,2.

Centotré milioni, dal 2013

Contro tutto questo lo Stato schiera un fondo che non si muove. La gratuità totale o parziale dei libri di testo per le famiglie a basso reddito sta nell’articolo 27 della legge 448 del 1998, e la spesa è autorizzata in via permanente a 103 milioni di euro l’anno dal 2013, cifra che un decreto legge del 2025 ha aumentato di 3 milioni per quest’anno e per il prossimo, come richiama il riparto del Ministero dell’Istruzione e del Merito del 19 marzo 2026. Meno del 3 per cento in tredici anni, mentre i prezzi ne mettevano insieme ventitré in sei.

Poi c’è la carta “Dedicata a te”, rifinanziata con 500 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027: 500 euro a nucleo, tetto Isee a 15.000 euro, primo accredito fissato dal decreto del 17 giugno a ottobre. La campanella suona a settembre. E restano fuori dalla platea i nuclei che percepiscono l’assegno di inclusione o la Naspi, cioè proprio quelli che lo Stato ha già schedato come poveri.

Intanto l’Arera ha alzato del 4,6 per cento la bolletta elettrica dei 3 milioni di clienti vulnerabili in maggior tutela per il trimestre che va da luglio a settembre, cioè esattamente quello della spesa scolastica. E la rilevazione dell’Istat sulla povertà assoluta riferita al 2024 conta 2,2 milioni di famiglie, l’8,4 per cento del totale, per 5,7 milioni di persone: lì dentro i milletrecento euro del Codacons diventano una scelta fra il dizionario e la cena. Palazzo Chigi ha simulato quanto guadagna una famiglia tipo dal 2022. Quanto le costa settembre lo ha contato un’associazione di consumatori.

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Mentre la sinistra litiga sul woke Meloni sdogana (ancora) il Ventennio

«Particolarmente complessa». Così Giorgia Meloni ha liquidato l’epoca fascista con Roger Cohen sul New York Times del 21 agosto.Ovviamente di queste cose parla con i giornali stranieri, perché con gli italiani non parla se non dai suoi giornalisti scendiletto. E intanto il centrosinistra si incartava da solo sul woke, per una frase che Alexandria Ocasio-Cortez non ha mai detto come sua…

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Eppure basterebbe poco: quattro storie sul tavolo, oggi

Che il governo rimesti nel torbido attorno a Sigfrido Ranucci, che in quell’indagine per attentato è la parte lesa, o si impunti su qualche decina di stranieri caricati sui treni, i quattro che l’Austria ci ha rispedito da giugno con il biglietto in tasca, ce lo aspettiamo, era prevedibile. Lo sanno fare benissimo. In questo Giorgia Meloni è maestra, e da anni. Non affronta i giornalisti in…

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Il ruggito di Meloni come un mesto mugolio

L’autorevolezza di una voce si misura da quel che provoca intorno quando decide di alzarsi. Giorgia Meloni l’ha alzata il 31 luglio, con la faccia golosa davanti alle immagini di Ceuta: “L’immigrazione clandestina fuori controllo rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza dei confini europei”, scriveva, e subito giù la sospensione di Schengen con la Spagna, la lettera di 22 governi contro…

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Il governo che rideva del clima fa la questua a Bruxelles

È la solita, tragica barzelletta. Il governo più sovranista della storia repubblicana passa l’estate a compilare domande per Bruxelles. La giunta di centrodestra della Regione Piemonte ha chiesto lo stato di calamità e notificato alla Commissione la delibera di emergenza, perché gli allevatori scesi in anticipo dagli alpeggi bruciati rischiano pure i contributi comunitari. A inizio agosto sono…

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Feccia, appunto

In bella mostra sulla parete dello studio milanese dell’avvocato Renato Maturo c’è una copia della Costituzione, elegantemente incorniciata. L’ha indicata ai cronisti mentre spiegava la merda nella chat di Futuro nazionale che amministra, raccontata ieri da Repubblica: sono quasi trecento iscritti. Mica persone qualsiasi ma gente che conta, dirigenti e capi dei comitati lombardi.

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